Campionessa olimpica con due medaglie d’oro conquistate a Tokyo 2020 e Parigi 2024 nella vela, quattro volte campionessa mondiale e vincitrice di numerosi titoli internazionali, Caterina Banti rappresenta un esempio emblematico di eccellenza costruita nel tempo. A questo percorso sportivo si affianca una formazione accademica di alto livello, con lauree triennale e magistrale in Islamistica e un Master in Public Affairs & External Relations presso la Luiss Business School.
In occasione dell’evento Footsteps, primo appuntamento del Mentorship Programme dell’Alumni HUB Luiss Business School, promosso e coordinato dal Prof. Matteo Caroli, Associate Dean for Sustainability & Impact e Leader Alumni HUB, è intervenuta Caterina Banti a offrire una testimonianza concreta di come avere un Mentor rappresenti un elemento cruciale nello sviluppo professionale e personale.
Proprio con questo obiettivo nasce il Mentorship Programme della Luiss Business School: accompagnare un gruppo selezionato di circa 30 studenti dei Master in un percorso di crescita strutturato, attraverso l’affiancamento con Alumni della Scuola con ruoli apicali in contesti aziendali e istituzionali. Nel corso dei mesi, Mentor e Mentee sono chiamati a costruire un dialogo continuativo, orientato alla guida e allo sviluppo, in cui il confronto e l’ascolto attivo favoriscano la trasmissione di visione e stimoli per una mentalità proattiva.

Mentorship: qual è il significato che dai a questa parola in relazione al tuo percorso?
Io ho avuto la fortuna, il coraggio e l’ambizione – forse anche un po’ di follia – di intraprendere percorsi diversi nella mia vita, e in tutti questi ho sempre cercato dei punti di riferimento, dei mentor.
Nello sport, è vero che l’allenatore è la figura centrale, soprattutto quando si è più giovani, ma non è l’unico. L’attività dell’atleta, infatti, non è solo performance: è costruzione della persona e questo significa lavorare su più livelli. Nel tempo ho capito che ognuno può insegnarti qualcosa, se ti metti nella condizione di voler imparare. Non si è mai arrivati, si è sempre in un processo di miglioramento.
Nel tuo percorso ci sono stati Mentor “nascosti” ma decisivi?
Sì, assolutamente. Spesso le figure più importanti sono quelle che lavorano dietro le quinte. L’allenatore di club, ad esempio, è colui che vede in te qualcosa quando tu ancora non lo sai. Io non avrei mai immaginato di arrivare a vincere una medaglia olimpica, ma c’è stato qualcuno che ha visto una possibilità per me.
E poi ci sono anche incontri più piccoli, apparentemente marginali: una conversazione, una frase, una domanda che per l’altro è banale ma per te rappresenta una svolta. Ci sono persone che per me sono state Mentor senza nemmeno saperlo.
Qual è il ruolo di un buon Mentor? E ancora, esiste un metodo valido per tutti?
Un buon Mentor è qualcuno che ti dà strumenti senza imporsi. Non deve creare un rapporto di dipendenza: al contrario, deve permetterti di esprimerti, di costruire la tua identità.
Io credo molto nell’immagine del diamante grezzo: ognuno di noi ha un potenziale, ma la scelta di renderlo lucente dipende da noi.
Il Mentor accompagna questo processo, con garbo e delicatezza, stando accanto e non davanti.
Un metodo uguale per tutti, univoco, non esiste: questa è una delle cose più importanti che ho imparato. Non esiste un metodo che funziona sempre e per chiunque. Esiste il metodo giusto per quella persona, in quel momento, in quella situazione. Anche nello sport lo vediamo chiaramente: ciò che ha funzionato per me non è detto che funzioni per qualcun altro. È una questione di adattamento, di sensibilità, di capacità di leggere il contesto.
Cosa significa essere un buon Mentee?
Per essere un buon Mentee è fondamentale l’ascolto attivo. Mettersi in una posizione aperta, chiedersi cosa si può imparare dall’altro e questo non è scontato. Spesso viviamo in contesti competitivi in cui si tende a imporsi. Fermarsi un momento, ascoltare – e ascoltarsi – davvero è già un grande passo avanti. Poi servono fiducia, chiarezza, sincerità: sono le basi di qualsiasi relazione, personale o professionale.
Hai mai avuto la sensazione di deludere un tuo Mentor?
Sì, mi è capitato, e ho cercato di fare tutto il possibile per rimediare a quella sensazione. Poi, col tempo, mi sono resa conto che spesso era più una mia costruzione mentale che una reale delusione. Però resta forte il senso di responsabilità verso chi ti ha dato qualcosa.
E che tipo di Mentor vuoi essere oggi?
Sto ancora costruendo il mio percorso, ma una cosa l’ho capita: non funziona imporre agli altri la propria esperienza. All’inizio ho fatto questo errore, pensando che ciò che aveva funzionato per me dovesse funzionare anche per altri. Non è così. Ogni persona ha il suo percorso. Un buon mentore deve saper ascoltare, adattarsi e accompagnare, senza imporre.