(Di Maria Elena Nenni, Direttore del Master in Project Management | LUISS Business School)
08/10/2015

ProfessionePM

Il fermento e l’interesse che si registrano intorno alla figura del Project Manager non accennano ad arrestarsi: dopo anni di crescente popolarità, un nuovo impulso è stato dato dall’imminente emanazione della norma UNI sul ruolo del Project Manager, che permetterà la definizione di un Albo professionale dei Project Manager, in linea con le attuali direttive della legge 04/2013. Tale passo, oltre a valorizzare la professione e a qualificarla nel quadro legislativo italiano, ha fatto sì che le opportunità occupazionali siano attualmente buone e  in crescita nel prossimo futuro, soprattutto per i giovani. Proprio questi ultimi, che recentemente hanno visto aumentare la richiesta di profili atti ad occupare questa posizione, si chiedono allo stesso tempo di cosa si occupi veramente il Project Manager (PM).

Prima di parlare di chi è e cosa fa il PM, dobbiamo chiarire il concetto di progetto. Il progetto non è, così come tradizionalmente inteso, la realizzazione tout-court di un manufatto complesso (una nave, un edificio, un ponte, ecc.). Il progetto è invece il raggiungimento di uno o più obiettivi, da cui ci si aspetta di ricevere dei benefici precisi. In questo senso, il progetto non è una data di consegna da smarcare, né una serie di attività da svolgere o compiti da assolvere. Il progetto diventa invece la soddisfazione del cliente interno o esterno, che viene messo in condizione di fruire correttamente e pienamente di un bene o un servizio opportunamente realizzato, e ne incamera tutti i benefici attesi.

Una visione così ampliata del concetto di progetto comporta una parallela estensione dei campi e dei settori in cui trova applicazione: un programma di ricerca, lo sviluppo di sistemi e tecnologie, la riorganizzazione di processi interni sono alcuni esempi di progetti moderni, che possiamo trovare nell’industria, ma anche nelle banche, nelle pubbliche amministrazioni, nelle università, ecc.

In tale contesto, il PM rimane responsabile della conduzione operativa del progetto, ma non circoscrive assolutamente il proprio lavoro alla pura e semplice “supervisione tecnica”. Al fine di assicurare il successo complessivo del progetto che gli è stato affidato (obiettivi e benefici), è indispensabile che il PM adotti un approccio che risulti, di fatto, più compiuto ed esauriente. Così assumono sempre maggiore importanza le doti e le competenze “gestionali” del PM, che davvero sono in grado di assicurare un presidio globale ed efficace del progetto.

Il PM è responsabile della qualità (idoneità all’uso) dei prodotti di progetto. Il PM è responsabile della gestione economica del progetto. Il PM valuta e gestisce opportunamente i rischi associati a un progetto. Il PM integra e coordina i contributi di tutti gli attori o stakeholders di progetto. Il PM gestisce risorse, materiali e immateriali; gestisce risorse umane spiccatamente eterogenee e provenienti da diversi enti interaziendali (altre funzioni) ed extra aziendali (clienti, fornitori, ecc.). A parte le competenze tecniche e gestionali, entrano quindi in gioco l’abilità politica e relazionale. Il PM deve essere in grado di “ingaggiare” i principali stakeholders, di trarre il massimo dalle sue risorse, di far apprezzare e supportare il suo progetto dal Top Management, di negoziare con i fornitori, di dialogare con il cliente. Il possesso dell’abilità “politica”, intesa come naturale disposizione al negoziato, alla comunicazione, alla leadership, diventa una componente irrinunciabile del profilo professionale del PM.

Chi può fare allora il PM? In questo nuovo quadro, in cui competenze tecniche, competenze gestionali e abilità relazionali risultano almeno bilanciate, non esistono particolari preclusioni dal punto di vista del background educativo: chiunque può imparare a fare il PM, anche se in tasca ha per esempio una laurea umanistica. La laurea o l’esperienza incidono principalmente sul campo di applicazione e sul settore in cui il PM troverà impiego. Mi riesce più difficile – non impossibile – pensare a un ingegnere civile come PM, ad esempio, in una industria farmaceutica. Oppure a un avvocato che gestisce progetti in Finmeccanica. Eppure entrambi possono acquisire o affinare le proprie competenze gestionali e abilità relazionali, possono imparare la metodologia del Project Management, da spendere poi efficacemente nel contesto in cui si muovono più naturalmente e in cui anche il loro background tecnico viene opportunamente riconosciuto e valorizzato.