Digital Transformation
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08 Aprile 2022

Pichetto Fratin:«Su crisi dei microchip l’Europa si è mossa bene ma 5-10 anni per vedere risultati»

Parla viceministro dello Sviluppo economico, Gilberto Pichetto Fratin. Quanto ai problemi di sicurezza «l'obiettivo principale è la sovranità tecnologica» L'Italia e l'Europa si sono mosse bene nella crisi dei microchip ma per vedere risultati rilevanti ci vorranno «almeno 5-10 anni». Lo afferma Gilberto Pichetto Fratin, viceministro dello Sviluppo economico nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Quanto a Intel, e alla scelta di insediare la gigafactory in Germania, il Governo italiano ha fatto il possibile per attrarre investimenti e, intanto, sta andando avanti con STMicroelectronics: «auspichiamo che quello in Germania sia solo un primo passo e che anche altri grandi soggetti possano valutare di investire nel territorio italiano». Quanto ai problemi di sicurezza, acuiti anche dal conflitto in Ucraina, «occorre innanzitutto tener presente che l'obiettivo principale è arrivare alla sovranità tecnologica nell'ambito europeo, che in questo settore non significa escludere le partnership, piuttosto fare una selezione tra tutti i potenziali partner, andando ad individuare quelli strategici e affidabili». Il contesto geopolitico da tempo ha messo in evidenza l'importanza di essere autonomi nella produzione dei microchip. È un obiettivo raggiungibile? Il problema della carenza di microchip c'era già prima che scoppiasse la guerra in Ucraina; a causa di stime errate rispetto al periodo Covid, si è rallentata la produzione, ad esempio, a Taiwan e in Corea. Durante la pandemia soprattutto nei primi mesi, c'era stato uno stop in vari settori come quello degli autoveicoli, che fanno grande utilizzo di microchip, ma dall'altro lato è iniziata a crescere la domanda di dispositivi digitali, ragion per cui quando è ripartita la produzione in tutti i vari settori si è registrata una condizione di sofferenza. Bisogna sottolineare che i microchip sono necessari in tantissime applicazioni, dall'automotive agli smartphone, dai computer agli elettrodomestici. Il conflitto in Ucraina, che alimenta nuove tensioni a livello internazionale, influisce direttamente anche sulla problematica della produzione dei microchip? Negli ultimi 30 anni si è perso moltissimo in termini di quote di produzione di microchip in Europa. Oggi abbiamo solo il 10% della produzione mondiale, quota che, fino a 30 anni fa, era di quasi il 50 per cento. Tutto ciò sta diventando una grande criticità. Il conflitto in Ucraina pone però una ulteriore e importante problematica. Per produrre i microchip servono, infatti, due elementi essenziali: il Palladio e il gas Neon: il 40% del Palladio proviene dalla Russia, il 70% del Neon dall'Ucraina. Si comprende allora come il conflitto aggravi una situazione di per sé molto difficile. L'Europa ha compiuto passi avanti nella normativa che regola la produzione dei microchip con l'adozione recente dell'European Chips Act. Sono sufficienti? La scelta della Ue di dotarsi dell'European Chips Acts stanziando 43 miliardi di euro, con possibile esclusione dell'applicazione della normativa degli aiuti di Stato, è un passo rilevante che può rimettere in moto il sistema per diventare nuovamente più produttivi. In quanti anni potremmo vedere risultati rilevanti in Italia e in Europa? Non si possono impiegare meno di 5-10 anni, considerati i tempi che servono per l'insediamento delle imprese produttrici. D'altronde lo stesso Chips Act prevede di raddoppiare l'attuale quota di mercato dal 10 al 20% da qui al 2030. Di recente Intel ha scelto di insediare la sua gigafactory in Germania. L'Italia può fare di più per attrarre gli investimenti? Il Governo cerca di agevolare in ogni modo i soggetti che vogliono implementare le loro produzioni nel nostro Paese. La disponibilità per l'insediamento di grandi gruppi come l'americana Intel è già nota. Intanto stiamo procedendo con STMicroelectronics per il potenziamento degli insediamenti già presenti nel territorio nazionale e siamo in genere aperti ad agevolare altri ingressi. Nel frattempo, Intel prevede di fare un grande investimento produttivo in Germania, una gigafactory da15 miliardi, e un grande centro di ricerca in Francia; l'azienda sta inoltre valutando l'ipotesi di realizzare un investimento per l'assemblaggio e il packaging in Italia. Auspichiamo, quindi, che quello in Germania sia solo un primo passo e che anche altri grandi soggetti possano valutare di investire nel territorio italiano: il Governo è pronto a trovare soluzioni per facilitare questo tipo di operazioni. D'altronde nel decreto energia abbiamo previsto una dotazione complessiva di 4,15 miliardi di euro da qui al 2030 per la produzione di microchip. Al momento c'è la disponibilità del Governo a compartecipare, a mettere capitale a fondo perduto, oltre tutto ciò ci sono valutazioni geopolitiche da parte delle grandi aziende. Con il conflitto in Ucraina si è posto un ulteriore accento al problema della sicurezza e della cybersicurezza, anche dei microchip. La diversificazione dei fornitori basta a risolvere le problematiche o meglio escludere prodotti provenienti da Paesi che non fanno parte dell'Occidente? Occorre innanzitutto tener presente che l'obiettivo principale è arrivare alla sovranità tecnologica nell'ambito europeo, che in questo settore non significa escludere le partnership, piuttosto fare una selezione tra tutti i potenziali partner, andando ad individuare quelli strategici e affidabili. La sovranità tecnologica è infatti precondizione della sovranità nell'innovazione e dell'autonomia strategica. Peraltro, dobbiamo renderci conto che stiamo vivendo un momento in cui si sta cambiando il paradigma degli ultimi 30 anni. Fino a oltre un mese fa per le grandi multinazionali c'erano più alternative per entrare nel mercato europeo: potevano produrre in altre parti del mondo e poi vendere i prodotti in Europa. Ora bisogna accorciare la catena di fornitura europea e bisogna accelerare su questo fronte. In generale col Chip Act l'Europa si è mossa bene, l'obiettivo di alzare la produzione al 20% è condivisibile, l'Italia si è mossa bene. Dopo tutto ciò, spetta alle grandi imprese fare le proprie dovute valutazioni. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/4/2022

26 Marzo 2022

Open Innovation, competenze trasversali per fronteggiare le nuove sfide

Allargare a tutto l’ecosistema dell’innovazione, ripensare il rapporto Corporate- startup, gestire al meglio la proprietà intellettuale: per rispondere alle spinte innovative c'è bisogno di competenze trasversali e formazione qualificata Open Innovation non è più un'espressione che si limita a definire proficue contaminazioni tra grandi aziende e startup. Il contesto si è ampliato, diventando più complesso e sfidante. Tra i temi su cui le capacità dei professionisti devono mettersi alla prova c'è la proprietà intellettuale, che non arriva più solo dalle aziende innovative, ma fluisce anche in direzione inversa. La risposta a queste sfide resta la formazione, qualificata e trasversale come quella pensata per l'Executive Master in Open Innovation & Intellectual Property targato Luiss Business School e realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino – tramite la SAA School of Management. Il percorso è pensato per rispondere alla crescente domanda da parte dei soggetti che operano nel mondo dell’Open Innovation e della gestione della tutela della proprietà intellettuale. Maria Isabella Leone, Direttrice dell’Executive Master Open Innovation and Intellectual Property, spiega come i professionisti devono attrezzarsi per fronteggiare le nuove sfide dell'Open Innovation. La complessità del Next Normal ha reso evidente la necessità per le grandi multinazionali di assomigliare sempre più alle startup, elaborando sistemi di Open Innovation. Quali sono i rischi e quali le opportunità di questa tendenza? Il tema dell'Open Innovation è entrato oggigiorno non solo nello storytelling aziendale, ma anche nei board. È una conversazione sempre più frequente anche tra C-level, alla luce della sua rilevanza strategica, e richiede sempre di più il commitment del Ceo (“No Ceo,no Party”, risuona nelle conversazioni aziendali) Uno dei modi più tradizionali di ragionare sulla gestione dell'Open Innovation è stato l'approccio delle imprese all'ecosistema delle startup. Più lean, più sperimentazione, cicli più veloci di innovazione. Ma oggi lo scenario è diventato più ricco e complesso e la discussione si è allargata includendo partner di vario tipo. Cosa è cambiato in particolare? Il dibattito al momento più rilevante in Italia e in Europa, dove le imprese sono per lo più piccole e medie, è su come l'Open Innovation possa entrare a far parte del loro modello di innovazione. Ad esempio, si parla sempre di più di Open Innovation di filiera, dove sono coinvolte non solo grandi imprese, ma anche aziende di minori dimensioni. Tutte devono iniziare a collaborare, sostenendo limiti e sfide importanti, dall’allineamento dei tempi, alle modalità di collaborazione, al linguaggio e alla cultura dell'apertura. Da una parte, si evidenziano le opportunità connesse all’adozione di una prospettiva più sistemica che consistono principalmente nella contaminazione del contesto ambientale con altre prospettive, alimentando la diversità, la creatività e l’innovazione. Dall'altra, si discute su come far sì che l’Open Innovation sia realmente implementata dalle imprese, superandone i connessi ostacoli che si fronteggiano quando idee esterne arrivano in azienda o quando asset interni vengono condivisi all’esterno. Si parla sempre di nuove idee che dall'esterno arrivano all'interno di un'azienda. Le imprese arriveranno a portare fuori il proprio patrimonio aziendale? Sì. L’Open Innovation non è solo flussi di conoscenza e innovazione in entrata ma anche in uscita. Nello specifico, attraverso differenti strumenti – come licenze, pledge o molto altro – le aziende possono rendere utilizzabili a terzi le loro idee/innovazioni non utilizzate e potenzialmente trarne valore. Questa modalità risulta essere nella pratica più difficile da implementare in quanto le organizzazioni, nonché gli individui, sono spesso restii a “condividere i crown jewels”, i gioielli della corona. È un aspetto dell’OI che spesso viene poco approfondito ma che può costituire una grande occasione per le imprese. Quali sono le sfide per la diffusione più estesa di questo paradigma? L’Open Innovation può generare enormi benefici per le organizzazioni adottanti ma è evidente che porti con sé anche delle sfide da non sottovalutare. Per semplificare, possiamo dire che le sfide connesse a questo paradigma possono essere categorizzate in tre macro-aree di riferimento. La prima è legata all'attivazione di un ecosistema fatto di diversi attori, con motivazioni e background diversi. Il dialogo non si limita più a startup e corporate, ma a grandi, piccole e medie imprese, startup, centri di ricerca, università, no profit, clienti, fornitori e addirittura competitors: tutti depositari di conoscenze, linguaggi e prospettive diverse. La seconda sfida riguarda la cultura: non basta essere aperti verso l'esterno, ma bisogna esserlo anche all'interno, essere pronti ad accogliere il cambiamento e mettersi in discussione, superando le diverse sindormi aziendali connesse all’ OI. Infine, c'è il tema cruciale della gestione della proprietà intellettuale. L'Open Innovation ha reso più acute le sfide dell'appropriabilità delle innovazioni e le organizzazioni devono utilizzare nuovi strumenti di gestione proattiva della PI per poter implementare efficacemente il paradigma. In che modo? Quando ci si apre a tanti soggetti, il tema della gestione della proprietà intellettuale diventa centrale. Avendo investito in innovazione, l'azienda guarda ai rendimenti, nel momento in cui la mette sul mercato. Quando la collaborazione è aperta, si apre la sfida alla gestione della tensione tra l'apertura, ormai necessaria, e la protezione. In questo scenario, quali sono le leve formative da tenere presenti quando si sceglie di operare nell'ottica di Open Innovation? È necessario ambire a padroneggiare una prospettiva a 360 gradi. Una conoscenza iperspecializzata non è più sufficiente. Il professionista di Open Innovation deve confrontarsi con soggetti differenti appartenenti a mondi diversi.  Deve confrontarsi con l'ufficio legale, la crowd o la folla da cui l’organizzazione può raccogliere idee, i fornitori e così via. Bisogna avere la capacità e gli strumenti per gestire questo dialogo a più voci attraverso competenze trasversali. Open Innovation e diversity: quanto la connessione di questi due elementi è un valore aggiunto per fare la differenza? La diversità un fattore chiave per far crescere la cultura innovativa delle imprese. In questo caso, il tema della diversity entra in campo guardando soprattutto all’eterogeneità di competenze trasversali multidisciplinari che permettano di costruire un dialogo proficuo interno e con i partner esterni. Allo stesso tempo l’empatia e l'empowerment abilitano una maggiore rappresentanza dei singoli attori coinvolti, funzionale a un dialogo interdisciplinare. La collaborazione tra startup e grandi aziende sta portando già i suoi frutti. Quali sono le prospettive future? Questa prima area di sviluppo dell'Open Innovation è stata resa possibile dai capitali delle grandi imprese, che hanno potuto attrarre le startup, sempre affamate di fondi per sviluppare le proprie idee. Negli ultimi 5-6 anni queste iniziative sono aumentate insieme al numero di corporate collaborative. La sfida sarà rendere questo processo sistematico, creando prodotti scalabili o evitando che le startup vengano cannibalizzate affinché diventino fornitori a tutti gli effetti. Creare valore per entrambe le parti è la vera sfida. SCOPRI IL MASTER 26/03/2022

25 Marzo 2022

Corti (WindTre):«sul consolidamento aperti alle opportunità, dialogo in corso con Iliad»

L'azienda, chiarisce il co-ceo designato, è pronta anche a una strategia stand alone Bene gli investimenti previsti dal Pnrr, ma non bastano per risollevare un comparto in crisi come quello delle telco. Un settore che «oggi ha un ritorno del capitale investito inferiore al costo del capitale. Sicuramente così non si può andare avanti». Lo afferma, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), Gianluca Corti, co-ceo designato di WindTre, che succederà (assieme a Benoit Hanssen, attualmente chief technology officer) a Jeffrey Hedberg in occasione della prossima assemblea di aprile. Nella sua prima intervista come amministratore delegato designato, Corti chiede dunque di intervenire in aiuto del comparto innanzitutto con una mossa «a costo zero», cioè l'innalzamento dei limiti elettromagnetici. Un'altra strada perseguibile è quella del consolidamento che «può giovare» ma «tutto dipende dall'approccio che sul tema avrà Bruxelles». Dal canto suo WindTre è «aperta ad accordi costruiti nel rispetto delle norme Antitrust, ma siamo pronti anche ad andare avanti da soli. Se ci sono opportunità interessanti per l'azienda le coglieremo, altrimenti noi siamo una grande realtà e possiamo andare avanti stand alone». Nel frattempo il gruppo ha in corso un dialogo con Iliad per la condivisione della rete mobile, ma, afferma Corti, «è troppo presto per qualsiasi altro commento». L'Italia, come emerge anche dallo studio WindTre Luiss BS, è ancora indietro nelle reti very high capacity, perché e come si può risolvere questo problema? Bisogna innanzitutto tener presente che per ottenere i permessi occorrono cinque mesi in media, in Sicilia come in Veneto. Gli operatori devono interfacciarsi con tanti enti, dai 6 agli 8, per avere le autorizzazioni, e quindi devono fronteggiare un grande costo in termini di gestione della permissistica. A tutto ciò si aggiunge il fatto che ci troviamo in un momento in cui bisogna favorire gli investimenti. Il comparto delle telco, negli ultimi 10 anni, ha investito circa 7 miliardi all'anno, grosso modo l'equivalente del totale che il Pnrr devolve all'intero settore da qui al 2026. Un intervento assolutamente benvenuto ma che da solo non risolve le necessità. In questo contesto una mossa a costo zero, che potrebbe giovare, è quella di equiparare i limiti elettromagnetici italiani per il 5G a quelli della media europea. Ci sono segnali in questa direzione da Governo e Parlamento? In Parlamento molti sono favorevoli, speriamo che con il prossimo decreto semplificazioni ter oppure il disegno di legge sulla Concorrenza, decidano in tal senso. Può sembrare una decisione impopolare, ma secondo me il Governo ha fatto scelte più complicate rispetto a questa. Probabilmente ci sarà sempre una minoranza che non sarà d'accordo, ma è un passaggio molto importante che consentirà all'Italia di avere davvero il 5G, fondamentale per il sistema Paese e per la competitività delle aziende. Al contrario, senza alzare i limiti elettromagnetici, non ci sarà la possibilità di avere il 5G in tutta Italia perché dovremmo mettere un numero di antenne che non è conveniente economicamente e non avremmo probabilmente l'autorizzazione a realizzarle in tutte le località dov'è necessario. Senza 5G non rischiamo, dunque, solo di perdere l'impatto positivo sull'economia e sul sistema Paese, ma dovremmo anche fare i conti col fatto che tra 3-4 anni, non tra 20, le reti 4G saranno talmente sature al punto da fornire una performance simile a quella che oggi hanno le reti 3G. I cittadini, cioè, non potrebbero usufruire del live streaming, delle videochiamate, in alcuni casi dovrebbero accontentarsi del whatsapp testuale senza le foto. In conclusione, innalzare i limiti elettromagnetici è una manovra necessaria nella situazione attuale e non costa nulla. Un altro problema del settore, soprattutto nel mobile, che ha compresso i margini, è la guerra dei prezzi. Il consolidamento nel comparto potrebbe essere una buona strada da seguire? Alla base del fatto che i prezzi del mobile sono così bassi, ci sono due criticità: innanzitutto i nostri anziani sono molto meno digitalizzati degli anziani del Nord Europa e della Corea. Inoltre, si sconta la concorrenza del mobile. Infatti, il livello dei prezzi dei dati mobili e l'alta qualità delle reti cannibalizzano parte della domanda che nel resto del mondo va verso il fisso. L'Italia è il Paese che in Europa occidentale e negli Usa ha la più alta percentuale di case senza connettività fissa. Più cresce la qualità della rete fissa e meglio è per tutti. Tuttavia, se si mantiene un livello di prezzi del mobile molto basso, ci sarà gente che continuerà a trovare conveniente avere solo il mobile, anche perché il risparmio per alcune famiglie in questa fase è molto importante. In questo contesto penso che il consolidamento possa giovare: in Europa ci sono 100 operatori mobili, negli Usa con all'incirca la stessa popolazione e un reddito più alto, gli operatori sono solo tre. I giganti americani hanno potuto arricchirsi e investire molto, in Europa si fa più fatica. Tutto dipende dall'approccio che sul consolidamento avrà Bruxelles. In passato in Italia c'è stata un'aggregazione, di cui noi siamo stati protagonisti, ma siamo passati dalla padella alla brace, la situazione di mercato è peggiorata. Dal 2016, anno in cui Wind si è aggregata con 3 Italia, infatti, i prezzi si sono ridotti in modo brusco, anche a causa dell'arrivo, voluto proprio dall'Europa, di un nuovo operatore. Noi, d'altronde, siamo nati con la concorrenza e siamo favorevoli al mercato. Bisogna però sottolineare che il settore oggi ha un ritorno del capitale investito inferiore al costo del capitale. Sicuramente così non si può andare avanti. Si parla della joint venture tra voi e Iliad sulla rete mobile, siete favorevoli a coinvestimenti e joint venture? Siamo aperti ad accordi costruiti nel rispetto delle norme antitrust, ma siamo pronti anche ad andare avanti da soli. Se ci sono opportunità interessanti per l'azienda le coglieremo, altrimenti noi siamo una grande realtà e possiamo andare avanti stand alone.Confermo che con Iliad è in corso un dialogo, ma è troppo presto per qualsiasi altro commento. Quanto agli investimenti affrontati dal settore, e in particolare alla maxi rata che gli operatori pagheranno a settembre per saldare il conto delle frequenze 5G, siete favorevoli a chiedere un rinvio? Le telecomunicazioni da molti anni fanno battaglia commerciale e la concorrenza è il nostro pane quotidiano. Tuttavia c'è anche un'attività che non riguarda temi competitivi e su questi bisogna presentare alle istituzioni alcune proposte in modo coeso. Per noi, come WindTre, quello del pagamento della rata è un tema in secondo piano, ma siamo favorevoli a sostenere la posizione degli altri operatori. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 25/3/2022

25 Marzo 2022

«Aperti ad analizzare qualsiasi tipo di offerta, anche sulla parte della rete»

Parla l'ad di Linkem, Davide Rota, sul consolidamento nel settore. Partecipare alla jv tra Iliad e Wind? «Se ce lo proponessero, perché no?» Dopo l'operazione di fusione con Tiscali, Linkem, operatore che copre oltre il 70% della popolazione con la sua rete 5G Fwa, guarda ancora al consolidamento e alla condivisione di business nel settore tlc come una delle strade maestre per far uscire il comparto dalle difficoltà. «Siamo aperti alla discussione e ad analizzare qualsiasi tipo di offerta, anche sulla parte infrastrutturale», dice l'amministratore delegato Davide Rota in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). La parte dei servizi di Linkem è già oggetto di fusione con Tiscali mentre sulla rete il gruppo ha già un accordo con Fastweb, ma valuta progetti di partnership, non necessariamente di tipo societario. Per Rota separare la rete dai servizi è una delle premesse per risollevare un comparto in crisi: «mettere tutto assieme ha sempre meno senso, ci sono alcune attività industriali o di fund raising, ad esempio, che sono di interesse di soggetti diversi». E sull'ipotesi di joint venture tra WindTre e Iliad per la condivisione della rete mobile, chiosa il manager: «Se ce lo proponessero, perché no?». Che tempi si prevedono per la fusione per incorporazione tra Linkem Retail e Tiscali? Stiamo rispettando la tempistica annunciata l'anno scorso. Ci sono delle condizioni sospensive che non dipendono dalle parti, ma  dovremmo essere riusciti a smarcarle tutte entro il mese di maggio e potremmo passare alla parte esecutiva. L' aspetto formale dell'operazione sta, dunque, andando avanti come pianificato. Il consolidamento è una tendenza  del settore telco in Italia e in Europa, a che punto siamo? È quasi indispensabile in questo momento fare qualcosa di diverso in un settore che, dopo un periodo di grande splendore, negli ultimi anni sta subendo dinamiche di contrazione. Per quanto ci riguarda ci sono due grandi attività da compiere: innanzitutto occorre separare la parte rete dal retail in modo che entrambe queste realtà abbiamo modo di sviluppare autonomamente la propria storia, i propri partner e strategie. Mettere tutto assieme ha sempre meno senso, ci sono alcune attività industriali o di fund raising, ad esempio, che sono di interesse di soggetti diversi. L'altro grande tema è quello di integrare i servizi di base delle tlc con altri servizi presenti in altri pezzi della catena del valore. Si tratta di business che entreranno quasi integralmente nella parte retail. Noi abbiamo iniziato tre anni fa col nostro Linkem Lab a identificare soluzioni, realtà, aziende verticali focalizzate sulla loro expertice. Abbiamo, cioè, cercato di superare il dilemma in cui è finito un settore che non è attraente come prima in termini di marginalità ma che è l'abilitratore dell'innovazione di tutte le altre industry e alla base della crescita di tutti gli altri settori verticali che si sono sviluppate nel frattempo. Siete, quindi, alla ricerca di altri partner? Siamo aperti alla discussione e ad analizzare qualsiasi tipo di offerta, anche sulla parte infrastrutturale, non sono mai stato fautore della proprietà indiscussa della rete. Sia sulla parte rete sia su quella retail ci possono essere delle importanti sinergie, non necessariamente di tipo societario, per le quali ci vuole molto tempo. Si può pensare anche a operazioni altrettanto strategiche, come ad esempio l'accordo con Fastweb per fare un pezzo di rete insieme, che possono essere realizzate in tempi decisamente più brevi. Per la parte rete, dunque, non cerchiamo esclusivamente un'operazione di carattere societario, ma uno o più partner con cui accelerare lo sviluppo dell'infrastruttura 5G. Dopo l'accordo con Fastweb stiamo, cioè, ragionando per vedere se ci sono altri partner con cui abbia senso fare sistema per ottimizzare gli investimenti a fronte di esigenze di traffico e di banda sempre più in crescita.. C'è un certo fermento nel settore, si pensi all'ipotesi di joint venture tra iliad e WindTre sul 5G. Sareste interessati? Se ce lo proponessero, perché no? È importante essere focalizzati sull'idea che ci vogliono sinergie. Costruire reti è sempre più oneroso, poter fare fronte comune tra i soggetti che vogliono utilizzare quelle reti è una soluzione interessante. Non abbiamo grandi operazioni imminenti, ma c'è da parte nostra la disponibilità a valutare. La cornice regolatoria italiana ed europea dovrebbe essere maggiormente favorevole al processo di consolidamento? Se alcune integrazioni non sono accadute nel tempo non è sicuramente per problemi regolatori o di leggi, ma per la volontà delle parti. Poi è ovvio che ognuno fa il suo mestiere e che  l'Antitrust ha il suo ruolo, soprattutto se si volessero fondere due realtà rilevanti. Sta, però, alle parti capire che mettersi assieme non vuol dire rinunciare al proprio pezzo di attività, ma riuscire a far le cose in modo diverso. Nel settore la proprietà della rete è ritenuta molto importante; c'è, quindi, un percorso che è anche culturale da compiere. Percorso, peraltro, fatto già per le torri che le telco non hanno più nel loro perimetro; le tower companies si sono così potute focalizzare maggiormente sul proprio mestiere. In vista dei bandi Pnrr come quello per il 5G parteciperete e lo farete in partnership? Ce li stiamo studiando, a seconda dei bandi ci sono soluzioni in cui ha senso andare da soli, altre per le quali è preferibile presentarsi in partnership con altri. Dobbiamo uscire dal concetto di fare solo tlc e aprirci al settore della digitalizzazione delle aziende, della pa, i bandi in questo aiutano. D'altro canto, il mondo delle tlc fa funzionare tutto quello con cui siamo abituati a vivere e lavorare, e oltre a rimarcare che  l'arpu è sceso e che ci sono dinamiche da correggere, bisogna guardare alle tante opportunità. Noi, ad esempio, abbiamo fatto tanti progetti con le carceri, abbiamo assunto detenuti a lavorare, e in questo campo c'è ancora molto da fare. Facciamo un altro esempio: stiamo lavorando a una serie di progetti sulla videosorveglianza evoluta basata sul 5G, oggi ci sono già tante videocamere in giro per l'Italia, ma questo comparto sarà soggetto a una grande rivoluzione. Sulla vostra rete in parte 5G stand alone, che progetti avete? Abbiamo una rete che copre oltre il 70%  della popolazione, abbiamo intenzione di trasformarla tutta, entro la seconda metà dell'anno prossimo, in 5G standalone. Oltre ad aggiornare tutti gli apparati di rete, modificheremo quelli lato utente, trasformandoli dal 4G in 5G. Mentre adeguiamo la rete esistente, le nuove installazioni saranno tutte 5G stand alone. Siete preoccupati per la stretta del golden power su 5G e cloud? Stiamo analizzando gli impatti operativi, di sicuro ci saranno risvolti in termini di processi,   di notifiche tra operatori e presidenza del Consiglio, stanno cambiando le procedure. D'altronde tutte le infrastrutture erano già soggette alle procedure sul golden power, dal punto di vista del business l'importante è che non si verifichino rallentamenti dei piani.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 25/3/2022

25 Marzo 2022

Unidata: «interessati al consolidamento solo con operazioni di carattere industriale»

Parla Renato Brunetti, presidente del gruppo di tlc quotato in Borsa dal 2020 Il consolidamento con operazioni dal punto di vista prettamente finanziario al momento non interessa a Unidata, società che si è quotata nel 2020 e si occupa di telecomunicazioni, fibra e servizi per la connessione nel Lazio. Cosa diversa è il processo di aggregazione che ha come obiettivo un'operazione di carattere industriale e di condivisione di asset: «Il consolidamento che si sta realizzando – afferma Renato Brunetti, presidente della società, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) - è di carattere soprattutto finanziario, c'è l'interesse di fondi  come Kkr per Tim e Macquarie che è diventato azionista di Open Fiber; si tratta di investitori  che fanno operazioni legittime di speculazione. Per il momento, dopo aver fatto la scelta della quotazione, non siamo interessati. Se invece si trattasse di operazioni industriali, attraverso le quali due soggetti mettono assieme gli asset, si fondono o fanno acquisizioni avendo un progetto industriale sottostante, allora saremmo interessati». «Iniziativa con fondo Cebf per le zone grigie nel Lazio» Il consolidamento è un processo auspicato da più parti nel settore delle tlc italiane, ed è una tendenza in atto anche a livello europeo. Metter fine alla guerra dei prezzi che ha colpito soprattutto il mercato del mobile e condividere gli investimenti sono tra gli obiettivi da raggiungere attraverso la riduzione degli attori sul mercato. Anche una piccola società come Unidata si dice pronta, dunque, a partecipare, ma a patto che non si tratti di operazioni solo dal punto di vista finanziario.  La società, inoltre, ha in piedi un'iniziativa per cablare le zone grigie del Lazio con Cebf, il fondo europeo che non entra nelle società già esistenti ma crea col partner nuove realtà (in questo caso Unifiber). «Per noi non cambia molto con la rete unica, abbiamo già un nostro network» Unidata non vede nell'ipotesi di rete unica tra Tim e Open Fiber, come paventato da altri, un possibile vulnus nella realizzazione delle gare. «Non lo ritengo un problema: Tim e Open Fiber parteciperanno ai bandi; ogni singolo operatore ne può vincere al massimo metà, quindi ci saranno almeno due vincitori. Se a vincere dovessero essere proprio Tim e Open Fiber e successivamente realizzassero la rete unica, nascerebbe un grande operatore wholesale, cioè all'ingrosso. Considerando il nuovo modello di rete unica che Tim vuole portare avanti, rinunciando cioè al controllo societario, l'azionista di maggioranza relativa dovrebbe essere Cdp, aspetto che renderebbe più ‘digeribile' il nuovo soggetto, anche se poi ci sarà un problema significativo di Antitrust europeo». Brunetti ricorda che la direttiva europea è favorevole alla concorrenza infrastrutturale, dunque la rete unica dovrebbe esistere secondo lui solo nelle aree che non sono  a concorrenza di mercato. Tra gli effetti previsti della creazione di un sole network, di fronte a un sostanziale monopolio, c'è quello che gli utenti, spiega il manager, pagheranno di più: «i prezzi sarebbero destinati ad aumentare». Tuttavia dal punto di vista di Unidata «che – conclude Brunetti – ha già una sua rete, non cambierà molto, saremmo di fronte a  un monopolio ma Davide in genere è più agile di Golia». «Stiamo facendo un progetto di data center con Azimut, pronti a offerta su cyber» Unidata si muove anche su altri fronti, come il cloud, con un progetto di data center non ancora chiuso che costerà decine di milioni di euro. «Abbiamo realizzato un progetto col fondo Azimut, stiamo studiando questa possibilità. I tempi di decisione saranno brevi, tipo di un mese, poi la realizzazione del progetto sarà impegnativa». La società è attiva anche nel settore della cybersecurity, particolarmente in auge visto  il pericolo che si amplifichino gli effetti, su questo fronte, provocati dalla guerra in Ucraina. «Stiamo lanciando – conclude Brunetti – Unicyber e siamo pronti per pubblicare l'offerta».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 25/3/2022

25 Marzo 2022

«In Europa in corso il consolidamento delle tlc ma contesto resta critico»

L’intervento di Antonio Perrucci, Direttore Astrid Led, a DigitEconomy.24 Da inizio di marzo, l'attenzione dei mercati e degli analisti tlc si è concentrata sulla possibile fusione delle attività spagnole di Orange e Mas Movil, rispettivamente terzo e quarto operatore nel mercato della telefonia mobile in Spagna (in termini di linee, terzo trimestre 2021), con la conseguente riduzione a tre del numero degli operatori mobili e la nascita di un'impresa valutata circa 20 miliardi di euro. La prospettata joint venture paritetica non condurrebbe solo alla nascita del primo operatore mobile, che, con una quota di mercato cumulata del 42%, distanzierebbe significativamente l'attuale leader Movistar (28,4%). Anche nel mercato della banda larga fissa, il nuovo soggetto diventerebbe leader di mercato, con una quota del 41,5%, sei punti percentuali in più di Movistar (35,6%). L'operazione presenta profili problematici dal punto di vista antitrust, soprattutto in alcune regioni del Paese (Asturie, Paesi Baschi). D'altro canto, il processo di concentrazione del mercato spagnolo si è avviato da tempo, sia nel fisso che nel mobile, come dimostrano le diverse acquisizioni da parte dei principali operatori, in particolare del gruppo Movistar (ora controllato dai fondi Cinven, Providence e Kkr) che, da poco, ha acquisito anche Euskatel, operatore leader nei Paesi baschi. Per la stampa spagnola Orange-Mas Movil potrebbe alimentare il consolidamento Secondo la stampa internazionale, spagnola in primo luogo, questa operazione, qualora autorizzata dalle competenti autorità antitrust (la Commissione europea, presumibilmente), potrebbe alimentare quel processo di consolidamento dei mercati europei di tlc, da anni invocato dagli operatori del settore. La crisi dei mercati tlc è peraltro evidente in tutta Europa, con situazioni di particolare sofferenza nei Paesi e per le imprese del Sud Europa, tra cui l'Italia, dove la riduzione del fatturato è risultata molto accentuata nel decennio 2010-2020 (dati Agcom). La risposta più immediata che viene dalle aziende è la concentrazione del mercato, per ridurre gli oneri degli investimenti e più in generale i costi, ed aumentare i prezzi finali, dopo anni di "guerra" a colpi di ribassi e promozioni. Come è noto, in Europa si sta discutendo di altre operazioni di concentrazione che vedono protagonisti operatori del calibro di Vodafone, Three, Iliad, mentre alcuni deal si sono già conclusi (ad esempio, in Italia la fusione tra Linkem, con spin off della rete, e Tiscali). Specifica attenzione a possibile fusione tra Open Fiber e NetCo Una specifica attenzione va senz'altro rivolta alla possibile fusione tra Open Fiber e NetCo, l'operatore di rete che dovrebbe risultare dalla annunciata disintegrazione verticale dell'incumbent italiano. Tuttavia, in questa fase, è opportuno seguire le modalità con cui l'azienda procederà effettivamente alla separazione delle attività, prima di formulare valutazioni sulle sinergie e i problemi antitrust e regolamentari della (eventuale) successiva fusione con Open Fiber. Invece, da due anni, non si parla più della eventuale fusione tra i due incumbent di Francia (Orange) e Germania (Deutsche Telekom) che darebbe vita ad un operatore in grado di competere con i leader di mercato statunitensi (AT&T, Verizon) e muterebbe decisamente lo scenario europeo. Accordi di coinvestimento accanto alle operazioni di M&A Accanto ad operazioni di M&A, in Europa (ad esempio, Francia, Spagna ed Italia) si stanno sviluppando accordi di coinvestimento ed altre forme di condivisione del rischio (network sharing, nel mobile in particolare) da parte delle telco. In tale direzione, spinge soprattutto la realizzazione delle reti a banda ultra-larga, sia fisse che mobili, per via degli ingenti investimenti che comportano. La cooperazione tra gli operatori è motivata anche da processi che – seppure collegati al deployment delle reti – rivestono una autonoma valenza: l'introduzione e la standardizzazione di nuove tecnologie di rete (ad esempio, Open-Ran, nel mobile), la crescente adozione di soluzioni cloud da parte delle telco, con la conseguente trasformazione dei tradizionali modelli di business. Il fermento dei mercati europei di tlc non si limita a quelli di telefonia mobile e fissa, ma investe – significativamente - mercati contigui, a cominciare da quelli delle torri di telecomunicazioni. In questo caso, tuttavia, il processo di consolidamento non è guidato dai gestori di tlc, bensì da imprese specializzate nel settore, per lo più controllate da fondi di investimento internazionali. Negli ultimi anni, la quota di mercato detenuta dagli operatori mobili si è ridotta a vantaggio delle tower companies (Cellnex, in primis), che, tra il 2014 ed il 2020, aumentano di sette punti percentuali la propria quota, arrivando al 20% del mercato. Peraltro, a questo fenomeno si è accompagnata la strategia di carve out di molti grandi operatori di tlc, con il conferimento delle proprie torri ad una separata entità. Solo in alcuni casi, il processo di consolidamento del mercato delle torri è collegato ad analogo processo nel mercato dei servizi (l'acquisizione di E-Plus da parte di Telefonica in Germania). Nel mercato dei cavi sottomarini aumenta ruolo delle piattaforme digitali Un fenomeno diverso, non riconducibile alle tendenze di concentrazione dei mercati, interessa un altro mercato "contiguo", quello dei cavi sottomarini, dove aumenta il ruolo delle piattaforme digitali, soprattutto Google e Facebook, impegnate a realizzare, da sole o in consorzio con altri soggetti, queste infrastrutture fondamentali per il traffico Internet. Anche in questo caso, ne consegue una riduzione del ruolo delle telco. Siamo quindi di fronte ad una fase particolarmente difficile per gli operatori di tlc, che da molti anni vedono ridursi, per diverse ragioni, fatturati e margini, mentre resta la necessità di investire sia nelle reti che nei nuovi servizi. A tal fine, l'Unione europea ed i singoli Paesi membri hanno varato strategie di sostegno all'investimento privato per la realizzazione di reti a banda ultra-larga. Ciononostante, il contesto, decisamente mutato rispetto a dieci anni fa, permane critico per le telco. Di questa situazione, dovranno tenere conto le diverse autorità pubbliche: nel valutare le operazioni di concentrazione e gli accordi, per quanto riguarda le autorità antitrust, come segnala la nuova policy di Ofcom in materia; nel fissare oneri (per le risorse scarse) e limiti (elettromagnetici, in primis), da parte dei governi; nello svolgimento delle analisi di mercato (ormai limitate a due settori), nel caso delle autorità di regolazione, la cui attenzione è probabile si concentri sulla tutela del consumatore, per i possibili riflessi negativi di una (eventuale) concentrazione dei mercati. 25/03/2022

11 Marzo 2022

«Indispensabile aumentare le sinergie europee di fronte a emergenza cyber»

Parla Emanuele Galtieri, amministratore delegato della società di cybersecurity Cy4Gate Per contrastare gli attacchi cibernetici la parola d'ordine è «cooperazione» ed è «indispensabile aumentare le sinergie europee di fronte all'emergenza cyber». Lo afferma Emanuele Galtieri, ceo di Cy4Gate, società di cybersecurity, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), alla luce dei rischi legati al conflitto russo-ucraino. Rischi che, spiega il manager, erano prevedibili visto che «l'attuale condizione di conflittualità nel dominio cyber si protrae sin dal 2014, anno in cui la Russia occupò la Crimea». Cy4Gate è una società quotata in Borsa e controllata al 54% dal gruppo Elettronica, che opera principalmente con governo, forze armate, forze di polizia e agenzie di intelligence. Nelle attuali circostanze è pronta ad aiutare le istituzioni «con servizi a valore aggiunto quali le attività di penetration testing e vulnerability assessment, finalizzate a valutare il livello di resilienza del 'perimetro cibernetico' sotto esame». D'altronde, in generale, il numero di attacchi registra, spiega il ceo, «un trend crescente nell'ultimo biennio che, in circostanze di conflitto quali quello attuale, tende ad acuire un fenomeno di cui spesso si rimane vittime inermi di un nemico invisibile per mancanza di consapevolezza, formazione e competenze». L'emergenza Ucraina sul fronte degli attacchi cyber era prevedibile? Il Centro degli studi Strategici e Internazionali di Washington fa risalire i primi attacchi cyber con finalità di cyber war addirittura al 2003. E sin da allora ogni conflitto regionale o di più ampia portata è stato sempre preceduto e affiancato ad attacchi cibernetici. L'emergenza ucraina non sfugge a queste stesse strategie e tattiche che oggi si combinano in contesti di guerra cosiddetta "ibrida", pienamente prevedibile in questo frangente non solo perché la guerra cibernetica è da anni parte integrante delle modalità di condurre un conflitto ma anche perché l'attuale condizione di conflittualità nel dominio cyber si protrae sin dal 2014, anno in cui la Russia occupò la Crimea e i separatisti russofoni del Donbass, sostenuti da Mosca, hanno ingaggiato l'Ucraina in un conflitto i cui effetti sono ancor oggi pienamente percepibili. Si fa risalire al 2016 il primo importante attacco all'Ucraina con il ramsoware "Petya", che mandò nel panico un gran numero di aziende e istituzioni pubbliche, mietendo vittime illustri come, ad esempio, il colosso francese della grande distribuzione Auchan, sebbene il bersaglio principale fosse proprio l'Ucraina, destinataria di circa l'80% degli attacchi del nuovo e micidiale virus. Come potete supportare le istituzioni italiane? Le profonde skill tecniche delle nostre persone ci permettono di supportare le istituzioni ove siamo richiesti con servizi a valore aggiunto quali le attività di penetration testing e vulnerability assessment, finalizzate a valutare il livello di resilienza del "perimetro cibernetico" sotto esame, nell'ottica di fornire gli strumenti necessari a irrobustirne le difese, elevandone il livello di protezione. Le iniziative sin qui descritte resterebbero ancora poco efficaci se non corroborate da una fase di training per generare awareness sul tema della cybersecurity e abilitare gli operatori del settore nell'identificare e respingere un attacco. È in quest'ottica che si innesta la Cy4Gate Academy, una palestra cyber, costituita da un mix di attività teoriche abbinate da periodi di esperimento pratico presso i nostri laboratori cibernetici, ove è possibile toccare con mano l'intensità di una cyber war, sebbene simulata. Contiamo di poter, a breve, ulteriormente rafforzare il nostro apporto alle istituzioni e alle aziende nazionali grazie all'acquisizione del 100% di Aurora, società collocata al vertice di un gruppo leader nell'ambito della cyber intelligence e data analysis. Avete approntato strumenti nuovi qualora l'emergenza per l'Ucraina dovesse crescere? Bisogna entrare nell'ottica che, nella cyber, ciò che fino a qualche anno fa poteva essere definito un'emergenza è oggi da considerarsi la "nuova normalità". In questo contesto di conflitto permanente sul campo di battaglia digitale, per un'azienda che fa della cybersecurity il proprio core business, i piani di gestione delle emergenze rappresentano il pane quotidiano. Abbiamo costituito un "Incident response team" capace di identificare e contrastare gli attacchi cibernetici tanto a tutela della nostra realtà aziendale quanto a supporto di enti e istituzioni che richiedano il nostro coinvolgimento. Dobbiamo, purtroppo, segnalare come il numero di attacchi registri un trend crescente nell'ultimo biennio che, in circostanze di conflitto quali quello attuale, tende ad acuire un fenomeno di cui spesso si rimane vittime inermi di un nemico invisibile per mancanza di consapevolezza, formazione e competenze. Inoltre l'innovazione, nel dominio della cybersecurity è indispensabile per la realizzazione di prodotti in grado di contrastare una minaccia in perenne evoluzione. Cy4Gate ha creato una rete di collaborazioni tra la propria ingegneria e le principali università e centri di ricerca nazionali su temi di frontiera in questo settore. Abbiamo creato da gennaio il "Center of competence for artificial intelligence", reparto di risorse dedite esclusivamente alla creazione di efficaci algoritmi di intelligence artificiale applicati trasversalmente ai nostri prodotti. L'azienda aderisce, inoltre, ai principali tavoli europei di ricerca e innovazione. E' auspicabile un maggior coordinamento in chiave europea? Nel dominio cibernetico la parola d'ordine è "cooperazione". Serve collaborare tra pubblico e privato poiché la maggior parte delle infrastrutture, specialmente quelle definite "critiche", opera in un ambiente digitale, è posseduta e gestita da privati ma viene regolamentata dal settore pubblico; ma è, altresì, indispensabile generare sinergie a livello europeo. Su questo versante se ne parla, tra alterne fortune, già dal 2000 ma con successi alterni. Da allora il quadro normativo europeo in materia si è molto evoluto e a ciò ha contribuito l'istituzione del 2004 dell'Enisa (European union agency for cybersecurity) che, tra i suoi obiettivi, ha quello di stimolare un'ampia cooperazione tra gli attori del settore pubblico e privato sia a livello di singoli Stati sia comunitario e il ruolo è stato ulteriormente rafforzato nel 2019 quando, con il "Cyber Security Act", gli è stato attribuito anche il mandato di operare come centro di informazioni e conoscenze, promuovendo lo scambio di buone pratiche tra gli Stati membri e i portatori di interessi del settore privato. La recente istituzione in Italia dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, quale punto unico di contatto per la cooperazione tra omologhi enti degli Stati Membri, completa un quadro in materia che lascia decisamente ben sperare sull'efficacia del coordinamento cyber in chiave europea. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/3/2022

11 Marzo 2022

«In Ucraina non è ancora cyber war, ma occorre prepararsi e difendere le infrastrutture»

Parla Eugenio Santagata, AD di Telsy (TIM): «Stiamo cercando di trovare le vulnerabilità e simulare attacchi cyber su larga scala» Nel caso del conflitto russo-ucraino, al momento, non è corretto parlare di cyber war e, secondo Eugenio Santagata, ceo di Telsy, società della cybersecurity del gruppo Tim, è improbabile che ci sia un'escalation. Ma in questi casi è bene prepararsi e, indipendentemente da quello che si registra, aggiunge il manager nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), «stiamo cercando di trovare le vulnerabilità delle nostre infrastrutture e simulare attacchi cyber su larga scala». Occorre, inoltre, innalzare gli investimenti per i progetti di cybersecurity: i 650 milioni previsti dal Pnrr sono «un buon inizio», ma «la necessità di investimenti è molto più alta». Santagata, già ceo di Cy4Gate e vicedirettore generale di Elettronica, ha trascorso 15 anni in vari ruoli operativi come ufficiale di comando in operazioni militari. Quali sono i settori più a rischio in caso di attacchi cyber? I settori che presentano un maggior livello di esposizione al rischio riguardano sicuramente le infrastrutture su cui si basano i servizi di pubblica utilità e dove operano sia le grandi aziende sia le Pmi. Le prime, grazie a una sensibilizzazione continua, hanno già sviluppato sistemi di difesa avanzati. Nel vasto mondo delle Pmi, invece, per fattori culturali o di budget, c'è ancora una scarsa percezione dell'utilità degli investimenti nella difesa da attacchi cyber. Per queste ragioni stiamo ponendo particolare attenzione a questo comparto, con una rinnovata strategia di offerta.In generale Telsy, grazie alle proprie competenze, e in piena sinergia con la forza vendite di Tim, offre le più avanzate tecnologie e servizi di sicurezza per le diverse tipologie di clienti, pubblici e privati. Per la loro strategicità vanno considerati con attenzione anche il mondo della sanità e quello della pubblica amministrazione, settori nei quali è necessario innalzare il livello di sicurezza informatica. Anche perché dal 6 marzo, nell'ambito del conflitto russo-ucraino, c'è stata la segnalazione, da parte del Csirt di un potenziale incremento di attività cyber rivolto agli obiettivi italiani. È stato importante sensibilizzare una platea più ampia possibile di attori in concomitanza con la recrudescenza di azioni offensive. Peraltro, stiamo vivendo in un periodo in cui tutti i giorni si registrano azioni con motivazioni varie, un fenomeno che in realtà perdura da tutto l'anno h24. La presa d'atto del pericolo è di per sé una buona notizia, spinge a porre in essere come sistema Paese delle contromisure. Bastano i 650 milioni stanziati dal Pnrr per la cybersecurity? Sicuramente costituiscono un buon inizio, ma la necessità di investimenti per progetti di cybersecurity è molto più alta. Il tema è comprendere il valore intrinseco della sicurezza cibernetica in ogni settore. Se pensiamo, ad esempio, ad investimenti di intelligenza artificiale per le smart city oppure alla sensoristica occorre chiedersi: qual è la quota destinata alla cybersecurity? E così via. Un altro aspetto rilevante per poter pensare a una strategia difensiva solida è quello di avere tecnologie di proprietà: l'80% delle tecnologie è di provenienza estera, il rischio è dunque quello di finanziare, anche con il Pnrr, soprattutto le aziende straniere. Sono temi sui quali stiamo lavorando direttamente. Il terzo tema è quello dei talenti. In questo periodo di incremento della campagna offensiva, si fa sempre più fatica, per varie ragioni, a reperire le competenze necessarie. In caso di escalation campagna offensiva, si può parlare di rischio di cyber war per il conflitto russo-ucraino? Su questo c'è molta disinformazione, proviamo a fare chiarezza. È vero che si è registrato un aumento significativo di operazioni finalizzate a creare disservizio; al tempo stesso, non credo si possa parlare di cyber war nel caso dell'Ucraina. Quello a cui abbiamo assistito sono principalmente attacchi dimostrativi, volti a fare rumore. Niente di paragonabile a quanto accaduto in Ucraina nel 2014 e nel 2016-2017, quando la Russia dimostrò di poter colpire la rete elettrica nazionale. Non è detto che non avvenga in seguito, ma a mio avviso è improbabile sulla base di diverse considerazioni. Se da un lato la forza difensiva ucraina è più solida rispetto al 2016-2017, d'altro canto quando si passa a operazioni militari di tipo convenzionale, l'attacco cyber, se c'è, diventa secondario. Negli ultimi 20 anni le operazioni di attacco cyber in grande scala sono state poche, considerando anche quelle rivolte contro l'Ucraina nel 2014 e nel 2017. Quando avviene l'attacco cyber in larga scala in genere tacciono le armi. Al momento l'arma cyber è stata usata più per creare fake news o fare propaganda. Nel caso, che lei ritiene improbabile, di escalation dei cyber attacchi, l'Italia è pronta? In questo campo vale il detto "se vuoi la pace devi preparare la guerra", indipendente da quello che registriamo anche a fronte di un fenomeno cyber poco rilevante. Vale da stimolo per aumentare la nostra capacità di resilienza. Stiamo cercando di trovare le vulnerabilità delle nostre infrastrutture, simulare attacchi cyber su larga scala, ci concentriamo talvolta sui servizi più esposti di un'azienda, come il sito web o la posta. Avete studiato prodotti per l'emergenza, state portando avanti iniziative ad hoc? Tra le soluzioni sul mercato ne abbiamo una di education sotto forma di tutorial rivolta al mondo delle Pmi, ma anche alle grandi aziende che vogliano dotare tutti i dipendenti di conoscenze, coinvolgendo pure coloro che non lavorano nel settore della sicurezza. Occorre ricordare che nella maggior parte dei casi l'anello debole è proprio l'uomo. In ottica nazionale, noi stiamo interagendo continuamente con gli stakeholder, con l'Agenzia per la cybersicurezza, i nostri partner storici come la Difesa o le forze armate.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/3/2022

11 Marzo 2022

Urso (Copasir): «Attacco cibernetico su vasta scala va considerato atto terroristico»

La soluzione migliore per la rete di tlc, dice inoltre il presidente del Comitato, è un'infrastruttura «unica e a controllo pubblico» Nuove proposte in arrivo da parte del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, per migliorare l'asseto normativo e fronteggiare i rischi cyber che emergono dal conflitto tra Russia e Ucraina. Lo annuncia a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) il presidente Adolfo Urso.«In passato - spiega -  abbiamo anche sottolineato come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e come sia necessario anche predisporre una difesa pro-attiva». Il Comitato ha di recente audito il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale e ritiene che l'attacco cibernetico non vada perseguito come truffa ma come atto terroristico. Quanto alla sicurezza di un asset strategico come la rete di tlc, Urso rimarca che la soluzione migliore sarebbe «una rete unica a controllo pubblico». In occasione del conflitto russo-ucraino e dell'ipotesi di uno scenario di guerra cibernetica che cosa si può fare per migliorare la risposta dell'Italia? Proprio ieri abbiamo audito il direttore della Agenzia per la cybersicurezza nazionale e nei prossimi giorni presenteremo nostre specifiche proposte per migliorare l'assetto normativo anche per fronteggiare nuovi rischi che emergono dal conflitto in Ucraina. Già nella prima relazione in questa legislatura il Copasir, tra i tanti aspetti, aveva sottolineato che mancava allora e manca ancora oggi una fattispecie di reato specifico. L'attacco cibernetico è perseguito come truffa, una fattispecie inadeguata tantopiù nel caso in cui l'autore sia uno Stato o un gruppo terroristico. In passato abbiamo anche sottolineato come la Russia sia il Paese più attrezzato al mondo per la guerra cibernetica e come sia necessario anche predisporre una difesa proattiva. Alla stregua di quanto già detto da alcuni colleghi del Copasir, posizione che io condivido, occorre anche configurare l'attacco cibernetico su vasta scala come attacco terroristico. In generale, la guerra russo-ucraina, nel cuore della nostra Europa, ci rende consapevoli di quanto importante sia la sicurezza nazionale. Credo che sia un punto di svolta il dibattito che si terrà sabato in Senato sulla nostra relazione al Parlamento: non era mai accaduto dal 2007 ad oggi, cioè dalla istituzione del Copasir. Gli asset strategici come la rete di tlc sono adeguatamente tutelati? Come Copasir abbiamo individuato alcuni aspetti per rafforzare la sicurezza cibernetica del Paese: l'implementazione dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, l'accelerazione del cloud nazionale della Pa, la realizzazione della rete unica a controllo pubblico, l'importanza dell'industria strategica dei cavi marittimi e la interconnessione globale, l'implementazione del perimetro nazionale sulla sicurezza cybernetica. Sono aspetti per migliorare non solo la sicurezza, ma anche la difesa del Paese e la sua competitività. Sulla rete fissa di tlc, per la quale si parla di integrazione tra l'infrastruttura di Tim e quella di Open Fiber, qual è la soluzione migliore, anche in chiave sicurezza? Noi diamo indicazioni sulla strada da seguire per garantire la sicurezza nazionale, quindi la parola passa al Parlamento, per quanto riguarda l'aspetto legislativo, e soprattutto al governo che può agire relativamente a eventuali attori pubblici in campo e soprattutto c'è il mercato con le sue regole e con i suoi attori, da valorizzare. Ci tengo a sottolineare che non interferiamo sul mercato, ma diamo un quadro di insieme su quanto secondo noi, in materia di politica strategica della rete, sia più utile per garantire la sicurezza nazionale. Tornando al conflitto russo-ucraino, che ha fatto alzare l'allerta sugli asset strategici, era prevedibile ed evitabile? Nella relazione al Parlamento al 9 febbraio, prima dell'inizio del conflitto, abbiamo già evidenziato la situazione critica nelle relazioni tra Russia e Ucraina e delineato una accresciuta postura aggressiva di Mosca non solo in Europa Orientale ma anche nei Balcani, nel Mediterraneo e nel Sahel. Attualmente c'è un confronto su scala globale, che speriamo non si trasformi mai in conflitto, tra sistemi autoritari e democrazie occidentali, confronto che trova un esempio drammatico nella invasione Russia in Ucraina. Il confronto si estrinseca già in forme di competizione, la prima delle quali riguarda la supremazia tecnologica e il controllo delle materie prime. Altrimenti non si spiegherebbe perché la Russia è così interessata alla Libia e alla regione del Sahel, dove guarda caso si trova anche la Cina che, a sua volta, utilizza altri mezzi, ovvero la sottomissione del debito, in Africa come nella realizzazione della via della Seta. L' obiettivo dei due Paesi è lo stesso: il controllo delle materie prime, dei minerali preziosi e delle terre rare, ma anche delle risorse energetiche e alimentari, sicuramente di tutto ciò che serve alla transizione digitale ed ecologica. Alla luce delle emergenze epocali come la pandemia e l'attuale conflitto, quale è la migliore strada da seguire in tema di politica industriale? L'Italia deve essere protagonista dell'autonomia strategica europea e occidentale. Per alcuni settori ci vuole tempo, ma è importante che ci sia la consapevolezza in Italia ed Europa della strategia da seguire per garantire la sicurezza del Continente che passa anche da una politica industriale che metta in salvaguardia gli asset strategici italiani ed europei e l'investimento sulle nuove frontiere della tecnologia. L'autonomia strategica che viene giustamente declamata per la difesa europea, infatti, vale anche per la sicurezza europea e ancor più per i nostri asset strategici, per l'economia digitale e per la transizione ecologica, senza le quali è impossibile realizzare e garantire una piena indipendenza. Il Copasir ha da tempo messo in guardia dall'utilizzo di tecnologia cinese per asset strategici, non c'è lo stesso pericolo di ingerenze con le big tech americane? Siamo consapevoli, e lo sono anche negli Usa, dello strapotere delle big tech. Un ambito per cui vale quello che sostengono autorevoli pensatori liberali sui problemi che sorgono quando una azienda ha dimensioni superiori allo Stato in cui opera. In più, in questo caso, vi sono problemi connessi non solo alla privacy, che noi giustamente tuteliamo, ma anche alla sfera più intima delle nostre libertà. Oggi con il riconoscimento facciale è possibile individuare persino quali siano le opinioni politiche di un individuo. E questo richiama quel che prima affermavo sul confronto in corso tra democrazie occidentali e sistemi autoritari che hanno altre scale di priorità, per esempio il controllo sociale e di ogni forma di dissenso. Per semplificare, quale dovrebbe essere il nostro approccio sugli asset strategici? Siamo italiani, di conseguenza fondatori dell'Europa e parte essenziale dell'Occidente. Quindi, quando cerchiamo una soluzione, in prima istanza proviamo a trovarla in sede nazionale, se ciò non fosse possibile per motivi di dimensione finanziaria, tecnologica o produttiva, è bene che sia europea, se per motivi di economia di scala o altre ragioni non può essere solo europea, è bene che sia occidentale. Un principio che si applica, per esempio, anche per il progetto di cloud nazionale o nell'ambito della produzione di microchip, materia prima che scarseggia per varie ragioni geopolitiche. La logica, in quest'ultimo caso, dovrebbe privilegiare una soluzione europea, in partnership con le aziende americane o taiwanesi o coreane. Credo che la guerra nella nostra Europa, con gli orfanotrofi e gli ospedali pediatrici bombardati, abbia cambiato ogni paradigma. Chi poteva immaginare che la Polonia aprisse per prima le frontiere? L‘Europa oggi è rinata proprio con la resistenza ucraina che scuote le nostre coscienze e che ci fa capire il valore delle libertà su cui si fonda la nostra civiltà. L'Europa rinasce a Kiev. Sono convinto che tornerà ad affermare sua volontà più forte che mai, sta rinascendo un sentimento europeo. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/3/2022

11 Marzo 2022

Clusit: «Infrastrutture critiche ben difese da cyber attacchi, anello debole sanità»

Parla il presidente dell'associazione italiana per la sicurezza informatica, Gabriele Faggioli: «Italia ha investito meno degli altri nel settore» Per il momento la percentuale di attacchi cyber attribuibili alla cosiddetta ‘guerra cibernetica' è bassa, intorno al 2 per cento. Ma Clusit, l'associazione italiana per la sicurezza informatica, si aspetta che questa quota aumenti. Tra i possibili target degli attacchi ci sono le infrastrutture critiche, come le reti di tlc, che però, spiega il presidente Gabriele Faggioli a DigitEconomy .24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) sono «ben difese ormai da anni», mentre l'anello debole resta la sanità. In generale, riguardo ai rischi futuri, il nostro Paese «è stato sempre abbastanza marginale nella partecipazione alle azioni sanzionatorie e militari e, quindi, potrebbe essere meno un target di attacco, d'altro canto l'Italia ha fatto investimenti in sicurezza inferiori rispetto agli altri e, in quanto più debole, potrebbe essere preferita per realizzare attacchi perlomeno dimostrativi». Avete calcolato l'impatto della crisi russo-ucraina sugli attacchi informatici? La stima dell'impatto della crisi russo-ucraina è molto difficile in questo momento. Guardando ai numeri che abbiamo già pubblicato, e che si riferiscono a dicembre, la percentuale di attacchi classificabili come guerra cibernetica è intorno al 2% mentre il numero largamente preponderante è quello relativo al cyber crime volto a guadagnare soldi. Negli ultimi due-tre anni, rispetto alla minaccia dell'Isis, la fettina riconducibile alla guerra cibernetica si è più che dimezzata ed è scesa dal 4-5% all'attuale 2% circa. Ci aspettiamo ora che questa percentuale aumenti. Di quanto? Dipenderà da quanti attacchi gravi, contro chi, e con quale virulenza. Le nostre infrastrutture critiche sono ben tutelate? Ci sono anelli deboli? Esistono normative che definiscono le infrastrutture critiche, che tra le altre sono quelle riguardanti l'energia, i trasporti, le banche sistemiche, gli ospedali, le Pa e quindi le società su cui si incentra la vita civile del Paese. Se qualcuno vorrà provare a porre in essere attacchi rilevanti, è probabile che proveranno contro queste tipologie di strutture. Ovviamente, ammesso che accada, dovremo vedere se si tratterà di attacchi volti solo a realizzare pesanti disservizi oppure se l'obiettivo sarà quello di arrecare danno diretto alle persone o addirittura vittime. Faccio un esempio: un conto è bloccare una rete di telecomunicazioni per qualche ora, un altro è attaccare il sistema del traffico aereo cercando di impedire la funzionalità dei sistemi che controlla la sicurezza dei voli. È pur vero, tuttavia, che le infrastrutture critiche sono quelle meglio difese in quanto, anche per la leva normativa, sono stati fatti ingenti investimenti in sicurezza ormai da anni. Penso faccia un po' eccezione il sistema sanitario nel quale, perlomeno sulla base dei dati che posso analizzare, penso non siano stati fatti abbastanza investimenti nel passato con la conseguenza che oggi si tratta di un settore strutturalmente più debole rispetto per esempio al comparto tlc o alle banche. Le infrastrutture di tlc sono in sicurezza? Di sicuro le tlc rappresentano un ambito critico e se ne sta parlando moltissimo, anche in merito alla possibile disconnessione della Russia da Internet, ma le aziende del settore sono attente, hanno fatto importanti investimenti e utilizzano tecnologie molto avanzate. Non vuol dire che siano impermeabili agli attacchi, ma la possibilità di anticiparli e di mitigarne gli effetti è più alta che in tanti altri settori. L'Italia è pronta in caso di escalation degli attacchi? Esiste l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale guidata da Roberto Baldoni che assieme ad altre autorità coinvolte sta facendo un grande lavoro a tutela della nostra nazione. Inoltre, a livello normativo, l'Italia ha seguito il percorso indicato dalla Ue, varando in maniera molto efficace il perimetro nazionale di cybersecurity. Infine, il Governo italiano e le istituzioni preposte stanno applicando correttamente la politica di difesa. Per fare un esempio il 6 marzo scorso il Csirt (Computer security incident response team) e l'Agenzia nazionale hanno inviato una comunicazione per innalzare l'allerta in vista di possibili attacchi cibernetici anche verso obiettivi italiani. L'allerta sarà alta in tutti questi giorni del conflitto. Sono scese in campo forze che si fronteggiano, come Anonymous e Conti. La possibilità che si realizzino degli attacchi è quindi molto alta. Se da un lato il nostro Paese è stato sempre abbastanza marginale nella partecipazione alle azioni sanzionatorie e militari e, quindi, potrebbe essere meno un target di attacco, d'altro canto l'Italia ha fatto investimenti in sicurezza inferiori rispetto agli altri Paesi e, in quanto più debole, potrebbe essere preferita per realizzare attacchi perlomeno dimostrativi. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/3/2022