Il presidente della neonata ConfMobility racconta la vision e parla di scelte non più procrastinabili per il Paese a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor

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Affiancare le imprese nel percorso complesso della mobilità sostenibile. Per questo è nata ConfMobility, un’associazione che può contare su un network di 4mila imprese del settore del trasporto, logistica e industriale su tutto il territorio nazionale. Il presidente Roberto Verano a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, lancia un appello: «alcune scelte non sono più procrastinabili e ne va della competitività del Paese»

Perché nasce Confmobility?

«Nasce fondamentalmente per affiancare le imprese in questo percorso tortuoso e complesso della mobilità sostenibile, un percorso tracciato dall’agenda europea. Le aziende hanno bisogno di essere affiancate e supportate e questo partendo dal posizionamento sul mercato affinché questa transizione possa essere quantomeno non tutto un onere sulle loro spalle perché in questo momento ci sono già problemi di sostenibilità economica. E, poi, perché veramente possa essere un’occasione per essere più competitivi facendo un ragionamento non di categoria ma di processo. Di qui l’approccio trasversale dove noi avviciniamo chi produce, chi vende, chi distribuisce la mobilità sostenibile».

Quali sono la mission e gli obiettivi che vi ponete?

«Sulla vision e progetti, proprio perché non abbiamo un mandato di una categoria vogliamo essere molto pratici partendo dalle esigenze del mercato e, quindi, stiamo lanciando una serie di progetti concreti che vanno dal welfare in ottica di mobilità al Mobility management ai temi dell’intermodalità sostenibile. Progetti concreti, non politici e non di rappresentanza sindacale, perché lo lasciamo fare alle associazioni di categoria già presenti sul mercato».

Tracciando un quadro della mobilità sostenibile, in Italia a che punto siamo e che cosa si aspetta?

«È innegabile che siamo in ritardo come sistema Paese. Innanzitutto, c’è una questione culturale: non abbiamo quel senso ambientale e del green che c’è in altri Paesi d’Europa. Poi siamo uno dei paesi più motorizzati in Europa ma con il parco veicolare più vecchio e sostanzialmente fatichiamo a introdurre elementi di innovazione tecnologica green ed è difficile far decollare i progetti sulla mobilità sostenibile perché ci sono resistenze culturali e anche di competenze su quello che è la trasformazione digitale. Poi siamo un Paese molto frammentato e questo non lo scopriamo oggi con delle grandi complessità e, ovviamente, quella che potrebbe essere la spinta di investitori esteri per accedere a certi percorsi viene meno perché sappiamo che il nostro Paese è una giungla dal punto di vista burocratico. C’è veramente tanto da fare e siamo fiduciosi che questo nuovo ministero della Transizione ecologica possa veramente sfruttare al meglio le risorse del Recovery Fund per mettere direttamente in opera alcuni investimenti sulle infrastrutture legate all’intermodalità dove si può in tempi brevi ed essere molto più efficienti».

Quindi l’auspicio è che effettivamente questa volta, anche con la spinta magari del Recovery Plan, ci possa essere un cambio di passo?

«Più che auspicio è l’ultimo appello, alcune scelte non sono più procrastinabili e ne va della competitività del Paese e, quindi, in questo momento c’è solo da agire e poco da tergiversare».

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23/4/2021