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23 Dicembre 2020

Just Eat: «Consegne a domicilio sempre più green. Investiamo ancora in un mercato in crescita»

Dal 2021 i rider assunti come dipendenti e i mezzi per le consegne totalmente green: Daniele Contini, Country manager di Just Eat Italia, racconta a SustainEconomy.24 di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore - Radiocor, l'impegno sostenibile della società di food delivery   Dall'impegno contro lo spreco alimentare ai packaging plastic free, dalla green mobility ai rider assunti come dipendenti dal 2021. Daniele Contini, Country manager di Just Eat Italia racconta in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, il percorso della società. Che punta a coinvolgere anche i partner e i clienti. Tanto da aver lanciato recentemente la Guida per un food delivery sostenibile. Il 2020, dice, ha segnato una forte crescita del food delivery che ha rappresentato, durante il lockdown, un servizio essenziale ma si è rivelato anche una leva di business fondamentale per alcune attività. E, assicura: Just Eat vuole investire ancora in un mercato che ha forti prospettive di crescita. La sostenibilità sta prendendo piede anche nel Food delivery. Come Just Eat avete messo in campo una serie di iniziative e avete avuto riconoscimenti. Ci racconta il vostro impegno? «Il digital food delivery sta vivendo un momento di grande crescita e affermazione e, come leader in Italia nel settore, sentiamo una crescente responsabilità in riferimento all'impatto ambientale che ha la nostra attività. Crediamo inoltre sia fondamentale sensibilizzare sulle tematiche della sostenibilità i nostri stakeholder principali - clienti, ristoranti e rider - e, per primi, agiamo su più ambiti per promuovere una cultura del cambiamento che renda il settore virtuoso. Siamo infatti attivi da sempre nella lotta contro lo spreco alimentare, coinvolgendo i nostri ristoranti partner con il progetto Ristorante Solidale, abbiamo introdotto packaging per le consegne completamente plastic free, promuoviamo la green mobility per i rider grazie alla partnership con MiMoto e forniremo dal 2021 mezzi totalmente sostenibili per le consegne. Abbiamo lanciato recentemente la Guida per un food delivery sostenibile, realizzata in collaborazione con LifeGate, per rendere il ciclo di vita del food delivery completamente green, con consigli e spunti utili dall'ordine online a come smaltire le confezioni di cibo a domicilio in modo consapevole. L'ultima iniziativa in occasione del Natale ci ha visto coinvolti in una maratona di solidarietà, dal 14 al 20 dicembre, in collaborazione con Caritas e Comunità Sant'Egidio con l'obiettivo di supportare chi ne ha più bisogno donando un Piatto Sospeso per ogni ordine ricevuto». Complice un anno particolare, è mutata anche la sensibilità degli italiani. Dal vostro punto di vista cosa è cambiato e cosa ancora può cambiare? «Crediamo che l'attenzione e la sensibilità degli Italiani verso i temi della sostenibilità sia crescente, soprattutto in un momento in cui stiamo tutti rimettendo in discussione le nostre priorità e il nostro impatto sul Pianeta, anche alla luce della pandemia che stiamo vivendo. Nella nostra posizione è importante guidare il cambiamento e farlo in ottica di education, per questo le nostre iniziative e attività vedono coinvolti direttamente i nostri clienti e li rendono partecipi nel nostro percorso di sostenibilità». Ci avviciniamo alla fine dell'anno e, appunto, di un anno complesso. Qual è il bilancio di Just Eat? «Per noi, come Just Eat, quest'anno complesso ha rappresentato un momento di grande impegno e lavoro, che si è tradotto in relazione alla situazione, in un rafforzamento del servizio e della sua accessibilità, da parte dei clienti da un lato, ma anche lato ristoranti. Il food delivery si è rivelato una leva di business essenziale che in alcuni casi ha permesso loro di continuare la loro attività. Ma non solo. Per il 90% dei consumatori che abbiamo intervistato nell'ambito del nostro Osservatorio annuale, il food delivery ha rappresentato durante il lockdown un servizio essenziale. Abbiamo poi annunciato il nostro nuovo modello di delivery con i rider assunti come dipendenti dal 2021. Crediamo sia fondamentale investire ancora come leader in questo mercato che ha forti prospettive di crescita, garantendo il miglior servizio a ristoranti e clienti e tutele e protezioni ai rider, con un'attenzione sempre viva verso la sostenibilità economica e ambientale. Vogliamo orientarci verso scelte sempre più etiche in grado di esprimere la responsabilità con cui vogliamo approcciare questo mercato». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 23/12/2020

23 Dicembre 2020

Amazon: «L'online è alleato delle Pmi italiane»

L'intervista di Mariangela Marseglia, Country manager di Amazon Italia e Spagna a SustainEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore - Radiocor SFOGLIA IL REPORT COMPLETO    Il commercio online è stato decisivo per i clienti rimasti a casa nell'anno della pandemia. E rappresenta un alleato per le Pmi. Parola di Mariangela Marseglia, Vp e Country Manager di Amazon.it e Amazon.es che, in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, parla del rapporto di Amazon con l'Italia, a partire dai nuovi posti di lavoro. E di sostenibilità. «Stiamo creando una cultura di sostenibilità, responsabilità e diversità che permea tutto il nostro business». E tra gli obiettivi ricorda: emissioni zero sul 50% delle spedizioni entro il 2030 e le attività alimentate al 100% da energia rinnovabile entro il 2025. Siamo alla fine di un anno unico e molto difficile che ha visto l'e-commerce necessariamente in prima linea. Qual è il vostro bilancio? «Il commercio online ha svolto un ruolo importante in questo periodo senza precedenti. I nostri clienti sono rimasti a casa per la tutela della propria salute e del Paese, e noi siamo orgogliosi di averli aiutati ad affrontare questa situazione consegnando loro i prodotti di cui hanno bisogno per se stessi e per le loro famiglie. Contemporaneamente, abbiamo continuato a supportare le oltre 14.000 Pmi italiane che si affidano ad Amazon per mandare avanti le loro attività e mantenere l'occupazione. Non ci fermiamo dunque, al contrario. Nel 2019 abbiamo investito in Italia 1,8 miliardi di euro. Secondo lo studio di Keystone, per effetto di questi investimenti sono stati creati oltre 120.000 nuovi posti di lavoro. Di questi, oltre 25.000 sono stati creati dalle piccole e medie imprese italiane, che vendono sui nostri store in Italia e nel mondo. Nel 2020 abbiamo creato 1600 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato per un totale di oltre 8.500 dipendenti in Italia. E, sempre quest'anno, abbiamo inaugurato 2 nuovi centri di distribuzione a Castelguglielmo/San Bellino in Veneto e a Colleferro nel Lazio per un investimento di 140 milioni di euro, oltre a numerosi depositi di smistamento anche nelle regioni del Sud. In totale, la nostra rete logistica conta 33 centri». Ci avviciniamo al Natale e ci sono state nell'ultimo periodo anche polemiche nel nostro Paese in tema di vendite e commercio. Come rispondete e qual è il rapporto di Amazon con l'Italia? «L'online rappresenta un alleato delle piccole e medie imprese e la loro digitalizzazione deve essere una priorità per tutti gli attori della filiera. I dati ci confermano che un approccio multicanale costituisce una opportunità per tutte le Pmi italiane. Le realtà che già utilizzavano il canale online e quelle che hanno cominciato ad utilizzarlo di recente sono state in grado di sostenere il proprio business e, talvolta, di aumentarlo. Dal giorno in cui abbiamo lanciato Amazon in Italia al 2019, abbiamo investito oltre 5,8 miliardi volti a costruire l'infrastruttura digitale e fisica per fornire prodotti e servizi a milioni di clienti italiani e ad aiutare lo sviluppo digitale delle oltre 14.000 piccole e medie imprese italiane che vendono attraverso Amazon. Nel corso di questa stagione natalizia, abbiamo supportato le Pmi attraverso un investimento di 85 milioni di euro a livello globale, che si è tradotto in promozioni speciali e attività per dare la massima visibilità a tutte le aziende italiane che vendono sul nostro sito. I dati sulle vendite delle Pmi in Italia nel periodo dal 26 ottobre al 30 novembre sono positivi: hanno venduto una media di 203 prodotti al minuto ed oltre il 60% delle realtà presenti su Amazon.it hanno venduto all'estero. Abbiamo inoltre creato strumenti innovativi per mettere a disposizione le nostre competenze in tema di digitalizzazione e vendita online. E' dello scorso novembre l'annuncio del progetto "Accelera con Amazon", per accelerare la crescita e la digitalizzazione di oltre 10.000 Pmi, e, più di recente, abbiamo lanciato il Programma "Intellectual Property Accelerator", che supporta le piccole e medie imprese lungo il percorso di registrazione del proprio marchio. Ci auguriamo che, attraverso questi strumenti, sempre più imprese possano cogliere le opportunità derivanti da un approccio multicanale e dell'e-commerce». Molti si domandano se l'e-commerce può essere sostenibile. Dal vostro punto di vista è possibile? «Siamo orgogliosi di poter dire che dal 2019 Amazon è co-fondatore con Global Optimism del Climate Pledge, un impegno volto a raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi con 10 anni di anticipo e zero emissioni di CO2 entro il 2040. Oggi sono 31 i firmatari, incluse grandi aziende come Coca Cola European Partners, Microsoft, Unilever. Per raggiungere la carbon neutrality entro il 2040, ci siamo posti ulteriori obiettivi, tra cui arrivare a emissioni zero sul 50% delle spedizioni entro il 2030 e avere le nostre attività alimentate al 100% da energia rinnovabile entro il 2025. Abbiamo già intrapreso iniziative in tal senso: abbiamo ad esempio ordinato più di 1.800 veicoli elettrici Mercedes-Benz per effettuare consegne ai clienti in Europa, abbiamo introdotto il programma Frustration-Free Packaging, che stimola i produttori a confezionare i propri prodotti in imballaggi riciclabili al 100%, facili da aprire e pronti per la spedizione ai clienti senza l'aggiunta di un'ulteriore scatola. Inoltre, con 127 progetti di energie rinnovabili attivi, Amazon è il più grande acquirente aziendale di energia rinnovabile al mondo: abbiamo da poco annunciato di aver investito in 26 nuovi progetti di energia eolica e solare su larga scala per un totale di 3,4 gigawatt (GW) di capacità di produzione di energia elettrica, portando l'investimento totale in energie rinnovabili nel 2020 a 35 progetti con più di 4 GW di capacità - il più grande investimento aziendale in energie rinnovabili in un solo anno. In Italia, i primi due parchi fotovoltaici saranno situati in Sud Italia e forniranno complessivamente 66 MW di energia». Avete creato anche una certificazione per i prodotti, ce ne parla? «L'impegno di Amazon per la sostenibilità è ampio: riguarda tutto ciò che va dal supporto alle comunità in cui operiamo, al sostegno ai nostri dipendenti, ai clienti e alle aziende con cui collaboriamo. Stiamo creando una cultura di sostenibilità, responsabilità e diversità che permea tutto il nostro business. E tra le azioni messe in campo, per aiutare i clienti a riconoscere in modo semplice i prodotti più sostenibili, abbiamo lanciato il programma "Climate Pledge Friendly", con cui si identificano più di 40.000 prodotti negli store europei. L'etichetta "Climate Pledge Friendly" identifica i prodotti dotati di una o più delle 19 diverse certificazioni di sostenibilità che aiutano a preservare l'ambiente come, ad esempio, ridurre l'impronta di carbonio nelle spedizioni. All'interno di questa iniziativa rientra anche "Compact by Design", una nuova certificazione creata da Amazon e validata da un ente terzo, che intende identificare prodotti con un design più efficiente, portando a significative riduzioni delle emissioni di CO2. Ad esempio, lo shampoo solido pesa solo un quarto rispetto ad uno shampoo liquido, riducendo notevolmente il peso e l'imballaggio per ogni unità. Attraverso Climate Pledge Friendly stiamo incentivando i partner di vendita a creare prodotti sostenibili che aiutino a proteggere il pianeta per le generazioni future». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  23/12/2020

22 Dicembre 2020

Enav e Luiss Business School: accordo per formazione e ricerca applicata

Al via la collaborazione nei settori economico-giuridico e della corporate compliance   ENAV, la Società che gestisce il traffico aereo civile in Italia, e Luiss Business School hanno firmato oggi un protocollo d’intesa volto a sviluppare programmi di formazione e di ricerca, in ambito sia nazionale sia internazionale, nei settori economico-giuridico e della corporate compliance, rafforzando in questo modo il rapporto fra mondo accademico e impresa. Al cuore dell’accordo vi è, unitamente alla volontà di sviluppare dinamiche tendenti alla creazione di un ambiente accademico ed industriale sinergico, l’interesse a potenziare la diffusione della cultura manageriale, lo studio e la realizzazione di programmi di formazione specializzata mediante nuove metodologie e forme di insegnamento, e di iniziative di ricerca e sviluppo.  “Siamo lieti della collaborazione con una delle università più riconosciute a livello nazionale ed internazionale. Per ENAV, una società che fa dell’innovazione e dell’eccellenza i pilastri principali - spiega la Presidente Francesca Isgrò - investire sulla formazione delle risorse e nella crescita dei profili professionali è un obiettivo strategico. La corporate governance nel settore economico e giuridico al quale presteremo grande attenzione, sarà la base per creare sinergie tra mondo accademico e industriale e strutturare programmi di ricerca che ci vedrà coinvolti con grande impegno”. “La nostra Scuola – ha commentato il Direttore di Luiss Business School Paolo Boccardelli – si conferma cuore pulsante dello sviluppo di una cultura imprenditoriale basata sulla continua formazione di talenti. L’accordo con ENAV, che pone al centro della propria iniziativa industriale il valore del successo sostenibile dell’impresa e la più elevata attenzione al presidio della governance e della corporate compliance sociale, interpreta appieno la missione che Luiss Business School persegue con successo da anni, e apre nuove interessanti prospettive nel campo della ricerca applicata”.   Sfoglia la rassegna stampa: Borsa italiana, Enav e Luiss Business School: accordo per formazione e ricerca applicata  Il Messaggero, Enav e Luiss Business School siglano protocollo intesa per formazione e ricerca applicata  Il Secolo XIX, Enav e Luiss Business School siglano protocollo intesa per formazione e ricerca Il Sole 24 ore, Intesa Enav-Luiss Business School su formazione e ricerca applicata   La Stampa, Enav e Luiss Business School siglano protocollo intesa per formazione e ricerca  la Repubblica, Enav e Luiss Business School siglano protocollo intesa per formazione e ricerca  Teleborsa, Enav e Luiss Business School siglano protocollo intesa per formazione e ricerca  Tgcom24, Enav: accordo con Luiss Business School per formazione e ricerca applicata  22/12/2020

17 Dicembre 2020

Eolo: «Entro l'estate del 2021 l'oafferta Fwa 5G, Mise proroghi le nostre frequenze al 2029»

Parla Alessandro Verrazzani, capo degli Affari regolamentari e istituzionali dell'operatore oggi al centro dell'interesse del mercato, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School)   L'operatore di tlc Eolo prepara le sue carte per arrivare entro l'estate del 2021 con un'offerta Fwa 5G, cioè con una tecnologia fixed wireless access (misto radio-fibra) con standard 5G. E intanto, in questa ottica, chiede al ministero dello Sviluppo economico di concedere la proroga per le frequenze in suo possesso a 26 e 28 gigahertz che scadono nel 2022. Quanto invece allo stato dell'infrastruttura in Italia, la società attiva soprattutto nelle zone a fallimento di mercato, sottolinea come, prima di procedere con il piano della rete unica, sia necessario scattare una fotografia dell'esistente, soprattutto delle aree bianche, dove non c'è nessun operatore presente, al fine di evitare duplicazioni. A raccontare a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) il contesto industriale e regolamentare in cui si muoverà il gruppo che ha di recente suscitato gli appetiti del mercato, è Alessandro Verrazzani, capo degli Affari regolamentari e istituzionali. «E' sotto gli occhi di tutti la crescente importanza della connessione Fwa, soprattutto per raggiungere le zone dove investire con la fibra è molto costoso. Anche le istituzioni – dice il manager – hanno raggiunto la consapevolezza che c'è una fetta del Paese che non potrà essere raggiunta dalla fibra». «Prorogare frequenze in conformità conquanto avvenuto in altri casi» Al momento Eolo non offre tecnologia Fwa 5G: «Noi – precisa Verrazzani - utilizziamo frequenze a onde millimetriche a 28 gigahertz, non è uno standard 5G, ma nella nostra tecnologia è già stata recepita una serie di funzionalità che sono a fattor comune con il 5G». Il gruppo sta, tuttavia, lavorando per arrivare all'offerta Fwa 5G: «Abbiamo i diritti d'uso sulle frequenze a 26 gigahertz, stiamo lavorando sulle onde millimetriche per sviluppare una tecnologia Fwa conforme al 5G e, entro l'estate del 2021, prevediamo di arrivare con le offerte. Intanto, «visto che le frequenze a 26 e 28 megahertz scadranno nel 2022, ci aspettiamo, in continuità con quello successo con altre bande (prorogate al 2029), una simile proroga per equità di trattamento. E' un fattore importante perché stiamo costruendo la nostra infrastruttura proprio basandoci sia sulle frequenze a 26 sia su quelle a 28 gigahertz». «Prima della rete unica serve nuova mappatura delle aree bianche» Eolo, come detto a DigitEconomy nei mesi scorsi dallo stesso amministratore delegato Luca Spada, non vede in maniera sfavorevole la costruzione della rete unica, ma a patto che si tenga conto dell'esistente. «Il primo pilastro per ragionare sulla rete unica – aggiunge Verrazzani - è rifare una mappatura delle aree bianche, lavoro già fatto da Infratel quest'estate per le aree grigie. Parte di quelle aree che crediamo siano bianche, infatti, sono nel frattempo diventate grigie, e viceversa: parte delle aree che si credevano grigie si sono rivelate bianche. Occorre scattare una fotografia più veritiera possibile». «Nostri investimenti in discussione per  iniziativa Open Fiber   su Fwa» La chiarezza sugli investimenti già effettuati è un elemento che Eolo rivendica anche per le zone dove Open Fiber intende arrivare con l'Fwa. L'operatore guidato da Elisabetta Ripa, in accordo con il ministero dell'Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, anticiperà, infatti, la connessione nei comuni ‘no Internet' arrivando, nel giro di un anno, con l'Fwa anziché con la fibra ottica, tecnologia che richiede più tempo e investimenti. Eolo non è soddisfatto di questa prospettiva e ha già scritto, come riportato dal Sole 24 Ore nei giorni scorsi, una lettera alla Ue, chiamando in causa in particolar modo Infratel, la società in house del Mise che si occupa dell'attuazione del piano sulla banda ultra larga in Italia. «I nostri investimenti – spiega Verrazzani – vengono messi in discussione da un'iniziativa statale, e a noi questo non piace. Chiediamo che ci si concentri sulle aree che hanno ancora bisogno di fibra e non si spendano soldi e tempo in zone già coperte. E, in ogni caso, ci aspettiamo banalmente che, prima di creare una nuova rete Fwa del concessionario Open Fiber, venga fatta una verifica sulla presenza di operatori privati» SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 17/12/2020

17 Dicembre 2020

«Contenuti e audivisivo catalizzano il rilancio digitale del Paese»

Treno della fibra ha agganciato l'alta velocità, ma è ancora basso il take-up: su 8,2 milioni di abitazioni raggiunte nel 2019, le linee attive erano 1,1 milioni. Maximo Ibarra, AD Sky Italia, a DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore – Radiocor   Il blocco globale di alcuni dei servizi di Google avvenuto qualche giorno fa ha evidenziato ancora una volta quanto le nostre attività – professionali, educative, d'intrattenimento - siano ormai legate a doppio filo alle tecnologie di rete e ai contenuti in esse veicolati. In tutto il mondo, molti utilizzatori hanno riscoperto cosa significa non avere a disposizione la posta elettronica, le videoconferenze, i video, gli spazi di lavoro condivisi sul cloud. Per qualche ora, ci siamo ritrovati in uno stato di digital divide diffuso e pervasivo: una condizione eccezionale per molti, ma tristemente normale per chi vive in zone non ancora raggiunte dalla banda ultra larga. Il problema non riguarda solo gli aspetti infrastrutturali. In Italia esiste un delta ancora rilevante tra disponibilità di connessioni ultra broadband sul territorio ed effettivo take-up dei servizi. Se sul fronte della diffusione di tecnologie di rete più evolute siamo destinati a raggiungere in tempi ragionevoli i livelli degli altri Paesi europei, il tasso di adozione da parte delle famiglie resta basso. Alla fine dello scorso anno, con 8,2 milioni di abitazioni raggiunte dalla fibra fino a casa, le linee attive erano appena 1,1 milioni. Crescita esponenziale del traffico Internet, in aumento di oltre il 44% In questo difficile 2020 abbiamo tuttavia assistito ad una crescita esponenziale del traffico internet in Italia. Nei primi nove mesi, secondo i dati dell'Autorità per le Garanzie sulle Comunicazioni, i valori relativi al traffico dati medio giornaliero sulle reti fisse è aumentato di oltre il 44%, passando dai 68 petabyte dello stesso periodo del 2019 a quasi 100 petabyte al giorno. E secondo le stime del Ftth Council Europe, a fine anno su oltre 12 milioni di abitazioni raggiunte dalla fibra a casa, le utenze attive saliranno a poco meno di 2 milioni, con un incremento del 72% rispetto all'anno precedente. Digitalizzazione può imprimere cambio di marcia al Paese Il treno della rete italiana sembra finalmente aver imboccato il binario dell'alta velocità. È un'opportunità straordinaria per il Paese, un'occasione per andare oltre la semplice resilienza: non possiamo accontentarci di tornare alle condizioni antecedenti alla pandemia. Prima di questa crisi, il Pil italiano cresceva di pochi decimali di punto ogni anno. I nostri obbiettivi devono guardare invece ad un rilancio sostanziale della nostra economia.  Possiamo agganciarci al treno della digitalizzazione per imprimere un cambio di marcia, avviando il Paese verso una fase espansiva solida e organica. Ma molto resta ancora da fare. È necessario promuovere una trasformazione culturale, oltre che tecnologica, alimentando un'alfabetizzazione digitale diffusa, una riqualificazione che favorisca cambiamenti di metodo, di pensiero, di progettualità, elementi spesso ancorati a un mondo analogico che limitano la nostra competitività. Secondo l'indice europeo Desi relativo ai livelli di digitalizzazione dell'economia e della società, il nostro Paese si colloca al 25° posto su 28. L'accelerazione dei processi in corso può consentirci di recuperare terreno in quei differenziali che ci allontanano non solo dalle posizioni di vertice, ma addirittura dalla media dei Paesi Ue. Intrattenimento fattore chiave nel  passaggio alla  banda ultra larga Tra catalizzatori della corsa alla digitalizzazione nei mesi dell'emergenza, accanto a smart working, didattica a distanza e remotizzazione dei servizi, un ruolo rilevante è stato quello dell'incremento dei consumi audiovisivi. Quelli legati all'intrattenimento, in particolare, sono stati un elemento chiave nel favorire il passaggio a nuove utenze broadband. Il comparto dell'audiovisivo, nonostante le difficoltà dettate dal contesto, rappresenta uno dei principali asset in grado di stimolare e motivare il consumatore a scegliere connessioni a banda larga, un driver da cui il sistema paese può trarre molti benefici assegnando alla nostra industria culturale un ruolo strategico in un piano di rilancio complessivo del Paese. Ma è anche una filiera essenziale nella nostra economia, con un valore della produzione vicino agli 1,3 miliardi di euro nell'anno passato, investimenti in crescita, e una capacità di impiego da 123mila lavoratori diretti in oltre 7.500 imprese, al netto dell'indotto. Ed è un settore in grado di creare nuovi posti di lavoro a elevato grado di competenza. Per una entertainment e media company come Sky, queste strategie si traducono in un rafforzamento dei servizi e dei contenuti diretti alle famiglie. Il lancio di Sky Wifi, la rete ultra broadband pensata come centro di un ecosistema digitale domestico basato sull'efficienza e sulla facilità d'uso, si affianca al core delle attività: la produzione di contenuti di qualità attraverso continui investimenti su produzioni originali di respiro internazionale, dando spazio ai tanti giovani talenti, tra attori, registi, sceneggiatori e tecnici, che hanno solo bisogno di un'occasione per dimostrare il loro valore. Un circolo virtuoso che, attraverso gli investimenti nel cinema, nelle serie, nello sport e nell'intrattenimento, alimenta quei flussi di contenuti che, a loro volta, costituiscono il principale propulsore per la diffusione del digitale e del broadband tra le famiglie italiane. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 17/12/2020

17 Dicembre 2020

BT: Burger (Ceo Global division), «nostro modello di rete funziona, la futura crescita passa da cloud e cybersecurity»

    Il modello di infrastruttura di rete scelto da British Telecom, ex monopolista del Regno Unito, «funziona» e la società continuerà a investire nell'infrastruttura, «continuando a lavorare a stretto contatto con il governo, Ofcom e l'industria in generale per contribuire a costruire l'infrastruttura digitale di livello mondiale che il Regno Unito merita». A delineare la visione del gruppo britannico sulla rete, in un momento in cui si parla tanto in Italia di un modello di un'unica infrastruttura, è Bas Burger, numero due dell'azienda e amministratore delegato della divisione Global (che offre servizi a tutto il mondo business di BT al di fuori dell'UK). Soffermandosi anche sulla futura strategia internazionale «in sostanza – spiega il top manager  a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School - la nostra crescita passa attraverso tre grandi scommesse: reti digitali, Sdn (software define network, una strategia cloud first e cybersecurity». Il ceo inquadra poi, nell'ottica di un riposizionamento di business, anche la recente vendita di due rami d'azienda della divisione italiana al gruppo Tim. In Italia, rassicura Burger dopo le recenti preoccupazioni dei sindacati per la tenuta aziendale, il business è «stabile» e BT si concentrerà sui 40 clienti business, tra cui Fca ed Eni. Il modello di rete Openreach, che è una controllata al 100% di BT, è, al netto della realizzazione dei  piani di Tim, quello con la più ampia separazione in Europa tra infrastruttura e incumbent. Tuttavia le critiche sono state frequenti. BT conferma il suo modello o pensa a un grado di separazione ancora più ampio? Il modello che abbiamo oggi funziona. Siamo incoraggiati dal fatto che Ofcom (l'autorità di regolamentazione britannica) riconosce i progressi che Openreach sta facendo come azienda, come sottolineato nel recente rapporto della Openreach Monitoring Unit e, in particolare, come i loro straordinari ingegneri hanno risposto alla pandemia del Coronavirus. Openreach esiste per promuovere la scelta e la concorrenza nel mercato della banda larga del Regno Unito e continua a concentrarsi sulla costruzione di una rete migliore, più ampia e più veloce per i suoi clienti in tutto il Regno Unito. Nonostante l'incertezza causata dal Coronavirus, BT ha continuato a investire massicciamente nell'infrastruttura digitale del Regno Unito, realizzando piani per fornire fibra a banda larga a 20 milioni di edifici entro la seconda metà del 2020 e continui investimenti nel 5G. Allo stesso tempo, stiamo modernizzando il nostro business per rendere BT più competitiva e, di conseguenza, abbiamo visto migliorare la qualità del servizio che forniamo. Tuttavia, non c'è spazio per l'autocompiacimento, quindi continuiamo a lavorare a stretto contatto con il governo del Regno Unito, Ofcom e l'industria in generale per contribuire a costruire l'infrastruttura digitale di livello mondiale che il Regno Unito merita. Quali saranno i driver della crescita di BT nel 2021? Il nostro settore sta attraversando la più grande trasformazione degli ultimi anni, con nuove tecnologie Sdn (software define network) e un radicale spostamento di applicazioni e servizi dei clienti sul cloud. Ciò è stato accelerato dall'attuale pandemia. Come BT abbiamo investito in una nuovissima piattaforma di servizi digitali cloud-nativi per i nostri clienti e su questa abbiamo già lanciato, a tempo di record, due prodotti: "BT Meetings con Zoom" e un nuovo servizio gestito SD-WAN a livello globale in collaborazione con VMware. Questo ci pone in una posizione di forza, che si basa su una reputazione recentemente rinvigorita dalla straordinaria customer experience e dal fatto di poter contare su personale altamente qualificato in tutto il mondo. Abbiamo una visione chiara di come la domanda passerà dai servizi legacy alle nuove offerte del nostro portafoglio. Queste soluzioni gestite, abilitate dai nostri nuovi servizi digitali, rappresentano oggi quasi un quarto del nostro fatturato globale e circa il 50% della nostra pipeline di ordini. Oltre a ciò stiamo anche investendo in una nuova piattaforma di sicurezza che accelererà il rilevamento e la risposta alle minacce così da aiutare i nostri clienti a gestire meglio i rischi. In sostanza la nostra crescita passa attraverso tre grandi scommesse: reti digitali, SDN, una strategia cloud first e cybersecurity. L'emergenza Covid da un lato ha rallentato l'economia, dall'altro ha rafforzato il ruolo delle telco nel mondo. Quale è il vostro bilancio? Abbiamo la possibilità di poter contare su una visione unica di questi trend, un "posto in prima fila" sullo scenario globale, che ci deriva dai modelli mutevoli della grande quantità di dati che viaggiano sulla nostra rete (presente in oltre 180 paesi nel mondo) e che rivela le tendenze della domanda dei clienti, le preferenze tecnologiche e il panorama delle minacce alla sicurezza informatica. Questa mole di informazioni ci consente di guidare i nostri clienti attraverso la crisi e aiutarli a comprendere le sfide e le opportunità che tutti ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro. Ad esempio, una sfida è rappresentata dal BYOD (bring your own device), che vedeva le persone usare i propri telefoni, tablet e laptop al lavoro. Ciò è stato capovolto dalla pandemia con la superficie degli attacchi informatici in crescita esponenziale. La pandemia ha messo inoltre in evidenza una nuova generazione di CIO (chief information officers) e CISO (chief information security officers), per i quali il successo è stato dettato dalla loro capacità di migrare verso soluzioni digitali su larga scala, velocemente e in sicurezza. Durante il lockdown le aziende hanno imparato ad adottare tecnologie digitali su larga scala, connettere le persone digitalmente, liberarsi della carta. Ad esempio, in BT abbiamo consentito al personale di lavorare da casa, a cominciare dagli operatori di call center fino ai professionisti di cybersecurity che utilizzano apparecchi di realtà virtuale. Per un'azienda farmaceutica leader a livello mondiale, abbiamo accelerato gli aggiornamenti di Internet che hanno portato la capacità delle VPN da 2 GB a 4 GB, aiutando 30.000 persone a lavorare da casa, il tutto in un giorno. Per un grande banca abbiamo aumentato la larghezza di banda della rete e implementato la tecnologia per consentire a 3.500 dei loro dipendenti di lavorare da casa, cosa che non era mai stata presa in considerazione prima della pandemia. I nostri tempi di reazione alle richieste dei clienti si sono compressi da mesi a settimane e, talvolta, giorni. Recentemente in Italia avete siglato un accordo con Tim per la vendita di due rami d'azienda che nel corso dell'ultimo esercizio avevano comunque ricavi per 90 milioni di euro. Qual è la logica?  Nel settembre 2018, abbiamo detto al mercato che avremmo fatto tre cose: riposizionare radicalmente la nostra attività attorno ai nostri mercati principali, creare valore in aree di crescita strategicamente selezionate e ridurre il rischio offrendo al contempo rendimenti più elevati. Ciò equivaleva a un piano per semplificare le nostre operations, cosa che abbiamo fatto. In parte concentrandoci su un nucleo centrale di clienti multinazionali, in parte semplificando e modernizzando il nostro portafoglio e in parte definendo un percorso chiaro verso una performance finanziaria prevedibile e, in ultima analisi, rendimenti a due cifre sul capitale impiegato. La cessione di molte delle operazioni locali faceva parte di questo piano e ora lo abbiamo fatto in oltre venti paesi tra cui Germania, Paesi Bassi, Spagna, Francia, Singapore, Cina e 15 paesi dell'America Latina. L'accordo con Tim per la vendita dei rami d'azienda italiani che gestiscono la pubblica amministrazione e le piccole e medie imprese si inserisce in questa strategia internazionale. I sindacati italiani in particolare sono preoccupati per la stabilità dei posti di lavoro di BT Italia In Italia BT ha un business stabile e fornisce soluzioni di rete, cloud e sicurezza a circa 400 grandi clienti. BT continuerà a servire grandi clienti e multinazionali con sede in Italia, tra cui Fiat Chrysler Automobiles ed Eni; così come le attività italiane dei clienti multinazionali globali di BT, come BNL-BNP Paribas e Nestlé. Andrea Bono, che dirige la nostra attività in Italia, e il suo team continueranno inoltre a servire le principali imprese italiane nei diversi settori industriali. A tutti questi clienti verranno offerte soluzioni e servizi del portfolio globale di BT. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 17/12/2020

17 Dicembre 2020

«Il nostro modello di rete è il più adatto a favorire investimenti e concorrenza»

Parla l'ad di Open Fiber, Elisabetta Ripa, a DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sol 24 Ore - Radiocor: «siamo interessati a valutare la collaborazione con tutti i soggetti»   Il modello di rete wholesale only, che fornisce cioè fibra solo all'ingrosso a tutti gli operatori «consentendo la realizzazione di un'infrastruttura di ultima generazione aperta a tutti coloro che siano interessati a sviluppare servizi digitali per cittadini, imprese e pubblica amministrazione, è il più adatto a favorire gli investimenti e l'innovazione attraverso una concorrenza leale e ad armi pari tra tutti gli attori coinvolti». Lo dichiara a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) l'amministratrice delegata di Open Fiber, Elisabetta Ripa. Proprio in questo giorni il Mise ha avviato una serie di incontri con gli operatori per raccogliere idee e contributi sullo sviluppo della banda ultra larga. In prospettiva c'è anche il dossier rete unica che prevede una combinazione, in primis, tra gli asset dei due principali operatori in fibra, Open Fiber e Tim.  «Il modello di business di Open Fiber – aggiunge Ripa - è aperto e collaborativo per principio. Siamo interessati a valutare la collaborazione e la cooperazione con tutti i soggetti, per realizzare il più velocemente possibile la digitalizzazione del Paese con un particolare focus sulle aree grigie dove il nostro piano industriale prevede già di investire cablando circa un milione di unità immobiliari aggiuntive con investimento privato». «Da affrontare, nella  fase di ripartenza, il tema delle competenze» La top manager fa un punto anche sull'effetto Covid rispetto alla stesura delle reti e sulle competenze necessarie soprattutto alla luce delle difficoltà che stanno vivendo tante aziende della filiera. «Con l'emergenza Covid – ricorda  - sono stati sottoposti a restrizioni anche tanti settori produttivi che compongono la filiera necessaria all'operatività del business delle telecomunicazioni. Con un grande sforzo, siamo comunque riusciti ad assicurare la continuità del servizio e a garantire le nuove attivazioni, che sono letteralmente esplose in coincidenza con l'aumento delle misure restrittive (e quindi delle percentuali di smart working e didattica a distanza)». Resta, però, da affrontare, in fase di ripartenza, il tema fondamentale delle competenze che vede l'Italia in coda alla classifica Desi. «Un progetto strategico come quello che Open Fiber sta portando avanti - prosegue- necessita di numerosi professionisti specializzati: giuntisti per la fibra ottica, progettisti di reti Ftth, periti tecnici. Tali figure, tuttavia, scarseggiano a causa del mancato investimento in questa tipologia di rete trasmissiva nell'ultimo ventennio. Per questa ragione è molto importante la formazione, nelle scuole e nei centri dedicati, del know-how per lo svolgimento di mestieri altamente specializzati». «Fwa per coprire zone più remote in modo complementare alla fibra» Open Fiber, nata per portare la fibra ottica in Italia, oggi punta molto anche sull'Fwa, la tecnologia misto radio-fibra più veloce da realizzare, soprattutto nelle aree montane o difficili da raggiungere. L'azienda, ricorda Ripa, «ha deciso di intervenire con risorse proprie per portare connessione in 171 comuni delle cosiddette "aree bianchissime", dove non c'è alcuna connessione fissa o mobile a causa del mancato intervento degli altri operatori privati, con tecnologia Fwa, mista fibra- radio. Anche nel resto delle aree bianche, Open Fiber utilizza l'Fwa per coprire le zone più remote o con una densità abitativa particolarmente bassa in modo complementare rispetto alla fibra fino casa (ftth). Il nostro obiettivo è accelerare il più possibile la copertura del Paese con tecnologie ultrabroadband e, da sempre, siamo aperti al dialogo con le istituzioni per trovare le soluzioni migliori anche alla luce della difficile situazione sanitaria che stiamo vivendo» «Il nostro modello incontra il favore degli operatori» Nonostante il Covid, l'Italia è, secondo l'ad, in buona posizione e ha le carte in regola per raggiungere, come riporta l'Ftth Council, il terzo posto in Europa nel 2026 nella copertura in fibra. «Il report Idate presentato all'Ftth Council evidenzia come, nella classifica della copertura in infrastrutture di ultima generazione (Ftth/b), il nostro Paese sia già sul podio, dopo Francia e Spagna. L'Italia, negli ultimi 12 mesi e malgrado il Covid, è stata la seconda nazione in termini di incremento delle unità immobiliari raggiunte dalla fibra e questo grazie al lavoro di Open Fiber. Con oltre 10 milioni di unità immobiliari abilitate ai servizi ultra broadband, siamo il principale operatore italiano di reti in fibra ottica e il primo in Europa tra gli operatori wholesale only». Un modello di business che «incontra il favore sia degli operatori (OF ha accordi con oltre 100 partner), che competono a parità di condizioni sui servizi, sia dell'Unione Europea, che ne ha evidenziato le capacità di favorire gli investimenti nel Codice europeo delle Comunicazioni elettroniche». «Effetto decreto Semplificazioni su  burocrazia nei prossimi mesi» Tra le criticità Open Fiber individua, invece, la burocrazia che è «sicuramente un elemento che non ha agevolato il piano di cablaggio nelle aree bianche, sia per i ricorsi e le complicazioni che hanno ritardato il rilascio delle concessioni, sia per l'enorme mole di permessi e autorizzazioni necessari (oltre centomila)». Tuttavia, conclude Ripa, «il decreto semplificazioni varato dal Governo, dispiegherà i suoi effetti nei prossimi mesi, e consentirà di velocizzare ulteriormente. Siamo quindi fiduciosi che, con la collaborazione di tutti, l'Italia potrà proseguire nel percorso virtuoso e centrare le previsioni di crescita dell'Ftth Council al 2026». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  17/12/2020

15 Dicembre 2020

Expo Dubai 2020: un trampolino per il Made in Italy

Con l’evento Expo Dubai 2020 si è chiuso l' "Export Champion Program", il percorso di formazione promosso da SACE, Luiss Business School e Ambasciata d’Italia negli Emirati Arabi Uniti, che ha accompagnato 100 PMI italiane alla scoperta del mercato emiratino, per intercettare le opportunità commerciali legate all’Esposizione universale che si terrà dal 1 ottobre 2021 al 31 marzo 2022. "Il programma di formazione ha l'obiettivo di fornire alle imprese italiane competenze e relazioni di business nel quadrante geografico dei Paesi del Golfo, che offre molte opportunità di sviluppo. Luiss Business School insieme a SACE si propone di supportare le imprese italiane, in modo particolare le piccole e medie, nel rafforzare le competenze manageriali da un lato e le relazioni professionali dall’altro per sviluppare una presenza competitiva in quell’area geografica ricca di opportunità": ha dichiarato Matteo Caroli, Associate Dean Luiss Business School e condirettore del programma "Export Champion Programme: focus EAU" Sono intervenuti: Rodolfo Errore, Presidente SACE Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School Paolo Glisenti, Commissario Generale dell’Italia a Expo Dubai 2020 Valeria Gravagno, Capo dell'Ufficio Economico e Commerciale dell'Ambasciata d’Italia negli EAU Matteo Caroli, Condirettore del programma Export Champion Program: Focus EAU - Luiss Business School Gian Domenico Mosco, Direttore del programma Doing Business in the Gulf - Dipartimento di Giurisprudenza, Luiss Guido Carli Mariangela Siciliano, Responsabile Education to Export SACE Ali Al Nuaimi, Head of Economic Affairs Section, Ambasciata emiratina in Italia Nasser Al Khaja, Head of Media and Public Diplomacy Section, Ambasciata emiratina in Italia Giuseppe Cavallaro, Coordinatore didattico Doing Business in The Gulf, Luiss Business School Rivedi il webinar 15/12/2020

10 Dicembre 2020

Garofalo Health Care: «Lavoriamo ad una federazione di eccellenze. Il futuro è integrazione pubblico-privato»

Dalla quotazione all'impegno sulla sostenibilità e nella lotta al Covid. L'amministratore delegato Maria Laura Garofalo ne parla a SustainEconomy.24   Una crescita continua che punta solo a target di eccellenza e un apporto importante nella lotta al Covid. Perché pubblico e privato sono facce di una stessa medaglia. Maria Laura Garofalo, amministratore delegato di Garofalo Health Care, gruppo quotato su Mta di Borsa Italiana, tra i principali operatori del settore della sanità privata accreditata, vede l'integrazione pubblico-privato nel futuro del settore sanitario. E la sostenibilità, spiega a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, è il primo mattone su cui costruire tutto.  Stiamo vivendo un momento importante per il Sistema sanitario italiano. E Garofalo Health Care è tra i principali operatori del settore della sanità privata accreditata. Dalla quotazione siete cresciuti e avete un piano che prevede un ulteriore rafforzamento. Ce ne parla? «Ci siamo quotati a novembre 2018 in un momento particolarmente critico per i mercati finanziari; in molti ci avevano consigliato, infatti, di desistere dall'impresa, ma noi non ci siamo arresi ed alla fine il coraggio e la tenacia ci hanno premiato. La nostra è stata una quotazione di successo ed oggi siamo l'unico gruppo quotato in Italia nel settore dell'healthcare. Siamo approdati in Borsa con un importante progetto di crescita per linee esterne ed oggi siamo presenti con 26 strutture d'eccellenza in 8 Regioni del Centro Nord. La crisi pandemica che stiamo vivendo non ha minimamente cambiato la nostra progettualità, anzi potrebbe aver accelerato quel processo di accentramento che si sta manifestando da qualche anno nel nostro settore, dove i singoli decidono di vendere per lasciare il passo alla concentrazione dei grandi gruppi. Puntiamo esclusivamente a target di eccellenza, in linea con i nostri valori e le nostre performance economiche e finanziarie. L'imprenditore singolo cede la sua azienda, anche se solida, perché spesso non ha continuità dietro di sé ed il settore è particolarmente complesso; in noi trova un interlocutore in grado di tutelare la sua storia potenziando la sua azienda. Rimane quindi a gestirla all'interno del mondo GHC concretizzando  possibilità di efficientamento e contribuendo a sviluppare la federazione di eccellenze che rimane uno dei nostri principali obiettivi».  E il particolare momento che viviamo cosa può insegnare? «Il momento difficile che stiamo attraversando, secondo me, ci ha insegnato due cose: innanzitutto che, in sanità, tagli eccessivi e inconsapevoli prima o poi mettono in ginocchio il Paese, comportando conseguenze drammatiche sia a livello economico che sociale. In seconda battuta la crisi ha dimostrato, concretamente, che l'integrazione tra pubblico e privato accreditato rappresenta il futuro del nostro sistema sanitario. Infatti, senza il sostegno del privato che ha convertito intere strutture in centri Covid, dato la disponibilità di letti di terapia intensiva ed ospitato le chirurgie più impegnative e delicate degli ospedali pubblici, il sistema non sarebbe uscito dalla prima fase della pandemia, né sarebbe riuscito ad affrontare l'attuale seconda ondata».  La pandemia da Covid-19 e l'emergenza richiedono, appunto, uno sforzo comune. Qual è l'apporto del vostro gruppo? «La pandemia da Covid-19, come ho detto sopra, ha richiesto e continua a richiedere uno sforzo comune ed è giusto che, di fronte ad un'emergenza senza precedenti come quella che stiamo attraversando, sia il pubblico che il privato (due facce di un'unica medaglia) facciano entrambi la propria parte. In particolare, noi abbiamo aperto 5 reparti Covid in Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana, abbiamo ospitato in alcune strutture emiliano-romagnole le chirurgie e i day hospital oncologici degli ospedali pubblici, nonché inviato squadre di anestesisti, rianimatori ed infermiere nelle terapie intensive degli ospedali, prestando altresì respiratori polmonari ed attrezzatura varia». Siete anche attivi sul tema della sostenibilità e di recente vi è stato anche riconosciuto. Quanto conta per un'azienda del vostro settore essere sostenibili? «Per un'azienda come la nostra la sostenibilità rappresenta il primo mattone su cui costruire tutto il resto e per quanto ci concerne, oltre che per normativa specifica, per libera scelta aziendale. Un impegno riconosciuto anche da Standard Ethics, che recentemente ha assegnato il rating investment grade EE- ("Adequate") al nostro Gruppo sui temi Esg. Se abbiamo seguito questo indirizzo, infatti, non è soltanto per motivi di ordine sociale ed ambientale, ma anche per ragioni di ordine gestionale perché investire in sostenibilità significa anche migliorare le proprie performance economiche e finanziarie attraverso un modello che assicura una più efficiente allocazione delle risorse, minor spreco e maggiore qualità delle prestazioni erogate». Come si declinerà la sostenibilità in futuro nel settore sanitario? «Nel settore sanitario la sostenibilità si declinerà in futuro sicuramente anche attraverso l'innovazione digitale per una migliore personalizzazione, continuità e accesso dei pazienti alle cure, ma a mio avviso, soprattutto attraverso il potenziamento del modello organizzativo "patient-centered". Un modello che indirizza l'intero percorso assistenziale centrandolo sulla persona, ovvero spostando il focus dalla malattia al paziente considerato a 360 gradi anche sotto il profilo psicologico e relazionale». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  10/12/2020

10 Dicembre 2020

Dompé: «Prepariamoci alla rivoluzione del sistema sanitario. Servono nuovi modelli»

L'impegno in prima linea nel progetto Exscalate4CoV per combattere il Covid. E il futuro del Sistema sanitario. Sergio Dompé, presidente della Dompé farmaceutici ne parla a SustainEconomy.24   Nella pandemia da Covid-19 il mondo della scienza sta dimostrando capacità e generosità a vantaggio della collettività. Sergio Dompé, presidente della Dompé farmaceutici in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor racconta l'impegno in prima linea nel progetto Exscalate4CoV per trovare terapie per combattere il virus. E proprio in questi giorni, annuncia, si stanno arruolando i primi pazienti. Ma parla anche di un futuro che permetterà un approccio più preventivo e meno riparativo. Con la necessità anche di ripensare i Sistemi Sanitari. Nei prossimi 10 anni, avverte, «vivremo la più grande rivoluzione nell'ambito della salute» ma sarà necessario trovare nuovi modelli che consentano «sia l'accesso universalistico alle nuove soluzioni terapeutiche sia la sostenibilità economica». E la sfida per il Paese sarà quella di investire decisamente di più nella Scienza. La pandemia sta richiedendo alle società farmaceutiche uno sforzo crescente, sia in termini di ricerca che di responsabilità sociale: qual è l'impegno della Dompé? «La pandemia sta dimostrando come il mondo della scienza nel suo complesso - dalla ricerca nelle università e nelle aziende fino ai medici impegnati nelle corsie - sia capace di grande capacità e generosità a vantaggio della collettività. Mai come in questi mesi ci stiamo accorgendo del valore della ricerca di creare conoscenza e dare risposte concrete. In questo quadro, Dompé ha cercato di fare la propria parte, consapevole delle proprie qualità ma soprattutto dei propri limiti. Nel giro di poche settimane abbiamo consolidato un progetto europeo sviluppato nell'arco di molti anni di lavoro, insieme al Politecnico di Milano e il Cineca di Bologna. Si sono riuniti in un consorzio pubblico-privato paneuropeo oltre 30 realtà con alcuni tra i più qualificati Centri di Ricerca, università, realtà industriali e ospedali in grado di operare in sinergia dalla fase preclinica fino al paziente, con l'obiettivo di trovare una soluzione terapeutica, per contrastare il virus Sars-Cov-2, accessibile in breve tempo al più ampio numero possibile di persone. Proprio in questi giorni l'opzione terapeutica frutto di questo progetto sta arruolando i primi pazienti in Italia presso gli IRCSS Spallanzani di Roma e Humanitas di Milano per verificarne l'efficacia sulle persone, dopo aver superato la fase preclinica. Contemporaneamente abbiamo finalizzato un ulteriore lavoro clinico – ora in fase avanzata – per il trattamento di pazienti gravi Covid 19, il reparixin. Quest'ultimo è un inibitore di interleuchina 8: sviluppato per altri ambiti terapeutici possiede, però, un meccanismo d'azione che poteva dimostrarsi utile per contrastare la risposta immunitaria dei pazienti Covid. Proprio in questi giorni aspettiamo l'esito del primo ciclo del lavoro clinico sui pazienti. In questo quadro non bisogna dimenticarsi che le istituzioni Europee – la Commissione Europea ed Ema in primis – e nazionali - a partire dal Ministero della Salute e Aifa – non hanno mai fatto mancare il loro sostegno, rivelandosi particolarmente reattivi e attenti alle necessità scientifiche». Ci può descrivere nel dettaglio il progetto europeo Exscalate4cov? «Il progetto europeo Exscalate4CoV – supportato dalla Commissione Europea all'interno del progetto Horizon 2020, con un finanziamento di 3 milioni di euro - è basato sul supercalcolo, un approccio che sempre più sarà determinante per la scoperta di nuovi farmaci. In questo caso abbiamo unito la biblioteca molecolare Exscalate di Dompé e quella del Fraunhofer Institute dando vita alla più ampia libreria molecolare esistente: 10mila farmaci, 400mila prodotti naturali, 70mila nutraceutici, 100 milioni di oligopeptidi, 5 milioni di molecole già in commercio a fini di ricerca, e 72 miliardi di molecole de novo facilmente sintetizzabili. Tutte queste molecole sono state oggetto di uno screening virtuale compiuto con la più potente infrastruttura di supercalcolo mai riunitasi grazie al supporto di Cineca ed Eni che hanno messo a disposizione i propri supercalcolatori Marconi e HPC5. Ciò ha consentito di simulare 71,6 miliardi di molecole sui 15 siti attivi di interazione del virus Sars-Cov-2 per un totale di 1.074 miliardi di interazioni. La simulazione effettuata in 60 ore – con una capacità di 5 milioni di molecole simulate al secondo – ha prodotto oltre 65 TeraByte di dati totali. Si tratta della generazione di informazione più articolata relativa al virus Sars-Cov-2 che oggi è a disposizione dell'intera comunità scientifica internazionale. Riteniamo questo sforzo possa servire anche nella fase post emergenziale sia come modello replicabile sia come bagaglio di conoscenze utile a comprendere in modo completo il comportamento del virus, ancora per molti versi ignoto». La Dompé è stata fra le prime società farmaceutiche a capire le potenzialità delle biotecnologie: qual è il futuro dei farmaci e il loro ruolo per lo sviluppo sostenibile del pianeta? «La convergenza fra le competenze maturate all'interno delle life science e le tecnologie digitali come il supercalcolo consentiranno di avere soluzioni terapeutiche sempre più efficaci e personalizzate. Il futuro permetterà un approccio più preventivo e meno riparativo. In questo senso dovremo ripensare anche i Sistemi Sanitari, secondo logiche differenti rispetto ad oggi, dove l'aspetto di intervento nella fase acuta della malattia è ancora preponderante. Nei prossimi 10 anni vivremo la più grande rivoluzione nell'ambito della salute, con un impatto ancora più rilevante a quello avuto con l'ingresso dei vaccini nel secolo scorso. Perché sia un vero avanzamento però sarà necessario trovare nuovi modelli che consentano sia l'accesso universalistico a queste nuove soluzioni terapeutiche sia la sostenibilità economica, in un circuito virtuoso che sia in grado di continuare a generare nuova conoscenza. Si tratta di obiettivi ambiziosi ritenuti prioritari anche all'interno dei 17 obiettivi di sostenibilità dell'Onu». Quali sono le sfide del settore in Italia, anche in ottica post-pandemica? «La principale sfida per il Paese sarà quella di investire decisamente di più nella Scienza a partire dalle Scuole e dalle Università fino alle aziende tecnologiche in una logica strategica, si spera finalmente, di lungo periodo». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  10/12/2020

10 Dicembre 2020

AbbVie: «Doppia sfida su salute e ripresa. Rendere il Paese più attrattivo sulla ricerca»

L'amministratore delegato di AbbVie Italia, Fabrizio Greco parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor dell'impegno in innovazione e sostenibilità dell'azienda biofarmaceutica   Innovazione e sostenibilità sono obiettivi prioritari per AbbVie come racconta l'amministratore delegato di AbbVie Italia, Fabrizio Greco in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor. L'azienda biofarmaceutica globale, in Italia dal 1949, è impegnata a 360 gradi sulla ricerca e la difesa dell'ambiente. La pandemia da Covid 19 ha avvicinato l'opinione pubblica al settore farmaceutico che, sottolinea Greco, ha un ruolo cruciale nella doppia sfida sul fronte della salute e della ripresa economica. Per la crescita gli investimenti che riguardano innovazione e sostenibilità saranno essenziali e servono un deciso gioco di squadra e rendere il Paese più attrattivo sulla ricerca. Parliamo della sfida della sostenibilità e dell'innovazione. Come si declina il binomio in un'azienda biofarmaceutica come AbbVie? «Innovazione e sostenibilità sono obiettivi prioritari e inscindibili per AbbVie. Fanno parte del nostro Dna. AbbVie è un'azienda biofarmaceutica globale, nata nel 2013 dalla scissione societaria da Abbott per dar vita a un' impresa indipendente fortemente basata sulla ricerca con la finalità di avere un impatto significativo sulla vita delle persone. Si tratta di obiettivi richiamati espressamente tra i principi che guidano le nostre azioni ogni giorno: "Promuovere l'innovazione", in tutto ciò che facciamo e che si traduce in consistenti investimenti in R&S per trovare nuove soluzioni di cura a beneficio della salute delle persone e per una sanità sostenibile e "Servire la comunità", per la crescita della collettività, facendo la nostra parte per la tutela dell'ambiente. Oggi pensiamo di poter perseguire ancora con maggiore forza e risorse questi obiettivi anche grazie alla recente acquisizione di Allergan. Lo scorso anno AbbVie ha investito 5 miliardi di dollari nella Ricerca. Attualmente in Italia siamo impegnati in 70 studi clinici e sono circa 580 i centri coinvolti. Come azienda farmaceutica siamo convinti che la buona salute non possa prescindere da un ambiente sano e quindi ci adoperiamo da sempre per ridurre l'impronta ambientale e contrastare il cambiamento climatico. La nostra azione su questo fronte si inquadra nel più ampio impegno in tema di responsabilità d'impresa e trova conferma nell'inclusione per l'ottavo anno consecutivo nella classifica Dow Jones Sustainability World Index. In particolare, l'azienda si colloca quest'anno al secondo posto fra le imprese del settore biotech, migliorando ulteriormente le proprie performance. In questo sforzo comune, messo in campo in termini di sostenibilità ambientale dall'azienda a livello globale, il polo produttivo italiano di Campoverde di Aprilia (LT) svolge un ruolo da battistrada quanto a risultati raggiunti». Il sito industriale di Campoverde è dunque un modello virtuoso. Ce ne parla? «Lo stabilimento, grazie ad un percorso di miglioramento continuo e costanti investimenti mirati si pone all'avanguardia in termini di riduzione dell'impatto ambientale ed efficienza energetica. Dal 2005 è stato ridotto di circa il 46% il consumo di acqua di falda, zero rifiuti inviati in discarica e oltre l'84% destinato al riciclo. L'autoproduzione di energia ha toccato oltre il 90% e il 100% di quella acquistata è certificata green. La gestione ottimale dell'energia è resa possibile da un approccio improntato all' "efficienza di sistema" che si avvale di una capillare rete di monitoraggio nell'azienda. L'esperienza realizzata dallo stabilimento di AbbVie in tema di efficienza energetica, prima società nel farmaceutico ad applicare la ISO 50001, ha posto le premesse dell'accordo siglato con Rse (Ricerca del Sistema Energetico) e l'analisi del caso AbbVie quale buona pratica in tema di gestione dell'energia da replicare in altre realtà. L'impegno per la sostenibilità di AbbVie si realizza a 360 gradi e tiene conto non solo degli effetti diretti sull'ambiente derivanti dall'attività di produzione ma anche di quelli indiretti generati lungo tutta la catena del valore, incoraggiando supplier, distributori e gli altri stakeholder a ridurre il loro impatto ambientale». L'emergenza Covid, pur con tutta la sua drammaticità ha reso l'industria farmaceutica più vicina ai cittadini. Cosa è cambiato? «Credo che la pandemia da Covid 19 abbia richiamato con forza l'attenzione dell'opinione pubblica sull'importanza della ricerca farmaceutica. Stiamo assistendo ad uno sforzo straordinario e senza precedenti per rendere disponibili il vaccino e terapie efficaci. Tutto ciò, insieme all'impegno delle imprese del settore a raccontarsi, ha contribuito a far comprendere meglio il valore del comparto farmaceutico sia per il suo apporto ai progressi nel campo della salute, ma anche come settore chiave nella spinta all'innovazione e alla ripresa economica». Su quali fronti siete impegnati nella lotta alla pandemia? «AbbVie ha offerto un contributo alla gestione dell'emergenza e attualmente è impegnata, sia in Europa che a livello globale, nella ricerca di nuove soluzioni terapeutiche per la cura dei pazienti affetti da Covid-19. In particolare, l'azienda è coinvolta su più fronti attraverso una fitta rete di collaborazioni con università, centri di ricerca, istituzioni sanitarie e altre imprese nello studio di trattamenti efficaci per combattere il virus. Tra le diverse intese, AbbVie ha siglato un accordo per un importo di 30 milioni di dollari con l'università di Harvard, per la ricerca su nuove terapie contro infezioni virali emergenti, in particolare quelle causate da coronavirus e altri virus che portano a febbri emorragiche». Quanto sono importanti il dialogo e la collaborazione con gli stakeholder? E gli investimenti in sostenibilità? «Siamo consapevoli di essere chiamati a svolgere un ruolo cruciale nella doppia sfida che abbiamo davanti sul fronte della salute e della ripresa economica. Si tratta di una partita complessa che possiamo vincere solo con il contributo di tutti gli stakeholder, valorizzando le nostre risorse e rendendo più attrattivo il Paese sul fronte della ricerca. Sul versante della crescita, gli investimenti che riguardano innovazione e sostenibilità saranno essenziali e dobbiamo fare un deciso gioco di squadra per favorire la transizione green. È un'opportunità che non possiamo mancare per assicurare la salute alle nuove generazioni e per il futuro del pianeta». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  10/12/2020

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