Articolo di Federico Merola, AD di Arpinge SpA, Docente di International Finance presso l’università LUISS e Coordinatore scientifico Executive Program PIF – Project & Infrastructure Finance  

Nelle loro ormai frequenti analisi economiche e raccomandazioni di policy dedicate alle infrastrutture, tutte le principali istituzioni finanziarie internazionali e sovranazionali non perdono occasione per ribadire la necessità di favorire l’intervento di investitori privati per alimentare i necessari ed urgenti interventi in questo settore. In un contesto generale di debiti pubblici elevati e di spending review, questa soluzione appare una strada obbligata. In particolare l’accento viene messo sul potenziale contributo degli investitori di natura previdenziale o assicurativa, per l’ampia disponibilità di risorse a medio-lungo termine che hanno tali soggetti.

In tale generale contesto, il dibattito che si è svolto in Italia nel corso di questi anni è sembrato ancora piuttosto deludente. Per fare un primo passo in avanti partiamo da un semplice quesito: se il coinvolgimento di investitori privati, di natura previdenziale o assicurativa, è utile alle infrastrutture, possiamo anche dire che le infrastrutture sono un’opportunità per tali investitori?

Ebbene, l’esperienza internazionale dimostra che proprio le infrastrutture, a determinate condizioni di contesto, possono essere delle eccezionali opportunità di impiego per investitori di natura previdenziale ed assicurativa, in quanto tali asset possono garantire flussi di cassa stabili e prevedibili nel medio-lungo termine, correlati all’inflazione e scorrelati dal ciclo economico e dalla volatilità dei mercati finanziari. Per cui laddove le appropriate condizioni di contesto si realizzano, il contributo privato può diventare rilevante.

Secondo l’OCSE a livello globale solo l’1% del patrimonio dei fondi pensione è investito, con vari strumenti, in infrastrutture, contro un 10-15% circa di Canada e Australia che sono i paesi “migliori” sotto tale profilo. Del resto nomi come Canada Pension Plan (“CPP”); Omers; Ontario Teachers; Aimco o l’australiana IFM – tutti fondi pensione o gestori di loro diretta emanazione – sono pienamente entrati da anni nelle cronache internazionali degli investimenti in infrastrutture. In Europa, invece, solo il 3% degli investimenti privati in strumenti “alternativi” ad azioni, obbligazioni e liquidità riguardano infrastrutture, valore che peraltro si riduce all’1,4% se si esclude il Regno Unito. C’è dunque un grande divario da colmare per l’UE ed è proprio su questa consapevolezza che si poggia la filosofia del Piano Juncker.

Non c’è da stupirsi, quindi, se a Luglio 2013 l’OCSE abbia dedicato un ampio studio proprio ai casi del Canada e dell’Australia (Ocse, Working Paper n.32, “Pension Fund Investment in Infrastructure: A Comparison between Australia and Canada” Luglio 2013), individuando le ragioni del loro successo che, in termini estremamente sintetici, possono essere ricondotte ai seguenti elementi essenziali: a) sistemi previdenziali contributivi; b) mercato del Partenariato Pubblico-Privato ben funzionante; c) regole flessibili, che consentono ai fondi pensione di operare come “promotori”, investendo anche direttamente negli asset e nella loro gestione; d) equilibrate soluzioni di governance e vigilanza sull’attività degli investitori; e) efficaci strumenti e regole di governo del territorio.

Se si vuole cambiare la situazione esistente, è dunque da qui che dobbiamo partire: far diventare le infrastrutture una specifica e rilevante asset class nei portafogli degli investitori istituzionali.

Un’asset class non più episodica ed occasionale ma capace, come ormai avviene appunto in altri paesi anche europei, di assumere una dimensione comparabile con quella di altre asset class già universalmente consolidate, come quella immobiliare.

La LUISS Business School intende dare il suo contributo attivo con “PIF – Project & Infrastructure Finance”, Programma Executive di alta formazione in partenza il 3 novembre p.v., con l’obiettivo di creare figure professionali in grado di operare con successo nel mondo degli investimenti nelle infrastrutture, con visione sui mercati internazionali e competenze ad hoc per consentire che le infrastrutture divengano una vantaggiosa asset class per gli investitori e, di conseguenza, contribuire attivamente nel diffondere professionalità per uno sviluppo virtuoso del settore nel nostro paese.

Per tale ragione il corso analizza e approfondisce tutti gli aspetti rilevanti del settore, quelli generali relativi agli strumenti tipici di investimento e alla loro evoluzione; alle disposizioni rilevanti quali i principi prevalenti in materia di appalti e concessioni, alla normativa del risparmio gestito e ai profili più tecnici di strutturazione di un progetto, financial modelling, struttura contrattuale e fondamenti di asset allocation. Nonché le normative di settore, ovvero Solvency II e quella europea e italiana relativa a fondi pensione e casse di previdenza.

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28/09/2017