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16 Luglio 2021

Chef Express (Cremonini): «Ristorazione green e catena di fornitura al 100% italiana. Pronti a nuove aperture»

L'ad Cristian Biasoni a SustainEconomy.24 racconta il percorso sostenibile e conferma un programma di nuove aperture nelle stazioni e 20 nuovi locali Roadhouse nel 2021 I punti chiave Sostenibilità come asset strategico del business e parte del valore economico dell'impresa considerando tutta la catena di fornitura 100% italiana con diversi progetti che valorizzano il territorio e con attenzione al sociale. Questa la filosofia di Chef Express, la società del Gruppo Cremonini attiva nei servizi di bar, ristoranti e fast food con oltre 400 punti vendita. L'amministratore delegato Cristian Biasoni racconta a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, l'impegno su ristorazione green, economia circolare e risparmio energetico. E le sfide post Covid a partire dalla scelta ‘con coraggio' di confermare le nuove aperture e programmarne altre. Filiera, prodotti, packaging e sensibilità del cliente. Quanto si è inserita la sostenibilità nel mondo della ristorazione? «Tutte le attività e gli obiettivi di sviluppo del Gruppo Cremonini sono basati su processi che integrano la dimensione sociale, ambientale ed economica, con un percorso ventennale iniziato in Italia nel settore produzione e progressivamente esteso a quello della distribuzione e della ristorazione. Grazie alle caratteristiche del business alimentare e prima ancora che si concretizzassero gli SDG dell'Onu, il nostro Gruppo ha sempre approcciato i temi della sostenibilità in modo pragmatico, considerandoli come asset strategico del business e parte del valore economico dell'impresa. Chef Express, in particolare, operando nell'ambito dei servizi, deve necessariamente considerare tutta la catena di fornitura. L'azienda ha, pertanto, avviato un programma di engagement con i principali fornitori, in modo da condividere gli obiettivi e, soprattutto, poter mettere a sistema dati precisi in vista della stesura del Bilancio di Sostenibilità. Per l'aspetto della sostenibilità sociale, Chef Express ha definito una Politica di Responsabilità Sociale, secondo lo standard internazionale SA8000 certificata da un ente terzo indipendente, che assicura non soltanto l'impegno dell'azienda nella lotta al lavoro minorile, al lavoro forzato e alla discriminazione, ma tutela la salute e sicurezza e la libertà di associazione. L'impegno prosegue ovviamente sul Punto di Vendita, accompagnando anche l'evidente nuova sensibilità dei nostri clienti: riduzione della plastica, utilizzo di materiali riciclabili, biodegradabili e compostabili, raccolta differenziata, lotta allo spreco grazie agli accordi con associazioni, come il Banco Alimentare, sono attività ormai pienamente integrate nell'operatività dei nostri bar e ristoranti. Per essere concreti: nei nostri Punti di Vendita si trovano un gran numero di prodotti freschi consegnati in giornata, con una catena di fornitura 100% italiana e diversi progetti che valorizzano il territorio e i piccoli fornitori locali». Qual è l'impegno del vostro gruppo sul fronte di una ristorazione green e un'economia circolare? «L'impegno strategico riguarda l'allineamento puntuale della visione generale sulla sostenibilità agli obiettivi SDG, in modo da avere un rapporto diretto tra azione e singolo obiettivo, con output precisi e misurabili. In questo senso, il coinvolgimento con i nostri maggiori fornitori, come Coca-Cola, San Benedetto, Lavazza, Inalca e Marr ci permette di avere risultati tangibili in tema di riduzione dei rifiuti prodotti e il loro recupero in un'ottica circolare, oltre alle iniziative promosse riguardo all'efficientamento energetico e alla riduzione delle emissioni di CO2, il risparmio dei consumi idrici, la tutela del benessere animale e la tracciabilità certificata lungo tutta la filiera». Avete anche messo a punto una serie di progetti di risparmio energetico? «Questo aspetto è uno di quelli su cui maggiormente possiamo avere risultati tangibili. Agire "green" significa attuare su ogni Punto di Vendita politiche volte al risparmio energetico attraverso il monitoraggio costante dei consumi e l'utilizzo di energia, che oggi è 100% garantita da fonti rinnovabili per tutti i punti vendita Chef Express e Roadhouse. Parte di questa energia è autoprodotta grazie a oltre 4.000 pannelli solari istallati su 63 punti vendita. Sul recupero energetico lavoriamo costantemente al revamping di impianti di climatizzazione, soprattutto sulle aree di ristorazione sulle autostrade. Sul tema dell'efficienza, ottimi risultati vengono dall'attività di building automation, che consente il monitoraggio e la gestione in continuo degli impianti di climatizzazione e delle attrezzature. A questi si aggiungono i risultati ottenuti grazie anche agli interventi sulle strutture dei nostri punti vendita, quali l'installazione di infissi più efficienti e di sistemi di illuminazione a basso consumo. Abbiamo inoltre un Energy Manager di gruppo che sovrintende tutti i punti vendita, progettando tutti gli interventi rivolti alla corretta ed efficiente gestione dell'energia impiegata e puntando a realizzare edifici che si avvicinano a un impatto ambientale prossimo allo zero, i "near-zero emission buildings". Accanto alle azioni di efficientamento energetico, nelle tratte autostradali in cui Chef Express è incaricata della gestione del piazzale adiacente al punto vendita, è in fase di analisi la progressiva installazione di colonnine di ricarica dedicate alle auto elettriche. Un'altra direttrice lungo la quale l'azienda sta operando importanti investimenti è quella della digitalizzazione. Da un lato, automatizzando i sistemi di reporting dei processi interni, promuovendo una maggiore efficienza e la progressiva dematerializzazione che consente di risparmiare il consumo di carta; dall'altro, nei punti vendita, adottando algoritmi di intelligenza artificiale per una previsione più accurata dei consumi, in base alle serie storiche, che ci permette di ridurre al minimo la generazione di food waste». Chef Express e Roadhouse, due marchi di famiglia per gli italiani, alla ripartenza dopo il Covid. Quali percorsi state tracciando? «In questo anno horribilis, il peggiore della storia mondiale della ristorazione, per prima cosa abbiamo messo al centro il tema della sicurezza per i nostri dipendenti e clienti, anche considerando che molti nostri punti vendita, soprattutto sulle autostrade, hanno svolto un servizio pubblico rimanendo aperti anche durante il lockdown più duro. Da un punto di vista strategico abbiamo accelerato sulla digitalizzazione, un percorso avviato ben prima della pandemia per migliorare engagement del cliente e facilitare molte funzioni, come ordinare, pagare rapidamente, tutto con app molto funzionali. Oppure con i kiosk digitali per ordinare e pagare in tutta sicurezza e velocemente in autostrada. E' chiaro che app e servizi digitali non possono sostituire totalmente l'esperienza fisica, ma in queste circostante si rivelano strumenti preziosi e servono comunque a stringere una relazione solida con il cliente. E poi guardiamo avanti. Siamo un grande gruppo, solido e con una proprietà alle spalle motivata e lungimirante, con una visione di lungo periodo. Per quanto possibile abbiamo confermato con coraggio alcune aperture previste, come per i ristoranti inaugurati negli aeroporti di Bari e Cagliari, o nella stazione Tiburtina di Roma, o i locali di Wagamama aperti a Milano e nell'outlet di Serravalle. Abbiamo ora un programma di nuove aperture nelle stazioni di Napoli, Roma, Torino, Firenze e Palermo. E Roadhouse aprirà complessivamente 20 nuovi locali nel 2021, arrivando a un numero totale di oltre 200 ristoranti in Italia». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 16/7/2021

16 Luglio 2021

Gambero Rosso: «I bravi vanno premiati. Dal vino all’alta ristorazione il mercato dei prodotti sostenibili sarà vincente»

Il presidente, Paolo Cuccia, in un'intervista a SustainEconomy.24 racconta l'attenzione su bilanci e prodotti e assicura che la sostenibilità è un driver di successo anche economico Il settore agroalimentare, sul fronte della sostenibilità, sconta ancora dei ritardi, ma ci sarà una accelerazione sia perché i produttori sono più sempre più bravi, sia perché i consumatori sono più attenti ed anche perché il mondo della finanza ha capito che aziende più sostenibili sono meno rischiose o per investimento o per credito. Paolo Cuccia, presidente de Il Gambero Rosso, riferimento del wine e food italiano, quotato a Piazza Affari, racconta a SustainEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School l'impegno di certificazione sia sui bilanci che sui prodotti. «I bravi vanno premiati" spiega. E assicura che la sostenibilità è un driver di successo anche economico: un prodotto sostenibile avrà più visibilità e sarà vincente. Lo sviluppo sostenibile è fondamentale nei settori agroalimentare ed enogastronomico. Come è cambiato il rapporto e qual è la risposta del settore? «Fondamentalmente è un mondo in evoluzione ed ha estremo bisogno di concretezza per non depauperare la definizione di sostenibilità. In generale il settore agroalimentare è abbastanza in ritardo. Ma occorre distinguere tra aziende e prodotti. C'è, infatti, un mondo della sostenibilità legato ai bilanci non finanziari: le aziende più grandi e che sono quotate, in questo settore, sono poche e, di conseguenza, le aziende che abbiano ottenuto rating per bilanci di sostenibilità sono pochissime sia in Italia che in Europa. Ci sono, poi, percorsi di sostenibilità che attengono alla certificazione del prodotto». Quanta attenzione pone Gambero Rosso ai temi della sostenibilità? «Su entrambi i temi – bilanci e prodotti - il Gambero Rosso è molto attivo da tempo: sui primi abbiamo un rapporto societario con Standard Ethics, che è l'unica realtà in Italia che analizza il rating di sostenibilità secondo i parametri Onu. Sul campo del prodotto, siamo soci fondatori di Equalitas, una società che nasce dal mondo del vino e da Gambero Rosso ormai 7 anni fa, in collaborazione con il mondo associativo e istituzionale. Ci siamo fatti promotori dell'iniziativa perché abbiamo riscontrato che ci sono mercati internazionali dove entreranno solo vini sostenibili e mercati dove i vini sostenibili già ottengono visibilità e prezzi migliori, come i mercati del Commonwealth e gli Usa. Equalitas oggi è uno degli standard privati ma il ministro Patuanelli molto lodevolmente ha deciso di creare uno standard nazionale - che sarà probabilmente più inclusivo – ma anche con standard privati. A fine anno ci saranno circa 150 produttori di vino che avranno ottenuto la certificazione di Equalitas: un numero massiccio. C'è un'evoluzione in questo comparto importante e mi risulta che ci siano evoluzioni simili di prodotto anche nel settore agricolo. Il discorso della sostenibilità supera il concetto del biologico – che è essenziale – perché parliamo di una sostenibilità di prodotto che è anche ambientale e guarda al rapporto con il territorio, sociale e con un bilancio economicamente in ordine. C'è, poi, tutto un tema che attiene al tema del turismo e degli Horeca che stiamo affrontando con il ministro Garavaglia e passa sicuramente da una evoluzione digitale». I vostri giudizi sono un riferimento per gli appassionati di tutto il mondo. Cosa serve per essere premiati? «I mondi che riguardano il Gambero sono due: uno del prodotto, vino e prodotti agroalimentari, e l'altro quello della componente enogastronomica che deve passare dal digitale. Ma che sia su multipiattaforma: un lavoro interrogabile con whatsapp, smartphone e non un portale statico che finisce là. La vera evoluzione nasce dal fatto di poter dare dei punteggi. Il tema che ha bloccato il nostro mondo, finora, è che tutti coloro che sono iscritti in registri pubblici o sono membri di associazioni devono essere considerati uguali. Ora invece è necessario distinguere i produttori in base alla qualità. E' il caso della nostra guida dell'olio - nata dalla grande intuizione del mondo Coldiretti-Confagricoltura – che prevede un soggetto terzo, appunto Gambero Rosso, che dà punteggi, sotto l'egida di Unaprol. E il mondo dell'olio è migliorato: tra quelli che, nella nostra guida, prendono le tre foglie, la grande maggioranza spunta prezzi al litro superiori ai 30 euro, un buon livello anche se non ancora sufficiente perché l'olio è un prodotto delicato e non può invecchiare, rispetto al vino. Insomma vanno selezionati e premiati i più bravi. In questo campo si assiste sempre di più ad un atteggiamento positivo, lo riscontriamo nel dialogo con il Mipaaf e il rinato ministero del Turismo, ma questo percorso va accelerato. E l'accelerazione, nella nostra percezione, va nel senso che la sostenibilità non deve essere l'ennesima incombenza sulle spalle dei produttori ma va sostenuta dal Governo perché serve a distinguere il nostro Paese in cui la biodiversità è fondamentale. Inoltre, le imprese del settore sono in maggioranza piccole; quindi, diventa determinante la formazione nel campo della creazione del valore e della marginalità ed una produzione sostenibile ha, da un lato, più incombenze e richiede più attenzione, dall'altro deve poter ottenere maggiore visibilità e prezzi più elevati: i produttori che vinceranno alla fine saranno quelli con maggiore sensibilità all'ambiente ed al sociale. Ciò conferma che la sostenibilità è un driver di successo anche economico». Quali sono i settori più virtuosi, oltre a quelli che mi ha citato, e cosa si sta facendo per premiare l'impegno? «Il mondo del biologico ha fatto grandissimi passi e rappresenta una componente indispensabile della sostenibilità, sia in campo agricolo che del prodotto trasformato. Nel mercato, da anni, c'è stata una accelerazione e grande attenzione anche da parte dei consumatori. Ma per il passaggio da un prodotto buono e fatto con tecniche rispettose dell'ambiente, ad un'evoluzione sulla sostenibilità c'è ancora tanto da fare. In questo viene in aiuto anche il modo della finanza. Se già tre anni fa BlackRock annuncia che investirà solo su aziende sostenibili, dà un segnale. Se Banca Intesa mette nei rating creditizi l'aspetto della sostenibilità è un incentivo. Ci sarà una accelerazione sia perché i produttori sono più bravi, sia perché i consumatori sono più attenti ma anche perché il mondo della finanza ha capito che aziende più sostenibili sono meno rischiose come investimento o per il credito». Le vostre guide vanno dai ristoranti ai vini, dalla pizza e di recente anche al sushi. E' cambiato il mercato? «Abbiamo realizzato anche la guida dello street food, del sushi e della panificazione: l'offerta enogastronomica è cambiata moltissimo. Vorrei richiamare l'attenzione anche sul fatto che l'alta ristorazione ha capito e - con tutto il rispetto per la chimica e l'azoto - la cucina di qualità oggi è realizzata con prodotti freschi, del territorio, con rispetto delle colture. Poi, complice anche il Covid, c'è stata una forte evoluzione del delivery. Le piattaforme digitali oggi permettono, oltre ad acquistare i prodotti dei grandi gruppi, a dare visibilità a decine di piccoli soggetti di alta qualità fino a ieri conosciuti solo localmente, che offrono salumi e formaggi eccellenti o ristorazione di nicchia. Nel mondo della ristorazione, c'è un grande cambiamento con un ritorno dell'attenzione per le materie prime e prodotti di prossimità e dall'altro lato, l'opportunità, in un Paese di biodiversità, di 8mila Comuni e tante piccole imprese, per chi è in grado di cavalcare il digitale, di vendere un prodotto che fino a ieri non si conosceva. L'Italia in questo è ben posizionata. L'anno scorso l'andamento dell'agroalimentare è stato positivo, nonostante la crisi. La ripresa è forte, i mercati stanno ripartendo. Se stiamo attenti, con mascherine e vaccini, il settore, che ha sofferto ma resistito, ce la farà alla grande». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 16/7/2021

16 Luglio 2021

Sammontana: «Dai lidi green al Barattolino sostenibile, impegnati su benessere, filiera e ambiente»

Ne parla Carlo Chizzolini, direttore generale Industriale e Ambiente del gruppo di gelati e pasticceria surgelata nato 70 anni, a SustainEconomy.24 Dai lidi green al packaging sostenibile allo studio di soluzioni futuriste: Sammontana, il gruppo italiano dell'iconico Barattolino, unisce agli impegni ambientali, con un target di ulteriore riduzione di CO2 nei prossimi 5 anni in termini di impatto della sola fase produttiva, salute e benessere e filiere sostenibili delle proprie produzioni. Ne parla Carlo Chizzolini, direttore generale Industriale e Ambiente del gruppo di gelati e pasticceria surgelata nato 70 anni, a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Un gruppo noto alle famiglie italiane con l'iconico Barattolino e, che, negli anni, ha visto crescere l'attenzione per filiere sostenibili, salute dei consumatori e ambiente. Ci traccia l'impegno di Sammontana? «Siamo passati da un'attività più orientata alla riduzione e alla compensazione della CO2, ad incorporare, proprio nel 2020, il nostro approccio in una strategia completa che prende in carico anche la progettazione dei prodotti e il controllo delle filiere su tutta la nostra produzione, non solo gelato. Prendendo spunto dagli obiettivi Onu e dal Green New Deal, abbiamo costruito, a maggio 2020 – in pieno lockdown - un gruppo interdisciplinare e definito una strategia che si basa su tre pilastri. Uno si occupa di salute e benessere, lavorando su alimentazione e nutrizione ma anche sul benessere animale e sulla lotta al food waste. Col secondo pilastro lavoriamo sulle filiere sostenibili con i nostri fornitori, quelli del packaging ma anche della materia prima, fondamentale per noi che facciamo gelato e pasticceria surgelata. E il terzo, appunto, è quello dell'impatto ambientale». A proposito del vostro impegno in termini di climate change quali sono gli obiettivi sulle emissioni? «Ci siamo impegnati e abbiamo lavorato in questi anni per rispettare l'accordo ministeriale, sottoscritto da Sammontana Italia già in tre versioni dal 2016, e ridurre o compensare l'impatto dei nostri prodotti. Abbiamo inoltre pensato una serie di progetti, non solo legati all'ambito produttivo. Con l'aiuto della scuola Sant'Anna di Pisa, abbiamo stabilito una base line, fissata al 2020, per valutare quanto fatto e dire quanto andremo a ridurre. Dal 2016 ad oggi siamo riusciti a ridurre l'impatto di CO2 del 12,6% per tonnellata di gelato e ci siamo dati l'obiettivo, per i prossimi 5 anni, di andare a ridurre un ulteriore 10,5% rispetto alla base line calcolata per gli stabilimenti produttivi». Si è aperta la stagione estiva; voi avete deciso di ripensare in chiave sostenibile e green l'esperienza dei lidi italiani. Qual è il progetto e che numeri prevedete? «Abbiamo fatto una riflessione, già da anni, sul valorizzare il momento del benessere in spiaggia come sempre più sostenibile, cercando di fornire ai nostri clienti, che sono i gestori dei lidi, soluzioni per ampliare la loro offerta. Abbiamo fornito il lido delle attrezzature green (come banchi frigoriferi a basso impatto ambientale) e compensato le vendite di gelato, in modo che l'atto di consumo sia a impatto zero. Siamo arrivati oggi a 150 lidi green e riscontriamo sempre più interesse. Quest'anno, poi, abbiamo deciso di andare oltre, e creare ombrelloni fotovoltaici che abbiamo sperimentato, simbolicamente, in una ‘spiaggia' milanese, alla BAM- Biblioteca degli alberi Milano, progetto della Fondazione Riccardo Catella. Gli ombrelloni servono ad alimentare sia i banchi frigorifero per il punto vendita dei gelati sia tutto il sistema di raffrescamento con un sistema di nebulizzazione aria-acqua per i clienti. Esperienza che per il momento è sperimentale ma, a breve, valuteremo i risultati per capire quanto possa essere riprodotta anche sui lidi tradizionali». Sul fronte del packaging cosa state facendo e cosa ci riserva il futuro a livello di prodotti? «Ci siamo impegnati, anche nell'accordo volontario con il ministero della Transizione ecologica, per sviluppare una serie di prodotti di eco-design e andare incontro alle esigenze sempre più stringenti di trovare packaging a minor impatto ambientale e più sostenibili. Nell'ultimo anno siamo passati, con l'intera gamma Barattolino, il nostro prodotto-icona - ne vendiamo circa 17-18 milioni in un anno - da plastica a carta. Un passaggio complesso, che va dal trovare l'imballo che garantisca la giusta sicurezza alimentare ad una serie di problematiche lungo tutta la catena del freddo prima di andare sul mercato. Ma sta avendo una ottima risposta da parte del consumatore. Oltre ad una serie di soluzioni con base carta che stiamo mettendo in commercio per eliminare la plastica, stiamo cercando anche soluzioni più avveniristiche. Anche se non siamo dei colossi come i nostri concorrenti in ambito gelato che sono multinazionali, cerchiamo di fare la nostra parte perché, essendo i numeri due in Italia su gelato e numeri uno nella pasticceria surgelata, sentiamo di avere una responsabilità nel dover sviluppare queste ricerche. In collaborazione con centri di ricerca e Università stiamo portando avanti soluzioni futuriste, per impattare meno ma, allo stesso tempo, dare garanzia di sicurezza». Mi ha parlato dell'accordo volontario che avete firmato con il ministero della Transizione Ecologica. «E' un accordo importante perché crediamo sia utile dialogare con il ministero ed avere dei contatti periodici, per allinearci alle tendenze e linee guida. Siamo coinvolti in studi di Lca (Life cycle assessment), eco-design ed economia circolare coinvolgendo fornitori e filiere. Ma già c'è un cambiamento: se qualche anno fa al tavolo col fornitore si parlava solo di prezzo, oggi sempre di più si parla di sostenibilità, attenzione agli impatti e soluzioni più vantaggiose». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 16/7/2021

16 Luglio 2021

Orsero: «Attenti all’alta qualità e alla filiera. Entro l’anno il piano strategico Esg 2022-2025»

La tracciabilità di frutta e verdura e la scelta di investire sulle eccellenze nazionali e sull'esotico 'made in Italy'. Matteo Colombini, co-ceo e cfo del Gruppo Orsero parla a SustainEconomy.24 anche dei progetti di M&A Un costante controllo della qualità e tracciabilità di frutta e verdura, selezione di prodotti certificati Residuo Zero e Nichel Free e attenzione alla filiera italiana ma anche la scelta di investire sull'esotico ‘made in Italy' e le M&A. Matteo Colombini, co-ceo e cfo del Gruppo Orsero, leader nell'Europa mediterranea per l'importazione e la distribuzione di prodotti ortofrutticoli di qualità, racconta a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, le scelte sostenibili e i progetti futuri del gruppo, che ha superato lo scorso anno il miliardo di fatturato, e sta lavorando al piano strategico Esg per il periodo 2022-2025 da presentare entro l'anno. Qualità dei prodotti e della filiera sono importanti per il settore ortofrutticolo. Quali sono gli impegni del gruppo Orsero sul fronte della sostenibilità? «Siamo convinti che qualità dei prodotti e attenzione alla filiera siano due elementi chiave per il settore ortofrutticolo, sia perché indispensabili per poter portare sulla tavola dei consumatori frutta e verdura di alta qualità, sia perché giocano un ruolo estremamente rilevante per la definizione di un approccio strategico e integrato alla sostenibilità. Questa attenzione si traduce per noi in un imprescindibile impegno nel rispetto delle norme e dei regolamenti, ma anche nella costante ricerca di soluzioni innovative che possano guidarci ad un continuo miglioramento in termini di qualità, sicurezza e tracciabilità dei prodotti lungo la catena del valore. Ad esempio quest'anno siamo stati orgogliosi di lanciare nella nostra azienda in Messico la collaborazione con Apeel – innovativa azienda americana con la missione di ridurre lo spreco alimentare - per l'utilizzo di una protezione a base vegetale sugli avocado che coltiviamo e distribuiamo, che permette di raddoppiare la durata di conservazione del prodotto mantenendone la qualità e aiutando a ridurre gli sprechi alimentari, un tema critico sul fronte della sostenibilità per il nostro settore. Siamo convinti che per sviluppare un approccio strategico alla sostenibilità sia necessario prendere in considerazione l'intera filiera, non solo per tutto quello che concerne tracciabilità e qualità dei prodotti, ma anche in relazione ai possibili impatti sociali e ambientali legati alle catene di approvvigionamento. Per questo ci impegniamo da sempre a creare e mantenere un dialogo costante e costruttivo con gli oltre 1.500 fornitori del nostro Gruppo». Avete annunciato un altro importante passo nel cammino sulla crescita sostenibile: voler predisporre un piano strategico Esg per il periodo 2022-2025. Ci state lavorando e lo presenterete entro l'anno? «Sì, abbiamo recentemente investito nella creazione di una nuova funzione dedicata alla sostenibilità, che sta lavorando al piano strategico con l'obiettivo di presentarlo entro la fine dell'anno. Partendo dai nostri valori, dal profilo e dall'identità del Gruppo, il Piano racchiuderà le sfide e gli obiettivi principali che affronteremo da qui al 2025 e oltre, e che andranno evolvendo nei prossimi anni alla luce del confronto con gli stakeholder». Continuate a investire sul made in Italy e sul controllo continuo della qualità. Ce ne parla? «Il costante controllo della qualità dei prodotti offerti sul mercato è uno dei maggiori punti di forza di Orsero: in ogni fase della filiera, durante il trasporto, in entrata ed in uscita dai magazzini, i prodotti devono rispettare severi standard che prevedono, solo in Europa, oltre 7.500 controlli qualità al giorno (dati del 2020). Accanto all'attenzione per la qualità e la tracciabilità, poniamo sempre più cura alla selezione di prodotti certificati Residuo Zero e Nichel Free: frutta e verdura di alta qualità coltivate seguendo le buone pratiche dell'agricoltura integrata, che rispondono a un crescente bisogno del consumatore di garanzia e rassicurazione circa i metodi di coltivazione e l'alta qualità del prodotto che sta acquistando. Queste linee di prodotto, frutto di partnership durature con produttori italiani, rientrano in un progetto più ampio portato avanti dal nostro Gruppo, dedicato alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari nazionali. Il Progetto Italia di Orsero si sviluppa attraverso la selezione di partner e nicchie di prodotti d'eccellenza, e la realizzazione di compartecipazioni con produttori agricoli, che il nostro Gruppo supporta anche finanziariamente. Un progetto che procede anche con diverse iniziative dedicate all'esotico italiano e specialmente all'avocado coltivato in Sicilia e Puglia». Cosa vede nei progetti futuri del gruppo Orsero? «Siamo impegnati in diversi progetti di sviluppo organico e sul fronte delle M&A con l'obiettivo del costante miglioramento della nostra offerta attraverso l'individuazione di nuovi trend, di consumo e di prodotto, che ci consentano di crescere in modo coerente con i nostri principi e la strategia di sostenibilità. Parlando di crescita organica possiamo citare, oltre al lavoro sulle filiere nazionali e sull'esotico italiano, il progetto dedicato ai prodotti ad alto contenuto di servizio, come il Fresh Cut, 100% frutta pronta per il consumo. Preparata artigianalmente ogni giorno nelle nostre strutture dislocate sul territorio italiano, è una linea per noi strategica, su cui abbiamo investito realizzando 4 nuovi stabilimenti produttivi nel 2018, e in cui crediamo fortemente, perché risponde a un bisogno sempre crescente del consumatore, che desidera uno snack fresco, sano e buono in tutti i momenti della giornata, anche e soprattutto fuori casa. Per quanto riguarda le M&A, monitoriamo nicchie specializzate di mercato nel Sud Europa, ad alto potenziale di crescita e valore aggiunto e iniziamo a guardare a nuovi mercati di distribuzione». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 16/7/2021

21 Maggio 2021

Parmalat: «Dal latte al packaging green, un team porta la sostenibilità sulle tavole»

L'intervista a SustainEconomy.24 di Maurizio Bassani, che da pochi giorni ha assunto la guida di Parmalat, azienda parte del Gruppo Lactalis in Italia Una specifica Direzione  a capo di un team di lavoro per guidare le azioni per una politica di sostenibilità che dalla stalla arriva alle case di 20 milioni di famiglie in Italia. Maurizio Bassani, appena nominato general manager di Parmalat, azienda del Gruppo Lactalis in Italia, parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, della strategia del gruppo che ha una storia nel nostro Paese con i marchi Parmalat, Santàl, Zymil e Chef, e 9 stabilimenti in 8 Regioni . A partire dal latte fino al packaging green che dal 2010 a oggi ha permesso di ridurre 7mila tonnellate di plastica e di evitare l'emissione di 14mila tonnellate di CO2. La pandemia ha modificato alcune abitudini e sul 2021 è difficile fare previsioni, dice Bassani che guarda comunque all'anno con ottimismo. Che ruolo ha la sostenibilità nel vostro settore e che ruolo ha nella strategia di Parmalat? «In Parmalat, azienda del Gruppo Lactalis in Italia, ci avvaliamo di circa 2.000 collaboratori, abbiamo 9 stabilimenti in 8 regioni italiane 1.000 agenti per servire 57.000 clienti in tutta l'Italia. Bastano questi numeri per far capire il nostro peso in Italia ed è per questo che, consapevoli del nostro ruolo locale e globale nel contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030, abbiamo avviato un percorso volto a identificare le nostre priorità e a declinare il nostro impegno nella sostenibilità. Le nostre iniziative sulla sostenibilità sociale e ambientale sono numerose: da una forte attenzione alla qualità dei prodotti e alla cura delle persone all'impegno nelle comunità in cui operiamo agli sforzi nella riduzione delle emissioni di CO2, ad un uso consapevole delle risorse naturali e allo sviluppo di nuovi packaging. Oggi vogliamo fare ancora di più: ci siamo dotati a livello di Gruppo di una specifica Direzione posta a capo di un team di lavoro che guiderà in modo sempre più sincrono le azioni destinate a sorreggere le politiche di sostenibilità dell'azienda. Abbiamo infatti individuato un piano strategico che ci permetterà di mostrare con orgoglio il nostro impegno per una sostenibilità a tutto tondo». La produzione degli alimenti ha un impatto nell'intera filiera. Ci parla dei target e dei risultati del gruppo in termini di sostenibilità? «Quando si parla di sostenibilità, è corretto mirare ad una sostenibilità integrata di filiera e i nostri sforzi vanno sempre di più in questa direzione. La sostenibilità di Parmalat parte in stalla, dove un team dedicato di persone collabora con gli allevatori che ci conferiscono il latte, avvalendosi di strumenti innovativi come "ClassyFarm" per assicurare la sostenibilità economica e il benessere animale. Il latte arriva poi in stabilimento, dove, grazie ai nostri scrupolosissimi controlli, possiamo assicurare al consumatore prodotti buoni e sicuri, di chiara origine e provenienza. Negli stabilimenti, adottiamo tutte le nuove tecnologie per renderci autosufficienti energeticamente: per esempio nel nostro maggiore stabilimento a Collecchio, grazie all'installazione di un potente cogeneratore, siamo arrivati al 90% di autoproduzione elettrica, con un netto miglioramento nelle emissioni. Sul fronte dei trasporti, per completare la filiera, ci stiamo muovendo per incrementare l'intermodalità e utilizzare mezzi che siano sempre più green. Non solo: ci impegniamo a organizzare le rotte dei trasporti in modo tale che siano sempre più efficienti. Lungo tutta la nostra filiera, gli sprechi non sono tollerati». Una delle sfide maggiori è sul fronte del packaging. Cosa è cambiato in Parmalat? A cosa state lavorando? Nell'ottica di un'economia circolare abbiamo sviluppato una packaging strategy innovativa e sempre più green. Riduzione della quantità di packaging utilizzato, progettazione degli imballi per ridurne il peso, impiego di materiali riciclabili e riciclati, utilizzo di materiali a basso impatto ambientale sono alla base di questa strategia, che dal 2010 a oggi ci ha permesso di ridurre di 7mila tonnellate la quantità di plastica impiegata e di evitare l'emissione di 14mila tonnellate di CO2. Per citare alcuni esempi: il peso di una bottiglia da 1 litro di latte fresco in PET è stato ridotto dell'8%, pari a 1931 tonnellate in meno di plastica in 10 anni, mentre quella da mezzo litro del 20% (-709 tonnellate); una bottiglia da 1 litro di latte UHT in HDPE pesa oggi il 7% in meno rispetto al 2010, e ha permesso di ridurre di 2940 tonnellate la plastica immessa sul mercato; un vasetto di yogurt da 125 grammi in PS è stato alleggerito del 6%, pari a un risparmio di 146 tonnellate in 10 anni e riprogettato in PP per poterlo riciclare. Giorno dopo giorno il nostro team di Ricerca e Sviluppo lavora sui nostri prodotti per renderli sempre più sostenibili e dove possibile favoriamo la loro circolarità, utilizzando materiali riciclati e riciclabili». La pandemia e il lockdown hanno modificato le abitudini e i consumi degli italiani. Come vede il 2021 di Parmalat? «Se vogliamo guardarla da un altro punto di vista, la pandemia ci ha fatto riscoprire il piacere dello stare in casa e recuperare alcune abitudini, come la colazione in casa e il pranzo in famiglia. In quanto azienda alimentare, noi non ci siamo mai fermati proprio per poter garantire gli approvvigionamenti alle famiglie italiane e ai nostri consumatori, questo grazie anche al lavoro straordinario dei nostri dipendenti, che abbiamo fin da subito dotato di un protocollo di sicurezza e di tutti i DPI necessari a garantire la continuità produttiva e allo stesso tempo la loro sicurezza. Sul 2021 è difficile fare previsioni. C'è l'incognita dei consumi fuori casa, legati alle riaperture di bar e ristoranti: sono rilevanti anche per un'azienda come la nostra, che comunque lavora nel settore del "fuori casa" in maniera abbastanza importante. Continueranno a crescere i consumi domestici: la parte di prodotti venduti nei supermercati e negozi è ancora oggi in crescita. In questo scenario così complesso noi siamo moderatamente ottimisti. E personalmente sono ottimista per la nostra azienda». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/5/2021

21 Maggio 2021

Findus: «Nel 2025 prodotti 100% sostenibili. In Italia spazio di crescita per il mercato veg»

Il 100% degli imballaggi sarà completamente riciclabile entro il 2022. L'impegno di Findus, il marchio del gruppo Nomad Food, leader in Italia nei prodotti surgelati, passa anche per la salvaguardia dei mari. Lo spiega Carly Arnold, Direttore Marketing di Findus Italia a SustainEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School Un manifesto nutrizionale per incoraggiare scelte sane e sostenibili e obiettivi sfidanti: dal 100% di materie ittiche certificate e di vegetali sostenibili al 2025 al 100% degli imballaggi riciclabili entro il 2022. L'impegno di Findus, il marchio del gruppo Nomad Food, leader in Italia nei prodotti surgelati, passa anche per la salvaguardia dei mari, come racconta Carly Arnold, direttore Marketing per l'Italia a SustainEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School. Che parla anche delle potenzialità del mercato dei prodotti green in Italia e all'estero con l'obiettivo di raggiungere entro il 2025 un fatturato di oltre 200 milioni e 3 miliardi di fatturato, includendo anche pesce e verdure, che rappresentano il core business dell'azienda. Si lavora ad un'alimentazione sostenibile. Quanta attenzione riscontrate nel vostro settore e tra i clienti? «Sebbene vi sia ancora una certa incertezza sull'impatto a lungo termine del Covid-19, è chiaro che la pressione per un'azione sul clima e sul cambiamento sociale sia cresciuta. I rivenditori e i consumatori sono sempre più interessati a marchi sostenibili; criteri ambientali, sociali e di governance vengono utilizzati sempre di più per le decisioni di investimento e, guardando specificamente al settore alimentare, è noto che il modo in cui il cibo viene consumato e prodotto sta avendo sempre più peso sulla natura e sul pianeta. In qualità di azienda europea leader nel settore degli alimenti surgelati, ci impegniamo a fare la nostra parte nella trasformazione del sistema alimentare, per ridurre la pressione sulle risorse, compresa la terra. Contro lo spreco alimentare, la surgelazione può essere una soluzione chiave perché permette di ridurre al minimo gli sprechi, favorendo un approccio più attento e sostenibile al cibo. La nostra ambizione è rendere il cibo sostenibile, sano, gustoso e accessibile a tutti».  Qual è il percorso che sta portando avanti Findus? «Una migliore alimentazione è uno dei pilastri chiave del nostro programma di sostenibilità. Il nostro Manifesto nutrizionale stabilisce gli otto impegni chiave per incoraggiare scelte positive, anche fornendo una migliore informazione ai consumatori, rendendo più convenienti le scelte sane e sostenibili e promuovendo una dieta più vegetale. Valutiamo le caratteristiche nutrizionali di tutti i nostri prodotti, utilizzando un metodo riconosciuto a livello internazionale. Questo ci permette di individuare opportunità per migliorare i prodotti e di valutare attentamente le caratteristiche nutrizionali dei nuovi lanci prima che arrivino sul mercato». Vi siete dati obiettivi sfidanti, a che punto siete? «Nonostante un anno turbolento per i nostri fornitori, dipendenti, clienti e consumatori, siamo orgogliosi dei nostri risultati in termini di sostenibilità sia a livello aziendale sia a livello locale. Abbiamo obiettivi ancora più ambiziosi e in cui stiamo investendo molto. Oggi, ad esempio, oltre il 95% delle materie prime ittiche utilizzate da Findus sono certificate MSC o ASC, con l'obiettivo di raggiungere il 100% entro il 2025. Il 90% dei volumi totali di Vegetali Findus è stato verificato secondo lo standard di sostenibilità FSA (Farm Sustainability Assessment) e sottoposto a revisione attraverso audit da parte di un ente terzo, con l'impegno di raggiungere il 100% di vegetali provenienti da un'agricoltura sostenibile entro il 2025. Inoltre, il 100% dei nostri imballaggi sarà completamente riciclabile entro il 2022, tutte le scatole di cartone prodotte nei nostri stabilimenti utilizzano carta proveniente da foreste gestite in modo sostenibile, e ci impegniamo a ridurre le emissioni di CO2 anno dopo anno. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, con orgoglio vogliamo sottolineare che nel 2020, a livello di gruppo Nomad Foods, abbiamo ridotto significativamente del 21% l'intensità delle emissioni di carbonio per tonnellata dei prodotti finiti. Per quanto riguarda l'inquinamento dei mari, lo scorso anno, come Findus Italia, abbiamo installato il nostro primo Seabin a Portoferraio (Isola d'Elba) per aiutare a ripulire i mari dalla plastica. Si tratta di un cesto di raccolta dei rifiuti che galleggia sull'acqua, capace di catturare oltre 500 kg di rifiuti all'anno e di veicolare al suo interno anche le microplastiche. E in collaborazione con Coop sosteniamo l'adozione di 10 Seabin lungo le coste italiane, dalla Liguria alla Puglia, per contribuire a raccogliere fino a 5.000 kg di rifiuti all'anno». Quante potenzialità offre il mercato green? «Il mercato dei prodotti vegetali e dei sostitutivi della carne vale 162 milioni di euro nella grande distribuzione italiana. Tenendo conto del fatto che il mercato alimentare veg nel Regno Unito vale 350 milioni, sappiamo che c'è ancora molto spazio per la crescita e prevediamo un aumento di quasi il 40% delle persone che proveranno i prodotti nei prossimi 5 anni. Sulla base di questi numeri, abbiamo deciso di lanciare la linea ‘Green Cuisine' - salsicce, polpette, burger e nuggets di pollo - a base di proteine vegetali - e medaglioni di zucchine, nuggets di piselli e bastoncini di spinaci completamente vegetali. Il feedback dei consumatori è stato più che positivo, raggiungendo quasi il 20% della quota di mercato nell'ultimo trimestre e contribuendo negli ultimi mesi a oltre il 50% della crescita della categoria in Italia. L'obiettivo di Green Cuisine è raggiungere entro il 2025 un fatturato di oltre 200 milioni in tutti i Paesi in cui è presente. A livello globale, tuttavia, prevediamo di passare da 2,5 miliardi a 3 miliardi di fatturato entro il 2025, includendo anche pesce e verdure, che rappresentano il core business dell'azienda». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/5/2021

21 Maggio 2021

Fileni: «Non ci sono alternative ad una scelta bio. E’ responsabilità verso i consumatori e valore economico»

ll  vicepresidente del primo gruppo in Italia delle carni bianche da agricoltura biologica parla dell'impegno e dei progetti a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School Non ci sono alternative alla scelta bio per rendere la filiera produttiva virtuosa e sostenibile: puntare sulla qualità del prodotto è un'assunzione di responsabilità verso il consumatore, e puntare sulla sostenibilità è un'assunzione di responsabilità verso le risorse ambientali. Ma anche una scelta di ritorno economico. E' questa la via tracciata da Fileni, gruppo agro alimentare marchigiano, terzo player nazionale nel settore delle carni avicole e leader in Italia nelle carni bianche da agricoltura biologica. Il vicepresidente, Massimo Fileni racconta a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e il Sole 24 Ore Radiocor,  il percorso da cittadini e imprenditori. Il Gruppo con oltre 1.800 dipendenti ha 7 stabilimenti produttivi, e investimenti nell'ordine di 100 milioni di euro programmati nel 2021-2025, tra innovazione e tradizione. Dall'abbattimento delle emissioni al 100% di energia rinnovabile dalle carni allevate senza il ricorso agli antibiotici e i mangimi non Ogm al packaging riciclabile. Fileni ha scelto un percorso di sostenibilità che va dalla qualità del prodotto al rispetto dell'ambiente. Ci parla di questa scelta? «Noi siamo già un'azienda che si occupa di nutrire, che è una delle più grandi responsabilità che professionalmente si può avere, e ci siamo resi conto che quello che facciamo, nutrendo, è custodire la terra e l'ambiente, il territorio e gli animali. Avevamo già un'attenzione per questi temi e abbiamo deciso di renderla sistematica e organizzata. La scelta è continuare a fare quello che sappiano fare e farlo ancora meglio e, non solo dal punto di vista del consumatore inteso come chi mangia i nostri prodotti, ma del consumatore, in quanto cittadino e persona. La nostra produzione è lunga e complessa, ma anche corta nel senso che controlliamo, in prima persona, dal prodotto allo scaffale. Noi siamo il terzo gruppo in Italia per dimensione nell'avicoltura e il primo in termini di carne biologica». Di recente siete anche diventati società benefit. Come si conciliano responsabilità ambientale e sociale con redditività e competitività? E la risposta dei consumatori vi dà ragione? «E' una conciliazione necessaria in quanto cittadini prima ancora che imprenditori. Dobbiamo preoccuparci della possibilità di continuare a prosperare in questo pianeta. Da cittadino la risposta è che non ci sono scelte alternative; da imprenditore posso dire che la scelta è altrettanto sensata. Si possono fare scelte green, sostenibili e responsabili in base a 3 linee di pensiero: la scelta responsabile e sostenibile è anche efficiente perché difficilmente una scelta sostenibile, ambientale e sociale non ha un senso anche strettamente economico; la scelta sostenibile in qualche modo anticipa le scelte del decisore politico che saremmo costretti a fare più avanti e quindi anticiparle ha un senso economico stretto per l'ultima linea del conto economico, se non nell'immediato, nel medio e lungo periodo; la terza, la scelta responsabile incontra la preferenza di consumatori e attori responsabili». Qual è la ricetta e quali sono i progetti che sta portando avanti Fileni nel 2021, un anno di ripartenza dopo la pandemia che ha cambiato le vite e le abitudini? «Il 2020 e il 2021 hanno una specificità che non hanno altri anni. Abbiamo imparato a lavorare in termini di trasformazione per evitare rischi e pericoli, abbiamo visto qualche difficoltà nella supply chain riguardo al mix di prodotti che sono variati molto ma rispetto ad altri settori non abbiamo avuto grossi vantaggi ma neppure svantaggi. Abbiamo avuto canali, come il fuori casa - dalla ristorazione alle mense chiuse -che hanno sofferto ma sono stati compensati dall'aumento del retail. Non si è sospeso il consumo ma si è fatto in maniera diversa. Nel nostro caso, quindi, più che di ripartenza parliamo di un percorso che prosegue. Per quanto riguarda il 2021, oltre al passaggio a società benefit, a breve uscirà il bilancio di sostenibilità, abbiamo acquisito di recente un'azienda produttrice di uova e abbiamo in mente diverse ristrutturazioni e investimenti produttivi oltre a grandissime novità di prodotti e packaging. Negli anni 2021-2025 abbiamo stabilito di fare investimenti nell'ordine dei 100 milioni». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/5/2021

09 Aprile 2021

La storia e i progetti della startup che, durante il lockdown ha ideato il delivery italiano di frutta e verdura 100% made in Italy scartata per difetti estetici

La storia e i progetti della startup che, durante il lockdown ha ideato il delivery italiano di frutta e verdura 100% made in Italy scartata per difetti estetici L'idea è nata durante il lockdown: portare a casa dei consumatori box di frutta e verdura a rischio spreco perché bocciate in estetica. Eccellenze italiane, presidi Slow Food e prodotti con una alta specificità geografica, spiega il ceo e founder di Babaco Market, Francesco Giberti, a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Del resto cresce sempre più la sensibilità degli italiani per i consumi sostenibili: nel corso del 2020 il 54% ha, infatti, diminuito o, addirittura annullato gli sprechi alimentari. E grazie ad una crescita costante della base utenti del 30% mese su mese, Babaco Market guarda a nuove città. Babaco Market, delivery italiano di frutta e verdura antispreco è nato durante il lockdown. A circa un anno qual è il bilancio e qual è la risposta dei consumatori italiani? «Babaco Market è nato a maggio 2020, nel periodo di pieno lockdown, quando abbiamo riscontrato un grande cambiamento da parte dei consumatori nel rapporto col cibo e abbiamo pensato di lanciare il nuovo servizio. A quasi un anno dalla nostra nascita, possiamo dire di aver raggiunto un bilancio molto positivo. A oggi, gli utenti iscritti al servizio sono circa 1.800. I consumatori rispondono molto bene alla nostra mission e sono molto soddisfatti del servizio che mette loro a disposizione frutta e verdura 100% made in Italy, sempre fresca e di stagione. Piace molto quello che chiamiamo "l'effetto Babaco", ovvero la sorpresa che ogni box porta con sé. Poiché il contenuto è frutto di quanto viene recuperato direttamente dal campo, i consumatori scoprono solo al momento dell'apertura della box i prodotti da loro acquistati. Sono tutti prodotti eccellenti, ma alcuni sono delle vere chicche che difficilmente avrebbero potuto acquistare nei supermercati, come le carote di Polignano o le arance bionde del Gargano. Mettiamo a disposizione dei nostri iscritti eccellenze italiane, presidi Slow Food e prodotti con una altissima specificità geografica e questo genera sorpresa ed entusiasmo». C'è richiesta per i consumi sostenibili? E sensibilità contro lo spreco? «La consapevolezza verso l'importanza di ridurre gli sprechi nel nostro Paese è in costante crescita: nel corso del 2020 il 54% degli italiani ha, infatti, diminuito o, addirittura annullato gli sprechi alimentari, ricorrendo a strategie che vanno dalla riscoperta degli avanzi in cucina a una maggiore attenzione alla data di scadenza. Il nostro modello di business ruota proprio intorno alla riduzione degli sprechi andando ad agire a monte della filiera per recuperare frutta e verdura che per ragioni estetiche rischiano di essere sprecate. Al momento collaboriamo con circa 80 realtà agricole distribuite su tutto il territorio nazionale. L'interesse dei consumatori per il nostro servizio è dimostrato da una crescita costante della base utenti del 30% mese su mese. Inoltre, visto quanto ci sta a cuore la tematica antispreco, cerchiamo di fornire ai nostri utenti consigli per contribuire in maniera attiva alla salvaguardia del pianeta, valore che è centrale per la filosofia di Babaco Market. In occasione della Giornata nazionale contro lo spreco alimentare abbiamo lanciato il progetto #Youcantwastethis per dare consigli antispreco insieme all'influencer Lisa Casali di Ecocucina e sensibilizzare i consumatori. Le piattaforme social per noi funzionano molto bene e ci permettono di diffondere la nostra vision, condividere le ricette realizzate anche con la collaborazione di nutrizionisti e arrivare a una clientela sempre più ampia». Avete iniziato a Milano e in Lombardia pensate di estendere la vostra iniziativa anche in altre parti d'Italia? Attualmente distribuiamo in abbonamento a 32 comuni in totale tra Milano, hinterland, Monza e Brianza. Dalla partenza ad oggi, in meno di un anno, abbiamo già consegnato 14.000 box. Sicuramente tra i nostri obiettivi di quest'anno ci sono l'estensione del bacino di copertura su Torino e altre città come Varese, Bergamo e Brescia con circa 60mila box e l'aggiunta di nuovi prodotti all'offerta attuale di Babaco Market». Che margini di crescita ha il settore in Italia? E quali sono i vostri target? «Nel 2020 gli acquisti online nel comparto food & grocery sono cresciuti del 55% rispetto al 2019 per un valore assoluto di quasi un miliardo di euro e dopo l'accelerazione data dalla pandemia la crescita è destinata a proseguire, dato confermato dalla crescita costante delle nostre metriche. Il nostro target attuale è prevalentemente femminile, green, attento alla propria forma fisica e alla propria alimentazione, ma trasversale a più fasce d'età, includendo millennials, generazione Z e mamme che prediligono un consumo familiare sempre più sano, etico ed ecologico». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 9/4/2021