Per il settore alimentare la sostenibilità rappresenta tutto ma non si può lasciare solo al volontarismo dell’azienda, spiega l’ad Francesco Mutti in un’intervista a SustainEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore

 

Per il settore alimentare la sostenibilità deve essere una sfida enorme perché altrimenti si rischiano effetti devastanti. Francesco Mutti, amministratore delegato di Mutti parla del legame dell’azienda e della famiglia con la terra e dell’impegno sul fronte sostenibilità. Ma, gli investimenti necessari travalicano spesso la possibilità economica di una singola azienda. Così esorta a vivere la sfida a livello di sistema e non di singolo, anche intervenendo con modifiche alla tassazione. Il gruppo ha retto bene allo shock della pandemia ma il Paese deve ripartire senza bruciare gli investimenti come ha fatto per anni.

Cosa significa sostenibilità per il settore alimentare?

«Credo che sostenibilità per il settore alimentare rappresenti tutto, è una sfida di dimensioni enormemente superiori rispetto a quelle che andiamo raffigurando; di fatto oggi il cibo proviene ancora dalla nostra terra, dal clima, dall’acqua, e da una serie di microcondizioni ideali per produrre, conservare, mantenere tutto quello di cui ci nutriamo. A inizio ‘900 eravamo un miliardo, ora siamo 7,5 miliardi di persone con abitudini alimentari esponenzialmente superiori e per qualità e per quantità e per varietà. Mantenere il più possibile inalterato questo perfetto meccanismo è un passaggio fondamentale. Coabitare con un ambiente sempre più affaticato e spremuto e una serie di variazioni climatiche che appaiono ai più micro e invece pongono le basi per l’insostenibilità, dal punto di vista agronomico possono avere impatti devastanti con perdite e riduzioni di quantità prodotte estremamente rilevanti. Dobbiamo stare molto attenti alla gestione a breve, medio e lungo termine del nostro pianeta. Quello che stiamo estraendo dal pianeta è qualcosa di assolutamente insostenibile se lo proiettiamo in là di qualche centinaio di anni. Per migliaia di anni i genitori rinunciavano al cibo per permettere ai figli di avere una vita migliore, noi oggi stiamo facendo uno scempio non pensando a chi viene dopo di noi. Una perdita di senso del futuro e di saggezza».

Restiamo sulla sostenibilità. Cosa rappresenta per un’azienda come Mutti?

«In Mutti siamo molto legati alla Terra, noi lavoriamo 60 giorni l’anno, e sono quelli, in cui il pomodoro è maturo e se varia un po’ la stagione non ci permette più di avere un prodotto di qualità o rischiamo di perdere certe produzioni. Il legame è molto molto diretto, siamo agroalimentare più che alimentare; un legame che nasce da due sensibilità: da un lato viviamo in campagna e, dall’altro una sensibilità familiare».

Qual è il vostro impegno? E che tipo di percorso immaginate sul fronte sostenibilità?

«Noi stiamo facendo tante cose ma ci rendiamo sempre più conto che le nostre tante cose sono inefficienti rispetto a quello che deve essere il salto di mentalità da parte della comunità nella sua interezza. L’opera e gli investimenti necessari travalicano in modo assoluto la possibilità economica di una singola azienda. Un’azienda che volesse fare investimenti veramente importanti sul tema della sostenibilità vedrebbe il costo del prodotto schizzare alle stelle diventando improvvisamente non più sostenibile dal punto di vista economico. Quindi occorre veramente cominciare a cambiare i paradigmi e modificare la tassazione, in particolare per tutto quello che non è riproducibile. La circolarità, che ancora funziona poco nella nostra società, dovrebbe essere gestita con chiavi rigorose e di sistema e non legate a singoli processi volontaristici. Poi posso parlare per ore delle attività che facciamo come Mutti, dagli investimenti con il Wwf, la riduzione della water e carbon footprint, Regeneration 2030, e da due anni abbiamo inserito, nei target del management annuali, obiettivi legati alla sostenibilità. Tanti progetti anche importanti ma è una spinta che deve essere suffragata da un lavoro di tipo sistemico: dobbiamo vivere la sfida a livello di sistema e non di singolo».

Il nostro Paese, ma non solo, sta facendo i conti con questa emergenza inattesa e grave, quella della pandemia. Cosa vi ha insegnato e come cambiano le sfide per Mutti?

«La pandemia ci ha scosso non solo dal punto di vista emotivo ma rispetto alla nostra capacità di saper gestire le emergenze. Siamo stati forse bravi o forse fortunati e abbiamo passato abbastanza indenni; il settore alimentare ha subito degli shock perché c’è stato uno spostamento radicale di consumi dal mondo del fuori casa al mondo dei consumi individuali. Per le aziende di produzione, alcune hanno sofferto di più e altre meno ma siamo lontani dalle catastrofi che hanno colpito altri settori. Quello che forse dovremmo imparare dalla pandemia, e mi ricollego al punto di prima, è che non siamo più tanto abituati alla comprensione di fenomeni contrari; da alcuni anni, da alcune generazioni, non abbiamo provato fenomeni negativi importanti e dobbiamo comprendere che alcuni piccoli elementi possano mandare in crisi un sistema in modo irreparabile con costi umani e sociali irreparabili».

 Si parla tanto di ripartenza, Recovery Plan, di progetti e di fondi. Se potesse chiedere qualcosa, cosa chiederebbe?

«Se il mondo oggi guarda con orizzonti brevi temo l’Italia stia guardando con orizzonti brevissimi, siamo un Paese che in vent’anni ha visto il proprio debito passare dal 100% del Pil al 160% e senz’altro non lo abbiamo fatto perché abbiamo riammodernato tutto il Paese; sarebbe stato imprenditorialmente saggio: aver speso tanto per avere oggi infrastrutture, porti, fibra, aeroporti, sostenibilità. Invece niente di tutto questo, abbiamo speso il 160% del Pil per avere un Paese con minori investimenti, li abbiamo di fatto tecnicamente ‘mangiati’. E, qui mi sento la veste imprenditoriale, non abbiamo investito sui capisaldi per costruire valore e ricchezza: primo, l’istruzione, elemento fondamentale e il pilastro da cui si genera valore; il secondo è la spinta competitiva del Paese; terzo la bellezza, siamo un Paese ricco. Dobbiamo veramente ricominciare a ricostruire il Paese partendo da quella bellezza che ha fatto dell’Italia un simbolo».

SFOGLIA IL REPORT COMPLETO

15/10/2020