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08 Ottobre 2020

Aiip: «La rete unica sembra un ritorno al monopolio, tutelare la concorrenza»

Giuliano Peritore, presidente dell'associazione degli Internet provider, sottolinea come «il Paese abbia bisogno di un disegno più complessivo delle telecomunicazioni per i cittadini e per le imprese»   La rete unica è una definizione «infelice e semplicistica»: come viene illustrata e discussa «sembra un ritorno al monopolio» e non pone «particolare attenzione alle condizioni regolamentari per tutelare la concorrenza e la parità di accesso al mercato». Lo afferma, in un’intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), Giuliano Peritore, presidente di Aiip, l’associazione degli Internet provider. Aiip, che «al momento non è stata convocata per partecipare al dibattito», ritiene che «voler ricondurre tutto al progetto di rete unica, che in realtà sarebbe l’integrazione fra due operatori primari, sembra far scomparire dal discorso il fatto che il Paese abbia bisogno di un disegno più complessivo delle telecomunicazioni per i cittadini e per le imprese». Inoltre, al di là del modello che verrà adottato, se verticalmente integrato oppure con controllo di un ente indipendente, quello che conta sono le regole che saranno adottate, a favore della concorrenza e della parità di accesso. Siete stati chiamati a far parte del dibattito della rete unica? A noi, come associazione Aiip, piace parlare di telecomunicazioni, ma non siamo stati convocati per la discussione in atto relativa alla rete unica. Peraltro, la rete unica è una definizione infelice e semplicistica, in Italia già ci sono decine di reti di dimensioni differenti in competizione tra loro; Internet ci insegna che le cose vengono bene quando sono semplici e integrate, visto che Internet per definizione è una serie di reti inter-operanti tra loro. Voler ricondurre tutto a un’unica rete, che in realtà sarebbe l’integrazione fra due operatori primari, sembra far scomparire dal discorso il fatto che il Paese abbia bisogno di un disegno più organico delle telecomunicazioni per i cittadini e per le imprese. Quali i rischi intravede nell’attuale dibattito? Il progetto di rete unica, per come viene illustrato, sembra un ritorno al monopolio; non si pone particolare attenzione alle condizioni regolamentari per tutelare la concorrenza e la parità di accesso al mercato. La nostra associazione è stata fondata da quelle aziende che per prime hanno portato Internet in Italia e per tanti anni si sono trovate ad operare in un contesto normativo difficoltoso. Più volte le imprese si sono trovate in contrasto con gli operatori dominanti davanti alle autorità. La liberalizzazione, che è un processo europeo oltre che nazionale, ha portato alla fioritura di tante reti indipendenti e infine alla nascita della rete di Open Fiber che ha provocato un certo scossone al mercato. Fare un passo indietro, tornando a un’unica rete di dimensioni più grandi, pone interrogativi in relazione al controllo della nuova entità e a quelle che saranno le regole, che vanno dalla parità di trattamento all’accesso disaggregato alle componenti di rete, ed è questo il rischio prospettico della rete unica. I nostri associati vogliono continuare a restare sul mercato, fare investimenti, far crescere le proprie reti. Che cosa chiederete al governo? Innanzitutto, chiederemo di ascoltare qual è il contributo dei nostri associati che sono su Internet da 25 anni, parliamo di circa 50 aziende. In secondo luogo, chiederemo che vengano messe bene in chiaro le regole dell’operazione sulla rete per capire qual è il perimetro e quali saranno le azioni volte a tutelare la parità di trattamento e la concorrenzialità del mercato italiano. Qualsiasi sia l’evoluzione, se ci sarà cioè il controllo da parte di un organismo indipendente ovvero si adotterà il modello di un operatore verticalmente integrato, prospettiva che non ci piace, quello che conta sono le regole con cui verrà gestita l’infrastruttura. Sicuramente il regolatore italiano, l’Agcom in primis, avrà un ruolo importante nel momento in cui verrà ingaggiato, nel rispetto delle normative europee. È anche peculiare che ci sia interesse verso la rete unica senza approfondire gli scenari sul modello che sarà adottato. Si è parlato dell’estensione della rete unica ad altre tecnologie. Che cosa ne pensa? È già complicato e ambizioso realizzare il progetto della cosiddetta rete unica, pensare di allargarla ai data center, o ad altre tipologie di servizi, è una visione troppo ottimistica. In Italia, inoltre, sono già presenti tante infrastrutture, tanti data center, il rischio è che se ne costruiscano altri senza tener conto di quello che c’è. Siamo di fronte, cioè, ad aziende che hanno investito, alcuni nostri soci sono anche società quotate, abbiamo un certo numero di dipendenti, indotto e soprattutto competenze sul territorio. Abbiamo contribuito tantissimo a combattere il digital divide con iniziative wireless e fibra. È necessario che quanto fatto finora venga rispettato. Qual è il suo suggerimento per colmare al più presto il digital divide? Bisogna incentivare la domanda delle tecnologie della banda ultra-larga nel rispetto della neutralità tecnologica. Sarebbe anche utile, in caso di interventi dello Stato, che le infrastrutture realizzate fossero sempre messe a disposizione di tutti gli operatori in modo disaggregato. E ricordiamo, infine, che Internet è nata come un sistema molto aperto; questo spirito di flessibilità e apertura, assieme all’interconnessione di reti differenti, non possono essere dimenticati. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2020

08 Ottobre 2020

Fondo Cebf: entrano nel vivo i progetti locali per portare la banda ultra-larga nelle aree grigie

A fare il punto su DigitEconomy.24, Roberto Opilio, a capo dalla regione Italia e Sud Europa (Grecia, Cipro e Malta) del fondo: «Entro l'anno partirà il progetto con Unidata»   Per portare la banda ultra-larga nelle aree grigie del Paese, per le quali i bandi sono stati posticipati al 2021, c'è un progetto del fondo europeo Connecting Europe Broadband Fund (Cebf) che in Italia sta dando i primi frutti. Di recente è infatti stato firmato l'accordo tra il fondo e Unidata per portare la banda ultra-larga nelle aree grigie del Lazio, e altri tre progetti stanno andando avanti: uno al Centro, uno al Nord e uno al Sud del Paese. A fare il punto con DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore-Radiocor e della Luiss Business School, è Roberto Opilio, a capo dalla regione Italia e Sud Europa (Grecia, Cipro e Malta) del Cebf, voluto dalla Commissione europea per portare, attraverso progetti in parternariato di medie dimensioni, la banda ultra-larga soprattutto nelle aree industriali dove c'è poco interesse degli operatori a investire. Finanziamenti massimi sono pari a 30 milioni per progetto I finanziamenti del fondo sono pari al massimo a 30 milioni per ogni progetto. Cebf, che in totale ha raccolto 420 milioni di euro e ha un target di 600 milioni, vede il coinvolgimento di istituzioni pubbliche come la Commissione europea, Eib, KfW, Cdc e l'italiana Cdp, oltre a investitori privati. «All'inizio dell'anno prossimo ed entro la prima metà del 2021 partirà un altro paio di progetti», precisa Opilio. Il fondo crea società nuove con i partner prescelti Il fondo non entra in società già esistenti, ma crea col partner una nuova realtà che, nel caso di Unidata, si chiama Unifiber. Per il progetto con Unidata, racconta Opilio, «si stanno siglando gli ultimi dettagli e la rete dovrebbe partire entro l'anno». Unidata e Cebf investiranno in una rete di alta qualità in fibra ottica, ad accesso aperto agli utenti residenziali e aziendali della Regione Lazio. La rete coprirà oltre 100.000 famiglie e 5.000 aziende. Nei prossimi anni Unifiber investirà oltre 40 milioni di euro per la realizzazione della rete in fibra ottica nelle aree grigie della regione Lazio. Scendendo nei dettagli della nuova società, Unifiber è partecipata per il 30% da Unidata e per il restante 70% da Cebf. Unidata controllerà Unifiber, nominando la maggioranza dei componenti del consiglio di amministrazione e, pertanto, prevede il consolidamento dei suoi risultati. Unifiber potrà, inoltre, contare su un apporto da parte dei due soci pari a 18,5 milioni, di cui 15 milioni investiti da Cebf e 3,5 milioni da Unidata a fronte di un investimento complessivo da 40 milioni. Al verificarsi di determinate condizioni, Cebf potrà effettuare ulteriori apporti in Unifiber fino al limite massimo di 30 milioni. Opilio: «Sono progetti piccoli, locali, aiutiamo le Pmi»  I nostri progetti, spiega Opilio, «hanno la fortuna di essere piccoli, locali; gli imprenditori coinvolti conoscono bene, dunque, il funzionamento della pubblica amministrazione locale, le infrastrutture e il sistema in cui lavorano. Tutto ciò li aiuta a evitare le lungaggini. Inoltre i piccoli spendono meno dei grandi per realizzare questo tipo di opere».  L'operatività del fondo è delimitata alle aree grigie. Questo perché non può investire sulle aree bianche, a fallimento di mercato, dove già ci sono bandi vinti e risorse europee impegnate né il fondo vuole investire in quelle nere, dove già c'è la concorrenza tra operatori. «Vogliamo andare – spiega Opilio - nelle zone dove non ci sono infrastrutture, principalmente nelle aree industriali e nei piccoli comuni». Tra i progetti del fondo in Europa, solo per fare un esempio, ci sono le aree rurali della Croazia. In più, prosegue Opilio, il nostro «è l'unico fondo che aiuta le Pmi. Anche nelle future gare sulle aree grigie, infatti, le Pmi sono in pratica tagliate fuori, e l'unico modo di lavorare è quello di realizzare la loro piccola infrastruttura». Il caso delle piccole imprese sfata anche il mito, secondo Opilio, dell'operatore wholesale only a favore dell'operatore verticalmente integrato, come è oggi Tim: «per sopravvivere le piccole imprese devono infatti avere il possesso dell'infrastruttura». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2020

08 Ottobre 2020

Hedberg: «Rete unica? Sì, ma con modello wholesale only»

Per l'amministratore delegato dell'azienda è «fondamentale investire in nuove reti, ma anche nella formazione». L'intervista su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore.   WindTre favorevole alla rete unica per portare la connessione Internet in tutto il Paese, ma a patto che la nuova società abbia «un modello di business wholesale only», cioè che non faccia al contempo il fornitore all’ingrosso di banda ultra-larga e il concorrente nella vendita ai clienti. È la posizione di Jeffrey Hedberg, amministratore delegato di WindTre, dopo l’apertura del confronto con Governo e Cdp sul progetto di rete unica che coinvolge Tim e Open Fiber.  In un momento in cui, alla luce delle risorse che metterà a disposizione il Recovery Fund, la digitalizzazione del Paese è al centro del dibattito politico e imprenditoriale, Hedberg ricorda inoltre che «occorre investire sui servizi pubblici basati sul 5G» per non perdere il vantaggio accumulato dall’Italia in questa tecnologia. È fondamentale, inoltre, colmare il digital divide con la fibra ottica, ma privilegiando un approccio pragmatico: ad esempio, dice Hedberg, «la tecnologia Fwa potrebbe dare un contributo importante ad accrescere rapidamente il numero di famiglie e imprese in grado di accedere alla rete a banda ultralarga». Il Consiglio europeo ha deciso che almeno il 20% dei fondi del Recovery and Resilience Facility sarà destinato al digitale. Quali ambiti, tra 5G, banda ultra-larga, data center e altre tecnologie, secondo voi soffrono del maggiore ritardo e quindi dovrebbero avere priorità nei progetti? L’Italia ha gestito in modo molto efficace la crisi pandemica e adesso può rilanciarsi nel quadro internazionale anche grazie alle reti 5G e ultrabroadband, che hanno reso possibile la continuità produttiva e l’erogazione di servizi in molti settori. Noi e le altre aziende di telecomunicazioni abbiamo già investito molto sulla rete 5G e ora il Paese ha un vantaggio oggettivo rispetto ad altri. Per sfruttare questo vantaggio è necessario muovere i passi successivi: investire sui servizi pubblici basati sul 5G per realizzare un salto di qualità a beneficio di famiglie e imprese, a partire dalla sanità, con i modelli di eHealth, e sostenere gli investimenti delle imprese manifatturiere nel campo dell’Internet of Things per accelerare sull’Industry 4.0. Oltre alle carenze nell’infrastruttura, l’Italia, come mostra l’indice Desi, ha un grande ritardo nelle competenze digitali, reso evidente nel periodo del lockdown.  Come, secondo voi, si potrebbe superare questo gap? Sviluppare le competenze e i talenti è una sfida ancora più complessa di quella infrastrutturale, ma è altrettanto importante. Ognuno può fare la propria parte passando dalla retorica all’azione. In WindTre abbiamo varato un transformation plan che è stato molto apprezzato anche dai sindacati, proprio perché prevede ingenti investimenti nella formazione. Uno sforzo che coinvolge le università pubbliche e private e altri partner. Il Paese ha bisogno di accelerare il passaggio dal mondo della formazione a quello aziendale attraverso programmi e iniziative coerenti con l’evoluzione della domanda di lavoro. Che cambia rapidamente, quindi è necessario che la formazione venga organizzata in modo più elastico, più adattativo. I bandi per le aree grigie, inizialmente previsti entro l’estate, sono stati rimandati. Si potrebbero sfruttare altre tecnologie, come l’Fwa (il Fixed wireless access), per arrivare al più presto a portare la connessione a Pmi e zone rurali? Sulle tecnologie dobbiamo essere pragmatici perché evolvono rapidamente, anche con scarti improvvisi. Al momento abbiamo una certezza: che la tecnologia Ftth, cioè la fibra ottica fino all’utenza, è quella che garantisce le prestazioni richieste da tutte le applicazioni che possiamo immaginare oggi. Per colmare il digital divide e tenere insieme il Paese, creando opportunità anche nelle aree più remote ed evitare che vengano abbandonate per affollare le città, bisognerebbe continuare nello sforzo di portare la fibra ottica. Tuttavia, è giusto tenere un approccio pragmatico e cercare soluzioni con un rapporto ragionevole tra costi e benefici e in questo quadro noi crediamo che la tecnologia Fwa potrebbe dare un contributo importante ad accrescere rapidamente il numero di famiglie e imprese in grado di accedere alla rete a banda ultra-larga. Negli anni scorsi, WindTre ha partecipato alla maxi-asta per le frequenze 5G che ha provocato un esborso notevole per gli operatori di tlc. Quali e quando pensate possano essere i ritorni? Servono stimoli all'adozione di nuovi servizi basati su questa tecnologia? Come accennavo prima, le infrastrutture sono già a buon punto. Il beneficio per le famiglie e le imprese si concretizza con le applicazioni, in particolare quelle nei servizi pubblici e nell’ambito B2B. Per questo serve un investimento in tale direzione, che aumenta l’efficienza del sistema-Paese e lo stimolo alla domanda di tecnologia per sollecitare gli interventi privati, che aumentano la competitività. WindTre ha in corso un piano di investimenti da sei miliardi di euro in cinque anni che si completa nel 2021, grazie al quale la nostra rete mobile è certificata come la più veloce d’Italia da un numero crescente di istituti internazionali. Il ritorno sugli investimenti è quindi un tasto dolente, anche a causa della ipercompetitività che ha innescato una spirale deflazionistica sui prezzi. Con il passaggio alla fase applicativa, al beneficio per il Paese corrisponderà anche un ritorno sugli investimenti. Il settore delle tlc vive da anni una situazione di ricavi e margini in calo, ma con richieste di investimenti privati sempre più alti. Quale futuro si prospetta? In Italia le telco hanno investito 90 miliardi di euro in dieci anni, di cui 13 solo per le frequenze, in un mercato che ha tariffe tra le più basse del Continente e che vede la richiesta di connettività in continua crescita, accelerata negli ultimi mesi anche dal lockdown. Credo che il Governo e le autorità indipendenti dovrebbero sviluppare una visione strategica del settore, in cui accanto alla tutela del consumatore nel breve termine vengano perseguiti gli interessi del Paese nel lungo termine. E questo implica condizioni che consentano alle imprese di continuare a investire. Siete di recente stati convocati dal Governo per il progetto rete unica. Siete soddisfatti dell’interlocuzione in corso? E quale ruolo WindTre potrebbe giocare nel progetto? Il Governo ha condiviso con gli operatori la propria determinazione ad accelerare in tutto il Paese la diffusione della banda ultra-larga basata sulla fibra ottica. Noi siamo molto favorevoli, è un obiettivo importante per tutto il Paese: sia per le famiglie sia per le imprese. L’Italia può ricoprire un ruolo importante nella Gigabit society che si va costruendo in Europa, se non rallenta e continua invece a investire sulle infrastrutture digitali. WindTre c’è e ci sarà. Abbiamo segnalato al Governo, insieme con altri operatori, che una società nuova, creata per realizzare un’infrastruttura unica, deve avere un modello di business wholesale only, cioè che non faccia il fornitore e il concorrente al tempo stesso e garantisca a tutti parità di condizioni di accesso alla rete. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2020

08 Ottobre 2020

Open Fiber porterà la connessione ai Comuni senza Internet con tecnologia Fwa

Il piano, finanziato dall'azienda guidata da Elisabetta Ripa  con risorse proprie, non modifica il precedente impegno a portare la fibra ottica. Oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore.   Open Fiber porterà con l'Fwa, la tecnologia mista fibra-radio, la connessione nei comuni ‘No Internet' individuati nei mesi scorsi dall'Agcom. L'azienda guidata da Elisabetta Ripa, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) ha, infatti, presentato, nell'ambito del tavolo Pisano aperto nel momento più tragico del lockdown, un piano dettagliato per coprire rapidamente i comuni che più soffrono la mancanza di connessione. L'azienda coprirà 171 Comuni su 204 nel giro di un anno Si prevede, con un percorso in più tappe della durata massima di un anno, di coprire 171 dei 204 comuni attualmente definiti senza Internet. Per la maggior parte di queste stesse aree Open Fiber aveva vinto i bandi Bul sulla fibra ottica finanziati dall'Unione europea. Il nuovo piano non modifica il precedente, ma anticipa l'arrivo della connessione in gran parte delle zone più carenti.  I 204 Comuni ‘no Internet' identificati dall'Agcom presentano almeno il 10% dei civici senza copertura da servizio fisso. In particolare 46 sono senza alcuna copertura di rete fissa, in 130 la quota senza copertura è superiore al 20% dei civici. Se si include anche la rete mobile, secondo un requisito di velocità minima indoor di 2 Mbps, il numero di comuni "No Internet", scenderebbe da 204 a 73. La maggior parte si concentra in Piemonte (31%), nelle province di Cuneo, Alessandria, Torino e Asti, nel Molise, nella Liguria e in Sicilia. Tra i comuni che si trovano in maggiore difficoltà, si contano Pontechianale, Oncino, Macchia Valfortore, Marcetelli, Marmore, Castelmagno, Bellino, Pradleves, Gorreto, Valprato Soana, Rondanina, Villamiroglio, Acceglio, Serole, Sant'Alessio in Aspromonte. Una situazione inaccettabile per la ministra dell'Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano, che nei mesi scorsi ha aperto il tavolo e chiesto agli operatori di trovare una soluzione. Anche Eolo disponibile con modello di co-investimento pubblico-privato Anche il gruppo Eolo aveva dato disponibilità per i comuni selezionati dall'Agcom, chiedendo però incentivi o aiuti a investire in queste aree a fallimento di mercato denominate "bianchissime". «Come ribadito nell'ultimo incontro del tavolo, rinnoviamo – dichiara Alessandro Verrazzani, responsabile Affari regolamentari e istituzionali di Eolo - la nostra piena disponibilità a coprire tali aree bianchissime nell'arco di pochi mesi con la nostra rete Fwa a banda ultra-larga, secondo un opportuno modello di co-investimento pubblico-privato». Open Fiber coprirà le spese che si aggirano tra i 5 e i 10 milioni Open Fiber ha proposto una copertura mantenendo gli oneri delle spese che si aggirano, secondo alcune stime, su 5-10 milioni di euro. Di questi 204 comuni quasi tutti, cioè 196, sono coincidenti o hanno sovrapposizioni con i comuni per i quali Open Fiber ha vinto i bandi per portare la banda ultra-larga fino alle case. Anche se poi, analizzando caso per caso, non sempre i civici cosiddetti ‘bianchissimi' coincidono con quelli che l'azienda deve coprire. Volendo esemplificare con un numero, il 60-70% corrisponde con quanto Open Fiber avrebbe dovuto già coprire con l'assegnazione dei bandi. La copertura in Fwa sarà dunque un percorso accelerato rispetto alla fibra, pronto a partire nell'immediato, ma non modificherà i piani di Open Fiber aggiudicataria dei bandi Bul visto che l'azienda è tenuta a portare in quelle stesse aree la copertura in ftth. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2020

01 Ottobre 2020

Fca: «Investiamo in mobilità, ora serve piano nazionale ricariche»

Il responsabile e-Mobility per la regione Emea di Fca, Roberto Di Stefano parla della strategia del gruppo e degli investimenti a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor   L'impegno per la sostenibilità è un pilastro fondamentale nelle strategie di Fca. Una priorità coltivata nel difficile momento legato alla pandemia, come dimostrano i lanci di modelli del gruppo, spiega Roberto Di Stefano responsabile e-Mobility per la regione Emea di Fca. E che in numeri si traducono in 5 miliardi di investimenti tra il 2019 e il 2022 in Italia e un piano di elettrificazione da 9 miliardi a livello mondiale. Gli operatori stanno facendo la loro parte, evidenzia, ma serve un piano nazionale. E un ecosistema altrimenti l'auto elettrica resterà un prodotto solo per pochi. Sostenibilità: cosa significa per il vostro gruppo? «Le nostre attività ambientali e sociali non influenzano solo la nostra aspirazione a fare crescere il business, ma anche il nostro impegno per influenzare positivamente il mondo in cui viviamo. L'impegno per la sostenibilità deriva da una cultura aziendale che comprende integrità, rispetto per gli altri e impegno al servizio della comunità». Come si traduce nei piani di Fca? E come si tradurrà in futuro? «Al centro dell'approccio di Fca c'è la convinzione che soluzioni efficaci e durature ai cambiamenti climatici e ad altre urgenti questioni ambientali e sociali possano essere raggiunte solo attraverso un approccio integrato che combini impegno individuale e collettivo; un'efficace strategia multi-stakeholder; investimenti in processi e tecnologie; e l'integrazione dei principi dell'economia circolare. Tutti questi elementi sono parte integrante del modello di business responsabile di Fca». Soffermiamoci sui progetti per l'Italia. Nel vostro piano di investimenti quanto sarà dedicato a produzioni legate alla mobilità elettrica ed elettrificata? «Per Fca la mobilità sostenibile è un pilastro fondamentale su cui abbiamo concentrato tutte le nostre attività. Proprio in questi mesi, mentre stiamo vivendo un difficile momento a causa delle conseguenze della pandemia, abbiamo continuato a lavorare dando priorità soprattutto a questi sviluppi, come dimostrano i lanci effettuati e in corso, e consolidando le basi su cui si reggerà il nostro futuro e quello della mobilità in generale.  Solo in Italia – su cui Fca ha puntato molto con il lancio delle produzioni legate alla mobilità elettrica ed elettrificata – si tratta di cinque miliardi di euro tra il 2019 e il 2022, che toccano di fatto tutti i nostri stabilimenti: da Torino alla Sevel di Atessa, da Pomigliano a Cassino, da Modena a Melfi. Senza dimenticare le meccaniche: Verrone, Cento, Termoli o Pratola Serra. Per sostenere il cammino verso l'elettrificazione, Fca ha confermato, a livello mondiale, il suo piano di oltre 9 miliardi di euro, che include investimenti sia nella progettazione e sviluppo di veicoli elettrificati sia nella loro produzione». Quali sono i progetti? «Abbiamo ampliato la gamma dei nostri prodotti, lanciando prima i modelli ibridi delle Fiat Panda e 500 e della Lancia Ypsilon, che rappresentano il fondamentale punto di ingresso degli automobilisti alla mobilità elettrica. Poi abbiamo lanciato gli ibridi plug-in di Jeep, Renegade e Compass, che sono il passo successivo, veicoli elettrificati in grado di garantire una autonomia in puro elettrico più che sufficiente per le necessità quotidiane di molti automobilisti. E poi abbiamo elettrificato un'icona della nostra gamma, la nuova 500 full electric. Presto arriverà il Ducato full electric, un altro veicolo simbolo della nostra produzione. Seguiranno tanti altri modelli come le nuove Maserati, partendo dalla Ghibli ibrida. Ma i prodotti hanno bisogno di inserirsi in un ecosistema che li supporti, pertanto abbiamo sviluppato una serie di servizi che semplificano la vita a chi decide di acquistare un'auto elettrica. Soluzioni semplici e innovative, capaci di trasformare in opportunità gli eventuali problemi che i clienti temono di incontrare con i nuovi tipi di mobilità». Incentivi, infrastrutture, regole: di cosa ha bisogno il settore? «La politica e le istituzioni devono accompagnare gli sviluppi tecnologici con un quadro regolatorio stabile e premiante per le scelte innovative delle aziende e adeguati investimenti sulle infrastrutture pubbliche. Fca crede fermamente nella mobilità elettrica e ritiene siano fondamentali interventi e misure nel breve periodo per un'adeguata diffusione dell'infrastruttura di ricarica con capacità V2G. Infatti, in questo scenario il V2G, di cu abbiamo presentato un primo esempio a Torino di valenza mondiale nel complesso di Mirafiori, rappresenta un pilastro della transizione energetica del Paese in quanto è accessibile a tutti, consentendo la riduzione dei costi di esercizio delle vetture e una maggior riduzione di CO2. Analogamente è necessario che si sviluppi rapidamente la rete di ricarica pubblica e privata. Noi, come altri operatori, stiamo facendo la nostra parte – ne sono testimonianza gli oltre 3 mila punti di ricarica che stiamo installando – ma occorre un piano nazionale per raggiungere la diffusione necessaria per sostenere lo sviluppo che tutti desideriamo abbiano le vetture elettrificate. Nel 2025 in Italia serviranno 170 mila punti di ricarica pubblici, oggi ne abbiamo 10.300. E per il privato è necessario snellire le procedure per le autorizzazioni, per esempio con la creazione di uno sportello unico. Infine è necessario ridurre le tariffe sul costo della ricarica, che oggi vede tariffe di oltre il doppio rispetto al costo dell'energia casalinga. Senza questi interventi, non solo si limiterà la diffusione delle vetture elettriche e quindi la riduzione delle emissioni, ma si renderà l'auto elettrica un prodotto che solo coloro con un'alta capacità di spesa e la possibilità di avere più di un'auto si potranno permettere». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/202

01 Ottobre 2020

Enel X: Venturini, «nella mobilità elettrica pronti alla fase 2»

La sostenibilità è alla base delle scelte di business di Enel e passa anche dalla mobilità elettrica. E dalle 11mila colonnine di ricarica già installate nel Paese guarda ora a rafforzare la rete di città e autostrade. Come spiega l'amministratore delegato di Enel X, Francesco Venturini a SustainEconomy.24, report Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School La sostenibilità è al centro della strategia del gruppo Enel. Come si declina in Enel X? «La sostenibilità è alla base delle scelte di business di Enel e le attività Enel X, nell'ambito dell'elettrificazione dei consumi, dell'efficienza energetica e della promozione di attività che applichino i principi dell'economia circolare, ne sono la dimostrazione. Stiamo progressivamente creando un ecosistema capace di sfruttare le potenzialità offerte dalla digitalizzazione per creare valore economico, sociale e ambientale per tutti i nostri clienti. Le sfide sono molteplici e vanno dallo sviluppo di infrastrutture e tecnologie per la ricarica dei veicoli elettrici alle soluzioni di illuminazione e gestione dei flussi di energia per le pubbliche amministrazioni, passando per le offerte di servizi per l'efficienza energetica per i privati e per l'industria». Soffermiamoci sulla mobilità elettrica. In che direzione si sta andando? E quali sono gli interventi e gli investimenti di Enel? «La direzione mi sembra ormai chiara e lo dimostrano le scelte effettuate ormai dalla quasi totalità delle case automobilistiche che stanno investendo pesantemente sulla mobilità a zero emissioni. Come dimostrano gli ultimi dati sulle vendite, chi compra un'auto elettrica lo fa prendendo in considerazione prima di tutto veicoli ibridi plug-in, poi quelli elettrici e solo successivamente quelli tradizionali. La tecnologia sta evolvendo velocemente così come le abitudini dei consumatori, anche se il vero cambiamento avverrà tra qualche mese quando entreranno sul mercato i primi modelli accessibili al grande pubblico e quando, anche grazie al nostro contributo, si espanderà in maniera capillare l'infrastruttura di ricarica in città e fuori». Parliamo proprio delle ricariche, uno dei temi su cui si dibatte sempre. A che punto è il vostro piano di copertura? «Il nostro compito è quello di offrire le tecnologie per la ricarica privata e di realizzare una infrastruttura pubblica che elimini la barriera psicologica di restare a secco di energia lungo la strada. Abbiamo compiuto importanti passi in avanti e in Italia è ora possibile viaggiare da nord a sud contando su una rete di 15mila punti di ricarica pubblici di cui quasi 11mila di Enel X. Diciamo che la fase uno, quella di garantire una copertura capillare di tutto il Paese è conclusa, ora inizia una fase altrettanto importante che ci vedrà, nei prossimi 2 anni, rafforzare molto la presenza dei punti di ricarica nelle grandi aree metropolitane e installare infrastrutture di ricarica sempre più potenti lungo le tratte extraurbane e la rete autostradale». L'emergenza Covid-19 ha cambiato le prospettive e il modo di vivere. Voi immaginate le città circolari, la pandemia può accelerare o rallentare questo percorso? «La pandemia ci ha messo di fronte a una inevitabile scelta: proseguiamo con attività e vecchi modelli divenuti ormai insostenibili oppure modifichiamo il nostro approccio avendo maggiore attenzione alle scelte e alla tutela dell'ambiente in cui viviamo. Un processo che va applicato a tutti i livelli e che presenta enormi opportunità di cambiamento e crescita. Le città circolari sono parte integrante del processo di transizione energetica che apparentemente si è interrotto qualche mese fa, ma che invece continua a muoversi nella stessa direzione. Proprio a questo proposito Enel ha realizzato il terzo studio "Città circolari – Le città di domani", un'analisi dei benefici economici, sociali e ambientali, che i paesaggi urbani del futuro possono trarre da un approccio basato sull'economia circolare. Un tassello importante per le città del futuro è certamente la diffusione della mobilità elettrica anche nei servizi ai cittadini ed è per questo che già da qualche anno stiamo investendo in Sud America e in Spagna sullo sviluppo di progetti per il trasporto pubblico sostenibile. Ad oggi abbiamo fornito alle compagnie locali di settore 991 bus elettrici nelle grandi aree metropolitane di Santiago del Cile, Bogotà, Montevideo e Barcellona. Un numero destinato a crescere in tutto il Sud America, grazie al recente accordo che abbiamo stretto con la società di investimento AMP Capital, in Europa ed in Nord America, tutti mercati in cui Enel X è molto attiva. Siamo convinti che una corretta ripresa dell'intero comparto economico è possibile solo se continuiamo a puntare sull'accelerazione degli investimenti nel campo della sostenibilità e della digitalizzazione». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/2020

01 Ottobre 2020

Costa: «Fondi Recovery a progetti virtuosi e più incentivi alla mobilità»

Il 37% delle risorse assegnate al nostro Paese deve andare al 'green' in progetti 'ambientalmente virtuosi' per il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa. Che in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor parla anche dell'impegno a ridurre i sussidi dannosi per l'ambiente e degli incentivi per aiutare le famiglie nel passaggio alla mobilità sostenibile     Ministro Costa di sostenibilità se ne parla tanto. Sono solo belle parole o è realtà? «Investire sulla sostenibilità significa migliorare la qualità di vita dei cittadini. Significa, per esempio, favorire le condizioni affinché imprese, professionisti e lavoratori possano piantare radici salde per proiettarsi nell'economia eco-compatibile. Le misure previste nel Green Deal – e potenziate con il Recovery Plan – devono essere alla base della ripresa post-Covid». Che ruolo ha nell'azione del suo ministero e del Governo? «Come ministero dell'Ambiente abbiamo indicato alcune priorità che si innestano su quattro linee tematiche: le infrastrutture per l'ambiente; il supporto alle imprese virtuose o che vogliano incrementare la sostenibilità dei loro processi produttivi e delle filiere; la transizione ecologica con uno sguardo specifico all'economia circolare; il potenziamento delle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. Le priorità ambientali devono essere un obiettivo di medio e lungo periodo nella programmazione di queste risorse. Noi abbiamo già iniziato con iniziative concrete, come le Zea, le zone economiche ambientali, nei parchi nazionali: dando agevolazioni fiscali, vantaggi economici, misure di sostegno per la viabilità elettrica, l'efficientamento energetico, per chiunque viva o voglia vivere, lavori o voglia fare impresa, nei parchi nazionali. La visione è quella dell'Italia Paese Parco, che si sostanzia con azioni e progetti concreti». Quanto l'emergenza Covid-19 ha e può ancora accelerare o ritardare il percorso dell'Italia verso un futuro sostenibile? «Il post-Covid è un'occasione per porre al centro un paradigma diverso per concepire la vita sui territori. Sul piano nazionale stiamo lavorando su più fronti, come quello della riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, che oggi ammontano a oltre 19 miliardi di euro, e prevedere dei sussidi ambientalmente favorevoli, incentivando l'utilizzo di tecnologie green. Questo intervento era atteso da decenni e finalmente quattro ministeri (Ambiente, Economia, Agricoltura e Infrastrutture) hanno lavorato per mesi, poi tutti gli stakeholders - dagli ambientalisti alle società petrolifere - sono stati auditi e le loro osservazioni sono state portate nei tavoli decisori. Inoltre, occorre pensare a un cuneo fiscale ambientale, una diminuzione del costo del lavoro per le aziende che si impegnano a investire nell'economia green, secondo criteri fissati dal Parlamento. E ancora, il regolamento sulla disciplina per l'end of waste di carta e cartone, che ho firmato recentemente, è un segnale significativo di quanto sia importante valorizzare il potenziale dei rifiuti. In questo modo si fa concretamente economia circolare». Parliamo delle risorse del Recovery Fund. Un risultato importante con l'Italia primo beneficiario delle risorse. La Commissione chiede progetti sostenibili. Quali sono per lei le priorità? «L'Italia riceverà circa 208 miliardi di euro dal Recovery Fund, la quota maggiore tra i Paesi membri. Avremo a disposizione circa 81 miliardi a titolo di sussidi, cui si aggiungono 127 miliardi di euro di prestiti, presentando alla Commissione e al Consiglio un Piano nazionale per la ripresa e la resilienza che consenta di definire un progetto di riforme e investimenti per il periodo 2021-2023. Il 37% delle risorse assegnate al nostro Paese deve andare al green, non al ministero dell'Ambiente, con un concetto trasversale di sostenibilità: dobbiamo utilizzare questi fondi in modo intelligente, indirizzandoli su settori come rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per l'ambiente, mobilità sostenibile, cambiamenti climatici, aiuti alle imprese green. Tutti i progetti dovranno essere ambientalmente virtuosi, non solo quelli del mio dicastero. Con il ministro Amendola stiamo lavorando fianco a fianco per supportare il lavoro di coordinamento». Soffermiamoci sulla mobilità sostenibile. Siamo in ritardo. Quali sono i risultati alla portata del nostro Paese? E con quali tempi? «È urgente e necessario puntare su una nuova mobilità, il più possibile sostenibile, in particolare negli spostamenti casa-scuola-lavoro. Una mobilità a minore impatto ambientale è in grado di contribuire considerevolmente al miglioramento della qualità dell'aria nelle città. Proprio per far fronte a questa esigenza, abbiamo destinato 190 milioni di euro al bonus mobilità, per dare una spinta agli spostamenti sostenibili e alla mobilità attiva, favorendo in tal modo il miglioramento della qualità della vita. Vedere gli italiani in fila per acquistare una bici mi ha riempito di gioia. Mai l'Italia aveva risposto in un modo così clamorosamente positivo». Bonus mobilità, incentivi alle auto elettriche, infrastrutture. Oltre alle misure annunciate e approvate cosa si può fare ancora? «Oltre al bonus mobilità, abbiamo messo 310 milioni di euro per le piste ciclabili, le ciclovie e i progetti annessi: sono fondi provenienti dalle aste verdi, seguendo il principio ‘chi inquina paga'. In questo modo, i Comuni saranno i veri protagonisti della riscrittura della geografia del territorio. Inoltre, ritengo che le famiglie debbano essere incentivate a passare a una mobilità più sostenibile che includa anche l'elettrico. Se vengono incoraggiate con finanziamenti economici a lasciare l'auto a diesel o a benzina, se vengono aumentate le colonnine di ricarica in tutti i Comuni, mettiamo i cittadini italiani nelle condizioni di entrare da protagonisti nella green economy». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  10/1/2020

30 Settembre 2020

1 anno di Ethos Luiss Business School

  Giovedì 1 ottobre alle ore 11:00 si terrà il primo anniversario di Ethos Luiss Business School, l’Osservatorio di Etica Pubblica fondato e diretto da Sebastiano Maffettone. Durante l'evento saranno illustrati i progetti più importanti realizzati nel primo anno di attività dell'Osservatorio insieme ai promotori e ai protagonisti delle diverse iniziative, in una cornice di confronto e interazione. L’evento sarà trasmesso in diretta sui canali Facebook e YouTube Luiss: imposta il promemoria e non mancare! AGENDA  11:00 Interventi istituzionali Vincenzo Boccia, Presidente Luiss Andrea Prencipe, Rettore Luiss Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School 11:20 Conversazione  Sebastiano Maffettone, Direttore Osservatorio Ethos Massimo Angelini, Direttore External Affairs, Corporate Communication & Partnership Luiss 11:30 I progetti di Ethos  Gianluca Riccio, storico dell'arte contemporanea e curatore Marilù Faraone Mennella, Ambasciatrice San Patrignano Napoli Valerio Magrelli, poeta e scrittore Helen Tu, Direttore esecutivo Chic Investment Luigi Devita, Presidente Gruppo Devital Paolo Benanti, docente Etica e Computer Science Pontificia Università Gregoriana Gianfranco Pellegrino, Giacomo Melilla, Valentina Vidotto, Ethos Young Marta Bertolaso, Cento di Gravità Claudio De Vincenti, economista 12:15 Intervento conclusivo  Saluto di Fiorello  Giovanni Lo Storto, Direttore Generale Luiss    30/9/2020

29 Settembre 2020

Inizia oggi la #FoodWeek alla Luiss Business School

Al via oggi, nella prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da Fao e Nazioni Unite, la #FoodWeek della Luiss Business School.   Una settimana dedicata alla riflessione sul valore del cibo per la società e l’economia e sulle trasformazioni della filiera alimentare durante l’emergenza Covid-19: inizia oggi, nella prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da Fao e Nazioni Unite, la #FoodWeek della Luiss Business School. Eventi dedicati ed iniziative per gli studenti di Villa Blanc che mirano a promuovere la consapevolezza su un settore protagonista della nostra quotidianità e sui suoi impatti in termini di sostenibilità ambientale e sociale. Combattere gli sprechi Made In Italy è soprattutto food: conoscere la tradizione culinaria del nostro Paese significa anche scoprire infinite possibilità sostenibili, sane e creative. Il 29 settembre, per la Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da FAO e Nazioni Unite,  gli studenti di Villa Blanc avranno a disposizione una proposta culinaria di Chef Alessandro Circiello, Adjunct Professor Luiss Business School nell’ambito del master in Food and Wine Business.   Cibo Sovrano – Le guerre alimentari globali al tempo del virus Il Covid-19 è stato un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare: quali strategie permetteranno di trovare un nuovo equilibrio tra visione “globalista” e visione “sovranista”? Il 1 ottobre alle 15:00 ne dibatteremo con Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, autore di "Cibo Sovrano – Le guerre alimentari globali al tempo del virus", e Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School. Iscriviti al webinar e partecipa al Q&A!   Team building con lo chef stellato Tommaso Arrigoni "Cucinando lab" è il tema del team building degli allievi EMBA - Executive EMBA, per mettersi alla prova dal punto di vista delle soft skill e delle attitudini manageriali nella realizzazione del menu di Tommaso Arrigoni, chef stellato di "Innocenti Evasioni" a Milano, nelle sale di Villa Blanc. 29/9/2020  

28 Settembre 2020

Presentazione "Cibo Sovrano - Le guerre alimentari globali al tempo del virus" di Maurizio Martina   

Il Covid-19 è stato un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare: quali strategie permetteranno di trovare un nuovo equilibrio tra visione "globalista" e visione "sovranista"? Iscriviti al webinar e partecipa al Q&A con l'autore Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School e Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School.   «In un mondo pieno di cibo, gli affamati rischiano di aumentare.» La pandemia di Covid-19 ha colpito tutti i settori e travolto intere catene di approvvigionamento, comprese quelle del cibo. Il virus è stato infatti un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare, che ha aggravato una lista già lunga di criticità. Quale sarà la strategia vincente per trovare un nuovo equilibrio tra visione "globalista" e visione "sovranista"? Sono questi i temi analizzati nel libro "Cibo Sovrano - Le guerre alimentari globali al tempo del virus" di Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che verrà presentato il 1 ottobre alle 15:00, in un webinar che vedrà protagonisti insieme all'autore Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School e Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School. Per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 28/9/2020

24 Settembre 2020

AICAI e Luiss Business School: regole più semplici e uniformi per il rilancio dell’economia italiana

La ricerca Luiss Buisiness School e AICAI-Associazione Italiana dei Corrieri Aerei Internazionali ha messo in evidenza che durante i mesi del lockdown sono stati proprio i corrieri aerei internazionali ad assicurare la continuità dei rifornimenti ai presidi medici in tutto il mondo e a impedire il blocco totale dell’economia mondiale     A distanza di 10 anni dall’ultima pubblicazione, un nuovo Libro Bianco realizzato da Luiss Buisiness School “Il ruolo dei corrieri aerei internazionali: dall’economia dell’emergenza all’emergenza dell’economia” fotografa l’impatto sull’economia italiana dei soci AICAI, l’Associazione Italiana dei Corrieri Aerei Internazionali, di cui sono parte i tre principali player mondiali del settore, DHL, FedEx e UPS. Oltre 52.000 lavoratori tra indotto e dipendenti diretti, un fatturato superiore ai 3 miliardi di euro, 300 voli settimanali da e per l’Italia, 7.000 veicoli, 133,5 milioni di spedizioni di cui 28,8 milioni in esportazione: questi i numeri “italiani” 2019 di AICAI, il cui impatto che si è compreso nella sua interezza proprio in occasione dell’emergenza COVID: durante i mesi del lockdown infatti, sono stati proprio i network proprietari dei tre grandi player ad assicurare la continuità dei rifornimenti ai presidi medici in tutto il mondo oltre ad impedire il “fermo macchina” totale all’economia mondiale. Un ruolo che è valso il pubblico riconoscimento di servizio “essenziale” da parte delle Istituzioni. Adesso si affaccia un’altra “emergenza”, quella di un’economia che tra lo shock-Covid e l’imminente attivazione della Brexit è in continua fibrillazione e necessita di un immediato rilancio che i soci AICAI sono pronti ad affrontare. Rilancio che può avvenire solo attraverso l’export, l’unico fattore a sostenere l’economia nazionale dopo la crisi del 2008 e key-driver per la crescita del PIL, affiancando le PMI nella ricerca di opportunità internazionali nell’ e-commerce B2C e B2B. Solo il 2,9% delle imprese nazionali esporta e i corrieri aerei si propongono quindi come facilitatori per le imprese, specie per le PMI che generalmente non dispongono dei mezzi necessari per sostenere i costi connessi all’internazionalizzazione. Il modello di business unico dei corrieri, che collega il mondo, rappresenta un’enorme opportunità che può innescare un circolo virtuoso per l’economia italiana e l’esportazione delle merci ad alto valore aggiunto del Made in Italy se meglio compreso e supportato dalle istituzioni. Il settore dei corrieri aerei espressi genera il 40% dei ricavi dell’intero segmento cargo aereo. Al riguardo è importante sottolineare che per le esportazioni verso Paesi extra-UE, sebbene nel 2016 il traffico cargo aereo abbia movimentato solo lo 0,74% dei volumi esportati, il controvalore economico è stato pari al 25,8% del totale, con una crescita del valore medio trasportato che dal 1999 al 2018 è stata circa 15 volte superiore a tutte le altre modalità di trasporto. “In un momento in cui non vi sono punti di riferimento – ha commentato il Presidente AICAI Alessandro Lega – offriamo la certezza di network proprietari e di flotte capaci di arrivare dovunque e comunque: l’Italia è un Paese di 60 milioni di abitanti, a fronte di 7 miliardi di popolazione globale: e come dimostra lo studio, l’export è l’unica possibilità per le sue piccole, medie e grandi imprese di crescere. I corrieri aerei sono dei facilitatori naturali del business, e le Istituzioni devono agevolare la nostra specificità consentendoci di lavorare con regole semplici, chiare e uniformi in campo aeroportuale, doganale e urbano”.   “L’insieme delle dinamiche analizzate ci ha permesso di identificare le policy necessarie a supportare il settore e più in generale l’export delle PMI, all’indomani di un’emergenza sanitaria che ha accelerato la trasformazione digitale del Paese. Sostenibilità e semplificazione sono le linee guida di questo piano di intervento per il mondo dei corrieri aerei espressi, in termini sia di transizione verso veicoli a minor impatto ambientale, sia di semplificazione normativa, di regole uniformi che facilitino la pianificazione degli investimenti negli hub aeroportuali nazionali e di una regolamentazione più efficiente” ha concluso Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School.  L’evento, che si è tenuto presso la sede Luiss Business School di Villa Blanc, ha visto la partecipazione dei principali interlocutori dei soci AICAI, un panel di alto profilo composto da Giuseppe Catalano, Coordinatore della struttura tecnica di missione del Ministero dei Trasporti, Carlo Ferro, Presidente dell’ICE, Giovanna Laschena, Vice Direttore Centrale Economia e Vigilanza Aeroporti, ENAC – Ente Nazionale Aviazione Civile e Marcello Minenna, Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane. In streaming sono intervenuti anche Marco Granelli, Assessore alla Mobilità del Comune di Milano e Coordinatore del Tavolo Mobilità ANCI e Enrico Stefano, Presidente Commissione Servizi Pubblici Locali ANCI e Presidente III Comm.ne Consiliare Permanente Mobilità, Comune di Roma. Insieme ad Andrea Ferro di Radio 24 e ad altri due tra i massimi esperti italiani del settore trasporti, Vincenzo Visco Comandini e Massimo Marciani, è stato avviato un dibattito sugli output del Libro Bianco presentati dai Professori Matteo Caroli e Umberto Monarca di Luiss. SFOGLIA IL LIBRO BIANCO EXECUTIVE SUMMARY ITA EXECUTIVE SUMMARY EN 24/9/2020

24 Settembre 2020

InterXion: «Fondamentale estendere rete unica ai data center»

L'intervista al Ceo per l'Italia Alessandro Talotta oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   C'è un ampio margine di crescita nel settore dei data center in Italia, «in particolare al centro e al Sud Italia» e, a facilitare questa tendenza, «sarà senza dubbio lo sviluppo delle nuove tecnologie e del sempre maggior numero di utilizzatori di servizi digitali da parte dei clienti finali». È la posizione, nell'intervista a DigitEconomy (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di Alessandro Talotta, Ceo per l'Italia di InterXion, gruppo internazionale che progetta e realizza data center, con 40 miliardi di capitalizzazione e 2.800 dipendenti. Dal punto di vista di un'azienda internazionale che ha deciso di investire in Italia qualche anno fa, è, in fin dei conti, positivo il piano nazionale di realizzare una rete unica in fibra. Ed è fondamentale, in quest'ottica, l'estensione del progetto ai data center, «per fare in modo che – dice Talotta, già capo del wholesale di Tim e ceo di Sparkle - i servizi offerti nel mondo digitale possano avvenire con le più alte caratteristiche di qualità e velocità, richieste dagli stessi servizi». Come si presenta, dal punto di vista di una società internazionale come la vostra, il mercato dei data center in Italia, rispetto al panorama europeo? InterXion, che finora ha realizzato circa 50 strutture in Europa, si è recentemente fusa con Digital Realty, una delle maggiori società nel campo dei data center a livello internazionale, assumendo così una dimensione globale. Ad oggi, il gruppo, InterXion A Digital Realty Company, è presente in 6 continenti e, con 40 miliardi di euro di capitalizzazione e circa 2.800 dipendenti, è leader mondiale nel settore della progettazione e realizzazione di data center. L'operazione di fusione è stata dettata dall'esigenza di servire i nostri clienti con il massimo della copertura geografica. Il mercato dei data center si è sviluppato prima nel Nord Europa, ma, se si analizza la crescita del traffico Internet degli ultimi anni, il Sud Europa sta recuperando terreno rispetto ai Paesi nord-europei. L'Italia, con 121 data center, si colloca ai primi posti della classifica Ue per numero di data center ma è ben lontana dai 440 della Germania. Per questo riteniamo che ci sia un ampio margine di crescita del settore nei prossimi anni, in particolare al Centro e al Sud Italia dal momento che la maggior parte dei data center oggi è sviluppata al Nord. A facilitare questa crescita (legata anche al numero di abitanti presenti in Italia), sarà senza dubbio lo sviluppo delle nuove tecnologie e del sempre maggior numero di utilizzatori di servizi digitali da parte dei clienti finali. Come vi ponete rispetto al progetto di rete unica voluto dal governo? Per accedere ai propri data center, InterXion differenzia tra fornitori di infrastruttura e fornitori di fibra ottica. A questo proposito, ritengo che, finché viene rispettata la presenza di più fornitori di fibra ottica all'interno di una infrastruttura, siamo coerenti con la nostra strategia di sviluppo di data center neutrali. L'Italia, da questo punto di vista, va nella direzione opposta rispetto ad altri Paesi europei ma questo non vuol dire che la rete unica non sia positiva per il Paese. Da anni si assiste al dibattito sulla creazione di un campione nazionale per lo sviluppo della fibra ottica, come priorità del Paese, che porterebbe all'accelerazione dell'importante percorso di copertura della fibra ottica in Italia per tutti gli utilizzatori. Si parla anche di un'estensione del piano ai data center, qual è la vostra posizione, partecipereste con una quota azionaria o con una collaborazione? Riteniamo che l'estensione del piano ai data center sia fondamentale, per fare in modo che i servizi offerti nel mondo digitale possano avvenire con le più alte caratteristiche di qualità e velocità, richieste dagli stessi servizi. I data center sono utili anche perché sono degli hub che rendono il sistema molto più efficiente, meno dispersivo e più razionale; basti pensare al risparmio energetico e al conseguente abbattimento delle emissioni di Co2. Di conseguenza, la creazione di nuovi data center può contribuire a rendere sostenibile la pianificazione dello sviluppo di servizi digitali in Italia. La necessità di portare i servizi sempre più vicino al cliente farà aumentare la domanda di data center di medie-piccole dimensioni maggiormente diffusi su tutto il territorio nazionale. Oggi assistiamo al bipolarismo tra Roma e Milano, ma tutte le città metropolitane italiane e le città con un numero di abitanti non inferiore a 300mila saranno presto interessate a sviluppare hub tecnologici per la diffusione dei servizi digitali. Le dimensioni saranno proporzionali rispetto alla densità abitativa, alla concentrazione di poli industriali e alla domanda della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda, invece, la partecipazione azionaria andrebbe analizzato caso per caso. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

24 Settembre 2020

Volpi (Copasir): «Rete unica? Non entriamo nel merito ma tuteleremo la sicurezza»

L'intervista al presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   Lo storage, cioè la conservazione e archiviazione dei dati, a livello europeo «è una cosa che va fatta, e ci sono possibilità di realizzarla anche a livello nazionale». Mentre si parla sempre di più di sicurezza dei dati e della possibilità di allargare la rete unica anche ad altre tecnologie, il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, sottolinea, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), l'importanza di puntare almeno a una sovranità digitale europea e di tutelare «la sicurezza delle reti». Il governo, prosegue, «ha messo a punto formule di garanzia, come il golden power, ma poi mi sembra che l'esercizio non ci sia stato, ci siamo fermati troppo spesso alla declaratoria senza un'applicazione vera e propria» di questo strumento. Riguardo alla rete unica, premesso che il compito del Comitato parlamentare per la sicurezza «non è entrare nei mercati», una volta ottenuta «la fotografia di quello che si costruisce, noi cercheremo di dare un contributo nell'interesse nazionale della sicurezza. Non abbiamo preferenze, tutti abbiamo la necessità di avere un Paese moderno con una capacità tecnologica avanzata». E dopo metà ottobre il Copasir inizierà a occuparsi della partita della banda ultra larga, ascoltando anche i protagonisti del settore. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l'importanza di avere una sovranità digitale europea. Qual è la posizione del Copasir sulla tutela dei dati in Italia? Si parla da parecchio tempo almeno dello storage a livello europeo di dati, è una cosa che va fatta, ci sono possibilità di realizzarlo anche a livello nazionale.  Inoltre noi in Italia abbiamo una posizione variegata, a vari livelli istituzionali: lo Stato nazionale, l'Europa, l'alleanza Nato. I protocolli di sicurezza non sono tutti uguali, non tutti i Paesi della Ue sono nella Nato e viceversa. Sarebbe molto importante arrivare a un protocollo comune, almeno a livello europeo, più ampio e condiviso possibile. Noi come Comitato abbiamo sempre portato avanti il discorso sulla sicurezza, il problema di tutti è il tempo, e non è un problema solo tecnico ma geopolitico. Qual è la vostra maggiore preoccupazione, anche in vista della visita in Italia del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, prevista per il 29 settembre? E' evidente che tutti i giorni ci sono notizie più o meno inquietanti rispetto alla proattività di qualche grande Paese. La nostra posizione l'abbiamo già espressa nel nostro rapporto sul 5G, una preoccupazione che riguarda la sicurezza delle reti. E quando esprimiamo timori lo facciamo perché abbiamo delle evidenze. A livello internazionale il nostro maggior alleato, gli Stati Uniti, ha espresso in più occasioni la richiesta di avere delle reti sicure, minacciando di non condividere dati di intellingence e sensibili. Penso sia uno degli elementi centrali. A fronte di questa nostra posizione, il governo ha messo a punto formule di garanzia, come il golden power, ma mi sembra che l'esercizio non ci sia stato, ci siamo fermati troppo spesso alla declaratoria senza l'applicazione vera e propria. Sono convinto che il golden power vada sicuramente utilizzato in un settore come quello delle tlc, vada utilizzato per l' alta tecnologia e per le piattaforme finanziarie. Sul progetto di rete unica avete in programma audizioni con i diretti interessati? Al momento, tre mesi fa, abbiamo ascoltato solo Open Fiber, per un semplice motivo, stiamo finendo e per metà ottobre chiudiamo l'attività di analisi sul settore bancario-assicurativo, assolutamente prioritaria. Fatto ciò, l'intenzione è di passare ad altre tematiche strategiche seguendo due grandi filoni: da una parte l'industria e l'energia, dall'altra la difesa ed aerospazio. All'interno di questi grandi settori c'è anche la partita della banda ultra-larga. D'altronde, parlando di rete unica, noi abbiamo un compito che è quello di non entrare nei mercati. Il nostro obiettivo è quello di ragionare sulla sicurezza di ciò che viene fatto. Tuteleremo, guarderemo alla sicurezza, e qualora l'operatore avesse compartecipazioni o rapporti che riguardano la parte tecnologica tali da essere individuati come critici, questo aspetto sarà da segnalare. Soprattutto se ci sono società cinesi coinvolte. Le esperienze internazionali ci hanno dimostrato che la preoccupazione, in questo caso, esiste. La Cina è un grande Paese, vanno certamente intrattenuti rapporti, ma è un Paese che utilizza una certa aggressività nel provare la sua primazia. Sul tema abbiamo esposto preoccupazioni in maniera formale e informale più volte al governo, attraverso il documento presentato alla Camera, ma anche con sollecitazioni apparse sulla stampa. E' una preoccupazione estremamente condivisa all'interno del Comitato, non va contro il governo, ma ci aspettavamo e ci aspettiamo azioni precise da parte dell'esecutivo. Il dato di fondo riguarda il posizionamento complessivo nella politica estera, da che parte deve stare l'Italia. E' arrivato il momento delle grandi scelte. Di fronte alla possibilità di aprire il progetto di rete unica anche ad altre tecnologie, qual è la posizione del Comitato? Ottenuta la fotografia di quello che si costruisce, noi cercheremo di dare un contributo nell'interesse nazionale della sicurezza. Non abbiamo preferenze, tutti abbiamo la necessità di avere un Paese moderno, di avere una capacità tecnologica avanzata, con una copertura massima delle aree visto lo spostamento grande, avvenuto con il Covid, dalle attività materiali a quelli immateriali. Il nostro compito è agevolare il meglio che ci possa essere nel rispetto della sicurezza. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

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