L’amministratore delegato del broker assicurativo, Gabriele Giacoma ne parla a SustainEconomy.24. E vede opportunità di crescita in Italia e all’estero

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Un modus operandi sostenibile è ormai di importanza strategica e viviamo una rivoluzione data da una convergenza tra forze private e pubbliche per un cambio di passo del Paese. Gabriele Giacoma, amministratore delegato di Assiteca, terzo broker assicurativo del Paese e primo italiano, racconta a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, l’impegno a formare una cultura nella gestione dei rischi e le mutate esigenze delle imprese con la pandemia: dalla cybersecurity alla continuità aziendale. Per il Gruppo vede un ruolo da aggregatore e opportunità di crescita in Italia e all’estero.

Quanto è importante tra le aziende un modus operandi sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale?

«E’ ormai quasi scontato che sia un modus operandi di importanza strategica. Stiamo vivendo una rivoluzione data da una convergenza importante tra forze private, del tessuto industriale, e pubbliche, istituzioni e Governo, per permettere al Paese di fare un cambio di passo. Io sono piacevolmente sorpreso, e lo sono ancora di più dal cambiamento della finanza e dall’importanza che, in tempi brevissimi, ha dato all’inserimento di questi obiettivi nei piani strategici. I fondi di private equity oggi richiedono di fare una due diligence sui temi Esg: è un cambio di paradigma fondamentale».

E quanto questa strategia si inserisce nella vostra società?

«Sin dalla nostra costituzione, 40 anni fa, è stato un tema strategico: già nel 2003 lavoravamo al bilancio sociale arrivando negli anni alla redazione del Report di sostenibilità, la cui nuova edizione sarà presentata a giugno. C’è poi un altro argomento a noi molto caro. L’Italia, pur essendo un Paese altamente industrializzato, è estremamente sotto-assicurata: il rapporto tra premi assicurativi e Pil è molto più basso degli altri Paesi europei. Il divario è in parte dovuto a questioni tecniche, ma il tema è soprattutto culturale: da un punto di vista di conoscenza finanziaria, assicurativa e di gestione dei rischi manca la cultura. Perciò abbiamo investito tantissimo nella formazione: fare cultura ha ritorni economici e sociali importanti, perché le aziende più solide assumono e sono più competitive. A conferma del nostro impegno abbiamo fondato anche una Academy. Per quanto riguarda Assiteca, abbiamo di recente creato un comitato di sostenibilità e, oltre che sulla governance, lavoreremo sui processi di acquisto, sulla mobilità elettrica e, più in generale, sull’efficientamento delle performance ambientali».

Inevitabilmente la pandemia ha cambiato la vita quotidiana, le abitudini e i mercati. Avete rimodulato la vostra strategia sulla prevenzione e gestione dei rischi da parte delle imprese nell’era Covid?

«Durante il primo lockdown siamo rimasti operativi e abbiamo fatto del nostro meglio per essere vicini alle aziende nostre clienti, le cui necessità sono cambiate notevolmente in funzione delle trasformazioni del mercato. E’ il caso della cyber security, rischio accelerato da acquisti online e smart working: i fatturati delle aziende si sono spostati velocemente dai canali fisici a quelli online e le organizzazioni hanno dovuto forzatamente aprire le proprie reti informatiche. L’Italia, uno dei primi Paesi altamente industrializzati ad entrare in crisi pandemica, è diventata il Paese al mondo più attaccato dopo gli Stati Uniti. Di conseguenza si è impennata la percezione del rischio cyber, sul quale abbiamo lavorato tantissimo. Secondo elemento, l’esigenza di continuare a operare in sicurezza, quindi un tema di continuità di business. Poi, necessariamente, si è evoluta la percezione generale dei rischi e della responsabilità nel fare impresa: sono molte le aziende che ci hanno chiesto aiuto per l’ottemperanza alle norme con risvolti anche assicurativi».

Quali sono le prospettive del settore e quali sono quelle del vostro gruppo?

«La crisi pandemica e in genere i momenti di discontinuità – come le crisi del 2008 e del 2011 – sono degli acceleratori. Stavamo già vivendo un periodo di cambiamento e grande evoluzione, per chi gestisce un’azienda sono tempi di grande interesse, io vedo grandi opportunità nel futuro del nostro business. Ma il nostro è ormai un mestiere per aziende di grandi dimensioni, il ruolo che vogliamo giocare è quello di aggregatore per permettere a realtà più piccole, con un know how specialistico, di unirsi a noi per una crescita dimensionale. Questo ci porta a definire un piano strategico che vede come prima linea di sviluppo il continuo consolidamento sul mercato italiano, siamo quotati dal 2015 e abbiamo già fatto 12 operazioni. Poi il cambio di scenario impone un allargamento dei servizi dall’attività di intermediazione a quella di un partner che si affianca all’imprenditore per analizzare i rischi. Terzo elemento è l’internazionalizzazione: abbiamo uffici in Spagna, dove con un piano di crescita per linee esterne vogliamo arrivare tra i primi 10 broker, uno in Svizzera a Lugano e pensiamo di entrare in qualche altro mercato europeo. Ultimo punto è la digital transformation, trasversale a qualsiasi industry. Questi sono i quattro pilastri con cui guardiamo con fiducia al futuro».

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5/6/2021