people management luiss business school
Articolo di Gabriele Gabrielli, Professor of Practice in People Management, Human Resource Management and Organisational Behaviour LUISS Business School e Responsabile del People Management Competence Centre & Lab 

Le competenze dell’intelligenza emotiva

Non si fa che parlare di intelligenza emotiva e delle sue competenze: in convegni e seminari, nelle organizzazioni e in azienda. Le troviamo così nei repertori dei modelli di competenze usati dalle imprese per orientare il comportamento dei propri leader e manager, se ne fa ampio riferimento nelle policy e negli strumenti di performance management, costituiscono una tra le dimensioni più importanti da osservare durante gli assesment centre. Negli ultimi decenni abbiamo assistito in effetti alla crescita continua di attenzione verso l’intelligenza emotiva associata, in generale, a quella che sottolinea l’importanza delle soft skills e in particolare delle people skills per sviluppare leader e manager efficaci, capaci cioè di gestire con successo il capitale umano e intellettuale. Non è però così sempre facile scoprire il valore delle emozioni perché la carriera può metterle in silenzio come la storia di Alfredo che raccontiamo più avanti, una tra le molte, dimostra. 
La concettualizzazione dell’intelligenza emotiva e le motivazioni che ne supportano la sua rilevanza per il business management e per le organizzazioni in generale hanno preso le mosse, come noto, dai risultati di alcuni studi che hanno reso evidente come l’intelligenza non si fonda solo su un fattore, ma sia multi-fattoriale. Infatti, comprendiamo quello che ci circonda, apprendiamo e comunichiamo con gli altri ricorrendo ai sensi e alle emozioni che consentono di “connetterci” più efficacemente. Di qui anche l’importanza assegnata alle competenze di comprensione e decodifica del linguaggio non verbale, che diventa una competenza centrale (comunicazione interpersonale) per leader e manager.

Leadership e emozioni 

Con il termine intelligenza emotiva, dunque, secondo i numerosi studi realizzati nel campo della psicologia e del comportamento organizzativo, s’intende comunemente l’abilità di scoprire e usare in modo opportuno i sentimenti e le emozioni proprie e quelle degli altri, distinguerle e comprenderle a fondo per costruire sulle stesse la propria visione e azione. Accrescere e migliorare le competenze di intelligenza emotiva, piuttosto che concentrarsi solo sull’intelligenza cognitiva, diventa dunque essenziale per le posizioni di guida in quest’epoca di cambiamento straordinario accelerato dalla trasformazione digitale che costruisce connessioni e interdipendenza tra sempre più numerosi attori. Per ispirare gli altri e costruire organizzazioni durature in un ambiente dai confini incerti e mutevoli, infatti, leader e manager devono essere in grado di generare “risonanza emozionale”. Insomma, ci stiamo rendendo conto che per troppo tempo i manager hanno considerato le emozioni alla stregua di un rumore di fondo che disturbava la loro performance e il funzionamento razionale dell’azienda. Quest’epoca però sembra ormai volgere definitivamente al tramonto perché le emozioni trovato oggi piena cittadinanza nel management.

Quando la competizione mette in silenzio le emozioni. Una storia tra le molte 
intelligenza emotiva

Non è facile però, si diceva, dare piena cittadinanza alle emozioni. È l’esperienza di molti executive e manager; sono più numerosi di quanto possiamo immaginare. Gli ostacoli che non consentono alle emozioni di eprimersi liberamente, riconoscendone il loro valore generativo per sé e per gli altri, sono di diversa natura. Possono essere ostacoli collegati all’ambiente culturale e di business in cui si cresce e si fa carriera, possono essere attinenti più alla sfera personale, a come si è fatti, insomma una questione di carattere e di personalità.

Rientra nel primo caso la storia di Alfredo, un “cinquantino” – direbbe il commissario Montalbano – un top executive e imprenditore di successo che dopo la laurea si “guadagna” l’accesso a due tra le più prestigiose business school internazionali. Diventato adulto, dimentica le emozioni, perde contatto con esse e non le riconosce più come dimensioni “utili”. Scompaiono dal suo linguaggio, né vi trovano traccia in quello delle aziende di straordinaria fama in cui lavora negli anni successivi macinando successi e accumulando prestigio. Tutto questo ha avuto un inizio. Alfredo nel nostro secondo incontro mi racconta che il tempo di questa progressiva dimenticanza “ha avuto inizio quando ho cominciato a danzare con la competizione”. Una danza così travolgente che gli fa perdere letteralmente il contatto con il sé più profondo e autentico.

“Dov’è finito Alfredo?”, è questa la domanda alla quale vuole ora dare risposta, è stanco di essere triste e insoddisfatto. Alfredo è consapevole di aver fatto l’esperienza della felicità quando era giovane studente, uno stato di grazia che è proseguito anche durante il percorso accademico seppur “tosto”. Questa esperienza è venuta meno “dopo”. Conversiamo per cercare il focus. La “smania da performance” – mi racconta a un certo punto – “mi ha fatto perdere contatto con la mia dimensione umana”. Riflette, torna indietro, rimane in silenzio. Poi dice: “Sì, ho perso contatto con le emozioni quando sono entrato nel giro vorticoso della competizione delle business school che ho frequentato; poi tutto si è aggravato quando sono entrato in azienda, primo della short list”.

Da diversi anni Alfredo ha difficoltà a sentire e riconoscere le emozioni; tentenna nell’individuare i bisogni che ha e che sempre si celano dietro le emozioni che l’epoca della performance, dei benchmark e del misurarsi continuamente con chi sta sopra a te hanno silenziato. Mi parla dei figli e della moglie. L’unico momento in cui vedo negli occhi una luce diversa. Si spegne rapidamente sopraffatta dal racconto delle loro performance. Mentre l’ascolto, mi torna in mente un pensiero di Arthur Schophenauer. Prendo il libro dove è annotato, lo legge: “In realtà il valore che noi attribuiamo all’opinione degli altri e la nostra preoccupazione costante al riguardo oltrepassano di regola ogni ragionevole giustificazione […] da tale preoccupazione nasce quasi la metà di tutte le afflizioni e le ansie da noi provate”. Rimane in silenzio tamburellandosi la testa con le dite. Oggi Alfredo vuole connettersi nuovamente con sé, con i valori con cui è cresciuto e che ha sacrificato sull’altare del “giudizio altrui”, vera e propria forca caudina se si vuole essere riconosciuti “primi”. Ha iniziato a lavorare per ascoltare e accogliere le emozioni che “la smania della perfomance” ha reso silenti, vuole dare loro cittadinanza e riscoprirne il lessico che non conosce più. È talmente impoverito il suo vocabolario che non sa più etichettarle; si stupisce grandemente quando fa esperienza di questo davanti a me riuscendo a menzionare a mala pena tre emozioni. Per Alfredo insomma è arrivato il momento di consentire alle emozioni di uscire allo scoperto, di lasciarle fluire, di riconoscerle e utilizzarle come leva per stare bene e per ritrovare quella felicità che ha perduto danzando con la competizione. Probabilmente per scoprire che potrà essere più efficace come imprenditore e manager. Mentre ci stiamo salutando si ferma sulla porta e aggiunge: “anche come marito e padre”.

Suggerimenti bibliografici

Gabriele Gabrielli, Sviluppare le competenze per il “people management”, in Gabrielli G., Profili S., Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino 2016 (II^ edzione)
Gardner H., Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, Milano, 1987
Goleman D., Working with emotional intelligence, Bantam Books, New York, 1998
Riggio R.E., Lee J., “Emotional and interpersonal competencies and leader development”, in Human Resource Management Review, Elsevier, 17, pp. 418-426


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24/04/2018