Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, pubblicato su la Repubblica Affari & Finanza, 7/9/2020 

Il settore delle telecomunicazioni italiano è da anni croce e delizia di analisti e investitori, con il nostro Paese costantemente nelle retrovie dell’indice europeo DESI, che fotografa il livello di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione, anche e soprattutto a causa del forte gap in investimenti infrastrutturali accumulatosi nei lustri.

Siamo oggi a uno snodo cruciale: a fronte di un decremento degli investimenti in servizi e dei ricavi, che tra l’altro influiscono a cascata su occupazione e spesa nel settore, occorre infatti stimolare l’economia al fine di rendere meno critica la sostenibilità degli investimenti orientati al lungo termine. Diviene inoltre fondamentale sostenere la spesa in banda ultralarga, con lo scopo di sviluppare una rete avanzata e a prova di futuro che possa arrivare a coprire realmente tutto il Paese e abiliti l’edge computing o servizi in cloud che possano dare stimolo alla competitività delle imprese e in generale generare un significativo impatto positivo sulla vita delle persone.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche rappresenta una condizione indispensabile per definire e ridisegnare le posizioni competitive nel rinnovato sistema economico globale. Al fine di incoraggiare il flusso di capitali privati verso dotazioni infrastrutturali sostenibili, è comunque necessario comprendere il valore degli associati benefici.

In generale, quindi, si tratta di investimenti elevati, dai quali però si attendono ritorni altrettanto cospicui. Primi tra tutti, l’incremento della domanda aggregata attraverso l’aumento della spesa per investimenti, cui si aggiungono i benefici derivanti da economie di scala e da un migliore accesso all’informazione e alla tecnologia, specie nel caso di grandi progetti. In generale, la spesa in reti avanzate rappresenta un potenziale driver di creazione di servizi innovativi erogati dagli operatori del settore.

Come

Cosa fare per catturare appieno le discusse opportunità? Se da una parte i governi potrebbero invertire le loro attuali politiche di spesa e riprendere il loro ruolo di principali finanziatori dei progetti infrastrutturali, dall’altra gli investitori privati potrebbero essere maggiormente coinvolti nello sviluppo di progetti innovativi. Al tempo stesso, si richiede di adottare un orientamento di lungo periodo – non legato quindi esclusivamente all’emergenza in corso – che permette di distinguere, richiamando il vibrante discorso di Mario Draghi, tra “debito buono e debito cattivo”.

È in questo scenario che si colloca il processo, recentemente avviato sotto l’impulso del Governo e guidato dalla leadership di Cassa Depositi e Prestiti, per la realizzazione di una rete unica di telecomunicazioni a banda ultralarga, che sia in grado di superare i conflitti che negli ultimi anni hanno portato a una non ottimizzazione degli investimenti e degli sforzi in campo. Agire velocemente è oggi una priorità strategica, così come non meno importante è salvaguardare la parità di accesso e la competizione sul mercato dei servizi, con un modello di funzionamento della nuova realtà non verticalmente integrato per avere chance di approvazione da parte dell’antitrust: i due obiettivi rischiano di non essere compatibili. Molti infatti sono ancora gli interrogativi, nonostante il ruolo proattivo che CDP sta giocando per assicurare al Paese la possibilità di uscire da uno stallo negoziale che dura ormai da tempo. Le necessarie interlocuzioni e verifiche con le autorità competenti, unite ai tempi di un’operazione finanziariamente e tecnicamente complessa – non possiamo dimenticare ad esempio che le due tecnologie adottate per la fibra fino a casa da Tim e Open Fiber “non si parlano”, che la rete di nuova generazione di Open Fiber per le aree bianche è sviluppata per un committente preciso, ovvero Infratel e dunque lo Stato che ne è il reale proprietario, che il valore degli asset non può che essere determinato da processi di valutazione realizzati con l’adozione delle migliori pratiche e pertanto non necessariamente rispecchieranno i valori auspicati dai diversi attori – determinano un orizzonte temporale per l’ipotesi della rete unica probabilmente di almeno due anni.

Quello che appare evidente, tuttavia, è che è necessario stimolare gli investimenti oggi, per garantire la crescita economica e sociale, vero bene pubblico in discussione. In quest’ottica il modello del coinvestimento e della concorrenza infrastrutturale potrebbe favorire un’accelerazione e rimanere in piedi ancora a lungo, in un mercato, quello Europeo, in cui la pratica dominante è la presenza di diversi operatori wholesale che offrono servizi di accesso a tutti alle medesime condizioni.

Dobbiamo fare presto e bene, l’Italia non può permettersi un nuovo passo falso in questo settore.