News & Insight
News & Insight
News & Insight
News & Insight

21 Gennaio 2021

Mancano oltre 5mila lavoratori per realizzare le reti fibra, senza riorganizzazione settore a rischio occupazione

I sindacati chiedono un tavolo al Mise e Tim assicura proroghe per i contratti sul rame. Per Ripa (Open Fiber) la formazione è fondamentale: servono giuntisti, progettisti, periti tecnici   Il 2021 sarà l'anno del boom della fibra, ma, nonostante questo, le società di installazione di rete che danno lavoro, compreso l'indotto, a circa 50mila dipendenti, sono in sofferenza. D'altro canto, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School), mancano all'appello, per realizzare le reti secondo i piani dei principali operatori, Tim e Open Fiber, tra le 5 e le 10mila risorse. E questo non perché non ci siano abbastanza dipendenti, anzi molte di queste società fanno già ricorso alla cig o alla solidarietà, ma perché scarseggiano le competenze per lavorare nel nuovo business. Manca in particolare, per fare un esempio, la figura del giuntista e mancano lavoratori, soprattutto, in Lombardia e Veneto.  Se da un lato servono più competenze, dall'altro, dicono i sindacati, senza una soluzione al più presto, ci saranno migliaia di esuberi. Per questo le sigle chiedono un tavolo col ministero dello Sviluppo economico e con quello del Lavoro. E una convocazione, secondo quanto si apprende, potrebbe arrivare già entro fine mese Sindacati: business del rame sta finendo, a rischio migliaia di occupati «Il fatto che - dice Fabrizio Solari, segretario generale della Slc Cgil – non si riesca a effettuare una vera e propria trasformazione tecnologica è un esempio di incapacità di programmare i cambiamenti. Quelle del settore sono aziende che si sono sviluppate attorno all'appalto della rete in rame, ma questo business sta finendo, ora bisogna formare le maestranze per essere in grado di utilizzare la nuova tecnologia. Altrimenti ci saranno alcune migliaia di disoccupati». Sulla stessa linea è Vito Vitale, segretario generale della Fistel Cisl, che indica, tra le priorità, la garanzia dell'occupazione e la formazione come «lo strumento fondamentale per il cambio del mix professionale sia nelle telco sia nelle società di ingegneria di rete. Nei prossimi 5 anni saranno cablati in fibra 13,5 milioni di utenti e il rame lascerà velocemente posto alla fibra, con la stessa velocità bisogna garantire nuove professionalità per supportare la digitalizzazione del Paese». Per le sigle serve un tavolo al Mise Per Roberto Benaglia, segretario generale della Fim Cisl, nel settore dell'installazione di rete emergono due tematiche principali: «da un lato si profilano grandi investimenti a partire dalla banda ultra larga, dall'altro sono in corso notevoli cambiamenti richiesti dalla nuova tecnologia. Molte aziende sono al centro di una grande trasformazione del modello di business. E' da sottolineare, poi, che molte grandi realtà fanno già ricorso alla cig o alla solidarietà; se non si trova una soluzione sono a rischio migliaia di posti di lavoro. Per queste ragioni abbiamo chiesto un tavolo ad hoc». L'8 gennaio, ricorda Benaglia, «abbiamo già avuto un incontro positivo assieme ai sindacati delle tlc con i vertici di Tim che sta assegnando i nuovi appalti. Dobbiamo lavorare in cooperazione per estendere questo modello a Open Fiber, Enel e tutte le altre grandi aziende di rete».  La sfida, gli fa eco Michele Paliani, funzionario nazionale della UIlm, «è quella di riconvertire chi ha le competenze di base. Il problema della mancanza di risorse c'è; non è detto, infatti, che un lavoratore entrato 30 anni fa in un'azienda di installazione sappia poi come lavorare sulla fibra. C'è, quindi, un forte rischio professionale che si aggiunge a quello del mondo del sub-appalto collegato al business dell'installazione». Paliani ricorda l'importanza di un utilizzo del Recovery Fund per dare respiro al settore e sottolinea come occorra anche evitare il rischio che piccole aziende che fanno prezzi bassi «si accaparrino gare a discapito della qualità del servizio». Opilio (fondo Cebf): trovare manodopera al Nord è più complicato Guardando ai numeri, per la fibra servirebbero alcune migliaia in più di lavoratori, e su questo sono d'accordo sindacati e aziende. Si tratta, secondo una fonte, di 10mila risorse; per altri il numero è più contenuto, sulle 5mila. «il passaggio dal rame alla fibra – dice Benaglia - comporta molte volte un cambio di mestiere. Stiamo parlando non di pochi lavoratori, ma di una platea importante, di migliaia di risorse. Per questo stiamo discutendo con le aziende su come cambiare il mix di professionalità». Basandosi sui singoli piani dei principali operatori, secondo Roberto Opilio, oggi a capo della regione Italia e Sud Europa del fondo Cebf, occorrono 5mila persone aggiuntive rispetto alla situazione attuale: «si pone un tema importante che riguarda le modalità per trovare le professionalità; l'Italia in questo campo presenta molte differenze, mentre al Sud rinvenire la manodopera è più facile, nel Nord e nel Nord-Est è più complicato». Tutto ciò senza considerare la realizzazione della rete in quella parte di aree grigie che al momento non rientrano nei piani di nessun operatore, aree per le quali è previsto l'utilizzo del Recovery Fund: «In questo caso – spiega Opilio - il fabbisogno di manodopera crescerebbe ancora». La mancanza di risorse è condivisa anche da uno degli stessi protagonisti del settore: secondo Davide Cilli, proprietario di Econet che sta proprio in questi mesi riorganizzando le società da lui controllate, servono almeno altre 5mila figure professionali. Tim proroga i contratti sul rame Intanto Tim, per rassicurare i lavoratori del settore, ha deciso di prorogare i contratti per il rame che saranno in vigore fino a dicembre 2021 e poi saranno prorogati di un anno o due sulla base delle determinazioni delle imprese appaltatrici. Lo ha stabilito l’azienda nell'ultimo incontro con i sindacati dei metalmeccanici e delle telecomunicazioni per quanto riguarda la situazione delle imprese di rete. Già nel corso del confronto, le sigle hanno espresso preoccupazione per il processo di transizione dal rame alla fibra e i conseguenti impatti occupazionali: si tratta quindi di predisporre un piano di formazione e addestramento per i lavoratori, assieme a strumenti di accompagnamento alla pensione dei lavoratori più anziani, in genere meno professionalizzati. Inoltre i sindacati hanno chiesto, nell'occasione, che la gestione della gara e delle assegnazioni avvenga evitando effetti di dumping contrattuale a danno dell'occupazione. Ripa (Open Fiber): la ripartenza passa dalla formazione delle risorse «Il tema delle competenze - dichiara a DigitEconomy.24 Elisabetta Ripa, ad di Open Fiber - è fondamentale. La ripartenza passa attraverso la formazione delle risorse da destinare alla realizzazione di nuove infrastrutture e nuovi servizi, e un progetto strategico come quello che Open Fiber sta portando avanti necessita di numerosi professionisti specializzati. Tali figure, tuttavia, scarseggiano a causa del mancato investimento in questa tipologia di rete trasmissiva nell'ultimo ventennio». Per questa ragione, aggiunge Ripa, «è molto importante la formazione, nelle scuole e nei centri specializzati, delle competenze necessarie allo svolgimento di mestieri altamente specializzati. In particolare, il comparto ricerca tecnici giuntisti per la fibra ottica, progettisti di reti Ftth, periti tecnici. Infine, la formazione sarà fondamentale anche per far sì che le nuove tecnologie e servizi abilitati dalle reti in fibra possano essere utilizzati con dimestichezza da tutti, indipendentemente dall'età». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/1/2021

21 Gennaio 2021

L'imprenditore Davide Cilli (Econet) riorganizza il business: in arrivo la newco Nextalia, all'orizzonte l'Ipo di due controllate

I piani dell'imprenditore abruzzese che ha acquistato una quota di 4 giornali di Gedi. «Nel giro di due-tre anni pensiamo alla quotazione di COM.TEL e Braga Moro»   Davide Cilli, già proprietario e amministratore delegato di EcoNet, gruppo di impiantistica di reti di tlc, energia e trasporti, riorganizza il business, dà vita a una nuova società e pensa alla quotazione di due controllate. L'imprenditore, secondo quanto dichiara a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), denominerà la newco Nextalia, raggruppando sotto un unico ombrello, oltre a EcoNet, COM.TEL, Braga Moro e Full System. Attualmente, la holding Atlante Partecipazioni, di proprietà di Cilli e della moglie, controlla il 100% delle quattro società che in totale hanno un fatturato da oltre 100 milioni di euro e 700 dipendenti: «Quest'anno nasce Nextalia, un gruppo che creiamo per stare sul mercato a 360 gradi. Oggi, d'altronde, ci troviamo di fronte a un cambio di percezione dello spazio, oltre che delle distanze e del tempo, cambio nel quale è necessario vivere nuove tipologie di connessioni. Tecnologia e società attuali richiedono dinamismo, e il cambiamento è una costante nel tempo. Dopo la riorganizzazione, la holding avrà il 100% di Nextalia che a sua volta controllerà le quattro società EcoNet, COM.TEL, Braga Moro e Full System», spiega l'imprenditore, classe 1981, che di recente ha acquistato, in cordata, quattro giornali locali del gruppo Gedi (Il Tirreno, le Gazzette di Modena e Reggio e la Nuova Ferrara). Nel 2020 15-20 milioni in meno di ricavi, nel 2021 budget da 14o milioni «Nel 2020, con la pandemia di Covid – aggiunge - il gruppo fatturerà 15-20 milioni in meno della media, circa 100 milioni; per il 2021 abbiamo un budget di 140 milioni. La flessione nei ricavi complessivi, a causa dell'emergenza sanitaria, c'è stata, ma da inizio anno registriamo segnali di ripresa». Al netto delle difficoltà, c'è comunque «una quantità di lavoro che permette una pianificazione di sviluppo: abbiamo in mente di fare acquisizioni anche quest'anno, stiamo trattando piccole realtà ma anche società più grandi. Le piccole sono importanti per il know how, le grandi sono oggetto di interesse per realizzare economie di scala». Nell'orizzonte del gruppo c'è anche la Borsa: «Nel giro di due-tre anni- annuncia Cilli - pensiamo all'ipo di COM.TEL e Braga Moro». «La fibra un tempo era opportunità, ora è diventata una necessità» Oggi, prosegue, «stiamo attraversando un momento favorevole per l'installazione della fibra, anche alla luce dell'implementazione dei piani dei maggiori player del mercato come Open Fiber e Tim». Con l'avvento della pandemia e il boom di didattica e lavoro a distanza, rimarca l'imprenditore abruzzese, c'è stato un cambio culturale nell'approccio degli italiani alla connessione Internet: «prima la fibra era un'opportunità, ora è diventata una necessità». Riguardo al nodo della creazione della società della rete, integrando gli asset di Tim con Open Fiber, il gruppo si dice «neutrale». E', invece, da tener presente che, per stendere la fibra secondo i piani dei maggiori operatori, non ci sono nel mercato italiano tutte le competenze necessarie. Mancano all'appello - aggiunge Cilli - circa 5mila risorse. D'altronde, i dipendenti esperti nel rame non necessariamente sono adatti anche al business della fibra. Inoltre i prezzi che attualmente pagano gli operatori sono bassi». Per aggiornare le competenze Cilli punta a nuovi ingressi in azienda: «Nonostante abbiamo già gli skill necessari, stiamo assumendo personale, altre 100 persone tra il 2021 e il 2022». «Al 31 dicembre portafoglio ordini da 400 milioni in 5 anni» L'avventura imprenditoriale di Cilli inizia 10 anni fa con una piccola azienda di installazione nel settore dell'impiantistica per le telecomunicazioni, radicata in Abruzzo e denominata Telemetrica. Dopo l'espansione nel Centro Italia, nel 2016, attraverso operazioni di leveradge by out, acquista Econet, cominciando a lavorare con player come Tim, Open Fiber, Enel e Terna. Nel 2019 Cilli compra la COM.TEL di Milano, azienda che si occupa della progettazione, sviluppo e supporto di soluzioni e servizi Ict. Un'operazione conclusa a luglio 2020 in piena pandemia. «Al 31 dicembre – aggiunge Cilli – risulta un portafoglio ordini da 400 milioni per i prossimi 3-5 anni, e ciò ci consente una certa visibilità per il prossimo quinquennio». COM.TEL, che punterà al mondo IT e applicativo, chiuderà i conti del 2020 con circa 35 milioni di fatturato. Braga Moro, società acquisita nel pacchetto con COM.TEL, che ha base a Cinisello Balsamo e si occupa prevalentemente di sistemi di energia per ISP, chiuderà i conti, sottolinea Cilli, «a poco meno di sei milioni di fatturato rispetto ai sette milioni del 2019. Per questa società stiamo realizzando prototipi di sistemi di accumulo di energia a supporto del solare. Vogliamo concentrare il business di Braga Moro, che storicamente realizzava batterie per stazioni radio base, sulla smart city, dando cioè una connotazione più attuale. Anche per quanto riguarda il sistema elettrico si sta andando incontro a una rivoluzione, occorre un ammodernamento dell'infrastruttura, sfruttando pure l'opportunità del Recovery Fund. Full System, società di ingegneria impegnata nell'ambito 5G, chiuderà l'anno con circa 2 milioni di ricavi. EcoNet, infine, registra nel 2020 60 milioni di fatturato, nel 2021 puntiamo – conclude - a 80 milioni». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/1/2021

21 Gennaio 2021

Asstel: «Competenze necessarie per generare 'capitale innovativo', usare al meglio risorse del Next generation EU»

L'intervento della direttrice Laura Di Raimondo su DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) sullo skill mismatch e la necessità di nuove risorse   Questa crisi prima o poi passerà. Ciò che verrà dopo, "il new normal", dipenderà da noi. Sappiamo che gli elementi imprescindibili per operare in un contesto complesso, mutevole e iper-veloce sono le competenze, ossia, le uniche forze in grado di generare "capitale innovativo", oggi più che mai necessario per reagire a situazioni estreme e inedite come questa. Ci stiamo avviando verso una stagione in cui scopriremo nuovi spazi, perché grazie alle tecnologie digitali che abilitano lo smart working e alla didattica a distanza, vivremo sempre più uno spostamento dei nostri confini fisici e soprattutto mentali. Formare studenti e persone già presenti nel mercato del lavoro Ciò determina la necessità di un ripensamento sia del contesto lavorativo e della sua organizzazione, sia del ruolo del lavoratore. Pertanto, tra gli obiettivi primari si annovera il bisogno di investimenti nelle persone e nelle loro competenze. Ciò richiede un'attenzione sempre maggiore alla formazione sia degli studenti, sia delle persone già presenti nel mercato del lavoro, mettendo in campo azioni volte a superare lo skill mismatch. È in atto un'evoluzione del modo di pensare alla formazione e al lavoro che dovrà favorire da un lato la nascita di partnership didattiche con gli istituti tecnici superiori, con le università e i politecnici, sostenendo l'aggiornamento dei contenuti degli insegnamenti e l'orientamento occupazionale degli studenti e dall'altro, la promozione di percorsi di formazione continua per promuovere occupabilità, ricambio generazionale e active aging. Si pensi che secondo le previsioni della Oxford Martin School, il 60% di coloro che accedono oggi al mondo del lavoro, entro il 2025 ricopriranno una mansione che ancora non esiste. 26 nuovi profili professionali nel nuovo contratto collettivo In questa direzione si è mossa l'azione della filiera tlc e di Asstel, concretizzata nell'inserimento all'interno del Ccnl tlc rinnovato da poco, di ben 26 nuovi profili professionali legati alle innovazioni digitali, superando le figure non più presenti nel settore. Una rivisitazione del sistema di classificazione del personale legato ai processi di trasformazione digitale e che conferma l'impegno della filiera delle telecomunicazioni a lavorare avendo come obiettivo una prospettiva di medio lungo periodo. A questo si affianca la spinta verso un modello "espansivo" degli ammortizzatori sociali che coniughi le politiche attive del lavoro con gli strumenti di sostegno del reddito, per questo abbiamo infatti sostenuto e accolto con favore l'introduzione del "Contratto di espansione" nel 2019 e, da ultimo, il suo rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2021; così come innovativa è stata la previsione del fondo di solidarietà di settore, all'interno del Ccnl tlc, che persegue l'obiettivo, con maggiore flessibilità e in una logica "tailor made", di accompagnare la trasformazione digitale e la riorganizzazione delle imprese della filiera, puntando a sostenere gli investimenti che, partendo dalla formazione in chiave sia di reskilling che di upskilling, favoriscano una nuova organizzazione del lavoro al passo con i tempi e con le sfide che abbiamo davanti. Ritengo che la combinazione coerente e simultanea dell'insieme degli strumenti illustrati, a favore della nuova occupazione e dell'occupazione esistente, possa condurre a un reale cambiamento a beneficio della competitività delle imprese e dello sviluppo del capitale umano, preservando l'occupabilità delle persone. Impiegare al meglio le risorse del Next Generation EU In questo scenario il Next Generation EU, costituisce un segnale di grande valore, aprendo le porte a una stagione nuova dell'Europa. Sarà fondamentale che le ingenti risorse previste dal piano, vengano impiegate al meglio e con intelligenza, consentendoci di passare dalla fase dell'emergenza a quella della progettualità e, infine, della realizzazione. Per questo diventa decisivo impiegarle per superare le diseguaglianze presenti sul territorio: dal divario materiale e immateriale, al divario occupazionale e sociale. Ben vengano le risorse stanziate per l'innovazione e la digitalizzazione, temi che oggi finalmente occupano una straordinaria centralità nel dibattito pubblico. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 21/1/2021

21 Gennaio 2021

Sirti: «col passaggio da rame a fibra reskilling del personale centrale, è necessario l'impegno di tutti»

L'ad della società fa il punto a DigitEconomy.24 (report del Sole 24Ore Radiocor e della Luiss Business School), sulle problematiche del settore delle aziende di rete. Ora, dice Roberto Loiola, «puntiamo su un business diversificato ma fortemente sinergico»   Il piano di re-skilling del personale è «quantomai centrale. È necessario l'impegno di tutte le parti chiamate a realizzare questi ambiziosi progetti, per far sì che si possa ridurre il periodo di latenza tra la ricerca delle competenze e la formazione della forza lavoro». Lo sostiene Roberto Loiola, amministratore delegato di Sirti, parlando con DigitEconomy.24 (report del Sole 24Ore Radiocor e della Luiss Business School) delle difficoltà del settore delle aziende di rete di fronte al passaggio ormai inevitabile dal network in rame a quello in fibra. Il tema del ricambio generazionale deve essere accompagnato «in modo fluido attraverso l'utilizzo di un ventaglio di strumenti il più ampio possibile, concordato e definito con le parti sociali». Sirti, che conta 4.100 dipendenti, prima nel settore per quote di mercato, è tra le società che hanno fatto ricorso alla cig (nel secondo semestre ha utilizzo Cigo Covid per 250 teste al mese). Ora punta, con il nuovo piano strategico, allo sviluppo «di un business diversificato, ma fortemente sinergico». Si pensi alla divisione Digital Solutions «che si occupa – spiega Loiola – di abilitare la trasformazione dei nostri clienti tramite nuove soluzioni digitali». E in questo ambito il gruppo pensa anche ad acquisizioni nel 2021. Il 2020 è stato caratterizzato dalle restrizioni per la pandemia di Covid. Quanto hanno impattato sul business di Sirti? In qualità di leader del settore delle infrastrutture di rete in Italia, Sirti, grazie all'evoluzione dei processi interni e agli investimenti in tecnologia e in digitalizzazione, non si è mai fermata ed è stata costantemente impegnata sul territorio per garantire la continuità operativa delle infrastrutture nazionali, con livelli estremi di sicurezza. Stiamo lavorando, e lavoreremo, per assicurare la continuità di servizi strategici, di pubblica utilità che garantiscono, ad esempio, il funzionamento di ospedali, il ricorso al lavoro agile e i servizi di ‘scuola a distanza', grazie ai quali il Paese sta, con coraggio, reagendo a questa emergenza. Sono migliori le prospettive per l'anno appena iniziato? Siamo ovviamente fiduciosi che questa rinnovata consapevolezza circa la centralità delle reti si possa tradurre in nuovi investimenti nel potenziamento delle infrastrutture attuali e nella costruzione di nuove, come prerequisito per fornire servizi digitali più innovativi e di maggiore qualità ai cittadini e alle imprese italiane. D'altronde, si tratta di uno dei punti cardine del programma Next Gen EU, vitale per la competitività della nostra economia e quindi per la crescita futura. In questo quadro, è obbligatorio che il Paese investa in maniera massiccia per abilitare ulteriormente l'uso produttivo di Internet, adeguando le infrastrutture e sviluppando i servizi necessari. Dal punto di vista aziendale, il 2020 è stato l'anno in cui abbiamo iniziato a vedere i frutti del nostro piano strategico di trasformazione, che prevede lo sviluppo di un business diversificato, ma fortemente sinergico, nelle nostre business unit, la trasformazione competitiva dell'azienda in linea con le sfide poste dal mercato, e l'evoluzione di un portafoglio di offerta sempre più innovativo e digitale, con particolare riferimento alla divisione Digital Solutions, che si occupa di abilitare la trasformazione dei nostri clienti tramite nuove soluzioni digitali, comprese le necessarie soluzioni di data center e cloud, virtualizzazione di rete, Internet-of-Things, cybersecurity, per citarne alcune. La Digital Solutions di Sirti ha raggiunto nel 2020 un volume di business pari a circa 200 milioni di euro – con un incremento superiore al 50% negli ultimi 24 mesi - e con una prospettiva di ulteriore crescita nel 2021. Nel 2021 proseguirà il roll out della fibra. Mancano però all'appello circa 5-10mila lavoratori in tutto il comparto per poter realizzare i lavori. Voi avete appena annunciato un piano di formazione, come si può ovviare alla carenza di competenze? Abbiamo accolto con favore, e visione strategica di medio-lungo periodo, l'opportunità offerta da Anpal e abbiamo lanciato il progetto New skills to build the future, che nel corso del 2021 coinvolgerà oltre 1.100 dipendenti, per un totale di 290mila ore di formazione in ottica digitale. In risposta alle mutate esigenze sia di mercato che di contesto sociale, Sirti sta da tempo lavorando all'evoluzione del proprio framework organizzativo e all'innovazione dei processi, per incrementare ogni anno di più la propria competitività e la capacità dei propri dipendenti di rispondere al nuovo scenario digitale. In questo universo sempre più digitale, il 5G e l'ultra-broadband della fibra ottica rappresentano gli elementi fondanti per trasformare in maniera radicale significative porzioni del tessuto industriale del Paese, abilitando nuovi mercati e nuovi business, oltre a fornire un'esperienza di qualità superiore ed omogenea sul territorio per i servizi che già utilizziamo. In quest'ottica, un piano di re-skilling è quantomai centrale. È necessario l'impegno di tutte le parti chiamate a realizzare questi ambizioni progetti, per far sì che si possa ridurre il periodo di latenza tra la ricerca delle competenze e la formazione della forza lavoro. Solo così riusciremo ad agevolare la crescita del nostro settore e realizzare al meglio i nuovi progetti. Tra le aziende italiane di installazione e manutenzione c'è una grande specializzazione nella rete in rame, tecnologia che sta diventando obsoleta. È possibile formare i dipendenti già specializzati nel rame ? Senza dubbio rifocalizzare le competenze della forza lavoro è uno dei tasselli irrinunciabili per indirizzare la transizione tecnologica. Inoltre, nel settore delle reti tradizionali esiste un tema importante di ricambio generazionale che deve essere accompagnato in modo fluido attraverso l'utilizzo di un ventaglio di strumenti il più ampio possibile – concordato e definito con le parti sociali – che sia in grado di gestite l'ingresso dei nativi digitali nel settore delle imprese di rete. Ovviamente, come in tutti i settori maturi, si tratta di una fase in cui la possibilità di una prospettiva di medio-lungo termine gioca un ruolo fondamentale, perché sono trasformazioni che richiedono tempo e forti investimenti. Secondo lei sarebbe auspicabile un'aggregazione tra le aziende del settore per affrontare meglio la crisi e l'emergenza? Dipende molto dalla posizione di partenza e posso rispondere per quanto riguarda il nostro gruppo. È nostro obiettivo confermare il ruolo di Sirti come leader nel settore delle infrastrutture di telecomunicazioni, per dare un ulteriore e fondamentale contributo alla pianificazione, realizzazione e gestione delle reti a banda ultralarga in fibra ottica e del 5G. Questo impegno richiederà ancora alcuni anni e importanti investimenti, insieme a un'accelerazione ulteriore dei progetti, per permettere di superare rapidamente la fase di crisi e di emergenza che viviamo, e di uscirne rafforzati anziché indeboliti come sistema paese. Inoltre, intendiamo posizionarci ancora di più come uno dei soggetti più rilevanti nelle soluzioni digitali, continuando ad aumentare il nostro business digital solutions, anche tramite operazioni di acquisizione in questo settore da perseguire nel corso del 2021. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  21/1/2021

19 Gennaio 2021

Italia 2030: la sfida dell'economia circolare

Il 28 gennaio si terrà l’evento conclusivo di “Italia 2030”, il progetto del Ministero dello Sviluppo Economico e Luiss Business School per il futuro sostenibile del Paese, con la collaborazione di Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna. Interverranno Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Stefano Buffagni, Viceministro dello Sviluppo Economico, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, e gli Amministratori Delegati delle aziende partner. Per partecipare al webinar è necessaria la registrazione: registrati! Istituzioni e aziende stanno guidando lo sviluppo del Paese verso l’economia circolare, innovando i business model in tale prospettiva e indirizzando verso la circolarità i mercati e gli scenari in cui sono protagonisti. Il 28 gennaio alle ore 11.00 si terrà l’evento conclusivo di “Italia 2030”, il progetto del Ministero dello Sviluppo Economico e Luiss Business School per il futuro sostenibile del Paese, con la collaborazione di Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna, che ha visto l’economia circolare al centro delle proposte di policy sviluppate congiuntamente da aziende, università e istituzioni. Il progetto ha messo a confronto gruppi e aziende con università di primaria importanza, quali Politecnico di Bari, Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Università Bocconi, Università Cattolica, Università degli studi di Napoli Federico II, Università La Sapienza. Interverranno Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Stefano Buffagni, Viceministro dello Sviluppo Economico, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, e gli Amministratori Delegati delle aziende partner. AGENDA Saluti istituzionali Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana Relazione introduttiva Stefano Buffagni, Viceministro dello Sviluppo Economico Interventi  Apertura lavori Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School Marco Alverà, AD Snam Matteo Del Fante, AD e DG Poste Italiane Claudio Descalzi, AD e DG Eni Stefano Donnarumma, AD e DG Terna Paolo Gallo, AD e DG Italgas Carlo Messina, Consigliere Delegato e CEO Intesa Sanpaolo Fabrizio Palermo, AD e DG Cassa Depositi e Prestiti Alessandro Profumo, AD Leonardo Marco Sesana, Country Manager & CEO Generali Italia Francesco Starace, AD e DG Enel Modera Matteo Caroli, Associate Dean for Research Luiss Business School e Coordinatore scientifico del progetto Per partecipare al webinar è necessaria la registrazione REGISTRATI  19/1/2021

14 Gennaio 2021

Euro Group e il cuore delle auto green. «I nostri componenti in 1/3 delle auto vendute»

L'ad Marco Arduini racconta a SustainEconomy.24 la storia e i risultati dell'azienda che produce le parti principali di motori elettrici e generatori   La storia di Euro Group Laminations, l'azienda lombarda a metà strada tra l'azienda di famiglia e la multinazionale, che produce rotori e statori – le parti principali dei motori elettrici e generatori - e costruisce il cuore dell'auto elettrica di marchi come Volkswagen o Porsche. L'amministratore delegato, Marco Arduini in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School, delinea una panoramica del gruppo che conta 7 stabilimenti in Italia e 5 extraeuropei (Messico, Tunisia, Usa, Cina, Russia) e un organico di 2.100 addetti, parla del contributo nel percorso verso zero emissioni e i risultati del 2020 con l'accelerazione sull' elettrificazione delle auto. «Abbiamo stimato che lo scorso anno, su 2,4 milioni di auto elettriche vendute nel mondo, 800mila hanno avuto i nostri componenti per i motori per la trazione». Il vostro gruppo rappresenta una storia di famiglia e una bella storia italiana. Quanto spazio c'è per la sostenibilità? «Il generatore elettrico, se alimentato da energie rinnovabili, è un'applicazione sostenibile per definizione, può utilizzare il vento o il movimento delle acque per produrre energia pulita, sostenibile, rinnovabile; dall'altra parte abbiamo il tema della transizione da quello che è il mercato delle automobili con motore a combustione di idrocarburi a quelle a trazione elettrica. Quindi noi operiamo in mercati che lavorano a favore della sostenibilità. Tutti pensano che l'energia si consumi principalmente per l'illuminazione, ma il grande consumo, fino al 50%, passa per l'energia che è utilizzata dai motori elettrici per la ventilazione, per l'aria condizionata, per le applicazioni industriali e da tutti gli elettrodomestici che abbiamo in casa. Se rendiamo più efficienti questi motori siamo in grado di ridurre il consumo complessivo di energia in maniera notevole ed avere meno emissioni. E noi siamo impegnati, proprio, su questo percorso di riduzione della CO2. Del resto, anche i nostri clienti, che sono per lo più grandi gruppi tedeschi, ci chiedono di essere al loro fianco e lavorare in questa direzione». Euro Group produce rotori e statori per motori elettrici per clienti che si chiamano Volkswagen, Porsche oltre a Siemens, Marelli, Bombardier. La pandemia ha accelerato o rallentato il percorso verso la mobilità elettrica? «Eravamo già lanciati su questo trend, avevamo una serie di progetti che dovevano partire in Nord America ed Europa che sono stati accelerati. Abbiamo avuto una crescita in questo segmento rispetto allo scorso anno del 58%. Ho stimato che l'anno scorso sono state vendute nel mondo circa 2,4 milioni di auto "full electric" e di queste almeno 800mila hanno i nostri componenti». Ci ha anticipato i dati sul settore auto. Quali sono i settori e i mercati di maggiore crescita? «Il 2020 è stato un anno unico nel suo genere; malgrado questo, non abbiamo mai fermato la produzione ma abbiamo diminuito la capacità in alcune settimane, nei momenti cruciali della pandemia e, come dicevo, il segmento dell'elettrificazione dell'auto è cresciuto del 58% mentre quello dell'energia rinnovabile e delle applicazioni domestiche ha avuto una leggera crescita. Ha sofferto, invece, tutto quello che chiamiamo mercato industriale nel suo complesso e le applicazioni legate all'auto tradizionale. Quanto ai mercati, siamo cresciuti in Europa e in Nord America mentre in Cina la situazione è stata più delicata ma lì siamo arrivati solo nel 2016 e quindi è un mercato che per noi è ancora in fase di sviluppo». Lo scorso anno avete aperto il capitale agli investitori privati con l'ingresso di Tikehau Capital. Cosa cambia e cosa rappresenta? «Rappresenta un rafforzamento finanziario proprio per perseguire l'evoluzione del mercato e la necessità di investimenti. Il trend di crescita dei veicoli elettrici richiede una aggiunta di capacità specifica e, quindi, avere una iniezione di capitali ci permette di seguire il mercato con le risorse necessarie. Abbiamo già raccolto commesse per 2 miliardi di euro da eseguire nei prossimi 6-7 anni, e un assetto rafforzato ci consente di realizzarli. L'investitore è un fondo di private equity francese, entrato in minoranza al 30%, lo abbiamo scelto per la sensibilità alle tematiche industriali; è un soggetto finanziario con il giusto know-how e la capacità di sostenerci in questa evoluzione». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 14/1/2021

14 Gennaio 2021

Msc Crociere: «Quattro pilastri per la sostenibilità e navi a impatto zero»

Il piano del gruppo crocieristico raccontato a SustainEconomy.24 dal Managing Director Italia, Leonardo Massa. Che, dopo il 2020 caratterizzato dalla pandemia, vede un 2021 di turismo di prossimità con attenzione alle aree del Mediterraneo e Nord Europa   Un piano di sostenibilità basato su quattro pilastri e 5 miliardi di investimenti per 5 navi alimentate a Gnl. Leonardo Massa, managing director Italia di Msc Crociere parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor dell'impegno e degli obiettivi del gruppo che punta a navi con tecnologie ambientali all'avanguardia e a zero emissioni e ad una riduzione del carbon footprint del 40% entro il 2030. Dopo il difficile 2020 per l'impatto della pandemia sui viaggi, Msc Crociere vede un 2021 di turismo di prossimità, con attenzione alle aree del Mediterraneo e del Nord Europa. Il vostro piano di sostenibilità ha ricevuto recentemente dei riconoscimenti. Come si declina? «Per Msc Crociere, l'ambiente è un elemento importantissimo e per questo siamo da anni impegnati nella protezione dell'ecosistema e delle comunità costiere raggiunte dalle nostre navi. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere la leadership necessaria per aiutare l'intero settore crocieristico ad avanzare nel suo cammino verso un futuro più sostenibile. E il nostro obiettivo finale è costruire navi a emissioni zero. Recentemente abbiamo presentato il piano di sostenibilità basato su quattro pilastri fondamentali: pianeta, persone, luoghi e approvvigionamenti. Parole chiave a cui corrispondono quattro precisi obiettivi come l'impegno continuo per la riduzione dell'impatto ambientale della flotta, la promozione della diversità e inclusione tra tutti i dipendenti, la sostenibilità dell'impatto della nostra attività sulle comunità con cui collaboriamo e l'approvvigionamento responsabile dei prodotti e dei servizi acquistati e disponibili sulle navi. Tra i risultati più significativi ottenuti in termini di sostenibilità c'è sicuramente l'inaugurazione nel dicembre 2019 di Ocean Cay Msc Marine Reserve alle Bahamas, per la quale sono stati investiti oltre 200 milioni di dollari. In soli tre anni abbiamo trasformato un ex sito di estrazione della sabbia in paradiso ecosostenibile. Ora stiamo lavorando alla creazione di un vivaio di coralli e di un laboratorio marino sull'isola per sostenere la rigenerazione dei coralli e della fauna marina. Ma l'impegno per l'ambiente è testimoniato anche dall'implementazione di nuove tecnologie di bordo e nella costruzione di 5 nuove navi alimentate a Gnl, progetti su cui sono stati investiti oltre 5 miliardi di euro. Abbiamo ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Marine Environment Protection Awards 2020 e, recentemente, il "Greenest Shipowner of the Year" Neptune Award al Global Sustainable Shipping and Ports Forum di Copenhagen, il "Porthole Reader's Choice Award" come compagnia di crociera più eco-friendly e la Biosafe dal RINA. Inoltre siamo stati la prima compagnia internazionale a ricevere la ClassNK in Giappone che consentirà di ripartire nel Sol Levante appena sarà possibile». Questo impegno porterà ad avere navi da crociera green? «Msc Crociere intende diventare leader ambientale nel settore marittimo a livello globale, tracciando un percorso verso un futuro sostenibile che non può prescindere dall'impiego di navi green di nuova generazione. Proprio seguendo questo obiettivo nel 2021 entreranno in servizio MSC Virtuosa e MSC Seashore, navi di ultima generazione che presentano tecnologie ambientali all'avanguardia. In termini di emissioni impiegano sistemi di pulizia dei gas di scarico e sistemi di riduzione catalitica selettiva per ridurre al minimo le emissioni. Inoltre, come tutte le nostre navi consegnate dal 2017 in poi, anche queste due navi sono dotate di sistemi di alimentazione dell'energia da terra che consentono di collegarsi alle reti elettriche locali mentre sono ormeggiate, riducendo significativamente l'impatto della nave in porto. Bisogna considerare infatti che, se tutti i porti fossero attrezzati per l'alimentazione da terra con energia rinnovabile potremmo risparmiare 320mila tonnellate di CO2. Il 2022 sarà, invece, caratterizzato dalla consegna di Msc World Europa, la prima nave di Msc Crociere alimentata a Gnl (Gas Naturale Liquefatto)». A che punto siete sul fronte della riduzione delle emissioni? E quali sono i target futuri? «Msc Crociere ha fissato un ambizioso obiettivo di riduzione del consumo di carburante del 2,5% annuo, che punta a migliorare le prestazioni e a raggiungere una sostanziale riduzione delle emissioni nell'aria. In linea con le decisioni dell'Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), l'obiettivo è quello di ridurre il carbon footprint del 40% entro il 2030 rispetto al 2008. Dal 2008 ad oggi grazie ai nostri investimenti e all'attenzione che poniamo all'ambiente abbiamo già ottenuto un miglioramento del 28% del carbon footprint, una riduzione del 98% dell'anidride carbonica emessa. L'80% dell'acqua potabile proviene da acqua di mare desalinizzata a bordo e gli oltre 26mila metri cubi di rifiuti vengono differenziati e riciclati tramite i nostri sistemi di bordo». Abbiamo appena archiviato un anno molto difficile, anche per il vostro settore. Appena sarà possibile Msc Crociere riprenderà a navigare. Cosa vi aspettate per il nuovo anno e cosa servirebbe al comparto? «Il 2021, anche a causa delle restrizioni dei vari Governi nazionali legate all'avvento della pandemia Covid, sarà ancora caratterizzato da un turismo di prossimità che, già negli ultimi mesi del 2020, ha consentito ai passeggeri di riscoprire le meraviglie che ci offre il nostro Paese grazie a misure che assicurino un elevato livello di sicurezza. Il nostro protocollo, grazie al quale, a partire da agosto, abbiamo trasportato oltre 30 mila passeggeri, prevede infatti lo screening universale di tutti gli ospiti e i membri dell'equipaggio prima dell'imbarco tramite tampone Covid-19 antigenico, l'igienizzazione di tutti i bagagli, misure igienico-sanitarie e di pulizia rafforzate in tutta la nave, il distanziamento sociale a bordo e l'uso di mascherine nelle aree pubbliche fornite quotidianamente dalla compagnia. Inoltre, a tutti gli ospiti viene consegnato un braccialetto smart e contactless che consente di tracciare, se necessario, i contatti di prossimità. L'adozione di tali misure richiede notevoli investimenti ma vogliamo dare il segnale chiaro che le nostre navi sono sicure. La speranza è quella di tornare al più presto a una condizione di normalità che si avvicini il più possibile a quella vissuta nel 2019 e, considerando che si tratterà, soprattutto, ancora di turismo di prossimità, guarderemo con attenzione alle aree del Mediterraneo e del Nord Europa». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 14/1/2021

14 Gennaio 2021

Neutralità delle emissioni e biocarburanti nella sfida del trasporto aereo. E la difficile ripartenza 

Il direttore generale di Enac, Alessio Quaranta ne parla a SustainEconomy.24, il report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor   È possibile immaginare un futuro sostenibile per il trasporto aereo con uno sforzo, sia a livello internazionale che nazionale, che punta alla neutralità delle emissioni e ai biocarburanti. Alessio Quaranta, il direttore generale dell'Enac, l'ente nazionale per l'aviazione civile, descrive in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, le iniziative e l'impegno degli operatori e delle istituzioni. Ci sono già aeroporti italiani, che rappresentano oltre la metà del traffico passeggeri, che hanno raggiunto la neutralità carbonica. E si lavora a sterlizzare le emissioni ai livelli del 2020. Enac, in team con altre istituzioni, lavora per favorire lo sviluppo di carburanti alternativi e un action plan di riduzione delle emissioni che sarà rivisto quest'anno. Un anno che sarà ancora difficile per il settore con un ritorno ai livelli pre-pandemia, basandosi sulle stime europee, realistico nel 2024-2026. È possibile rendere il trasporto aereo sostenibile? «Sì, è possibile sia dal punto di vista nazionale che internazionale. Oggi i dati ci dicono che il trasporto aereo contribuisce per meno del 3% alle emissioni totali di CO2. Il che non significa che non ci si deve porre il problema della diminuzione delle emissioni, anzi, bisogna fare uno sforzo ulteriore. E sono tante le iniziative che si stanno portando avanti con questo obiettivo proprio perché non è tantissimo il gap da dover ridurre. Quindi si può immaginare, in futuro, un trasporto aereo sostenibile. Anche a livello industriale sono tante le innovazioni che si stanno studiando, dall'aeroplano elettrico all'alimentazione a idrogeno: ci sono le condizioni per andare in quella direzione. A livello internazionale, si è raggiunto un accordo, in ambito Icao (l'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile), affinché in tempi programmati le emissioni – attraverso un sistema di compensazioni - siano limitate a quelle del 2020; già si sta lavorando per sterilizzare le emissioni a quei livelli, certo con un minimo di ripensamento rispetto a quello che è accaduto con la pandemia. È evidente che guardare unicamente ai dati del 2020 è qualcosa di difficilmente realizzabile e stiamo ragionando in termini di mediazione dei dati su un triennio. Comunque, una sterilizzazione ai livelli del 2020, in termini di emissioni pre-pandemia, è un contributo importante alla sostenibilità del settore». Dal vostro punto di osservazione gli aeroporti italiani e i vettori italiani stanno compiendo un percorso di sostenibilità? A che punto siamo? «Ci sono una serie di programmi non obbligatori ma volontari, e più privati che pubblici, che vedono gli aeroporti cimentarsi nella riduzione, fino alla neutralità, delle emissioni. In Italia abbiamo come aeroporti un discreto numero di soggetti che partecipano a questi programmi. In particolare, c'è un programma gestito da Aci (Airport Council International) di riduzione delle emissioni e in Italia abbiamo 14 aeroporti che aderiscono a questo programma e che rappresentano, in termini di traffico passeggeri, circa l'80% del trasporto aereo in Italia (dati sempre pre-pandemia). Di questi 14, la metà (che rappresentano circa il 57% del traffico 2019), hanno già raggiunto il livello di neutralità, non perché non producono CO2 ma perché la compensano. Abbiamo già messo in piedi in Italia sia su base volontaria che obbligatoria una serie di attività fortemente indirizzate alla riduzione delle emissioni. Questo è il contribuito che viene dagli operatori». E quale può essere, invece, il ruolo di Enac? «Noi cerchiamo di dare una mano accompagnando questi percorsi sia in termini di ausilio che di verifica e raccolta dati. In più stiamo studiando una serie di altre possibilità, come lo sviluppo di carburanti alternativi e biocarburanti e abbiamo lanciato un progetto di ricerca di carburanti biologici dalla sintetizzazione di alcune microalghe, abbiamo indetto una gara e siamo in fase avanzata. L'obiettivo, in ambito Icao, è ambizioso: ridurre attraverso l'uso di biocarburanti e carburanti alternativi di almeno il 10% le emissioni rispetto ai combustibili fossili e non è poco. A questo aggiungiamo altre iniziative: abbiamo approvato un nostro piano d'azione sulla riduzione delle emissioni che rivedremo nel corso di quest'anno e abbiamo creato un gruppo coeso e stabile di soggetti, anche con Enav, per individuare gli sforzi che ognuno può apportare per la riduzione delle emissioni. Mi piace segnalare anche che stiamo portando avanti il ridisegno delle rotte che devono seguire gli aeroplani in volo perché a certe altezze vengono scelte dall'operatore aereo. Questo, insieme all'efficientamento dei tempi di taxing o la gestione del traffico con procedure satellitari, ha prodotto nel 2018 una riduzione stimata di circa 415mila tonnellate di CO2, come se parlassimo della quantità di carburante risparmiata che servirebbe a far volare 79mila voli tra Roma Fiumicino e Milano Malpensa. Quindi parliamo di dati importanti. Da ultimo abbiamo istituito un osservatorio nazionale sui carburanti sostenibili con istituzioni e ministeri, enti di ricerca e vettori con l'obiettivo di contribuire alla diffusione formativa». La pandemia di Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite e i nostri spostamenti. Il bilancio 2020 è stato pesante. Ora è iniziato il nuovo anno, cosa si aspetta? «Nell'immediato in termini di recupero di traffico non ci sono segnali, almeno finché non si sarà diffusa la campagna vaccinale in maniera massiva. Non mi aspetto nella prima parte dell'anno un recupero dei numeri del traffico e mi auguro che nella seconda fase - anche sfruttando la stagione estiva - si possa ricominciare a ragionare su una ripresa. Quello che serve è ricostituire la confidenza del passeggero nei confronti del mezzo di trasporto aereo perché ora, oltre alle restrizioni, ci sono paura e preoccupazioni. E parlo a livello generale. Quanto all'Italia, per come è dimensionato il nostro traffico, siamo fortemente dipendenti dalle attività internazionali; nel Paese, aldilà di alcune direttrici Nord-Sud oggi parlare di dimensioni del trasporto aereo a livello nazionale ha poco senso soprattutto su direttrici dove è presente l'Alta velocità. Il nostro sistema del trasporto aereo si basa sul traffico internazionale anche perché siamo naturalmente attrattivi e finché resteranno la paura di volare per il timore di ammalarsi e le restrizioni alla libera circolazione sarà difficile immaginare una ripresa. Con il paradosso che l'aereo resta il mezzo di trasporto più sicuro. Dai dati Easa in luglio-agosto ogni 100mila passeggeri sono risultati infetti solo 7, un numero millesimale. Quindi il sistema ha garantito una sua sicurezza. Noi siamo stati il Paese che ha subito i maggiori contraccolpi nel settore, a marzo-maggio dello scorso anno abbiamo avuto fino a -98% e l'estate scorsa abbiamo 'festeggiato' il -75% di traffico, per dare un'idea delle condizioni in cui si trova il settore. Ma anche quando il traffico inizierà a ripartire, l'esperienza lascerà il segno e non si potrà recuperare al 100%. Una quota parte del traffico d'affari che avevamo prima difficilmente tornerà, mentre, il traffico turistico riprenderà ma va necessariamente inquadrato nel contesto più ampio di crisi economica. Abbiamo la necessità di immaginare qualche anno per ripartire. I dati di Eurocontrol, l'Organizzazione europea per la sicurezza della navigazione aerea che conta 41 Stati europei, immaginano una ripresa del traffico ai livelli pre-pandemia a seconda di quando il vaccino sarà efficace: il 2022-2023 nel caso in cui si riuscisse a vaccinare gran parte della popolazione mondiale con effetti efficaci mentre, in caso di fallimento del vaccino, il recupero non è previsto prima del 2029 con una previsione intermedia - e forse la più realistica- che con un funzionamento corretto del vaccino ma con la necessità di distribuirlo in un arco temporale adeguato stima tra il 2024 e il 2026 un ritorno ai livelli di traffico 2019. Un lasso di tempo non indifferente che in termini aeronautici non è tantissimo mentre in termini economici è una perdita notevole per il settore». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 14/1/2021

07 Gennaio 2021

Eviso: «dopo l'Ipo pronti ad accelerare nel mercato dell'AI applicata alle commodity»

Entro l'anno, dice il fondatore e amministratore delegato Gianfranco Sorasio a DigitEconomy.24, report di Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, il lancio della piattaforma per il settore dei cereali   Dopo i sistemi predittivi e monitoraggio sull'utilizzo dell'energia elettrica, Eviso è pronta ad accelerare nel mercato dell'intelligenza artificiale applicata al settore delle commodity fisiche con consegna reale. La piattaforma per la previsione dei prezzi della frutta, come ad esempio quella dedicata alle mele per cui la società ha già un accordo con il Gruppo Lagnasco, «è già pronta e sarà pienamente operativa entro la seconda metà del 2021. Entro l'anno dovrebbe essere lanciata anche quella per il settore dei cereali», spiega il fondatore e amministratore delegato Gianfranco Sorasio a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). «La piattaforma di intelligenza artificiale di Eviso - aggiunge - non solo prevede quanta energia si consumerà, ma, applicata ai clienti che producono frutta o grano, cioè al mondo della commodity, riesce anche a fare dei forecast sui prezzi di frutta o cereali che possiamo definire concorrenti, come ad esempio pere e kiwi o soia e mais, così da poter prevedere l'andamento dei consumi e del mercato al fine di garantire la consegna reale». Sorasio: «Ipo per crescere, l'intelligenza artificiale genera valore» La società, con sede a Saluzzo, vicino Cuneo, è stata reputata per quattro volte dal Financial Times tra le 1000 aziende che crescono di più in Europa, ed è appena approdata in Borsa. «Abbiamo deciso di quotarci perché l'AI, l'intelligenza artificiale, genera moltissimo valore; prevediamo nel piano industriale- aggiunge Sorasio, una laurea in ingegneria nucleare e formazione completata alla Harvard Business School - una crescita molto importante. Abbiamo anche un budget per le acquisizioni di tecnologia e le risorse saranno utilizzate in grande maggioranza per la piattaforma proprietaria di intelligenza artificiale, con l'obiettivo di passare da un'architettura ibrida, accessibile a una serie di utenti ma non a tutti, a una piattaforma aperta». 48 milioni il valore della produzione, 23mila i clienti Il gruppo ha a oggi 23mila clienti (13mila diretti, 10mila indiretti) e ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2020 con un valore della produzione di 48 milioni di euro. Tutto è partito quando Sorasio, cervello di ritorno in Italia dal Portogallo, imprenditore dal 2005, ha cominciato, nel 2012, a studiare il mercato dell'energia, scaricando centinaia di bilanci, e notando un'anomalia, cioè che erano presenti migliaia di dati che restavano inutilizzati. Quindi Eviso ha sviluppato soluzioni di proprietà basate su algoritmi di machine learning e di intelligenza artificiale, «in grado – spiega il fondatore- di creare valore per i propri clienti attraverso la capacità previsionale e il monitoraggio dei processi». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 7/1/2021

07 Gennaio 2021

Bain & Co: «L'Italia intercetta  l'1,5% della spesa in Intelligenza artificiale, è indietro rispetto ai principali Paesi Ue»

Nel 2021 il mercato dell'Ai varrà 67 miliardi di euro in totale; il governo italiano, dice il partner di Bain &Co, Mauro Colopi, può giocare un ruolo di stimolo e le aziende devono accelerare   Logistica, distribuzione e servizi: sono questi i settori che saranno maggiormente pervasi dall'Intelligenza artificiale in un orizzonte al 2024. In Italia, invece, il comparto che subirà l'accelerazione maggiore è quello delle infrastrutture in ambito telecomunicazioni e utilities. L'Italia, tuttavia, a confronto con gli altri Paesi europei e con Cina e Usa, è indietro e rischia di non sfruttare «appieno l'innovazione e l'incremento di produttività abilitati dall'AI». Il nostro Paese, infatti, dichiara a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) Mauro Colopi, partner di Bain & Company, intercetta solo l'1,5% della spesa «con una penetrazione meno che proporzionale rispetto alla rilevanza del nostro Pil sul valore economico globale e con un tasso di impegno di spesa in crescita rilevante (+17%), ma inferiore rispetto alle principali economie europee». Qual è la posizione dell'Italia nel campo dell'intelligenza artificiale a confronto con il contesto europeo? E rispetto a Usa e Cina? Il mercato dell'intelligenza artificiale (AI), varrà nel 2021 a livello globale 17 miliardi di euro in termini di spesa software, a cui si somma la domanda di servizi professionali per realizzare ed erogare soluzioni innovative che rappresenta a sua volta oltre 50 miliardi di euro. Un mercato di dimensioni importanti che è stimato crescere tra il 2021 e il 2024 del 20%, tre volte più veloce del totale mercato software. L'opportunità è chiara, ma presenta un tasso di adozione differente nelle diverse economie. Gli Usa rappresentano la geografia che più sta beneficiando dell'adozione a scala di tali tecnologie, intercettando nel 2021 oltre il 50% della spesa in AI a livello mondiale. Circa il doppio dell'area Emea che ne attrarrà il 27% e della Cina che ha ancora un modello economico meno improntato all'automazione digitale avanzata, assorbendo nel 2021 solo il 5,8% del mercato AI, ma che prospetticamente sarà l'economia con l'adozione più accelerata a livello globale, con una crescita attesa del 33% all'anno nel prossimo triennio. In questo scacchiere tecnologico l'Italia rischia di non sfruttare appieno l'innovazione e l'incremento di produttività abilitati dall'AI, intercettando solo l'1,5% della spesa, con una penetrazione meno che proporzionale rispetto alla rilevanza del nostro Pil sul valore economico globale e con un tasso atteso di impegno di spesa in crescita rilevante (+17%), ma inferiore delle principali economie europee che prevedono nello stesso periodo tassi medi di crescita tra il 24 e il 27 per cento. Quali sono i comparti che stanno utilizzando di più l'intelligenza artificiale? I settori che a oggi fanno un uso più esteso dell'AI sono la logistica e distribuzione, la finanza e il manifatturiero che rappresentano complessivamente circa il 76% della spesa globale del 2021 e l'80% in Italia. Quali i business, invece, che hanno maggiori possibilità di sviluppo? Guardando al 2024 a livello globale il mercato della logistica, distribuzione e servizi si conferma essere il polo di maggiore sfruttamento di tale tecnologia, mentre in Italia il comparto che è previsto accelerare maggiormente, con circa 5 punti percentuali in più di crescita rispetto al mercato complessivo, sarà quello delle infrastrutture in ambito telecomunicazioni e utilities. Il 2021 sarà anche l'anno dello sviluppo del 5G, che impatto avranno le reti superveloci nell'abilitazione dei sistemi di intelligenza artificiale? Il 5G renderà l'intelligenza artificiale sempre più pervasiva, favorendo lo sviluppo di servizi con forti discontinuità potenziali. Un esempio tra tutti sono le applicazioni di autonomous driving. L'effettiva maturità tecnologica di queste applicazioni rappresenta però ancora un punto di domanda in una prospettiva di medio periodo verso una reale diffusione a scala in un orizzonte temporale maggiormente esteso. Applicazioni maggiormente beneficiarie in una prospettiva di breve periodo saranno invece gli ambiti di Industrial IoT e Factory automation. L'avvento dell'intelligenza artificiale porta da un lato allo sviluppo di nuove figure professionali, dall'altro a un taglio dell'occupazione in vari settori. Qual è la sintesi? La disponibilità di talenti per governare in modo efficace questa grande opportunità tecnologica rappresenta uno degli elementi di forte attenzione. Da una recente ricerca Bain il 68% delle aziende tecnologiche intervistate dichiara di dover fronteggiare la scarsità dei talenti in ambito AI. E la capacità di disporre di un adeguato pool di talenti è una condizione chiave per puntare alla leadership di mercato. I leader nell'Intelligenza artificiale e nel machine learning, infatti, sono in grado di generare una crescita dei ricavi 2 volte più accelerata del resto del mercato. Il Bain Technology Report 2020 "Taming the Flux" evidenzia che le aziende tecnologiche maggiormente di successo hanno a oggi una percentuale di dipendenti in ruoli AI fino a 4 volte superiore rispetto al resto del mercato. La mancanza di talenti adeguati porta oggi molte aziende ad aver condotto sperimentazioni di nuove opportunità di automazione, ma poche di queste riescono poi a esprimere un reale passaggio a un'adozione digitale a scala. Considerando, ad esempio, le applicazioni nell'ambito di Industria 4.0 a livello globale mentre il 75% delle grandi aziende ha già condotto progetti pilota di digital operation, solo il 25% ha proseguito verso un'adozione a scala di questi use case. In Italia si è tenuto  al ministero dello Sviluppo economico il tavolo sull'intelligenza artificiale. Che ruolo può giocare il governo? Sicuramente il Governo può giocare un ruolo di stimolo all'adozione a scala delle opportunità offerte dall'AI, ma dall'altra parte le aziende e l'ecosistema digitale devono disegnare e perseguire percorsi accelerati di adozione delle nuove tecnologie per ridurre il divario digitale con gli altri Paesi Europei e con le economie internazionali. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  7/1/2021

07 Gennaio 2021

Ericsson: «L'Intelligenza artificiale è un must per il successo del 5G ma attenzione a un uso distorto»

Parla Peter Laurin, senior vice president del gruppo svedese, a DigitEconomy.24, report Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Sul fronte occupazione l'AI, dice, «accresce le capacità umane anziché sostituirle»   «L'intelligenza artificiale è un must per l'adozione e la gestione di successo del 5G». Parlando delle sfide per questo 2021 appena iniziato, lo spiega Peter Laurin, senior vice president e capo di una delle 4 aree globali (Managed Services) di Ericsson. Il funzionamento delle reti tlc, tantopiù importante dopo l'effetto pandemia, migliorerà proprio grazie all'intelligenza artificiale che «consente - dichiara Laurin a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di prevedere un calo delle prestazioni di rete prima che questo si verifichi e di intraprendere le azioni necessarie prima che ciò generi un impatto sugli utenti finali». Nessun problema neanche sul fronte occupazionale poiché per Ericsson «l'AI accresce le capacità umane anziché sostituirle». Ma il top manager di Ericsson avverte: «L'affidabilità dell'AI è una questione molto importante e un argomento su cui dobbiamo costantemente concentrarci. La nostra attività si basa in larga misura sulla fiducia degli operatori e un uso distorto dell'AI può avere un impatto molto negativo». Quali sono le principali applicazioni di Intelligenza Artificiale per la gestione delle reti mobili e 5G previste nel 2021? Il 5G e l'Intelligenza Artificiale sono aree di interesse strategico per Ericsson e stiamo investendo molto per rafforzare la nostra leadership. Le nostre soluzioni di Intelligenza Artificiale vengono applicate per risolvere le sfide più importanti per gli operatori, creando valore dove conta di più. Non si tratta di espedienti o esperimenti generici. Le nostre soluzioni AI sono integrate in tutta la rete, realizzate da persone con una vasta esperienza nell'AI e nelle telecomunicazioni e con un approccio di tipo AI-first in ogni prodotto o servizio. Da un punto di vista operativo, l'Intelligenza Artificiale è un must per l'adozione e la gestione di successo del 5G. La complessità delle reti odierne è enorme e aumenterà ulteriormente con la progressiva evoluzione e implementazione del 5G e dell'Internet delle cose. Per affrontare questa complessità e garantire che gli utenti finali continuino a ricevere un'esperienza di alta qualità dalle loro reti (come, ad esempio, l'alta velocità o l'accesso a un numero di applicazioni 10-15 volte superiore grazie al 5G), stiamo implementando Ericsson Operations Engine sulle reti degli operatori. Ericsson Operations Engine rappresenta il nostro approccio basato sull'Intelligenza Artificiale e sui dati per il funzionamento e l'ottimizzazione delle reti. Grazie all'Intelligenza Artificiale, ci assicuriamo che le reti funzionino al meglio delle loro capacità, garantendo le migliori esperienze per gli utenti finali. L'Intelligenza Artificiale ci consente di prevedere un calo delle prestazioni di rete prima che questo si verifichi e di intraprendere le azioni necessarie prima che ciò generi un impatto sugli utenti finali. Tutto questo avviene attraverso quello che chiamiamo un "circuito chiuso", il che significa che l'azione di rettifica viene eseguita senza alcuna interazione umana. Ad esempio, su 10 clienti che utilizzano Ericsson Operations Engine, il 67% degli incidenti di rete viene risolto automaticamente senza alcun intervento umano e abbiamo ridotto del 60% la percentuale di indisponibilità della rete. Quali i principali vantaggi dall'uso dell'AI? Già ora vediamo che le reti 5G sono in grado di fornire volumi di dati 100 volte superiori e una velocità 10 volte maggiore rispetto alla precedente generazione. Stiamo quindi iniziando ad avere una buona consapevolezza di ciò che sta realmente accadendo mentre continua a crescere l'implementazione del 5G e di ciò che è necessario dal punto di vista delle operazioni e dell'ottimizzazione. Le reti mobili dovranno affrontare una pressione senza precedenti in termini di utilizzo, prestazioni, versatilità ed efficienza. La complessità della gestione di una rete 5G, inclusi i punti dati IoT, rende quasi impossibile per una persona umana comprendere e trovare una soluzione ottimizzata, ed è qui che l'Intelligenza Artificiale e l'automazione giocano un ruolo fondamentale nel realizzare operazioni di rete completamente data driven. Queste tecnologie ci consentiranno di dare un senso ai miliardi di punti dati e di agire prima che i problemi di rete diventino problemi per gli utenti. Un altro vantaggio è che possiamo migliorare continuamente i casi d'uso basati su AI attraverso l'apprendimento federato, utilizzando dati anonimizzati provenienti dalle diverse reti che gestiamo per conto degli operatori, per riqualificare e migliorare gli algoritmi. Il vantaggio dell'apprendimento federato è che questa tecnica di machine learning può addestrare algoritmi da diversi set di dati senza scambiarli. Dal momento che Ericsson gestisce più di un miliardo di abbonamenti a livello globale, questo ci consente di disporre di volumi significativi di dati di rete di qualità per addestrare i nostri algoritmi di Intelligenza Artificiale e aiutare gli operatori ad adottare operazioni realmente guidate dai dati, migliorando in definitiva le prestazioni della rete e l'esperienza dell'utente finale. A che punto è l'implementazione di reti 5G stand alone affinché la nuova tecnologia non poggi più sulle reti 4G già esistenti? Dei 122 accordi 5G commerciali siglati da Ericsson, abbiamo fornito 77 reti 5G live ai nostri clienti nei 5 continenti e alcune di queste sono già 5G stand alone. Il 5G è una piattaforma aperta per l'innovazione. È progettato per soddisfare tutte le applicazioni con una connettività più veloce, più reattiva e più affidabile. E questo porta nuove esperienze su smartphone e altri dispositivi. Il numero di dispositivi IoT cellulari ha già superato il miliardo e si stima supererà i 5 miliardi nel 2025. Molti di questi dispositivi supporteranno servizi che prima consideravamo futuristici, come la realtà aumentata, la realtà virtuale, i veicoli automatizzati connessi e robot controllati da remoto. Ericsson ha stretto un accordo con Vodafone sui droni utilizzabili in situazioni di emergenza grazie alla copertura della rete mobile. È un modello che verrà replicato? La recente sperimentazione condotta nel centro di innovazione di Vodafone in Germania era volta a dimostrare come fosse possibile stabilire corridoi di volo sicuri e protetti garantendo copertura di rete. Questo è un buon esempio di co-creazione a cui lavoriamo con i nostri clienti per fare innovazione sfruttando i casi d'uso 5G. Stiamo ancora solo scalfendo la superficie quando parliamo di come le funzionalità di rete più intelligenti consentiranno a settori chiave come la sanità, l'edilizia e l'agricoltura di accelerare l'implementazione dei siti, ridurre i rischi per la salute e la sicurezza e salvare vite umane. Crediamo ci siano molte interessanti opportunità in arrivo. Con il crescente ricorso all'automazione, ad esempio nella gestione delle reti, sarà possibile mantenere i livelli di occupazione? La nostra opinione è che l'AI accresca le capacità umane anziché sostituirle. Il nostro modello di gestione e ottimizzazione dell'Intelligenza Artificiale, Ericsson Operations Engine, ha bisogno che gli esseri umani affrontino le eccezioni perché è così che apprende ed evolve. Questo fa crescere anche la fiducia dei nostri clienti. Prendiamo un aereo di linea come esempio. Due piloti su rotte a corto raggio volano per non più di sette minuti del viaggio totale, per il resto del tempo gestiscono eccezioni o deviazioni dalle policy automatizzate e danno così ai passeggeri un elevato livello di fiducia. Siamo convinti che l'impatto dell'AI sul lavoro umano sarà compensato dallo sviluppo di competenze, formazione e compiti più creativi. I compiti più preziosi o gratificanti sono ancora riservati a noi umani, poiché le reti gestiranno un livello di complessità molto più elevato e, allo stesso tempo, aumentiamo il livello di affidabilità e delle prestazioni. D'altro canto, sono presenti figure professionali sufficienti per gestire applicazioni di Intelligenza Artificiale? Poiché l'AI è un fattore chiave per il business di Ericsson, stiamo continuando a sviluppare le nostre competenze in quest'ambito in tutta l'organizzazione, reclutando esternamente competenze pertinenti e rafforzando le conoscenze dei dipendenti Ericsson. Nel 2019 Ericsson ha istituito il Global Artificial Intelligence Accelerator, che mira a potenziare le capacità e l'innovazione nell'Intelligenza Artificiale attraverso una serie di hub di innovazione in AI negli Stati Uniti, Svezia, Canada e India. A livello globale, Ericsson impiega più di 300 data scientist, data engineer, architetti di machine learning e AI e sviluppatori di software in questi hub. In Ericsson stiamo migliorando le conoscenze dei dipendenti in ambito AI e automazione attraverso programmi di formazione strategici, che ci consentono di combinare le nostre competenze in ambito telecomunicazioni con quelle relative all'AI. Recentemente, un software di riconoscimento facciale è stato accusato di discriminazione razziale. Come evitare di distorcere gli usi dell'Intelligenza Artificiale? L'affidabilità dell'AI è una questione molto importante e un argomento su cui dobbiamo costantemente concentrarci. La nostra attività si basa in larga misura sulla fiducia degli operatori e un uso distorto dell'AI può avere un impatto molto negativo. Un'AI affidabile è fondamentale anche per la diffusione della sua adozione. Ericsson ha sottoscritto le "Linee guida etiche per un'AI affidabile" della Commissione europea. Linee guida propongono una serie di sette requisiti chiave che i sistemi di AI dovrebbero soddisfare per essere considerati affidabili: intervento umano e supervisione; robustezza tecnica e sicurezza; privacy e governance dei dati; trasparenza; diversity, non discriminazione e correttezza; benessere sociale e ambientale; responsabilità. Ericsson aderisce a queste linee guida dell'Unione Europea per sviluppare e implementare l'AI nel nostro business. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  7/1/2021

05 Gennaio 2021

«Italia 2030» a che punto siamo con la circolarità in economia

Commento di Matteo Caroli, Associate Dean Luiss Business School, pubblicato su Corriere della Sera Buone Notizie, 5 gennaio 2021  Anche nel nostro Paese la spinta istituzionale a favore dell'economia circolare è ormai robusta. Ne è un esempio, il progetto «Italia 2030»: le traiettorie dell'economia circolare per il rilancio economico sostenibile dell'Itali, avviato dal Viceministro per lo sviluppo economico nell'autunno del 2019 e giunto alla conclusione della sua prima fase. L'iniziativa è stata concepita in collaborazione pubblico-privato: insieme al Mise sono state coinvolte molte tra le principali imprese e università italiane, istituzioni e associazioni. Il sostegno diretto di dieci grandi Gruppi (Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa San Paolo, ltalgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam, Terna) evidenzia la rilevanza istituzionale del progetto. Quindici gruppi di lavoro, partecipati da esperti di provenienza istituzionale, aziendale o accademica hanno approfondito questioni molto specialistiche: dall'analisi delle filiere particolarmente rilevanti per l'economia circolare come quella dell'energia, o la chimica, le costruzioni, l'agricoltura, all’approfondimento di innovazione e finanza come fattori “abilitanti” dello sviluppo circolare, fino alle sfide che riguardano la sensibilizzazione da un lato delle Pmi e dall’altro lato dei consumatori. Altri tre gruppi di lavoro hanno studiato le grandi problematiche sociali che condizionano le possibilità di sviluppo sostenibile del nostro Paese: la fecondità e il lavoro; l'invecchiamento della popolazione; l'immigrazione. Ciascun gruppo ha realizzato un documento valido scientificamente, ma utile soprattutto alla divulgazione, che spiega «a che punto siamo» nell'evoluzione verso l'economia circolare; i principali nodi da sciogliere e i successi consolidati; e avanza delle concrete proposte di policy per rafforzare questa transizione. Questi documenti sono stati discussi in un ciclo di dodici webinar, organizzati dalla Luiss Business School, ai quali hanno partecipato oltre tremila persone. A questo impegno fa eco il prestigioso posizionamento ottenuto ad inizio dicembre 2020 dall'intera Luiss Guido Carli, con l'ingresso tra i top 50 Atenei più sostenibili al mondo per il ranking World University Green Metrics, classificandosi seconda a livello globale (e prima in Italia) nella specifica categoria «Energy and climate change». Gli studi prodotti (che saranno riassunti in un e-book il prossimo gennaio) fanno emergere luci e ombre. Da un lato, il nostro Paese ha raggiunto un'ottima posizione tra i Paesi europei, ad esempio sulle energie rinnovabili, del waste management, dell'efficientamento energetico. Dall'altro, la complessità normativa e burocratica rallenta gli investimenti green delle aziende e d'altro canto è ancora troppo modesto (pur se in costante crescita) il numero delle piccole e medie imprese decisamente orientate all'economia circolare. Occorre dunque, accelerare sull'innovazione tecnologica, di business e istituzionale; capire come farlo è il prossimo obiettivo di Italia 2030. RIVEDI I WEBINAR DI ITALIA 2030  5/1/2021

23 Dicembre 2020

Conad: «Con la pandemia cambiati carrello e modalità di acquisto. Il 2021 sarà più lento»

Il direttore generale, Francesco Avanzini, traccia il bilancio dell'anno e parla delle strategie per il 2021: multicanalità, sostenibilità e digitalizzazione   Si chiude un anno, il 2020, di cambiamenti che ha visto le vendite della Gdo aumentare «ma in modo diversificato». Francesco Avanzini, direttore generale di Conad, a SustainEconomy.24, report di Radiocor e Luiss Business School, traccia un quadro sulla trasformazione dei consumi accelerata dalla pandemia. E dei risultati del gruppo, leader nella grande distribuzione in Italia dopo l'integrazione con Auchan, che si traducono in vendite cresciute di oltre il 10% e quota di mercato quasi al 15%.  Anche se il 2021 vedrà inevitabilmente una crescita più lenta. Il tutto senza trascurare un forte impegno alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Le risorse del Recovery Fund, indica, siano destinate a processi di modernizzazione Siamo alla conclusione di un anno molto particolare. Il vostro settore è stato spesso sotto i riflettori. Cosa è cambiato? «I cambiamenti che hanno caratterizzato l'anno sono legati alla pandemia e alla situazione di emergenza sanitaria. In generale, le vendite della GDO sono aumentate, ma in modo diversificato: sono cresciute nei negozi di prossimità e nei supermercati; sono diminuite nei negozi di grandi dimensioni, localizzati fuori dai centri cittadini, a causa delle norme sul distanziamento sociale, dei limiti posti alla vendita di prodotti non alimentari, della chiusura nei giorni festivi e prefestivi del periodo natalizio. La chiusura di bar e ristoranti, alberghi e altri centri di aggregazione, che valeva in alcuni negozi fino al 10% del fatturato, e la mancanza di turisti in molte città italiane, hanno anch'esse avuto un effetto negativo sulle nostre vendite.  Sono cambiate la composizione del carrello e le modalità di acquisto: in alcuni periodi abbiamo avuto meno visite dei clienti nei negozi, con uno scontrino medio più alto, mentre in altri periodi la situazione si è rovesciata. In definitiva, la pandemia ha accelerato fenomeni di evoluzione delle esigenze dei clienti, che sono diventate molto più articolate e complesse: il "prodotto distributivo" è, di conseguenza, diventato anch'esso più articolato e la multicanalità è diventata una urgenza, compreso il canale dell'e-commerce, cresciuto a tripla cifra, anche se ancora molto piccolo nelle dimensioni sul totale». Parliamo di Conad. Siete leader della grande distribuzione in Italia e avete appena tracciato il bilancio di un anno che si chiude in forte crescita. Ce ne parla? «Una nostra prima stima sul valore delle vendite di tutte le componenti del sistema Conad evidenzia una crescita del 10,2%, anche grazie all'integrazione dei negozi ex Auchan, per un valore di 15,7 miliardi di euro. Completando l'operazione Auchan, questa stima potrebbe ulteriormente crescere. La Guida Nielsen Largo Consumo del primo semestre 2020 ci accredita una quota di mercato del 14,8%; inoltre, mi fa piacere vedere che abbiamo rafforzato la nostra quota di mercato nel canale Supermercati, portandola al 24,21%. Da notare anche che la nostra marca commerciale è cresciuta molto: secondo una nostra elaborazione, nel 2020 è aumentata del 20% nel valore delle vendite, fino a raggiungere i 4,5 miliardi: oggi in Italia 1 prodotto di MDD (prodotti a marchio) su 3 è Conad». E cosa vi aspettate dal 2021? «Per il 2021, abbiamo elaborato piani di crescita che seguiranno 4 direttrici strategiche: multicanalità, marca del distributore, sostenibilità e digitalizzazione. Le nostre 5 cooperative hanno deliberato 1,487 miliardi di euro di investimenti per l'ammodernamento e il miglioramento dei punti vendita della rete. Abbiamo lavorato per aumentare la dimensione media dei nostri punti vendita, ma seguendo l'evoluzione della domanda: sono cresciute le metrature dei negozi di prossimità e dei supermercati, è stata ridotta la superfice degli ipermercati. Tuttavia ritengo improbabile che nel 2021 avremo gli stessi risultati, in termini di crescita di fatturato e quota di mercato, che abbiamo avuto quest'anno, dovuti all'integrazione della rete ex-Auchan e all'eccezionalità della situazione creata dalla pandemia. La difficile situazione del Paese ci induce a prevedere un ulteriore calo dei consumi, che renderà la nostra crescita nel 2021 più lenta». A proposito dell'integrazione di Auchan, il processo di integrazione è completato? «Sì, è completato. Alla fine dell'anno non ci saranno più punti vendita Auchan: circa 190 avranno l'insegna Conad, mentre circa 110 sono passati ad altri primari operatori, seguendo le indicazioni dell'Antitrust e per evitare sovrapposizioni. Abbiamo raggiunto la leadership nelle Marche, l'abbiamo  rafforzata in 5 Regioni e migliorato notevolmente la nostra posizione nelle restanti Regioni. Abbiamo lavorato con le Istituzioni per creare lavoro per quanti più collaboratori di Auchan possibile: abbiamo portato nella rete Conad 8.500 persone; a 2.500 persone abbiamo dato una soluzione occupazionale, mentre 2.600 persone lavorano oggi in altre reti distributive». La Grande Distribuzione sul tema della sostenibilità ha mostrato di saper avere una visione che va lontano. Qual è e quale sarà l'impegno di Conad? «Per noi la sostenibilità è ambientale, sociale, economica. Per l'ambiente investiamo sul continuo miglioramento della logistica; sull'azzeramento delle emissioni; sui trasporti; sull'utilizzo di cassette riutilizzabili per l'ortofrutta; sul pallet pooling. Nei punti vendita abbiamo rafforzato il monitoraggio dei consumi energetici, spinto l'uso di materiali di consumo riciclabili e biodegradabili e impiantato colonnine elettriche di ricarica. Per i prodotti a marchio Conad lavoriamo alla massimizzazione dei pack sostenibili, all'utilizzo sostenibile delle risorse e delle materie prime, alla valorizzazione dei territori. La sostenibilità sociale è basata sulla valorizzazione delle risorse umane del sistema Conad, sulla formazione dei collaboratori, sull'attenzione alle relazioni. Abbiamo destinato circa 30 milioni di euro a iniziative in favore delle comunità in cui operiamo, comprese le donazioni a istituti clinici di ricerca impegnati nella lotta alla pandemia. Abbiamo stipulato accordi con i produttori per una concorrenza etica e stiamo lavorando ad accordi con il mondo agricolo. Sostenibilità economica significa affiancare le aziende italiane: lavoriamo con 6.900 aziende fornitrici locali, che sviluppano un fatturato di 2,6 miliardi di euro e producono 405 eccellenze alimentari di 19 regioni italiane». Si parla tanto di sostenibilità, innovazione e green nei futuri piani del Governo per utilizzare le risorse del Recovery Fund. Cosa serve al vostro settore? «Nel nostro settore la semplificazione della burocrazia e la certezza di norme uguali su tutto il territorio nazionale sono i prerequisiti per un piano di investimenti che consenta di ammodernare una rete in gran parte vecchia e che necessita di interventi strutturali. Anche il sistema Paese deve essere ammodernato, soprattutto nelle sue infrastrutture per i trasporti, per le reti digitali e per la formazione. Credo che siano sfide importanti per il nostro comparto anche la digitalizzazione e la formazione di una nuova generazione di operatori specializzati. Ritengo, quindi, che le risorse del Recovery Fund nella GDO potrebbero essere impiegate a supporto di questi processi di modernizzazione. Infine, penso che molte risorse dovrebbero essere destinate all'educazione dei giovani. La GDO può affiancare le istituzioni e noi da tempo dedichiamo risorse alla scuola e alla formazione delle future generazioni». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 23/12/2020

23 Dicembre 2020

Federdistribuzione: «Sostenibilità e incentivi. Vera partita del Paese è far ripartire i consumi» 

La scelta sostenibile delle imprese della distribuzione moderna. E il bilancio di un anno drammatico che richiede più ristori e incentivi ai consumi. Il presidente, Claudio Gradara, ne parla a SustainEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore – Radiocor   L'adesione delle aziende della distribuzione moderna ad un percorso di sostenibilità è pressoché totale e sta diventando una ‘leva competitiva', spiega Claudio Gradara, il presidente di Federdistribuzione che parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, del bilancio di sostenibilità 2020 dell'intero settore. E delle prossime sfide: dal tema della plastica e dei packaging ai rapporti di filiera. Ma si avvicina la fine di un anno difficile ed è tempo di bilanci. Ed emerge un settore spaccato in due: il comparto alimentare che ha arginato la crisi e dato normalità al Paese e il settore non alimentare duramente colpito dalla pandemia. La vera partita del Paese, spiega Gradara, si gioca sulla ripresa dei consumi. I ristori sono troppo modesti e servono incentivi. E sfruttare bene l'occasione del Recovery Plan Cresce l'attenzione per la sostenibilità. Voi avete presentato recentemente il bilancio 2020 che sintetizza l'impegno delle aziende della distribuzione moderna su questo fronte. Cosa emerge? «Emerge un miglioramento su tutti i parametri che, peraltro, nel corso del tempo sono cresciuti rispetto alla prima edizione del 2012, ed ha visto la crescita delle adesioni degli associati che ormai è pressoché totale. E' uno dei pochi bilanci che misurino un intero settore economico. C'è una diffusione delle best practices, in assoluto è cresciuta la consapevolezza da parte delle imprese che, in visione prospettica - tenendo conto anche dell'attenzione e della sensibilità dell'opinione pubblica su questi temi - questo è un terreno su cui confrontarsi insieme ad altri. Anzi direi che sta diventando quasi una leva competitiva il fatto di porre in essere iniziative in questa direzione». C'è qualcosa che possono fare ancora le aziende del settore per un futuro più sostenibile, qualche tematica da seguire di più? «Tenendo conto del nostro settore di attività, quindi dei beni di largo consumo, sicuramente c'è un tema, che possiamo chiamare ‘il tema della plastica, ossia il ripensamento dei packaging, delle modalità di confezionamento dei prodotti, prodotti biodegradabili. E' un'area che ci potrà vedere, in futuro, insieme all'industria, fare importanti passi in avanti. L'altra area è quella dei rapporti di filiera sui quali da tempo si tende sempre più a cercare di sviluppare rapporti più improntati al medio lungo temine, con progetti di crescita comune che -mi riferisco in particolare al comparto agroalimentare - consentono di assumere connotazioni più nazionali, di poter fare investimenti di sviluppo del settore diversi. E' un settore che può crescere ancora molto in termini di efficienza e capacità di stare sul mercato». Ci avviciniamo alla fine dell'anno ed è tempo di bilanci. Il 2020 è stato un anno complesso e molto difficile per tutti. Il vostro settore ha avuto un ruolo importante ma registrate anche danni e problematiche. Ce ne parla? «Il nostro settore, in realtà, è spaccato in due rispetto a questa crisi globale: la parte del retail alimentare ha avuto la fortuna, per certi aspetti, di poter continuare ad operare anche se in un contesto di grandissime difficoltà perché la prima fase soprattutto ha colto tutti di sorpresa e il nostro settore si è trovato a dover garantire continuità con difficoltà e costi enormi, per le misure di sicurezza, che si sono cumulati. E' stata una prova importante che ha dimostrato la solidità del settore ed è riuscita a garantire un minimo di continuità e normalità al Paese. Viceversa per la parte non alimentare è un anno drammatico; ha vissuto due mesi e mezzo di chiusura con tutto quello che ne consegue, si sperava di poter pian piano andare verso la normalità, invece siamo ripiombati nelle ultime settimane nel pieno di una crisi , per certi aspetti, anche peggiore perché non si intravede l'orizzonte temporale. E' giusto avere un po' di ottimismo ma quello che ci aspetta nei primi mesi dell'anno prossimo è difficile da capire e, certo, non saremo in una situazione di normalità. Tutto questo sta creando danni enormi all'area non alimentare che si sommano e mascherano su una crisi di fondo dei consumi. Aldilà delle chiusure che hanno caratterizzato una parte del territorio, il comparto non alimentare anche in una situazione di apertura dei negozi sta registrando decrementi importanti nell'ordine del 20-25% per una minore propensione all'acquisto per le preoccupazioni. È un mondo che ha grossissime difficoltà e non si vede la fine. L'alimentare, con le nuove chiusure, è tornato a registrare crescite nell'ordine del 5-6% nelle ultime settimane ma teniamo conto che se tracciamo un bilancio consolidato dei consumi alimentari, tra distribuzione e fuori casa, il saldo è fortemente negativo. E questo sta dentro nel grande tema del rilancio del Paese. Oggi in qualche modo la situazione è mascherata e velata dalla prevalenza dei temi emergenziali ma, di fatto, si sta distruggendo un valore colossale, a livello di imprese e redditi, ci si confronterà con il mercato e diventerà determinante la bontà delle scelte di politica economica. E' evidente che più sarà rapida la risalita e saranno fatte le scelte giuste e prima si potrà tornare ad una situazione gestibile. Senza dimenticare che siamo arrivati al 2019 con una crisi dei consumi già stabile e stagnante da 10 anni. Quindi la preoccupazione è tanta e la condividiamo con tanti altri settori del Paese». Quindi, a questo proposito, quali potrebbero essere sostegni utili al settore? «C'è un tema di sostegno alle imprese - e mi riferisco soprattutto alla parte non alimentare – che finora hanno avuto dei riconoscimenti davvero modesti e, in fondo, è un settore che si sta sacrificando per il bene comune. Quanto è previsto dagli attuali ristori, soprattutto per le aziende di una certa dimensione, è veramente molto poco. E' un tema che deve poter consentire alle imprese di arrivare in relativa salute al momento della ripartenza. Poi è chiaro che la partita del Paese si gioca sulla ripresa dei consumi che valgono il 60% del Pil , le vendite al dettaglio sono il 22% . Se non si rimette in moto il meccanismo diventa complicato. Poi i temi sono sempre gli stessi, accentuati dalla discesa che abbiamo fatto: i redditi delle famiglie, il sostegno agli investimenti, il sostegno alla ripresa dell'occupazione, e ci vorrebbero poi incentivi ai consumi. Perchè dobbiamo vincere questo momento di ritrosia allo spendere legato alle incertezze. Altri Paesi hanno adottato diverse soluzioni come, ad esempio, la riduzione temporanea dell'Iva su alcuni settori piuttosto che i crediti di imposta per determinate categorie di interventi; sono misure che aiuterebbero quantomeno a velocizzare l'uscita dalla crisi. Guardando più lontano abbiamo questo grande tema del Recovery Plan che può essere una straordinaria opportunità per mettere mano a quelli che sono i vincoli storici del Paese. Può essere l'occasione, se non verrà mancata, per disegnare il quadro e mettere le radici per una crescita più sana. Anche perché, se così non avvenisse, questa massa immane di debito, che già avevamo prima, e adesso si è amplificata a dismisura, diventa insostenibile». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 23/12/2020

Nessun articolo trovato
Nessun articolo trovato