Digital Transformation
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20 Maggio 2022

Dadone: «Al via 7 hub per superare il divario tra domanda e offerta di lavoro»

Il progetto Myc, ovvero "Match young competence", è rivolto agli under 35. «Sul digitale - dice la ministra - occorre permettere a tutti di acquisire le competenze» Novara, Verona, Brindisi, Guidonia, Vallo della Lucania, Enna e Nuoro. Sono le prime sette sedi scelte per il lancio, che avverrà probabilmente in autunno, dei Myc (Match young competence), sette hub per rafforzare la vocazione imprenditoriale e le competenze dei giovani, agendo sulla formazione e lavorando con aziende, realtà private e pubbliche, enti di formazione. L’obiettivo, annuncia a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) la ministra per le Politiche giovanili Fabiana Dadone, è quello di «superare il divario tra domanda e offerta di lavoro agendo sul disallineamento tra i profili e le competenze ricercate dalle aziende da un lato e la formazione e le esperienze dei giovani dall’altro». E di fronte alla carenza delle competenze digitali e in campo della cybersecurity in particolare, la ministra sottolinea la necessità di non perdere «quel treno di riorientamento organizzativo e quindi anche sociale e culturale» innescato dalla pandemia che «anzi andrebbe colto e rafforzato per permettere a tutti i cittadini, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, di acquisire competenze e conoscenze adeguate in un mondo sempre più smart, interconnesso e quindi anche esposto ai rischi cyber». Si tratta di un progetto sperimentale rivolto ai giovani e alle aziende, che permette alle realtà pubbliche e a quelle private dei vari territori di lavorare insieme, in maniera sinergica, con uno scopo unitario: sviluppare la vocazione imprenditoriale e rafforzare le competenze per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità degli under 35, puntando al lavoro e alla formazione dei giovani per contribuire allo sviluppo e al rilancio delle comunità territoriali. I Myc, in questa fase sperimentale, saranno realizzati a Novara, Verona, Brindisi, Guidonia, nel Cilento, ad Enna e Nuoro. Aziende, associazioni di categoria, università, istituti scolastici, ITS, enti locali, professionisti saranno impegnati insieme, in una cornice snella ma definita, per raggiungere obiettivi comuni, coordinati dal Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, per il tramite di Invitalia. Intendiamo con il progetto “Myc: match youth competence” superare il divario tra domanda e offerta di lavoro agendo sul disallineamento tra i profili e le competenze ricercate dalle aziende da un lato e la formazione e le esperienze dei giovani dall’altro. Ogni Myc offrirà servizi, svolgerà eventi informativi, orientativi e di incrocio domanda/offerta nonché percorsi di orientamento e formazione sulle competenze trasversali e su quelle imprenditoriali, guardando a una o più vocazioni territoriali specifiche: ad esempio la biotecnologia, la transizione ecologica, l’agroalimentare, la moda, il design, la logistica, la nautica, il marketing territoriale, la ristorazione e l’accoglienza, la cybersecurity, l’aerospazio, etc. Metodologie e format interattivi e altamente esperienziali, basati su simulazioni, gamification, role-playing, challenge, lavori di gruppo sono le leve con le quali ogni Myc offrirà i propri servizi in favore dei giovani non solo per trasferire conoscenze e competenze, ma per sviluppare il pensiero creativo, la capacità di risoluzione dei problemi e l’orientamento innovativo (c.d. growth mindset). Quali le esigenze che hanno portato allo studio di questo progetto e quali gli obiettivi? Ogni settore produttivo lamenta la difficoltà a trovare risorse umane formate, esperte, capaci. Con i 7 centri in via sperimentale cerchiamo di segnare una best practice che parta dalla mappatura dei fabbisogni e dell’esistente in termini di formazione e professionalizzazione per organizzare con tempi rapidi percorsi di orientamento e formazione ad hoc. Puntiamo a farlo però con il contributo di tutti gli attori dei territori e dei settori interessati. Sinteticamente i tre obiettivi centrali sono: facilitare la transizione scuola-lavoro, sviluppare la vocazione imprenditoriale nei giovani e favorire la realizzazione di stage di lavoro all’estero. I servizi e le attività dei Myc sono rivolti ai giovani in età scolare e post scolare (14-35 anni) e sono declinati su tre differenti ambiti di destinatari: studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado (14-18 anni); studenti universitari (19-24 anni) e giovani disoccupati o in cerca di occupazione (19-35 anni) con uno sguardo ovviamente rivolto anche ai Neet. Quali sono i tempi stimati di realizzazione? Si stanno definendo gli aspetti organizzativi e amministrativi, l’individuazione delle sedi direzionali e il coinvolgimento dei primi partner di ciascun Myc nei vari territori. Prevediamo nel prossimo autunno di inaugurare i Myc per lanciare in via formale le linee di intervento in ambito orientativo, informativo, formativo e di incrocio domanda/offerta di lavoro.C'è in Italia, anche fra i giovani, un forte problema di competenze digitali e in particolare di cybersecurity, come si può risolvere e in che tempi? Lo sforzo messo in atto dai colleghi di Governo è ampio e sta cominciando a produrre i primi risultati. È evidente che il Paese ha un ritardo che in occasione della crisi pandemica è stato notevolmente ridotto anche per la necessità di ridefinire l’organizzazione del lavoro e dei servizi. Certamente quel treno di riorientamento organizzativo e quindi anche sociale e culturale non dovrebbe essere perso, anzi andrebbe colto e rafforzato per permettere a tutti i cittadini, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, di acquisire competenze e conoscenze adeguate in un mondo sempre più smart, interconnesso e quindi anche esposto ai rischi cyber. Il Pnrr può essere la soluzione, anche alla luce degli ultimi imprevisti avvenimenti come il conflitto russo-ucraino? Sicuramente. Anche se è sotto gli occhi di tutti che tra gli strascichi pandemici, la crisi causata dalla invasione russa in Ucraina e l’impatto di quest’ultima sui mercati e sui settori produttivi, le risorse stanziate per far fronte ai danni dal Covid-19 rischiano di essere fortemente intaccate nella loro utilità ed efficacia. Come coinvolgere le ragazze nello studio delle materie Stem? Educando e formando le famiglie, penso, innanzitutto. Purtroppo, veniamo da decenni di una certa cultura che ha da un lato spinto le varie generazioni a rincorrere la formazione scolastica classica, diremmo, o comunque umanistica a discapito di quella scientifica, tecnica o professionale. Dall’altro abbiamo subito un orientamento di genere della formazione, con evidenti ricadute in termini di impoverimento dell’offerta e di un conseguente mancato sviluppo, di una cultura sociale e familiare che vede uomo e donna paritari a lavoro, nella gestione delle cure familiari, etc. È un problema unico che va affrontato in maniera organica.Per quanto riguarda le materie scientifico-tecnologiche ci sono numerosi casi di campagne role model per permettere alle ragazze di vedere concretamente i risultati e le possibilità di donne che come loro hanno scelto la strada di una formazione tecnologica o scientifica. Credo che l’esempio, la testimonianza diretta, di “persone normali” rappresenti oggi per i nostri giovani in generale e per le ragazze in particolare la leva migliore per diffondere e divulgare le buone pratiche, le opportunità, le potenzialità del mondo in cui viviamo. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 20/05/2022

20 Maggio 2022

«Non si può rinunciare a cloud nazionale e strategia industriale europea»

Il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) Roberto Baldoni parla a DigitEconomy.24 «Chi controlla la tecnologia tra 10 anni controllerà tutta la nostra vita. Non possiamo, dunque, rinunciare a un cloud nazionale che abbia gestione italiana e a una strategia industriale europea perché è in gioco il futuro, l'indipendenza e la prosperità dei nostri figli». Parla chiaro, nel corso dell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) Roberto Baldoni. L'importanza della sicurezza cibernetica è stata di recente sottolineata con l'approvazione della strategia nazionale di cybersicurezza per il 2022-2026; contempo il Cdm ha dato via libera all'ultimo Dpcm del perimetro cyber. Intanto l'Agenzia, che è diventata ente di diritto pubblico il 27 dicembre scorso con la pubblicazione dei regolamenti a meno di 4 mesi dalla sua partenza, punta a rafforzarsi nelle competenze e a breve ci saranno altri concorsi. Con l'obiettivo di arrivare a 800 dipendenti entro il 2028. A luglio, inoltre, ci sarà un "avviso" per le Pa locali, basato su fondi Pnrr, per allargare anche a questo fronte il rafforzamento della sicurezza informatica. Per legge dobbiamo arrivare a 300 persone per fine 2023, 800 per il 2028, di recente abbiamo messo a concorso i primi 61 posti per trovare competenze prettamente tecniche. Noi cerchiamo giovani, e per me giovane non si identifica con l'età, ma significa che conosce le più recenti tecnologie in modo molto dettagliato. A settembre ci sarà un nuovo concorso in cui, oltre a tecnici, cercheremo esperti legal e di cooperazione internazionale sulle materie cyber e della trasformazione digitale. Poi ci sarà un concorso per diplomati con esperienza tecnica cyber maturata sul campo. Le competenze necessarie si trovano in Italia? Le università stanno iniziando a sviluppare sensibilità forti in questo senso anche grazie alla nuove lauree professionalizzanti. Noi, come agenzia, siamo deputati anche a certificare in tal senso corsi di laurea, post diploma o di formazione continua. Stiamo creando una capacità in tal senso. In tutto in Italia al momento mancano 100mila figure, a livello mondiale sono carenti 3 milioni di posizioni. Questo è accaduto perché la trasformazione digitale è andata così veloce che la società non è riuscita a tenere il passo. Per queste ragioni dobbiamo orientare i nostri ragazzi, e soprattutto le nostre ragazze, a scegliere corsi di studio che sviluppino, anche in un contesto umanistico, spiccate capacità nel mondo digitale. Ne va del loro futuro, visto che con la trasformazione digitale alcune professioni diventeranno obsolete o saranno molto ridimensionate. Differentemente da quanto accaduto in passato, con l'Ai e il quantum si perderanno anche molte posizioni di professionisti finora considerate intoccabili. A questo punto la trasformazione digitale creerà nuove posizioni, ma dobbiamo avere una società in grado di intercettarle. Noi partiamo molto in ritardo, ma non è un cammino che possiamo non intraprendere. Uno dei compiti dell'Agenzia è proprio questo. Intanto aumentano i crimini informatici, quale ruolo ha il conflitto ucraino? C'è un aumento dei crimini informatici endemico che avviene dal 2010. Da quindici anni a questa parte, inoltre, la criminalità è man mano arrivata in questo mondo. Dopodiché ci sono stati due eventi: la pandemia e la guerra. Con la pandemia sono stati portati fuori dal "firewall aziendale" una serie di servizi informatici per abilitare il lavoro da casa degli impiegati. Se questo lavoro non è stato fatto a regola d'arte, si sono create nuove falle opportunamente sfruttate da criminali informatici per trafugare informazioni e bloccare i sistemi con i cosiddetti ramsonware. Tutto ciò ha aumentato ulteriormente i crimini. La guerra è stato un altro acceleratore, ma almeno fino alla settimana scorsa in misura molto inferiore di quanto ci aspettassimo. Ora che situazione registrate sul fronte cibernetico? Purtroppo, a partire dal 12 maggio scorso, registriamo un aumento di attacchi di tipo Distributed Denial of Service (DDOS) verso siti nazionali preceduti da campagne di scansione delle reti per capire quali siti non hanno le protezioni adeguate e poi procedere all'attacco. Ricordo che il DDOS è un attacco che non permette più l'accesso al sito della vittima anche se, fortunatamente, non crea problemi alla confidenzialità e alla integrità dei dati gestiti dalla vittima. Per cercare di difendersi è estremamente importante che gli esperti di sicurezza e i gestori dei sistemi informatici della pubblica amministrazione e del settore privato seguano le indicazioni dello Csirt che segue l'evoluzione della situazione degli attacchi nello scenario di crisi 24 ore su 24 dal 14 gennaio e per ogni campagna di attacco verso le nostre reti e i nostri siti, dopo aver analizzato la campagna, fornisce spiegazioni su come sta avvenendo e le misure di mitigazione da adottare. Si è potenziata nel frattempo la sicurezza delle infrastrutture cruciali? Si è fatto un grosso lavoro negli ultimi anni grazie alla legge sul perimetro di sicurezza nazionale cibernetica (ripresa anche da altre nazioni come gli Usa) per i servizi digitalizzati critici del nostro Paese, servizi la cui compromissione creerebbe problemi di sicurezza nazionale. Ovviamente, ci dobbiamo allargare e andare verso infrastrutture anche meno sensibili, però questo è un processo lungo. Il Pnrr ci sta dando in questo momento grande energia, l'Agenzia ha appena chiuso un "avviso per interventi di rafforzamento cibernetico", aperto alla Pubblica Amministrazione centrale e agli organi costituzionali, al quale hanno risposto una trentina di amministrazioni e, quindi, nei prossimi giorni partiranno i primi interventi di rafforzamento delle loro infrastrutture digitali che si concluderanno nei primi mesi del prossimo anno. Poi ci saranno altri interventi fruibili anche dalle stesse amministrazioni secondo un piano validato dall'Agenzia fino al 2026 che potrà anche usare altri fondi. A luglio è previsto un "avviso" per le amministrazioni locali sempre su fondi Pnrr. Quando si partirà in concreto col rafforzamento della Pa locale? Credo che potremmo partire a settembre-ottobre dell'anno prossimo, una volta valutate le proposte di intervento presentate. Inoltre, per alleviare il problema delle competenze, in Agenzia abbiamo un programma di assumere progressivamente personale distaccato delle PA per 3-4 anni che verrà formato da noi e ritornerà nella amministrazione di partenza dove sarà in grado di insegnare ai colleghi. A regime, avremo 200 persone in distacco. Vogliamo essere una fucina di competenza per il Paese. Il Pnrr vi consentirà di raggiungere l'obiettivo? L'Agenzia gestisce nel Pnrr l'obiettivo 1.5, siamo cioè il soggetto attuatore riguardo a 623 milioni di euro di cui 150 destinati alla Pa centrale e locale. Può sembrare una grande cifra ma non lo è e quindi non si potranno soddisfare tutte le richieste delle Pa, stiamo quindi cercando in particolare con le Regioni, di trovare ulteriori fondi all'interno del budget Pnrr, dedicato a settori specifici come la sanità o i trasporti, dove poter implementare progettualità di rafforzamento della sicurezza cibernetica delle infrastrutture digitali sanitarie. Secondo noi, infatti, almeno il 10% del budget di un progetto di trasformazione digitale dovrebbe essere dedicato alla cybersecurity. C'è un problema di dipendenza tecnologica in Italia e in Europa? Direi di sì. Purtroppo, negli ultimi venti anni l'Italia e l'Europa si sono adagiati su tecnologia prodotta da Paesi extra-europei e questo crea una dipendenza tecnologica. Se la tecnologia di infrastrutture digitali critiche di un Paese viene fornita da pochissimi produttori magari che hanno legami con governi che hanno valori diversi dai nostri, questo può condurre a scenari di crisi con problematiche simili a quelle che stiamo vivendo in questi giorni con l'approvvigionamento energetico. Ma è difficile produrre tutta la tecnologia necessaria nel nostro Paese… L'obiettivo non è produrre in casa tutta la tecnologia immaginabile, questo non è pensabile. Dobbiamo produrre alcuni tipi di tecnologie particolarmente sensibili come quelle di sicurezza informatica, ma non bisogna mai perdere le capacità, come Italia e come Europa, di analisi delle altre tecnologie digitali, quelle che non produciamo direttamente, a partire dai microprocessori. A cosa non si può rinunciare? Al cloud nazionale, ad esempio. Come Italia dobbiamo essere in grado di gestire una tecnologia di questo tipo. Il cloud è fatto, per semplificare, da una parte di tecnologia e una di operations. Né noi né l'Europa siamo in grado di soddisfare la parte tecnologica da soli. Occorre, quindi, lavorare per riuscire, magari tra 10 anni, ad avere un player europeo in grado di sviluppare quel tipo di tecnologia ed essere in grado di competere con i colossi extra-europei. Ma oltre alla parte tecnologica c'è quella delle "operations", occorre cioè essere in grado di controllare e gestire una rete di data center in modo da fornire servizi con alto grado di disponibilità su cloud. Ecco noi dobbiamo portare in Italia questa capacità nel più breve tempo possibile. La legislazione europea non ha giovato alla creazione di campioni tecnologici europei? La visione della Commissione era molto europocentrica, invece doveva essere globale. Questo è stato alla lunga un fattore negativo. Un'altra cosa fondamentale è sviluppare un'unica strategia industriale, questo significa come prerequisito avere nuove regole per gestire l'Unione europea, argomento che il presidente Draghi ha portato di recente in Parlamento europeo. Il rischio altrimenti è restare pesci piccoli che litigano in un piccolo acquario mentre gli squali fuori aspettano il momento di mangiarli. Come si può ovviare al problema dell'uso del Cloud act da parte degli Usa? Per la parte legata ai dati sensibili nazionali, sviluppando il cloud nazionale. Creando una propria "isola" che potrebbe usare all'interno tecnologia anche extra europea ma non connessa in modo stretto ai "continenti" rappresentati dalle reti dei datacenter delle multinazionali extra UE. In questo modo si può creare una barriera al Cloud act. Non possiamo dunque rinunciare a sviluppare tecnologia nazionale ed europea? Sì, non abbiamo alternativa, chi controlla la tecnologia tra 10 anni controllerà tutta la nostra vita. Non possiamo, dunque, rinunciare a un cloud nazionale che abbia gestione italiana e a una strategia industriale europea perché è in gioco il futuro, l'indipendenza e la prosperità dei nostri figli. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 20/05/2022

20 Maggio 2022

La start-up Cryptosmart pensa nell’ottica della Borsa e punta su nuovi mercati

I due co-ceo, Alessandro Frizzoni e Alessandro Ronchi, già fondatori di Go Internet e Aria, spiegano i piani dell'azienda e le prospettive del settore La start-up della criptovalute, Cryptosmart, guidata dai due co-ceo Alessandro Frizzoni e Alessandro Ronchi, guarda già da ora alla quotazione in Borsa e si prepara ad espandersi in altri Paesi come Francia e Germania. In un momento in cui le criptovalute sono sotto i riflettori internazionali e sempre più in discussione sotto vari profili, i due manager, già fondatori di Aria e Go Internet, spiegano a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School) i piani futuri: «Il nostro obiettivo non è solo quello di portare un servizio dove è possibile fare trading di criptovalute, come nella cultura della maggior parte delle persone che si avvicina a questo tipo di moneta, ma creare un ecosistema dell’uso delle criptovalute nell’economia reale. La nostra è un’innovazione, non solo a livello italiano ma anche europeo; il nostro è il primo esempio di uso nella vita quotidiana. La società con questo obiettivo ha dato la possibilità di acquistare gift card digitali dei migliori marchi della grande distribuzione italiana dall’elettronica all’abbigliamento, senza alcuna intermediazione pagando in Bitcoin». Il primo servizio lanciato a settembre scorso Ronchi e Frizzoni hanno fondato, assieme ad altri soci, Cryptosmart a inizio 2021 e hanno lanciato a settembre scorso il primo servizio che permette di acquistare, vendere e trasferire criptovalute. «Noi veniamo dal mondo dell’innovazione avendo fatto già due esperienze professionali importanti: la creazione di Aria, che si era aggiudicata frequenze Wimax poi vendute a Fastweb, e il successivo lancio di Go Internet, società che abbiamo quotato e poi venduto nel 2019 a Linkem. Quindi abbiamo lanciato, a febbraio del 2021, la nuova start up sulle criptovalute».La società ha anche lanciato «servizi per le imprese che possono, integrando la piattaforma con aziende di e-commerce, farsi pagare in criptovalute. C’è grande interesse non solo da parte delle aziende che detengono piattaforme di e-commerce, ma anche da parte di chi non ce l’ha e ha iniziato ad aprire i cosiddetti wallet aziendali su Cryptosmart». «Italia Paese ideale per l’uso della criptovalute, ora istituito anche il registro» Con la recente istituzione del registro per le criptovalute, secondo i due manager, l’Italia è «un Paese ideale per l’uso di questo tipo di pagamento. D’altronde l’Agenzia delle entrate già da anni considera i pagamenti delle criptovalute come valute straniere e, quindi, quando si fanno acquisti in bitcoin non si deve pagare il capital gain se la giacenza è sotto i 51mila euro. Tutto ciò semplifica molto l’uso delle criptovalute nell’economia reale. Negli Usa, invece, ad esempio, se si compra il caffè con il bitcoin va calcolato il capital gain. Inoltre, se in una fase iniziale pensavamo che si trattasse di un mercato di nicchia, ci stiamo accorgendo che invece è in forte espansione. Sempre più gente si sta avvicinando a questo settore, non solo i professionisti. Tutto ciò contribuisce a rompere il muro di diffidenza. Anche il mondo bancario, inizialmente ostile, si sta avvicinando sempre di più; ha capito che è una rivoluzione inarrestabile. Siamo, quindi, in una situazione favorevole visto che non solo siamo tra i primi in Italia a fare un progetto del genere, ma c’è anche un ecosistema favorevole da un punto di vista legislativo e normativo». Nel conflitto russo-ucraino criptovalute per donazioni oppure per aggirare le sanzioni In Europa, ricordano, «è stata approvata la normativa che uniformerà l’exchange di criptovalute. Di conseguenza, l’azienda che ha una licenza in un Paese europeo potrà operare in tutti gli altri Paesi. Per i russi e gli ucraini, invece, poco prima dello scoppio della guerra sono state approvate leggi specifiche. L‘Ucraina ha ricevuto molte donazioni in criptovalute e i cittadini, con un territorio sempre più controllato da russi, non possono andare facilmente in banca. Non solo: anche l’opposizione al regime di Putin ha ricevuto per anni donazioni in criptovalute visto che Navalny non può certamente accedere al proprio conto in banca. Quindi per i russi quello delle criptovalute è un grosso problema perché in questo modo si finanzia l’opposizione ucraina. In una fase del conflitto, inoltre, i russi che hanno visto la loro moneta crollare, hanno anche cercato di salvarsi comprando bitcoin e vendendo rubli. Poi c’è l’altro problema dell’aggiramento delle sanzioni. Le criptovalute, infatti, non si possono fermare facilmente, vanno direttamente da un individuo all’altro; se volessi mandare un pagamento in criptovalute a un magnate russo lo potrei fare senza nessun blocco, ma poi si avrebbero problemi di cambiare la moneta». In generale, secondo i due imprenditori, l’uso delle criptovalute, è più adatto nei Paesi che non hanno una valuta forte. «Oggi l’inflazione è a livelli record, ma in genere l’andamento dei prezzi al consumo è a livelli ragionevoli, quindi il bisogno delle criptovalute non è così grande». Nei prossimi anni il quadro si evolverà: «si potranno fare pagamenti in bitcoin senza tempi di attesa e commissioni. Negli Usa, ad esempio, hanno già annunciato che il più grande produttore di Pos accetterà pagamenti in criptovalute, quindi da Walmart, Starbucks, Mc Donald’s sarà possibile pagare con bitcoin anche nei negozi. La tecnologia sta maturando e l’uso delle criptovalute cresce del 450% l’anno».Tornando ai progetti della start up, Cryptosmart, di fronte a un mercato molto nuovo e in crescita, non ha fatto stime di fatturato per gli anni a venire. Intanto «anche se ci vorranno anni - dicono i due manager- stiamo costruendo l’azienda nell’ottica di quotarla in Borsa, è il mercato più efficiente per reperire i capitali per la crescita». Non si esclude l’interesse dei fondi che «ci conoscono e ci hanno accompagnato nella prima e seconda esperienza, adesso qualche capitale lo abbiamo anche noi, avendo venduto due aziende, e per ora abbiamo utilizzato i nostri fondi. Già dall’anno prossimo consideriamo l’espansione in Francia, Germania e in altri Paesi europei». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 20/05/2022

20 Maggio 2022

«Italia carente nel settore delle criptoattività ma può aspirare a ruolo di leadership»

Il socio fondatore di Lexia Avvocati illustra i punti di forza e le lacune del quadro normativo nazionale Negli ultimi anni, il settore del Fintech in Italia ha assistito ad una forte crescita. La nascita di nuovi modelli di business ha condotto il legislatore e le autorità di vigilanza ad avviare diverse iniziative volte alla creazione di un ecosistema solido e attrattivo per gli investitori, anche internazionali. Molto è stato fatto e sicuramente molto è ancora da fare. Con un poco di orgoglio, si può ricordare che l’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad aver avviato una Sandbox dedicata agli operatori Fintech, ossia un percorso per la sperimentazione di modelli di business innovativi sotto la supervisione delle autorità di vigilanza. Questa iniziativa rappresenta un evidente indice dell’attenzione che il governo e le autorità stanno prestando al settore e della volontà di promuoverne la crescita. A valle della chiusura della prima finestra di presentazione delle domande di ammissione, si registra già una particolare apertura da parte delle autorità di vigilanza coinvolte. «Ancora numerose le riforme di cui il settore avrebbe bisogno» Sono però ancora numerose le riforme di cui il settore avrebbe bisogno per esprimere appieno le proprie potenzialità, non solo attraverso interventi volti a semplificare la regolamentazione attuale, ma anche introducendo discipline innovative che consentano agli operatori di cogliere appieno le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica. Al riguardo, si può ricordare che la Germania o la Svizzera, ad esempio, hanno già da tempo introdotto leggi volte a consentire l’utilizzo della tecnologia blockchain per facilitare l’emissione di partecipazioni in società o fondi attraverso un sistema semplice ed immediato, che consenta di superare gli adempimenti notarili previsti dal nostro sistema normativo ed i relativi costi. L’Italia è purtroppo ancora in attesa di un intervento di riforma di questo tipo, che allinei le nostre norme a quanto previsto dai Paesi più avanzati – intervento di cui beneficerebbero, in primo luogo, start-up e Pmi.L’Italia poi non ha, ad oggi, un quadro regolamentare specificamente dedicato al settore delle cripto-attività ed alla finanza decentralizzata, che costituisce oggi la frontiera dell’innovazione in materia finanziaria. La normativa di maggiore rilevanza è sicuramente quella contenuta nel decreto antiriciclaggio, che impone ai soggetti che operano tramite valute virtuali il rispetto di determinati obblighi in materia di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. «Di recente l’obbligo di iscrizione al registro tenuto dall’Oam» Di recente introduzione è invece l’obbligo per i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valute virtuali di iscriversi ad un registro tenuto dall’organismo agenti e mediatori (Oam), a cui seguono diversi obblighi di reportistica e monitoraggio. Il set di norme indirizzate alle cripto-attività potrà inoltre espandersi a seguito dell’approvazione ed entrata in vigore del regolamento europeo cosiddetto MiCa, che si pone l’obiettivo di creare una disciplina di regolamentazione delle cripto-attività unica per l’intero territorio dell’Unione europea.Si pensi anche a fenomeni del settore Fintech e Blokchain di più recente genesi ma che sono esplosi velocemente, come il mercato degli NFT (token non fungibili) e delle Decentralised Autonomous Organisations (DAO), ambiti che non sono ancora destinatari di una regolamentazione ad hoc. Nel nostro ordinamento alcune norme non sono al passo con i tempi Dall’altro lato, il nostro ordinamento prevede ancora alcune norme che non sono al passo con i tempi e costituiscono un freno all’innovazione nel settore della finanzia digitale, rischiando di dirottare progetti innovativi verso giurisdizioni meno restrittive. Ad esempio, in Italia per ricoprire l’incarico di amministratore delegato di una banca o di un altro intermediario autorizzato, è necessario avere almeno quattro o cinque anni di precedente esperienza come amministratore di un’altra banca o società comparabile, con la conseguenza che sono spesso esclusi professionisti competenti ma di giovane età. Un ulteriore esempio è costituito dalle imprese Fintech operanti nel settore della prestazione di servizi di investimento (si pensi, ad esempio, al robot advisory, al micro-investing, etc.) per le quali l’Italia richiede un capitale sociale minimo pari a più del doppio, in alcune ipotesi, rispetto a quanto previsto in altre giurisdizioni europee. Inoltre, in Italia non è possibile prestare questi servizi appoggiandosi alla licenza di un soggetto già autorizzato – come cosiddetto “agente collegato”. La conseguenza è che molte start-up si rivolgono a Paesi che presentano un regime maggiormente favorevole. Sicuramente l’Italia può aspirare ad assumere un ruolo di leadership nel panorama dell’innovazione finanziaria in Europa, anche grazie all’elevata reputazione del suo sistema di vigilanza finanziaria, alla qualità del capitale umano, di molteplici incentivi fiscali e programmi di finanziamento disponibili per le start-up innovative e l’assunzione di risorse qualificate, nonché per il trasferimento in Italia di manager e professionisti. Il percorso fatto ad oggi dovrebbe essere accompagnato da una visione a lungo termine e da una politica legislativa che favorisca la crescita del settore Fintech e di cui beneficerebbe l’intero sistema Italia. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 20/05/2022

09 Maggio 2022

«L’infrastruttura di Linkem non interessa, non escludo partecipazione a rete unica»

Parla il nuovo co-ceo del gruppo Eolo, Guido Garrone, che anticipa le linee di sviluppo aziendali Non c’è interesse per la parte rete di Linkem mentre non si esclude la partecipazione alla futura rete unica tra Open Fiber e Tim, anche se è un argomento prematuro. Intanto il focus, dopo l’intesa con Open Fiber per il rilegamento in fibra di mille torri, sono nuovi accordi commerciali. È il futuro di Eolo, operatore Fwa fondato da Luca Spada e oggi controllato al 75% dal fondo Partner Group, secondo quanto anticipa a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), il nuovo co-ceo per la parte rete, Guido Garrone, dopo la decisione di suddividere l’azienda in due divisioni, quella appunto per l’infrastruttura e quella per i servizi.  Eolo ha chiuso il 2021 con ricavi a 191,9 milioni ed ebitda rettificato per 107,7 milioni e punterà sempre sulla copertura delle aree in digital divide. Quali sono le prospettive della riorganizzazione? L’azienda oggi ha due gambe, non sono società distinte, ma due facce della stessa medaglia, due divisioni: la network division e la service division. Più o meno tutti gli operatori si sono organizzati o si stanno organizzando così, da Linkem a Tim a Wind. La nostra scelta di business originaria è stata quella di portare il servizio nelle aree in digital divide profondo dove c’era solo il rame che non dava performance sufficienti. Abbiamo quindi usato il wireless, ovvero le frequenze radio, per fornire accesso fisso a banda ultra-larga. Ci troviamo in una situazione di vantaggio competitivo perché un secondo operatore che arrivasse nelle piccole valli dove siamo andati per primi troverebbe difficile e non conveniente economicamente replicare la rete. Questo nostro vantaggio ci è riconosciuto da tutto il settore. In futuro, man mano che si porterà la fibra nel Paese ci saranno delle aree dove si andrà in sovrapposizione con la nostra infrastruttura, e migreremo allora i nostri clienti alla fibra ove possibile, ma nelle zone impervie della montagna o in altre aree simili la fibra resterà non sostenibile e quei clienti saranno serviti da noi sempre attraverso le frequenze radio. Guardate a collaborazioni commerciali? Al momento abbiamo una partnership con Open Fiber per il rilegamento in fibra di 1.000 torri, ma siamo aperti a collaborare anche con altri operatori. In ogni caso in un Paese come l’Italia, diverso dalla Germania, dall’Inghilterra o da altri grandi stati europei che sono pianeggianti e quindi più facili da coprire con la fibra, stimiamo che, considerati anche i ritardi attuali, un 30% della futura copertura nazionale avverrà in Fwa (Fixed Wireless Access). Rispetto ai 26 milioni di famiglie italiane, 7-8 milioni saranno quindi servite in Fwa sia nelle aree grigie sia in quelle bianche. Diversamente, non riusciremo mai, per il nostro tipo di business, ad entrare nelle città dove c’è già molta competizione. Noi abbiamo scelto di specializzarci nella nostra tipologia di servizio, l’Fwa, perché siamo sicuri di avere in questo campo una dimensione infrastrutturale e tecnologica nonché una focalizzazione che altri non hanno. Che target di copertura avete? L'obiettivo è quello di anticipare il completamento della nostra copertura FWA a banda ultra-larga per i 7-8 milioni di famiglie suddette, accelerando rispetto alle tempistiche previste dai piani PNRR e incrementando la nostra attuale customer base, pari a circa 600mila clienti, grazie ad un mix di crescita retail e wholesale. Pensate a co-investire con altri operatori, a partecipare ad esempio all’eventuale rete unica? Partiamo dall’assunto che duplicare la soluzione Fwa non conviene affatto. Non dico che faremo parte della rete unica, ma non lo escludo neanche. Oggi, vista l’attenzione dimostrata dal mercato per la nostra azienda e il fatto che oggettivamente costa troppo portare la fibra dappertutto, la soluzione che offriamo e sulla quale abbiamo una leadership viene considerata efficace. Il nostro azionista di maggioranza è Partners Group, è socio finanziario razionale che vuole che il capitale renda bene; dunque, se in futuro ci fosse un soggetto in Italia che riconoscendo le nostre capacità avesse bisogno di queste competenze, certamente potrebbe approfondire la discussione. Ma sono discorsi prospettici, intanto auguro all’Italia di evitare duplicazioni inutili. Al momento è da sottolineare che si tratta di tematiche marginali rispetto al livello di competition e di street price che c’è sul mercato, in particolare nelle grandi aree metropolitane. In questa situazione il consolidamento è necessario? Assolutamente sì. Usa e Cina hanno una manciata di operatori a testa; l’Europa ha 45 incumbent, in Italia ci sono 130 operatori. Pensate a un’operazione col vostro competitor, Linkem? Rispettiamo tutti quelli che lavorano su questo mercato e non siamo in competizione con Linkem. Analizzando quindi la rete, in particolare per quanto riguarda la copertura che è complementare alla nostra; è un’operazione che non riteniamo di nostro interesse. Come accennavo, rimarremo focalizzati sui territori in digital divide convinti che l’accesso di rete fissa mediante onde millimetriche sia la risposta più efficace ed efficiente per rispondere alla domanda di banda ultralarga in quella porzione di mercato. A parte Linkem, siete interessati ad altre società, magari più piccole? Già oggi abbiamo molte partnership con piccoli operatori wireless, i wisp (wireless internet service provider), ce ne sono diverse decine in Italia che storicamente presidiano alcuni territori. Tuttavia, non siamo interessati ad acquisizioni, lo sforzo dell’integrazione sarebbe esagerato. Preferiamo, dunque, dare ai wisp accesso alla nostra rete e lasciamo che restino attivi sul territorio col loro brand, offrendo qualità del servizio grazie ai nostri investimenti in rete che loro farebbero fatica a sostenere. Siamo, inoltre, attivi con grandi operatori come Wind, Fastweb, Sparkle, Verizon, Orange, ecc. per offrire connettività wholesale e business nei nostri territori. Avete partecipato ai bandi Pnrr? Abbiamo analizzato con attenzione il bando Italia a 1 Giga e non abbiamo partecipato, sia perché in alcuni casi - per dimensione dei lotti - sarebbe stato uno sforzo non sostenibile, ma anche in lotti più piccoli abbiamo verificato che non c’era una redditività sufficiente. Avremmo dovuto fare una copertura ad altissima capacità in territori con case così sparse dove non è conveniente economicamente e dove invece la copertura si può raggiungere solo con soluzioni dedicate molto costose (collegamenti punto-punto, satellite, ecc.). Preferiamo proseguire con prudenza a servire il nostro mercato di riferimento. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 6/5/2022

09 Maggio 2022

«Aperti a dialogare con le altre aziende e ad accordi per evitare duplicazioni»

Parla Guido Bertinetti, nuovo direttore Network e operations di Open Fiber, dopo l'accordo con Aspi Dopo l'accordo con Aspi e la creazione di un consorzio per assumere e formare manodopera, Open Fiber è pronta a dialogare con altre aziende, del settore telco e non, per risolvere assieme problemi comuni come quello della carenza di manodopera per costruire le reti. D’altro canto, la società è aperta ai co-investimenti e non esclude accordi per evitare duplicazione di investimenti (ha infatti dato il via libera all’accordo commerciale con Tim commerciale a cui manca l’ok del cda di Fibercop, ndr) e conta già «300 partner, nazionali e internazionali, che possono vendere i propri servizi su una rete che ha già raggiunto 14 milioni di unità immobiliari e che, a fine piano, ne raggiungerà 24 in tutta Italia». A fare il punto, con DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School) è Guido Bertinetti, da qualche giorno nuovo direttore Network e operations di Open Fiber al posto di Gabriele Sgariglia. Secondo quanto detto di recente da Laura Cioli, ad di Sirti, per fronteggiare alla carenza di manodopera necessaria a costruire le nuove reti occorre fare sistema. Che cosa ne pensa Open Fiber? Servirebbe un tavolo comune tra le aziende di rete e le telco? La carenza di manodopera è un problema che interessa numerosi settori e certamente non risparmia quello delle telecomunicazioni. Il ministro Colao ha dichiarato che servirebbero nella filiera almeno diecimila addetti in più rispetto a quelli già in campo. Il dialogo e la sinergia tra aziende è fondamentale e, per fornire una risposta concreta al tema, Open Fiber ha lanciato in collaborazione con Aspi e Ciel il consorzio Open Fiber Network Solutions che prevede l’assunzione e la formazione di personale e che ci consentirà di completare il piano di copertura de Paese. Parliamo di circa mille persone aggiuntive sui cantieri nell’arco del primo anno di attività del consorzio. L’esempio del consorzio con Aspi per assumere e formare manodopera potrebbe fare da apripista nel settore? Pensate ad altre iniziative del genere e con che tipo di aziende? Fino a oggi Open Fiber non disponeva di squadre di operai di cantiere. Il consorzio ci permette di essere più flessibili e di movimentare i tecnici sul territorio laddove è necessario. Ma si tratta anche di un’iniziativa per il Paese, una risposta di sistema nell’ambito del mondo Cdp, che alla fine del 2021 è diventata il nostro azionista di maggioranza, che sfrutta le sinergie con Aspi e la sua esperienza nell’infrastrutturazione. In generale, OF è disponibile a dialogare con tutte le aziende, nel settore delle Tlc ma non solo, interessate a individuare soluzioni per problemi comuni. La via del co-investimento anche con aziende diverse dalle telco può essere auspicabile? Il piano di Open Fiber è stato strutturato per coprire tutto il territorio nazionale (aree bianche, nere e grigie). Questo non esclude che possano venire stipulati accordi per evitare la duplicazione degli investimenti. Come operatore wholesale only, OF continua a sviluppare accordi commerciali con tutti gli operatori interessati all’utilizzo della sua rete: sono già 300 i partner, nazionali e internazionali, che possono vendere i propri servizi su una rete che ha già raggiunto 14 milioni di unità immobiliari e che, a fine piano, ne raggiungerà 24 in tutta Italia. A livello di regolazione e permissistica ci sono ancora, nonostante i decreti di semplificazione, problemi nella realizzazione delle reti? Lo sforzo compiuto da Governo e Parlamento con gli ultimi provvedimenti di semplificazione è stato importante. È stato fatto molto, ma è fondamentale che queste riforme siano poi messe in pratica, perché in Italia l’applicazione delle norme primarie nei regolamenti e nelle pratiche degli enti locali è spesso lenta e non uniforme. Ancora oggi l’efficacia degli ultimi tre provvedimenti di semplificazione (2019, 2020, 2021) è ridotta a causa di un’implementazione disomogenea. Avete le competenze necessarie in Open Fiber per gli investimenti previsti nei bandi Pnrr e la digitalizzazione del Paese? Sì. Nei cinque anni di operatività dalla sua fondazione, Open Fiber ha impiegato quattro miliardi di euro di investimenti, che diventeranno 15 a fine piano. Attualmente stiamo lavorando per completare la rete nelle aree nere e bianche e attendiamo l’esito delle gare sulle aree grigie, per lo più distretti industriali, che riguardano un’altra fetta di Paese rimasta indietro dal punto di vista della connettività ultraveloce. La nostra rete ultraveloce non connetterà soltanto case e aziende, ma vuole essere il sistema nervoso del Paese. In quest’ottica il MoU siglato con Aspi consentirà lo sviluppo di tutta una serie di servizi innovativi in città, strade, autostrade, porti come il controllo intelligente di traffico e accessi, sistemi di irrigazione e monitoraggio del territorio fino alla mobilità elettrica. Open Fiber vuole fare la sua parte, sviluppando sinergie e collaborando a livello di sistema per aiutare il Paese a cogliere e vincere la sfida del Pnrr. È in dirittura d’arrivo il fondo bilaterale di settore che ha la finalità di consentire il turn over e il reskilling del comparto in vista delle nuove necessità. Può essere una buona opportunità anche per Open Fiber? Open Fiber è un’azienda giovane e solida che sta continuando ad assumere personale per completare un corposo piano industriale, quindi, in questo momento il fondo bilaterale non ci riguarda direttamente. Tuttavia, visto il momento di crisi del settore delle tlc aggravato dalla carenza di manodopera e dall’aumento del prezzo delle materie prime, ogni intervento di regia e semplificazione messo in campo anche dal Governo è sicuramente bene accetto per poter far fronte alle difficoltà del contesto e velocizzare le attività. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 6/5/2022

09 Maggio 2022

Asstel: «Il fondo bilaterale è pronto, fondamentale il sostegno del Governo»

Parla la direttrice dell'associazione delle telco, Laura Di Raimondo, che chiede ora un tavolo per il comparto con tutti i ministeri coinvolti Manca poco all’avvio del fondo bilaterale di settore per le telco e l’associazione di categoria Asstel torna a chiedere un aiuto economico da parte del Governo per la fase di start up. Perché il comparto, spiega Laura Di Raimondo, direttrice dell’associazione a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) ha problemi di sostenibilità economica, come dimostrano gli ultimi dati sull’andamento dei ricavi e, allo stesso tempo, è centrale nel processo di digitalizzazione del Paese. Per questo occorre un tavolo del settore «a tutto tondo, con tutti i ministeri coinvolti». Necessario un profondo reskilling, da formare 100mila dipendenti l'anno Il settore, in questa fase ha necessità, inoltre, di un profondo reskilling, proprio per andare incontro alle nuove esigenze del mercato dei servizi digitali. Dal 2021 al 2025 si prevede in media la formazione di oltre 100mila dipendenti all’anno della filiera e l’erogazione di quattro giornate medie di formazione per persona, con una spesa complessiva di oltre 110 milioni di euro. Anche a supporto di questa esigenza nasce il fondo bilaterale di settore, finanziato per due terzi dalle aziende e per un terzo dai dipendenti. «Il 20 aprile scorso abbiamo firmato l’accordo con le organizzazioni sindacali, dando seguito a quanto previsto nell’avviso comune sottoscritto lo scorso 12 novembre 2020 unitamente al rinnovo del ccnl delle tlc, che individua le diverse azioni che si possono attuare attraverso il fondo di solidarietà bilaterale del settore delle tlc. L’accordo è stato trasmesso al ministero del Lavoro per l’avvio dei passaggi autorizzativi che si concluderanno con l’emanazione di un decreto ministeriale e a quel punto il fondo potrà essere operativo. Abbiamo chiesto al Governo la possibilità di avere un supporto pubblico o all’interno del Pnrr o attraverso la fiscalità dello stato per le finalità del fondo, aggiuntivo rispetto al finanziamento da parte di imprese e lavoratori, che ne acceleri la piena operatività soprattutto nella fase di avvio. Riteniamo fondamentale questo sostegno, anche in considerazione del ruolo che la filiera delle telecomunicazioni può e vuole giocare per il raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione del Paese». Un comitato costituito da Asstel, sindacati e ministeri per amministrare il fondo L’amministrazione del fondo è deputata a un comitato composto da quattro componenti di Asstel e quattro nominati dai sindacati di settore Slc Cgil, Fistel Csl, uilcom Uil e Ugl Telecomunicazioni, da due rappresentanti con qualifica di dirigente, rispettivamente del ministero del Lavoro e delle politiche sociale e del ministero dell’Economia e delle finanze. Il presidente sarà scelto tra i propri membri. Alle riunioni parteciperà anche il collegio sindacale dell’Inps, nonché il direttore generale dello stesso istituto o un suo delegato, con voto consultivo. Nell’atto costitutivo è previsto anche l’obbligo di bilancio in pareggio e non possono essere erogate prestazioni in carenza di disponibilità. Gli interventi a carico del fondo sono, dunque, concessi entro i limiti delle risorse già acquisite. Tra le prestazioni che possono essere erogate l’accordo prevede il finanziamento di programmi formativi di riconversione o riqualificazione professionali, anche in concorso con gli appositi fondi nazionali e/o dell’Unione europea. «Da tempo chiediamo un tavolo di settore a tutto tondo con tutti gli stakeholder» Dal fondo di settore, passando per le necessità di reskilling e upskilling, alla richiesta di alzare i limiti elettromagnetici, agli strumenti per accompagnare e supportare le imprese nei cambiamenti in corso. «Da tempo abbiamo chiesto – aggiunge Di Raimondo - un tavolo sul settore a tutto tondo in cui fossero presenti tutti i Ministeri e gli stakeholder coinvolti. Siamo convinti sia fondamentale avviare un percorso, un punto di raccordo per ragionare su tutta la filiera delle tlc, necessario anello di congiunzione per la messa a terra del Pnrr. Oltre al fondo bilaterale di settore - spiega la dirigente – c’è la necessità di alzare i limiti elettromagnetici che restano tra i più bassi d’Europa, e occorre risolvere il problema della sostenibilità economica della filiera che, da un lato, ha un alto tasso di investimenti, dall’altro è in sofferenza su ricavi e marginalità. Servono dunque azioni mirate e di sistema». Per Asstel, inoltre, «un aspetto chiave per la ripresa del settore, oltre che del Paese, passa da un rapporto di collaborazione, nel pieno rispetto dei ruoli e delle prerogative di ciascuno, tra tutti gli attori che contribuiscono alla definizione dello scenario e del quadro normativo, allo scopo di creare un contesto favorevole ad investimenti e innovazione. La trasformazione digitale è un driver chiave per la competitività dell’interno sistema Paese e in prospettiva porterà benefici anche in termini di ambiente e, quindi, transizione ecologica».Quanto al tema delle competenze, e in particolare della necessità di figure professionali mancanti, «un aspetto importante per la realizzazione dei piani previsti riguarda l’aumento della capacità produttiva nelle attività di costruzione delle reti di nuova generazione e lo sviluppo di nuovi servizi. Per questo e per la competitività futura delle imprese della filiera delle tlc occorre investire in nuove professionalità, soprattutto digitali, che concorrano a promuovere una crescita qualitativa del lavoro che, insieme a una formazione permanente che accompagni i processi di upskilling e reskilling, possa aiutare a sviluppare le infrastrutture di cui il Paese si deve dotare. Questa, d’altronde, è una delle finalità del fondo di solidarietà che può rappresentare una leva di risoluzione strutturale dei processi di trasformazione e transizione verso lo sviluppo tecnologico a beneficio di lavoratori e imprese. La trasformazione ecologica e quella digitale vanno, infatti, affrontate con una visione e misure strutturali e permanenti» SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 6/5/2022

09 Maggio 2022

«Un’unica rete nazionale auspicabile anche per 5G, riduce rischi di investimento»

Parla il giurista Innocenzo Genna della trasformazione in corso, del consolidamento e degli impatti sull'occupazione Le grandi telecom europee devono affrontare scenari di mercato in forte evoluzione, caratterizzati dal costante declino dei margini nelle telecomunicazioni, dagli elevati costi richiesti per le nuove reti in fibra ottica e 5G, nonché dall'esigenza di scalare le nuove catene del valore, dove il peso crescente è costituito dai servizi innovativi e dall'economia dei dati, mentre la connettività tende ad essere considerata come una commodity. Tali trend di mercato sono particolarmente critici per le telecom tradizionali (incumbent e principali operatori mobili), le quali risultano appesantite da ulteriori caratteristiche storiche: elevati livelli di indebitamento, numero di dipendenti troppo alto rispetto alle caratteristiche attuali del mercato, nonché necessità di soddisfare le aspettative di dividendi regolari degli azionisti, in particolare dei fondi. Risultano invece meno toccati da queste criticità gli operatori alternativi (che hanno livelli minori di indebitamento e costi) e quelli non quotati, i quali non devono distribuire dividendi annualmente ma possono pianificare con i propri investitori ed azionisti strategie di più lungo periodo. «Telco tradizionali tra cambiamento e separazione delle reti d'accesso dai servizi» Da tale scenario di mercato deriva una serie di cambiamenti strutturali che riguardano, per le ragioni anzidette, soprattutto le grandi telecom tradizionali: in primo luogo una tendenza al consolidamento tra operatori, ed in secondo luogo la sperimentazione di nuovi modelli organizzativi, in particolare la separazione delle reti d'acceso dai servizi. Il consolidamento viene perseguito da molti operatori per ridurre i costi ed aumentare la redditività, in un'ottica soprattutto difensiva. Alcune operazioni appaiono a rischio vista la tradizionale riluttanza della Commissione europea ad autorizzare una riduzione di operatori di rete mobili in ciascun mercato nazionale. Non si tratta però di una regola aurea e la stessa Commissione ha autorizzato tali operazioni quando esse non sembravano in grado di mettere a rischio la concorrenza nel caso specifico (ad esempio, in Olanda con la fusione tra T-Mobile e Tele2 nel 2018). «Con rete unica Ue potrebbe ordinare di mettere in vendita le infrastrutture ridondanti» In altri casi il consolidamento è stato autorizzato a condizione che venisse facilitata l'entrata di un nuovo operatore tramite la dismissione di spettro e reti da parte delle società che si fondevano (come nel caso di Hutchinson e Wind nel 2017 in Italia, che hanno consentito l'entrata di Iliad). Una soluzione del genere è prevedibile anche per Tim ed Open Fiber, qualora le due società confermassero l'intenzione di fondersi: le reti ridondanti, in particolare a Milano e nelle aree metropolitane in Italia, verrebbero verosimilmente messe in vendita su ordine della Commissione europea. A parte questi casi particolari, non si intravedono complessità specifiche per i casi di consolidamento, che la Commissione peraltro incoraggia qualora consentano di razionalizzare le risorse per gli investimenti o di creare dei player di livello internazionale. Gli uffici di Bruxelles manifestano infatti frustrazione verso le operazioni di consolidamento puramente nazionali, ritenendo invece più utili, nell'ottica dell'integrazione del mercato interno, le fusioni che unifichino players di paesi diversi e che quindi siano suscettibili di creare campioni continentali. Al momento queste operazioni di consolidamento paneuropeo sono scarse e solo pochi operatori vi si sono cimentati in tempi recenti, tra questi Iliad, Vodafone e Altice. Al contrario, i grandi incumbent europei (BT, Deutsche Telekom, Telefonica, Orange e Tim) da circa 20 anni hanno esaurito la spinta espansiva degli anni 2000 (quella della bolla Internet), ed hanno indirizzato la propria crescita solo nell'ambito di specifici mercati nazionali. La Commissione Europea vorrebbe scuotere questa inerzia e sarebbe sicuramente disposta a fare delle concessioni qualora i grandi player europei si mostrassero disponibili a delle fusioni transazionali. «Per i fondi la separazione della rete è uno strumento di investimento ‘protetto'» Il tema della separazione delle reti è perseguito dai fondi infrastrutturali, che ritengono troppo rischioso investire in operatori verticalmente integrati, stanti le criticità sopra evidenziate (margini declinanti ed investimenti crescenti), anche alla luce della maggiore profittabilità degli operatori Ott (Over the Top come Google o Facebook, ndr), Internet e cloud. La separazione della rete diventa quindi uno strumento per un investimento infrastrutturale "protetto", soprattutto quando la rete è monopolista o quasi: in tali casi, si tratta di un investimento ventennale che peraltro, nel caso della fibra ottica, non richiede particolari costi di mantenimento. Il modello potrebbe anche estendersi alle reti 5G, viste le difficoltà che gli operatori mobili trovano nel finanziarne il roll-out: una singola rete nazionale 5G ridurrebbe drasticamente i rischi di investimento, pur richiedendo un assetto innovativo circa le modalità di accesso, trattandosi di una novità assoluta nel settore mobile (dove gli operatori tradizionalmente difendono il modello verticalmente integrato). Un progetto del genere era stato avanzato dall'amministrazione Trump nel 2018, come soluzione per permettere agli Stati Uniti di competere validamente con la Cina nella corsa del 5G, ma poi è stata accantonata. L'attuale situazione geopolitica in Europa potrebbe però di nuovo rendere interessante questo modello, anche dal punto di vista strategico. «Recuperi occupazionali se si accompagna la ristrutturazione con i piani di rilancio» Sia le fusioni tra operatori che le separazioni delle reti possono creare delle ridondanze di forza-lavoro, poiché tali operazioni sono condotte con l'esigenza di ridurre i costi, ed inoltre prevedono il roll-out di tecnologie più efficienti (fibra, 5G) delle attuali (rame, 3/4G), che richiedono meno manutenzione (e quindi di manodopera). Tuttavia, recuperi occupazionali sono possibili da parte degli operatori più innovativi, i quali accompagnino le loro ristrutturazioni con piani di rilancio basati sull'innovatività: ad esempio investimenti in tecnologia cloud, nei servizi ed in generale in software e tecnologia, riportando ricerca ed innovazione all'interno delle società ed arrestando il processo di outsourcing che, negli ultimi 10 anni, ha trasformato le telecom europee da operatori tecnologici quali erano in grandi organizzazioni commerciali. Un trend a cui purtroppo si assiste anche nel settore cloud, dove le grandi telecom europee tendono prevalentemente a porsi come partner commerciali dei grandi cloud provider americani, piuttosto che investire loro stesse in tecnologia cloud e software. Innocenzo Genna, Giurista specializzato nella normativa europea del digitale SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 6/5/2022

22 Aprile 2022

«Task force e formazione per le10mila figure mancanti alle aziende di rete»

I sindacati delle telco (Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil) avanzano le loro proposte per risolvere la carenza in vista dei bandi Pnrr Una mappatura del Mise per capire quali sono le figure realmente mancanti; usare il fondo bilaterale del settore telco per il reskilling, avviare un tavolo tra le aziende di rete, costruire una task force per riconvertire il personale nelle tlc. I sindacati di settore (Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil) mettono sul tavolo le loro proposte per cercare di risolvere la carenza di oltre 10mila figure professionali nelle aziende di rete. Carenza che potrebbe impattare direttamente sulla realizzazione delle nuove infrastrutture previste dal Pnrr. È importante, sottolineano le sigle all'unisono, pensare anche al dopo 2026 quando, una volta cablato il Paese, occorrerà formare il personale assunto ad hoc e pensare al futuro delle imprese. Slc Cgil: «Programmazione assente, ragioniamo anche su ricollocazione dopo il 2026» Sul tema della carenza di personale, afferma Riccardo Saccone, segretario nazionale della Slc Cgil, «credo ci sia un problema di assenza di programmazione. Inoltre, dobbiamo essere in grado tra 4-5 anni, una volta terminati i lavori sulle nuove reti, di formare nuovamente una parte del personale, altrimenti rischiamo di avere assunzioni a tempo che non servono più una volta cablato il Paese. Oltre a un ragionamento sulla ricollocazione, probabilmente c'è da portare avanti anche un programma di formazione perché abbiamo già nelle aziende alcune figure non utilizzate al meglio che possono essere formate nuovamente». In più, secondo il sindacalista, occorrerebbe «come fatto per il primo piano Infratel, una cabina di regia con tutte le aziende del settore, il sindacato, il governo. Una volta passata la fase di picco i tecnici utilizzati per realizzare le reti potrebbero diventare tecnici a tutto tondo, ad esempio per l'assistenza ai clienti». Serao (Fistel): «Mancano figure per connettere la fibra alle case e per le opere edili» Le società di ingegneria di rete, sottolinea Giorgio Serao della segreteria nazionale Fistel Cisl, «insieme ai fornitori di apparati hanno un ruolo fondamentale nel processo di realizzazione delle reti in fibra. In Italia abbiamo 5-6 operatori di livello nazionali (Sielte, Sirti solo per citare le più grandi) che negli ultimi 10 anni hanno realizzato un grande processo di formazione dei tecnici per orientarli verso le nuove figure professionali necessarie alle attività di fibra (come i giuntisti) e alla progettazione di rete, utilizzando al meglio le risorse pubbliche. In questo momento, tuttavia, si sconta una mancanza di figure professionali per connettere la fibra alle abitazioni, e manca la manodopera per le opere edili necessarie alla stesura della fibra». Per il sindacalista sarebbe, dunque, «interessante se il Mise facesse una mappatura delle figure professionali necessarie per sostenere le imprese di rete; in più sarebbe auspicabile una task force tra Mise, aziende tecnologiche in crisi e realtà con eccessi di manodopera anche nel settore delle tlc, operazione che potrebbe portare alla riconversione professionale di migliaia di lavoratori e garantire alle imprese di rete una forza lavoro esperta». Entro il 2026, anno in cui inizierà a diminuire la necessità di lavoratori una volta poste i fondamentalo della gigabit society, bisognerà, inoltre, prevedere «una graduale riduzione dei dipendenti, occorre quindi iniziare a guardare al futuro sia in termini di consolidamento delle imprese sia in termini di nuovi servizi da offrire ai cittadini. In questo ambito le società di rete vanno completamente ripensate». Gozzo (Uilcom): «Usare il fondo bilaterale di settore per la formazione» Un'altra strada da seguire secondo Fabio Gozzo, segretario nazionale della Uilcom Uil, è quella di «instaurare rapporti tra grandi committenti e grandi aziende, spesso infatti il lavoro è parcellizzato tra piccole realtà cercando il prezzo migliore e questo non facilita gli investimenti e gli iter formativi. Se ne parla talvolta come se fosse un'emergenza, ma da anni si conosce la questione, se solo se si pensa ai piani di Open Fiber, Tim, Flash Fiber. Alcuni processi andavano pianificati. Ora occorre formare le persone, creare un legame con gli istituti tecnici e, per quanto riguarda la progettazione, con le università». Per il sindacalista al fine di uscire dall'impasse bisogna cominciare a pianificare gli inserimenti. Inoltre, stiamo realizzando un fondo di settore delle telco che, se verrà subito implementato con risorse pubbliche, potrà garantire una partenza più veloce, e quindi una più veloce riqualificazione dei percorsi formativi interni al settore. Un altro strumento da utilizzare dovrebbe essere quello di un tavolo autonomo delle aziende in modo tale che si scelgano tre-quattro imprese per fare da general contractor ed evitare che, a fronte di una domanda crescente, si deprimano comunque i prezzi. Occorre, infine, un patto tra le aziende di rete e i loro principali clienti per salvaguardare e implementare l'occupazione». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/4/2022