L’intervista della numero uno della Cisl a DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore

2020_DigitEconomy furlan_fb

 

Investire sul 5G, portare la fibra nelle aree bianche non appetibili per gli operatori, e realizzare un progetto «non più rinviabile», di «rete unica nazionale con la presenza della Cdp». Sono gli strumenti necessari secondo Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, per gestire il nuovo mondo che si apre dopo il lockdown, quando smart working e lavoro da remoto la faranno ancora da protagonisti. Nella nuova normalità va colmato il digital divide per dare pari strumenti a tutti, e il dossier rete unica va proprio in questa direzione. «E’ necessario – dice Furlan in un’intervista a DigitEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School – con la velocità decisionale del 5G, per usare una metafora, che il Governo, inviti le due aziende a trovare un punto d’incontro per creare una società unica di rete». Oltre alle infrastrutture, con il boom della digitalizzazione, bisognerà poi pensare ai diritti dei lavoratori: solo nel settore delle tlc e solo nella prima fase della pandemia hanno lavorato in smart working 75mila dipendenti, potenzialmente milioni di lavoratori potrebbero farlo in futuro. E’ arrivato il momento, dice Furlan, di «contrattare con le imprese le condizioni» e di «andare incontro ai lavoratori fornendo una rete dedicata e il pc aziendale, assieme a tutte le condizioni economiche e normative previste dai Ccnl».

La pandemia sta riscrivendo le modalità di lavoro. Che strumenti e regole serviranno per gestire la digitalizzazione?

La pandemia ha cambiato e continuerà a cambiare i modelli dell’organizzazione del lavoro. Potenzialmente ci sono milioni di persone che possono lavorare in smart working o remote working, ma ce ne sono molti altri che, a causa del digital divide, non possono permettersi né un collegamento ultraveloce né i device tecnologici per svolgere le attività. Bisogna continuare a investire sulle infrastrutture ultraveloci (come il 5G), portare la fibra anche nelle aree bianche che sono ancora molte e – non più rinviabile – realizzare un progetto di rete unica nazionale con la presenza della Cdp. Inoltre, bisogna contrattare con le imprese le condizioni per lavorare in smart working, andare incontro ai lavoratori fornendo una rete dedicata e il pc aziendale, assieme a tutte le condizioni economiche e normative previste dai Ccnl. Centrale è il ruolo delle parti sociali perché lo smart working non sarà più solamente un elemento di welfare bensì diventerà un vero e proprio elemento dell’organizzazione del lavoro. Da qui passerà la capacità di individuare le migliori soluzioni per i diversi ambiti organizzativi per risolvere quei “problemi” la cui risoluzione non può essere affidata a un intervento normativo inevitabilmente portato a uniformare le risposte. Sostanzialmente i lavoratori devono poter lavorare da remoto o in spazi diversi che non necessariamente devono coincidere con la propria casa, come se fossero in ufficio, con strumenti e tecnologie aziendali. Il lavoro da remoto richiede formazione continua, autonomia della prestazione, fiducia da parte della linea gerarchica, lavoro in team e processi condivisi finalizzati all’obiettivo. In questo quadro si inserisce il ripensamento in ottica agile del rapporto fra persona e tempo in una radicale revisione del ruolo di leadership. Sono inoltre fondamentali: la gestione della prestazione da parte del lavoratore con il diritto alla disconnessione, il preavviso di collegamento per call e videoconferenze, il rispetto degli orari contrattuali. La pandemia ci ha consegnato molti indicatori positivi che invitano a continuare lo smart working anche dopo l’emergenza. Tra questi la riduzione della mobilità che ha ridotto lo smog, ha fatto bene all’ambiente. Ora bisogna investire in energie alternative anche e soprattutto nella produzione industriale. Saremo chiamati a essere portavoce di un nuovo modello di cultura: un percorso “illuminato” che dia il via alla diffusione di una nuova coscienza che genera a sua volta una rinnovata conoscenza e che porta alla nascita di nuovi modelli di lavoro.

Nelle tlc ci sono oltre 75mila lavoratori in smart working, quale mix tra presenza fisiche e da remoto sarebbe preferibile?

Non mi meraviglio che nelle telecomunicazioni tantissimi dipendenti lavorino in smart working o remote working poiché quello delle tlc è il settore dove nascono e si sviluppano le infrastrutture e le tecnologie per l’innovazione del Paese. Ci sono attività che possono proseguire da remoto senza alcuna necessità di rientrare in ufficio, penso al mondo dei contact center, alle aree di staff, alle attività svolte nelle ore serali o notturne che non richiedono una presenza fisica in ufficio. In questa fase di ripresa del lavoro, immagino delle rotazioni settimanali fino a un massimo del 50% tra lavoratori in ufficio e in remote working, rispettando i protocolli sulla sicurezza condivisi con il Governo. Per il futuro, augurandoci la definitiva sconfitta del Covid-19, c’è poi da tenere in considerazione che non sempre la condizione di smart working si concilia con la gestione della casa soprattutto per le donne, che sono chiamate a moltiplicare gli sforzi. Nella fase post pandemia, andando verso nuovi modelli organizzativi, lascerei molta discrezionalità alle lavoratrici/ri attraverso il criterio della volontarietà. Il tempo sospeso dell’emergenza ha palesato l’importanza del supporto alle madri – e ai padri – impegnati a lavorare da casa, sia da un punto di vista dell’aiuto scolastico, sia nelle attività di baby sitting, sia da parte dei servizi pubblici in generale. Si tratta di un gap difficile da colmare, sul quale è fondamentale intervenire e che richiede politiche pubbliche sociali e culturali che permettano concretamente di affievolirlo. Sarà importante pertanto, promuovere lo sviluppo di una sensibilità comune che si ispiri a una visione culturale espansiva e non ostracizzante del ruolo delle donne.

Una volta finita l’emergenza che ha portato al blocco dei licenziamenti, si rischiano esuberi nelle telecomunicazioni a causa dell’accelerato processo di digitalizzazione?

Guardando alla criticità degli altri settori industriali che hanno dovuto fermare le produzioni, non voglio nemmeno ipotizzare che nel settore delle tlc, cruciale nella gestione dell’emergenza e nel futuro quando ci sarà sempre più richiesta di connettività, ci possano essere esuberi. L’anello debole della filiera sono, invece, i contact center e gli appalti di rete. Per questi settori bisogna trovare il giusto equilibrio tra committenza e appalti al fine di garantire il giusto salario all’intera filiera: le gare al massimo ribasso sono inaccettabili perché generano lavoro irregolare e la negazione dei diritti! Tornando all’intero settore delle telecomunicazioni, gli investimenti sulle nuove infrastrutture sono la migliore soluzione ai problemi di eventuali esuberi dovuti alla digitalizzazione. Nelle tlc al momento non abbiamo esuberi, con l’innovazione abbiamo piuttosto da affrontare il tema della nascita o del mix professionale e dell’evoluzione delle stesse attività di lavoro. Penso al mondo del Cloud, della telemedicina, della domotica, a tutti i servizi innovativi forniti dal 5G che devono assicurare il mantenimento di tutti i livelli occupazionali. Gli strumenti ci sono, la formazione continua, già finanziata, il contratto di espansione deve invece essere rifinanziato perché consente di riformare le persone sulle nuove attività e permette anche l’assunzione di giovani con competenze specifiche sui nuovi servizi. Le grosse imprese hanno utilizzato l’art. 4 della legge Fornero, hanno investito importanti risorse proprie per accompagnare alla pensione (Isopensione) migliaia di lavoratori senza pesare sulla fiscalità generale.

C’è però chi, nella pandemia, ha sofferto più di altri, come i fornitori di infrastrutture.

Il periodo dell’emergenza ha visto impegnate particolarmente i fornitori di infrastrutture, che però si sono trovati in difficoltà a livello di ricavi anche per il rallentamento del roll out delle reti. Le imprese di ingegneria di rete e quelle della fornitura degli apparati sono complementari alle telco, non può esserci sviluppo delle infrastrutture senza il loro contributo. In questa fase di quarantena dell’economia hanno sofferto anche loro, ma gli strumenti di cassa in deroga e Fis hanno sopperito al ritardo del roll out delle reti. La cassa per 18 settimane è stata voluta dal sindacato per evitare che le aziende più esposte al fermo produttivo potessero avere problemi di tenuta occupazionale, il nostro impegno è stato quello di non perdere nessun posto di lavoro. Il problema vero è che le aziende della filiera delle tlc, ovvero gli appalti, hanno subito una compressione sui prezzi sia per la riduzione della marginalità delle telco e sia per la competizione di nuovi player nel campo della fornitura degli apparati. Adesso ci aspetta un’accelerazione degli investimenti e una ripresa veloce del tempo perduto non solo per le imprese, ma per il Paese. La pandemia e gli stress test delle reti in queste settimane ci hanno consegnato un dato significativo: le reti in questo Paese non hanno raggiunto il grado di copertura per l’intera popolazione e hanno sofferto in termini di velocità di trasmissione dei dati.

Come da lei detto in precedenza, fibra, 5G e rete unica sono, dunque, necessari. Quale modello è preferibile per la rete?

Al Governo chiediamo di destinare risorse a tutte le infrastrutture materiali e immateriali, lo sollecitiamo da molto tempo e molto prima dell’epidemia. Come dicevo prima è giunto il momento che il Governo sciolga il nodo della società delle reti. Cdp ha investito risorse pubbliche in Tim e in Open Fiber, non possiamo pensare che la non decisione svaluti gli investimenti fatti in queste aziende. E’ necessario, con la velocità decisionale del 5G – per usare una metafora – che il Governo, inviti le due aziende a trovare un punto di incontro per creare una società unica di rete, che possa essere gestita nell’ambito del contesto regolatorio dettato dall’Agcom e nel rispetto dei principi Antitrust per garantire la parità di accesso e la competitività sui servizi offerti. Dobbiamo non dimenticare che le telecomunicazioni e il 5G sono e saranno il volano per la ripresa economica del Paese, trascineranno processi di innovazione che interesseranno l’industria 4.0, la sanità, la pubblica amministrazione, la gestione delle città con le smart City, il cloud per le pmi. Proprio per questo non possiamo permetterci di ostacolare lo sviluppo delle reti mobili di ultima generazione. L’Italia ha bisogno di guardare al futuro e non essere ostaggio anche di falsi allarmismi. Solo attraverso una corretta informazione tecnico-scientifica e una collaborazione proficua tra Comuni, Governo e autorità scientifiche potremo raggiungere la digitalizzazione del nostro Paese. In questo noi come Cisl vogliamo essere protagonisti di questa rivoluzione digitale.

SFOGLIA IL REPORT COMPLETO

22/5/2020