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01 Ottobre 2020

Costa: «Fondi Recovery a progetti virtuosi e più incentivi alla mobilità»

Il 37% delle risorse assegnate al nostro Paese deve andare al 'green' in progetti 'ambientalmente virtuosi' per il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa. Che in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor parla anche dell'impegno a ridurre i sussidi dannosi per l'ambiente e degli incentivi per aiutare le famiglie nel passaggio alla mobilità sostenibile     Ministro Costa di sostenibilità se ne parla tanto. Sono solo belle parole o è realtà? «Investire sulla sostenibilità significa migliorare la qualità di vita dei cittadini. Significa, per esempio, favorire le condizioni affinché imprese, professionisti e lavoratori possano piantare radici salde per proiettarsi nell'economia eco-compatibile. Le misure previste nel Green Deal – e potenziate con il Recovery Plan – devono essere alla base della ripresa post-Covid». Che ruolo ha nell'azione del suo ministero e del Governo? «Come ministero dell'Ambiente abbiamo indicato alcune priorità che si innestano su quattro linee tematiche: le infrastrutture per l'ambiente; il supporto alle imprese virtuose o che vogliano incrementare la sostenibilità dei loro processi produttivi e delle filiere; la transizione ecologica con uno sguardo specifico all'economia circolare; il potenziamento delle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici. Le priorità ambientali devono essere un obiettivo di medio e lungo periodo nella programmazione di queste risorse. Noi abbiamo già iniziato con iniziative concrete, come le Zea, le zone economiche ambientali, nei parchi nazionali: dando agevolazioni fiscali, vantaggi economici, misure di sostegno per la viabilità elettrica, l'efficientamento energetico, per chiunque viva o voglia vivere, lavori o voglia fare impresa, nei parchi nazionali. La visione è quella dell'Italia Paese Parco, che si sostanzia con azioni e progetti concreti». Quanto l'emergenza Covid-19 ha e può ancora accelerare o ritardare il percorso dell'Italia verso un futuro sostenibile? «Il post-Covid è un'occasione per porre al centro un paradigma diverso per concepire la vita sui territori. Sul piano nazionale stiamo lavorando su più fronti, come quello della riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi, che oggi ammontano a oltre 19 miliardi di euro, e prevedere dei sussidi ambientalmente favorevoli, incentivando l'utilizzo di tecnologie green. Questo intervento era atteso da decenni e finalmente quattro ministeri (Ambiente, Economia, Agricoltura e Infrastrutture) hanno lavorato per mesi, poi tutti gli stakeholders - dagli ambientalisti alle società petrolifere - sono stati auditi e le loro osservazioni sono state portate nei tavoli decisori. Inoltre, occorre pensare a un cuneo fiscale ambientale, una diminuzione del costo del lavoro per le aziende che si impegnano a investire nell'economia green, secondo criteri fissati dal Parlamento. E ancora, il regolamento sulla disciplina per l'end of waste di carta e cartone, che ho firmato recentemente, è un segnale significativo di quanto sia importante valorizzare il potenziale dei rifiuti. In questo modo si fa concretamente economia circolare». Parliamo delle risorse del Recovery Fund. Un risultato importante con l'Italia primo beneficiario delle risorse. La Commissione chiede progetti sostenibili. Quali sono per lei le priorità? «L'Italia riceverà circa 208 miliardi di euro dal Recovery Fund, la quota maggiore tra i Paesi membri. Avremo a disposizione circa 81 miliardi a titolo di sussidi, cui si aggiungono 127 miliardi di euro di prestiti, presentando alla Commissione e al Consiglio un Piano nazionale per la ripresa e la resilienza che consenta di definire un progetto di riforme e investimenti per il periodo 2021-2023. Il 37% delle risorse assegnate al nostro Paese deve andare al green, non al ministero dell'Ambiente, con un concetto trasversale di sostenibilità: dobbiamo utilizzare questi fondi in modo intelligente, indirizzandoli su settori come rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per l'ambiente, mobilità sostenibile, cambiamenti climatici, aiuti alle imprese green. Tutti i progetti dovranno essere ambientalmente virtuosi, non solo quelli del mio dicastero. Con il ministro Amendola stiamo lavorando fianco a fianco per supportare il lavoro di coordinamento». Soffermiamoci sulla mobilità sostenibile. Siamo in ritardo. Quali sono i risultati alla portata del nostro Paese? E con quali tempi? «È urgente e necessario puntare su una nuova mobilità, il più possibile sostenibile, in particolare negli spostamenti casa-scuola-lavoro. Una mobilità a minore impatto ambientale è in grado di contribuire considerevolmente al miglioramento della qualità dell'aria nelle città. Proprio per far fronte a questa esigenza, abbiamo destinato 190 milioni di euro al bonus mobilità, per dare una spinta agli spostamenti sostenibili e alla mobilità attiva, favorendo in tal modo il miglioramento della qualità della vita. Vedere gli italiani in fila per acquistare una bici mi ha riempito di gioia. Mai l'Italia aveva risposto in un modo così clamorosamente positivo». Bonus mobilità, incentivi alle auto elettriche, infrastrutture. Oltre alle misure annunciate e approvate cosa si può fare ancora? «Oltre al bonus mobilità, abbiamo messo 310 milioni di euro per le piste ciclabili, le ciclovie e i progetti annessi: sono fondi provenienti dalle aste verdi, seguendo il principio ‘chi inquina paga'. In questo modo, i Comuni saranno i veri protagonisti della riscrittura della geografia del territorio. Inoltre, ritengo che le famiglie debbano essere incentivate a passare a una mobilità più sostenibile che includa anche l'elettrico. Se vengono incoraggiate con finanziamenti economici a lasciare l'auto a diesel o a benzina, se vengono aumentate le colonnine di ricarica in tutti i Comuni, mettiamo i cittadini italiani nelle condizioni di entrare da protagonisti nella green economy». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  10/1/2020

30 Settembre 2020

1 anno di Ethos Luiss Business School

  Giovedì 1 ottobre alle ore 11:00 si terrà il primo anniversario di Ethos Luiss Business School, l’Osservatorio di Etica Pubblica fondato e diretto da Sebastiano Maffettone. Durante l'evento saranno illustrati i progetti più importanti realizzati nel primo anno di attività dell'Osservatorio insieme ai promotori e ai protagonisti delle diverse iniziative, in una cornice di confronto e interazione. L’evento sarà trasmesso in diretta sui canali Facebook e YouTube Luiss: imposta il promemoria e non mancare! AGENDA  11:00 Interventi istituzionali Vincenzo Boccia, Presidente Luiss Andrea Prencipe, Rettore Luiss Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School 11:20 Conversazione  Sebastiano Maffettone, Direttore Osservatorio Ethos Massimo Angelini, Direttore External Affairs, Corporate Communication & Partnership Luiss 11:30 I progetti di Ethos  Gianluca Riccio, storico dell'arte contemporanea e curatore Marilù Faraone Mennella, Ambasciatrice San Patrignano Napoli Valerio Magrelli, poeta e scrittore Helen Tu, Direttore esecutivo Chic Investment Luigi Devita, Presidente Gruppo Devital Paolo Benanti, docente Etica e Computer Science Pontificia Università Gregoriana Gianfranco Pellegrino, Giacomo Melilla, Valentina Vidotto, Ethos Young Marta Bertolaso, Cento di Gravità Claudio De Vincenti, economista 12:15 Intervento conclusivo  Saluto di Fiorello  Giovanni Lo Storto, Direttore Generale Luiss    30/9/2020

29 Settembre 2020

Inizia oggi la #FoodWeek alla Luiss Business School

Al via oggi, nella prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da Fao e Nazioni Unite, la #FoodWeek della Luiss Business School.   Una settimana dedicata alla riflessione sul valore del cibo per la società e l’economia e sulle trasformazioni della filiera alimentare durante l’emergenza Covid-19: inizia oggi, nella prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da Fao e Nazioni Unite, la #FoodWeek della Luiss Business School. Eventi dedicati ed iniziative per gli studenti di Villa Blanc che mirano a promuovere la consapevolezza su un settore protagonista della nostra quotidianità e sui suoi impatti in termini di sostenibilità ambientale e sociale. Combattere gli sprechi Made In Italy è soprattutto food: conoscere la tradizione culinaria del nostro Paese significa anche scoprire infinite possibilità sostenibili, sane e creative. Il 29 settembre, per la Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari istituita da FAO e Nazioni Unite,  gli studenti di Villa Blanc avranno a disposizione una proposta culinaria di Chef Alessandro Circiello, Adjunct Professor Luiss Business School nell’ambito del master in Food and Wine Business.   Cibo Sovrano – Le guerre alimentari globali al tempo del virus Il Covid-19 è stato un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare: quali strategie permetteranno di trovare un nuovo equilibrio tra visione “globalista” e visione “sovranista”? Il 1 ottobre alle 15:00 ne dibatteremo con Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, autore di "Cibo Sovrano – Le guerre alimentari globali al tempo del virus", e Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School. Iscriviti al webinar e partecipa al Q&A!   Team building con lo chef stellato Tommaso Arrigoni "Cucinando lab" è il tema del team building degli allievi EMBA - Executive EMBA, per mettersi alla prova dal punto di vista delle soft skill e delle attitudini manageriali nella realizzazione del menu di Tommaso Arrigoni, chef stellato di "Innocenti Evasioni" a Milano, nelle sale di Villa Blanc. 29/9/2020  

28 Settembre 2020

Presentazione "Cibo Sovrano - Le guerre alimentari globali al tempo del virus" di Maurizio Martina   

Il Covid-19 è stato un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare: quali strategie permetteranno di trovare un nuovo equilibrio tra visione "globalista" e visione "sovranista"? Iscriviti al webinar e partecipa al Q&A con l'autore Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School e Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School.   «In un mondo pieno di cibo, gli affamati rischiano di aumentare.» La pandemia di Covid-19 ha colpito tutti i settori e travolto intere catene di approvvigionamento, comprese quelle del cibo. Il virus è stato infatti un pauroso acceleratore dell’emergenza alimentare, che ha aggravato una lista già lunga di criticità. Quale sarà la strategia vincente per trovare un nuovo equilibrio tra visione "globalista" e visione "sovranista"? Sono questi i temi analizzati nel libro "Cibo Sovrano - Le guerre alimentari globali al tempo del virus" di Maurizio Martina, onorevole e già Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che verrà presentato il 1 ottobre alle 15:00, in un webinar che vedrà protagonisti insieme all'autore Paola Severino, Vice Presidente Luiss, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School e Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School. Per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 28/9/2020

24 Settembre 2020

AICAI e Luiss Business School: regole più semplici e uniformi per il rilancio dell’economia italiana

La ricerca Luiss Buisiness School e AICAI-Associazione Italiana dei Corrieri Aerei Internazionali ha messo in evidenza che durante i mesi del lockdown sono stati proprio i corrieri aerei internazionali ad assicurare la continuità dei rifornimenti ai presidi medici in tutto il mondo e a impedire il blocco totale dell’economia mondiale     A distanza di 10 anni dall’ultima pubblicazione, un nuovo Libro Bianco realizzato da Luiss Buisiness School “Il ruolo dei corrieri aerei internazionali: dall’economia dell’emergenza all’emergenza dell’economia” fotografa l’impatto sull’economia italiana dei soci AICAI, l’Associazione Italiana dei Corrieri Aerei Internazionali, di cui sono parte i tre principali player mondiali del settore, DHL, FedEx e UPS. Oltre 52.000 lavoratori tra indotto e dipendenti diretti, un fatturato superiore ai 3 miliardi di euro, 300 voli settimanali da e per l’Italia, 7.000 veicoli, 133,5 milioni di spedizioni di cui 28,8 milioni in esportazione: questi i numeri “italiani” 2019 di AICAI, il cui impatto che si è compreso nella sua interezza proprio in occasione dell’emergenza COVID: durante i mesi del lockdown infatti, sono stati proprio i network proprietari dei tre grandi player ad assicurare la continuità dei rifornimenti ai presidi medici in tutto il mondo oltre ad impedire il “fermo macchina” totale all’economia mondiale. Un ruolo che è valso il pubblico riconoscimento di servizio “essenziale” da parte delle Istituzioni. Adesso si affaccia un’altra “emergenza”, quella di un’economia che tra lo shock-Covid e l’imminente attivazione della Brexit è in continua fibrillazione e necessita di un immediato rilancio che i soci AICAI sono pronti ad affrontare. Rilancio che può avvenire solo attraverso l’export, l’unico fattore a sostenere l’economia nazionale dopo la crisi del 2008 e key-driver per la crescita del PIL, affiancando le PMI nella ricerca di opportunità internazionali nell’ e-commerce B2C e B2B. Solo il 2,9% delle imprese nazionali esporta e i corrieri aerei si propongono quindi come facilitatori per le imprese, specie per le PMI che generalmente non dispongono dei mezzi necessari per sostenere i costi connessi all’internazionalizzazione. Il modello di business unico dei corrieri, che collega il mondo, rappresenta un’enorme opportunità che può innescare un circolo virtuoso per l’economia italiana e l’esportazione delle merci ad alto valore aggiunto del Made in Italy se meglio compreso e supportato dalle istituzioni. Il settore dei corrieri aerei espressi genera il 40% dei ricavi dell’intero segmento cargo aereo. Al riguardo è importante sottolineare che per le esportazioni verso Paesi extra-UE, sebbene nel 2016 il traffico cargo aereo abbia movimentato solo lo 0,74% dei volumi esportati, il controvalore economico è stato pari al 25,8% del totale, con una crescita del valore medio trasportato che dal 1999 al 2018 è stata circa 15 volte superiore a tutte le altre modalità di trasporto. “In un momento in cui non vi sono punti di riferimento – ha commentato il Presidente AICAI Alessandro Lega – offriamo la certezza di network proprietari e di flotte capaci di arrivare dovunque e comunque: l’Italia è un Paese di 60 milioni di abitanti, a fronte di 7 miliardi di popolazione globale: e come dimostra lo studio, l’export è l’unica possibilità per le sue piccole, medie e grandi imprese di crescere. I corrieri aerei sono dei facilitatori naturali del business, e le Istituzioni devono agevolare la nostra specificità consentendoci di lavorare con regole semplici, chiare e uniformi in campo aeroportuale, doganale e urbano”.   “L’insieme delle dinamiche analizzate ci ha permesso di identificare le policy necessarie a supportare il settore e più in generale l’export delle PMI, all’indomani di un’emergenza sanitaria che ha accelerato la trasformazione digitale del Paese. Sostenibilità e semplificazione sono le linee guida di questo piano di intervento per il mondo dei corrieri aerei espressi, in termini sia di transizione verso veicoli a minor impatto ambientale, sia di semplificazione normativa, di regole uniformi che facilitino la pianificazione degli investimenti negli hub aeroportuali nazionali e di una regolamentazione più efficiente” ha concluso Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalisation Luiss Business School.  L’evento, che si è tenuto presso la sede Luiss Business School di Villa Blanc, ha visto la partecipazione dei principali interlocutori dei soci AICAI, un panel di alto profilo composto da Giuseppe Catalano, Coordinatore della struttura tecnica di missione del Ministero dei Trasporti, Carlo Ferro, Presidente dell’ICE, Giovanna Laschena, Vice Direttore Centrale Economia e Vigilanza Aeroporti, ENAC – Ente Nazionale Aviazione Civile e Marcello Minenna, Direttore Generale dell’Agenzia delle Dogane. In streaming sono intervenuti anche Marco Granelli, Assessore alla Mobilità del Comune di Milano e Coordinatore del Tavolo Mobilità ANCI e Enrico Stefano, Presidente Commissione Servizi Pubblici Locali ANCI e Presidente III Comm.ne Consiliare Permanente Mobilità, Comune di Roma. Insieme ad Andrea Ferro di Radio 24 e ad altri due tra i massimi esperti italiani del settore trasporti, Vincenzo Visco Comandini e Massimo Marciani, è stato avviato un dibattito sugli output del Libro Bianco presentati dai Professori Matteo Caroli e Umberto Monarca di Luiss. SFOGLIA IL LIBRO BIANCO EXECUTIVE SUMMARY ITA EXECUTIVE SUMMARY EN 24/9/2020

24 Settembre 2020

InterXion: «Fondamentale estendere rete unica ai data center»

L'intervista al Ceo per l'Italia Alessandro Talotta oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   C'è un ampio margine di crescita nel settore dei data center in Italia, «in particolare al centro e al Sud Italia» e, a facilitare questa tendenza, «sarà senza dubbio lo sviluppo delle nuove tecnologie e del sempre maggior numero di utilizzatori di servizi digitali da parte dei clienti finali». È la posizione, nell'intervista a DigitEconomy (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di Alessandro Talotta, Ceo per l'Italia di InterXion, gruppo internazionale che progetta e realizza data center, con 40 miliardi di capitalizzazione e 2.800 dipendenti. Dal punto di vista di un'azienda internazionale che ha deciso di investire in Italia qualche anno fa, è, in fin dei conti, positivo il piano nazionale di realizzare una rete unica in fibra. Ed è fondamentale, in quest'ottica, l'estensione del progetto ai data center, «per fare in modo che – dice Talotta, già capo del wholesale di Tim e ceo di Sparkle - i servizi offerti nel mondo digitale possano avvenire con le più alte caratteristiche di qualità e velocità, richieste dagli stessi servizi». Come si presenta, dal punto di vista di una società internazionale come la vostra, il mercato dei data center in Italia, rispetto al panorama europeo? InterXion, che finora ha realizzato circa 50 strutture in Europa, si è recentemente fusa con Digital Realty, una delle maggiori società nel campo dei data center a livello internazionale, assumendo così una dimensione globale. Ad oggi, il gruppo, InterXion A Digital Realty Company, è presente in 6 continenti e, con 40 miliardi di euro di capitalizzazione e circa 2.800 dipendenti, è leader mondiale nel settore della progettazione e realizzazione di data center. L'operazione di fusione è stata dettata dall'esigenza di servire i nostri clienti con il massimo della copertura geografica. Il mercato dei data center si è sviluppato prima nel Nord Europa, ma, se si analizza la crescita del traffico Internet degli ultimi anni, il Sud Europa sta recuperando terreno rispetto ai Paesi nord-europei. L'Italia, con 121 data center, si colloca ai primi posti della classifica Ue per numero di data center ma è ben lontana dai 440 della Germania. Per questo riteniamo che ci sia un ampio margine di crescita del settore nei prossimi anni, in particolare al Centro e al Sud Italia dal momento che la maggior parte dei data center oggi è sviluppata al Nord. A facilitare questa crescita (legata anche al numero di abitanti presenti in Italia), sarà senza dubbio lo sviluppo delle nuove tecnologie e del sempre maggior numero di utilizzatori di servizi digitali da parte dei clienti finali. Come vi ponete rispetto al progetto di rete unica voluto dal governo? Per accedere ai propri data center, InterXion differenzia tra fornitori di infrastruttura e fornitori di fibra ottica. A questo proposito, ritengo che, finché viene rispettata la presenza di più fornitori di fibra ottica all'interno di una infrastruttura, siamo coerenti con la nostra strategia di sviluppo di data center neutrali. L'Italia, da questo punto di vista, va nella direzione opposta rispetto ad altri Paesi europei ma questo non vuol dire che la rete unica non sia positiva per il Paese. Da anni si assiste al dibattito sulla creazione di un campione nazionale per lo sviluppo della fibra ottica, come priorità del Paese, che porterebbe all'accelerazione dell'importante percorso di copertura della fibra ottica in Italia per tutti gli utilizzatori. Si parla anche di un'estensione del piano ai data center, qual è la vostra posizione, partecipereste con una quota azionaria o con una collaborazione? Riteniamo che l'estensione del piano ai data center sia fondamentale, per fare in modo che i servizi offerti nel mondo digitale possano avvenire con le più alte caratteristiche di qualità e velocità, richieste dagli stessi servizi. I data center sono utili anche perché sono degli hub che rendono il sistema molto più efficiente, meno dispersivo e più razionale; basti pensare al risparmio energetico e al conseguente abbattimento delle emissioni di Co2. Di conseguenza, la creazione di nuovi data center può contribuire a rendere sostenibile la pianificazione dello sviluppo di servizi digitali in Italia. La necessità di portare i servizi sempre più vicino al cliente farà aumentare la domanda di data center di medie-piccole dimensioni maggiormente diffusi su tutto il territorio nazionale. Oggi assistiamo al bipolarismo tra Roma e Milano, ma tutte le città metropolitane italiane e le città con un numero di abitanti non inferiore a 300mila saranno presto interessate a sviluppare hub tecnologici per la diffusione dei servizi digitali. Le dimensioni saranno proporzionali rispetto alla densità abitativa, alla concentrazione di poli industriali e alla domanda della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda, invece, la partecipazione azionaria andrebbe analizzato caso per caso. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

24 Settembre 2020

Volpi (Copasir): «Rete unica? Non entriamo nel merito ma tuteleremo la sicurezza»

L'intervista al presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   Lo storage, cioè la conservazione e archiviazione dei dati, a livello europeo «è una cosa che va fatta, e ci sono possibilità di realizzarla anche a livello nazionale». Mentre si parla sempre di più di sicurezza dei dati e della possibilità di allargare la rete unica anche ad altre tecnologie, il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, sottolinea, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), l'importanza di puntare almeno a una sovranità digitale europea e di tutelare «la sicurezza delle reti». Il governo, prosegue, «ha messo a punto formule di garanzia, come il golden power, ma poi mi sembra che l'esercizio non ci sia stato, ci siamo fermati troppo spesso alla declaratoria senza un'applicazione vera e propria» di questo strumento. Riguardo alla rete unica, premesso che il compito del Comitato parlamentare per la sicurezza «non è entrare nei mercati», una volta ottenuta «la fotografia di quello che si costruisce, noi cercheremo di dare un contributo nell'interesse nazionale della sicurezza. Non abbiamo preferenze, tutti abbiamo la necessità di avere un Paese moderno con una capacità tecnologica avanzata». E dopo metà ottobre il Copasir inizierà a occuparsi della partita della banda ultra larga, ascoltando anche i protagonisti del settore. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l'importanza di avere una sovranità digitale europea. Qual è la posizione del Copasir sulla tutela dei dati in Italia? Si parla da parecchio tempo almeno dello storage a livello europeo di dati, è una cosa che va fatta, ci sono possibilità di realizzarlo anche a livello nazionale.  Inoltre noi in Italia abbiamo una posizione variegata, a vari livelli istituzionali: lo Stato nazionale, l'Europa, l'alleanza Nato. I protocolli di sicurezza non sono tutti uguali, non tutti i Paesi della Ue sono nella Nato e viceversa. Sarebbe molto importante arrivare a un protocollo comune, almeno a livello europeo, più ampio e condiviso possibile. Noi come Comitato abbiamo sempre portato avanti il discorso sulla sicurezza, il problema di tutti è il tempo, e non è un problema solo tecnico ma geopolitico. Qual è la vostra maggiore preoccupazione, anche in vista della visita in Italia del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, prevista per il 29 settembre? E' evidente che tutti i giorni ci sono notizie più o meno inquietanti rispetto alla proattività di qualche grande Paese. La nostra posizione l'abbiamo già espressa nel nostro rapporto sul 5G, una preoccupazione che riguarda la sicurezza delle reti. E quando esprimiamo timori lo facciamo perché abbiamo delle evidenze. A livello internazionale il nostro maggior alleato, gli Stati Uniti, ha espresso in più occasioni la richiesta di avere delle reti sicure, minacciando di non condividere dati di intellingence e sensibili. Penso sia uno degli elementi centrali. A fronte di questa nostra posizione, il governo ha messo a punto formule di garanzia, come il golden power, ma mi sembra che l'esercizio non ci sia stato, ci siamo fermati troppo spesso alla declaratoria senza l'applicazione vera e propria. Sono convinto che il golden power vada sicuramente utilizzato in un settore come quello delle tlc, vada utilizzato per l' alta tecnologia e per le piattaforme finanziarie. Sul progetto di rete unica avete in programma audizioni con i diretti interessati? Al momento, tre mesi fa, abbiamo ascoltato solo Open Fiber, per un semplice motivo, stiamo finendo e per metà ottobre chiudiamo l'attività di analisi sul settore bancario-assicurativo, assolutamente prioritaria. Fatto ciò, l'intenzione è di passare ad altre tematiche strategiche seguendo due grandi filoni: da una parte l'industria e l'energia, dall'altra la difesa ed aerospazio. All'interno di questi grandi settori c'è anche la partita della banda ultra-larga. D'altronde, parlando di rete unica, noi abbiamo un compito che è quello di non entrare nei mercati. Il nostro obiettivo è quello di ragionare sulla sicurezza di ciò che viene fatto. Tuteleremo, guarderemo alla sicurezza, e qualora l'operatore avesse compartecipazioni o rapporti che riguardano la parte tecnologica tali da essere individuati come critici, questo aspetto sarà da segnalare. Soprattutto se ci sono società cinesi coinvolte. Le esperienze internazionali ci hanno dimostrato che la preoccupazione, in questo caso, esiste. La Cina è un grande Paese, vanno certamente intrattenuti rapporti, ma è un Paese che utilizza una certa aggressività nel provare la sua primazia. Sul tema abbiamo esposto preoccupazioni in maniera formale e informale più volte al governo, attraverso il documento presentato alla Camera, ma anche con sollecitazioni apparse sulla stampa. E' una preoccupazione estremamente condivisa all'interno del Comitato, non va contro il governo, ma ci aspettavamo e ci aspettiamo azioni precise da parte dell'esecutivo. Il dato di fondo riguarda il posizionamento complessivo nella politica estera, da che parte deve stare l'Italia. E' arrivato il momento delle grandi scelte. Di fronte alla possibilità di aprire il progetto di rete unica anche ad altre tecnologie, qual è la posizione del Comitato? Ottenuta la fotografia di quello che si costruisce, noi cercheremo di dare un contributo nell'interesse nazionale della sicurezza. Non abbiamo preferenze, tutti abbiamo la necessità di avere un Paese moderno, di avere una capacità tecnologica avanzata, con una copertura massima delle aree visto lo spostamento grande, avvenuto con il Covid, dalle attività materiali a quelli immateriali. Il nostro compito è agevolare il meglio che ci possa essere nel rispetto della sicurezza. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

24 Settembre 2020

Calcagno: «Allargamento della rete unica ai data center? Meglio procedere per step»

L'intervista all'amministratore delegato di Fastweb oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore: «La rete unica non ci sarà mai, è una semplificazione della politica» SFOGLIA IL REPORT COMPLETO   Il progetto della rete unica «è una semplificazione della politica» visto che in Italia ci sono già diverse reti su fisso, mobile e Fwa. E anche le polemiche sulla posizione della Ue sono «strumentali» dato che ad oggi l'unico accordo sulla rete notificato alle autorità italiane è quello su Fibercop, la società del network secondaria di Tim che va dagli armadietti alle strade. A rimarcare la sua posizione, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) è Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb, una delle società nella partita della rete unica visto che ha conferito in Fibercop la sua partecipazione del 20% nella joint venture con Tim Flashfiber, avendo in cambio una quota del 4,5 per cento nella newco. E l'allargamento del perimetro a data center e 5G? «Più elementi si conferiscono nella rete unica, è più – dice Calcagno, di recente autore del libro "Get in the game-La sfida della crescita" - la complessità aumenta». Meglio procedere per step. Dottor Calcagno, quali sono le priorità per la digitalizzazione del Paese? Parlare solo di infrastruttura è limitante, quello che serve è procedere con una rivoluzione culturale nel percorso di digitalizzazione del Paese in modo da accompagnare l'evoluzione dell'infrastruttura. Oltre a parlare del perimetro della rete bisogna cioè iniziare a lavorare sui contenuti, lavorando a livello di sistema, a partire dalle università, accompagnando tutto ciò con i finanziamenti necessari. Fastweb è in prima fila per Fibercop, che cosa ne pensate dell'idea di allargare il perimetro a 5G, data center, nuove tecnologie? A mio parere più elementi si conferiscono nella rete unica, più la complessità aumenta. Bisogna realizzare il progetto procedendo per step. E riguardo ai timori derivanti dalla posizione della Ue sulla rete unica? Si tratta di polemiche strumentali. A oggi non c'è neanche nulla di formalmente notificato. L'unico progetto effettivamente al vaglio delle istituzioni è quello di Fibercop, e saranno anche le autorità italiane, tipo l'Agcom, a ragionarci sopra. Lei ha sempre sostenuto che in Italia non ci sarà mai una rete unica. Sì, a mio parere il concetto di rete unica è una semplificazione della politica: non ci sarà mai una rete unica. Nel nostro Paese, infatti, ce ne sono già almeno tre sul fisso, quattro sul mobile. E anche sul fixed wireless ce ne sono già almeno due estese a livello nazionale. Qual è allora la strada da preferire? Si può invece parlare di co-investimenti, è quello che noi abbiamo fatto da quando siamo nati, con Aem, con Metroweb, adesso con Tim. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

24 Settembre 2020

Atos: «Bene rete unica, problematico ampliarla ai data center»

L'intervista all'amministratore delegato Giuseppe Di Franco oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   Una «coesione tecnologica» creando dei campioni europei capaci di competere con Usa e Cina. E' questa, secondo Giuseppe Di Franco, amministratore delegato del gruppo dei servizi digitali Atos Italia, la strategia da seguire in un momento cruciale per la digitalizzazione del nostro Paese e dell'Europa con il recovery fund all'orizzonte. Guardando allo scenario italiano, per Di Franco va nella direzione giusta la creazione di una rete unica infrastrutturale in banda ultra-larga mentre si spinge troppo in là il progetto di ricomprendere nella società della rete anche le altre tecnologie, come data center, cloud e 5G. «Mentre per la rete concordo sull'avere una copertura di tipo nazionale, penso – dice a DigitEconomy, report del Sole 24 Ore-Radiocor e della Luiss Business School - che il respiro dell'evoluzione tecnologica possa e debba avere una dimensione europea». Come vede il mercato italiano dei data center e del cloud, anche alla luce dell'arrivo del recovery fund? Questa crisi ci ha insegnato a livello europeo la necessità di avere una coesione nella tecnologia per non essere schiacciati dai due poli di Usa e Cina. Serve cioè una sovranità digitale europea. Noi siamo tra i fondatori di Gaia X, che ha l'obiettivo di creare un framework di riferimento per chi opera nel settore del cloud con l'obiettivo di tutelare i dati e la privacy dell'informazione. Le aziende che operano in Europa devono essere compliant alle normative e garantire la sicurezza nella gestione dei dati. La dimensione europea del digitale è un elemento molto importante, credo che caratterizzerà gli sviluppi futuri in questo settore in Europa, anche grazie alla spinta importante dell'Ue. Qual è la vostra politica sul fronte della sicurezza dei dati?  L'evoluzione della tecnologia si muove secondo tre direttive: la digitalizzazione, la decarbonizzazione e la sicurezza.  Noi abbiamo associato la tematica dei big data a quella della sicurezza, anche da un punto di vista di organizzazione aziendale, perché le due cose sono strettamente collegate. L'obiettivo della decarbonizzazione, invece, è strettamente legato a quello della digitalizzazione: digitalizzare vuol dire anche decarbonizzare. E la decarbonization è un obiettivo concreto, che guida le scelte di business nostre e dei nostri clienti. Qual è la posizione di Atos rispetto alla creazione in Italia  di una rete unica in fibra ottica? Penso che la rete unica sia molto importante in una logica di investimento, consente di evitare la duplicazione degli investimenti e raggiungere aree territoriali che oggi non lo sono. E sull'allargamento ad altre tecnologie tipo big data e 5G?  Pensare a un'unificazione anche della gestione dei dati è andare ben oltre, potrebbe esporre anche ad altri tipi di rischi e problematiche. Le aziende devono poter operare anche in un regime di concorrenza, tutto ciò va salvaguardato in un'ottica di innovazione.  Probabilmente, inoltre, anche la scala di queste tematiche non è nazionale ma europea. Mentre per la rete concordo sull'avere una copertura di tipo nazionale, penso che il respiro dell'ulteriore evoluzione tecnologica possa e debba avere una dimensione europea. E' molto importante per poter competere con le realtà cinesi e americane. Penso sia molto difficile che esclusivamente a livello italiano si raggiunga un'adeguata massa critica e una capacità di investimento per poter competere. Il rischio è altrimenti di essere eternamente subalterni. A che punto è il progetto del supercomputer per Leonardo che avete annunciato di recente?  Stiamo già in fase realizzativa, per fine anno avremo dei risultati concreti. Leonardo ha una politica molto interessante che riguarda lo sviluppo di un centro di competenza digitale, credo che a ragione si stia candidando per essere uno dei soggetti a livello italiano che può seguire l'evoluzione d'importanti realtà nazionali. Leonardo è un assoluto connubio di realtà nazionale e capacità di svolgere investimenti di respiro europeo. Quello sul supercomputer è in progetto ambizioso, ma porta a obiettivi molto stringenti in breve termine. Altri progetti in vista? A Bologna, dove è stata stanziata l'agenzia per la metereologia europea, si stanno facendo investimenti molto significativi. Stiamo creando per l'agenzia un centro di supercalcolo e stiamo competendo con altre aziende su un investimento molto importante che sta facendo il consorzio interuniversitario Cineca. Ultimamente avete firmato anche un contratto con la Rai per la gestione di RaiPlay. Che prospettive si aprono nel mondo della streaming tv?  Per RaiPlay ci occupiamo dell'intero flusso di digitalizzazione dell'informazione, consentendo l'automazione e la gestione di tutti i servizi digitali relativi alla piattaforma RaiPlay. Per le Olimpiadi siamo partner da più di 20 anni. D'altronde il canale digitale per i giochi olimpici è diventato più grande di 10 volte di dimensione rispetto a quello tv. In questo contesto appare evidente l'importanza della tematica della sicurezza e dell'afffidabilità, esempio di grandissima trasformazione. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2020

17 Settembre 2020

Jerusalmi: «Finanza sostenibile, l'impegno di Borsa Italiana continuerà a crescere»

Il ceo di Borsa Italiana racconta a SustainEconomy24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore, il lavoro per diffondere sul mercato la cultura della sostenibilità. Sensibilità "molto alta" tra le quotate e 120 titoli tra green e social bond   Facilitare l'incontro tra imprese ed investitori e diffondere sul mercato italiano la cultura della sostenibilità: un impegno  per un "percorso virtuoso" che Borsa Italiana punta a far crescere nei prossimi anni. L'amministratore delegato, Raffaele Jerusalmi, in una intervista a SustainEconomy.24, il report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Busines parla di una sensibilità "molto alta" delle società quotate italiane con il segmento dedicato ai green e social bond di Borsa Italiana che quota circa 120 titoli e continua a crescere. E illustra uno scenario di consapevolezza, ancora   più saldo di fronte alla pandemia. Una crescita economica e finanziaria improntata alla sostenibilità deve essere una priorità per il nostro Paese. Come si muove Borsa Italiana? Quale ruolo e quali strumenti state adottando? E come si muoverà in futuro? «Il nostro ruolo è quello di facilitare l'incontro tra imprese e investitori, la raccolta di capitali destinati a imprese e strumenti sostenibili e diffondere sul mercato italiano la cultura della sostenibilità. Un impegno che crescerà nei prossimi anni. Borsa Italiana, per esempio, ha organizzato lo scorso luglio l'Italian Sustainability Week, un roadshow tra imprese e investitori, interamente dedicato ai temi della sostenibilità. Cinquanta aziende, per una capitalizzazione di mercato aggregata di circa 290 miliardi di euro, il 55% dei mercati italiani, hanno incontrato 180 investitori per discutere le proprie strategie di crescita sostenibile. Lanciammo questo evento tre anni fa, prima Borsa al mondo a organizzare un roadshow tutto dedicato a temi Esg, e oggi abbiamo risultati al di sopra delle migliori aspettative». Dal vostro punto di vista le società quotate di Borsa italiana come stanno rispondendo? Che sensibilità riscontrate verso questi temi? «Una sensibilità molto alta. Del resto l'Italia si colloca ai primi posti nel mondo per attenzione a questi temi. Pensiamo al numero di B Corporate presenti nel nostro Paese o ai numeri che citavo prima a proposito della Sustainability Week. Del resto è ormai evidente che la sostenibilità sia un elemento di attrattività per nuove risorse, non solo finanziarie. Molte imprese hanno compreso l'importanza delle loro politiche di sostenibilità a supporto del recruiting dei migliori talenti. Trovo che ci sia molta attenzione da parte delle imprese italiane ad agire con trasparenza e coerenza, evitando atteggiamenti superficiali, siano "green washing" o marketing che strizzino l'occhio alla moda e che possono tradursi in veri e propri boomerang sul piano reputazionale». Si può arrivare ad un capitalismo sostenibile? «Credo ci si debba impegnare seriamente a mitigare eccessi o a ridurre gli abusi delle risorse produttive. In questo senso, la strada tracciata dall'Onu con gli SDGs è una possibilità molto concreta che va assolutamente colta e che può trasformare i nostri sistemi produttivi, facendo anche tesoro dell'esperienza vissuta durante la pandemia. Non dimentichiamo che l'Ue ha adottato il regolamento sulla tassonomia delle attività sostenibili, un altro passo avanti in questa direzione». A proposito dei nuovi strumenti finanziari, Green bond, investimenti in sostenibilità, li ritenete un approccio valido? I numeri sono importanti? «Il segmento dedicato ai green e social bond di Borsa Italiana quota circa 120 titoli e continua a crescere. Il raggiungimento degli SDGs richiede risorse per investimenti e noi stiamo svolgendo un ruolo importante nel favorire la raccolta delle risorse necessarie a questi investimenti. Il mercato è già molto sviluppato e crescerà ancora. Emittenti di qualità si impegnano su obiettivi sostenibili garantendo ritorni agli investitori e vantaggi per tutta la comunità. È un processo virtuoso su cui siamo sempre più impegnati». Stiamo vivendo una grave crisi innescata dall'emergenza Covid-19. Cosa è cambiato nel rapporto tra investitori, aziende e regolatori? E può accelerare o frenare il percorso verso un ecosistema finanziario sostenibile? «Credo che la pandemia abbia rivelato i punti di forza e le crepe del nostro sistema economico e sociale, ma soprattutto ha evidenziato la nostra interdipendenza reciproca. Nella comunità finanziaria c'è molta consapevolezza che ognuno deve fare la propria parte per continuare a supportare l'economia garantendo, nell'immediato, i mezzi necessari per ripartire, e poi, una crescita sostenibile e durevole per tutti». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  17/9/2020

17 Settembre 2020

Giovannini (ASviS): «Al Paese serve un Piano di resilienza»

 I vantaggi della svolta sostenibile di finanza e imprese e l'accelerazione innescata dalla pandemia. Ma anche il Piano di ripartenza del Governo. Enrico Giovannini, portavoce di ASviS, Alleanza per lo sviluppo sostenibile, ne parla in una intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor   La pandemia ha accelerato la svolta sostenibile della finanza ma anche delle imprese e ha accresciuto anche la presa di coscienza della società. Enrico Giovannini, portavoce di AsVis, Alleanza per lo sviluppo sostenibile, in una intervista a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, sottolinea i vantaggi dalla scelta sostenibile e la necessità per il Paese di un piano di ripartenza ma soprattutto di resilienza trasformativa. Su questo l'ex ministro invita il Governo a non commettere errori. Per non rischiare bocciature dall'Ue. Sostenibilità: una parola usata e abusata. Nell'economia e finanza è una moda o una priorità? «È una priorità e la pandemia ha accelerato questo cambiamento, lo dicono i sondaggi, lo dicono i dati, le banche di investimento che hanno visto un orientamento ancora più forte dei risparmiatori verso fondi di investimento sostenibili e responsabili. Ma non è una sorpresa, questa crisi ha reso evidente che il livello di rischi cui siamo sottoposti. Questo cambiamento sta avvenendo per una presa di coscienza che già era in atto ma che ora coinvolge molte più persone di quante ne toccava prima». Quindi, secondo lei, la pandemia di Covid-19 ha accelerato il cambiamento? «La pandemia sulla finanza è stata certamente un acceleratore ma anche sulle imprese. I dati Istat mostrano che la quantità di imprese che a maggio erano già pronte a ripartire era del 20% per quelle imprese che prima della crisi non avevano scelto lo sviluppo sostenibile e del 40% tra le imprese che già prima avevano scelto la sostenibilità come visione strategica. Una differenza coerente con i dati già noti secondo cui le imprese che hanno scelto la sostenibilità hanno guadagni di produttività superiori fino al 15% rispetto a chi non la aveva scelta». Dal lato, invece, del Governo e della politica, quali misure dovrebbero essere adottate e quali risorse messe in campo? «A maggio come AsVis abbiamo presentato un rapporto che faceva una analisi dell'impatto della crisi ed evidenziava le politiche da mettere in campo. Le priorità erano: transizione ecologica, transizione energetica , transizione all'economia circolare, lotta alle disuguaglianze, digitalizzazione, semplificazione soprattutto per accelerare il percorso di uso dei fondi europei. Era l'inizio di maggio e oggi si parla esattamente di questi temi che ribadii anche come membro del comitato Colao che, non a caso, le tre priorità che indicava a giugno erano: transizione ecologica, digitalizzazione e lotta alle disuguaglianze poi fatte proprie dalla Ue. Quindi il piano italiano deve essere di ripresa e resilienza (parola che viene dimenticata quando di parla di Recovery Fund) che sono gli assi portanti. La ragione per cui insisto sulla resilienza è perché la resilienza trasformativa, cioè non tornare indietro ma sfruttare la crisi per rimbalzare avanti, è diversa ed è diventata il mantra della Commissione Ue che nel rapporto della scorsa settimana mette la resilienza trasformativa al centro usufruendo dei lavori che io e altri abbiamo fatto per 4 anni proprio per la Commissione. E sottolineo ancora resilienza perché l'Ue vuole che noi con questi fondi diventiamo meno fragili e vulnerabili, così potremo fronteggiare da soli le prossime crisi senza aver bisogno dei fondi degli altri. Per far capire la differenza rispetto al parlare solo di ripartenza.. Se non lo capiamo rischiamo già nel dibattito pubblico, ma sono sicuro che il Governo non farà un errore del genere, di vederci bocciati una serie di progetti perché non vanno in questa direzione, perché le precondizioni per l'accettazione dei progetti sono che vadano a favore di trasformazione ecologica, digitale e rafforzino la resilienza economica e sociale Questo dimenticare che l'iniziativa non si chiama Recovery Fund ma Next Generation, e che la facility che viene messa in capo si chiama Recovery and Resilience, speriamo non sia foriero di una impostazione sbagliata del piano italiano ma sono sicuro che il Governo non farà questo errore».  Dal prossimo 22 settembre promuovete l'edizione 2020 del Festival dello Sviluppo Sostenibile. Quale messaggio volete dare? «Quest'annno abbiamo dovuto spostare il Festival da maggio-giugno a settembre-ottobre e si chiuderà l'8 ottobre, alla presenza del presidente del Consiglio, quando presenteremo il nostro piano che non potrà che ribadire le nostre proposte di maggio. Passeremo tre messaggi principali: il primo, nonostante la crisi avremo oltre 300 eventi e questo conferma lo straordinario interesse della società italiana per questi temi; secondo, è il momento chiave per cambiare le politiche ma anche i comportamenti di imprese e individui; terzo, daremo molto spazio ai giovani e alla loro visione di che cosa bisogna cambiare perché su di loro insisterà il debito che creeremo per rispondere alla crisi. Elementi importanti e ci aspettiamo che l'attenzione della società nel suo complesso possa crescere. Siamo a cinque anni dall'avvio dell'agenda 2030 e ci restano solo 10 anni che sono pochi, per realizzare quegli obiettivi». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  17/9/2020

17 Settembre 2020

Passera: «Un nuovo paradigma, fare utili in sostenibilità»

Il fondatore e amministratore delegato di illimity racconta l'approccio alla sostenibilità della banca, oggi su SustainEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore – Radiocor   «Come banca abbiamo scelto di fare un'attività imprenditoriale orientata non solo all'utile, ma anche ad essere utili». Corrado Passera, fondatore e amministratore delegato di illimity racconta a SustainEconomy.24, il report di Luiss Business School e Radiocor Il Sole 24 Ore, la sua visione di sostenibilità nel settore finanziario e l'approccio alla sostenibilità di illimity Bank.  Un modello di banca, un nuovo paradigma, ancora più utile in questo periodo di ripartenza.   Nell'epoca odierna dove nei Paesi il malessere sociale aumenta, la crescita e il lavoro sono insufficienti, le diseguaglianze diventano insostenibili il capitalismo è da buttare o da correggere? «Da fare evolvere. Ormai è chiaro che va superata l'interpretazione superficiale del pensiero di Adam Smith secondo cui la somma degli interessi, se non addirittura degli egoismi individuali porta automaticamente al bene comune. Il bene comune si raggiunge con una responsabilità condivisa dell'intera comunità, ovvero degli individui, delle imprese, della politica. Dallo sforzo delle singole persone, alla grande attività di volontariato e del terzo settore, fino ad arrivare al ruolo centrale che hanno le imprese nel disegnare strategie e processi che siano sempre più attenti alla sostenibilità».  Quanto è importante per il settore bancario concentrarsi sulle tematiche di sostenibilità e quali sono le risposte concrete che sta dando rispetto alle tematiche ambientali, sociali e di governance? «Molte banche – e illimity certamente è tra queste - stanno ponendo sempre maggiore attenzione alla sostenibilità nella loro strategia. In questo senso la spinta data dal decreto sull'obbligo di rendicontazione non finanziaria ha giocato certamente un ruolo, ma è facile distinguere chi ne parla solo per semplice compliance o addirittura per pura strategia di marketing. L'Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite chiamano in generale tutto il settore privato all'azione e anche il settore finanziario a fare la loro parte. E finalmente ci sono prese di posizione forti da parte di alcuni grandi gruppi a impegnarsi concretamente. Sul fronte ambientale l'impronta ecologica diretta del settore bancario è sicuramente meno marcata rispetto a molti comparti industriali. Gli impatti indiretti possono però essere rilevanti, ad esempio attraverso l'integrazione degli ESG nella valutazione del merito creditizio o un approccio rigenerativo nella gestione dei cosiddetti non performing loans». Come integrare la sostenibilità con il business e come ciò può tradursi in strategie e servizi al cliente e alla comunità? «Nel caso di illimity la sostenibilità fa parte del nostro impegno a comportarci da azienda responsabile che significa essere impresa che fa utili facendo cose utili. Abbiamo scelto di specializzarci in attività di credito e investimento in attività tipicamente poco servite dalle banche tradizionali: credito di sviluppo e di ristrutturazione alle Pmi e corporate distressed credits. Si tratta di mondi enormi il cui andamento può fare la differenza nella crescita e nell'occupazione del nostro Paese. A queste attività si aggiunge un fortissimo impegno a diffondere i più innovativi servizi di digital banking che, a loro volta, possono contribuire alla modernizzazione del sistema Italia. Quali sono i principali punti della strategia Esg di illimity? Il primo anno ci ha visto subito impegnati nella costruzione delle fondamenta della nostra strategia di sostenibilità. Il non avere "legacy" ci ha permesso di disegnare il nostro approccio ai temi Esg adottando le migliori pratiche, e ideandone di nuove, grazie al coinvolgimento di tutte le funzioni aziendali. Abbiamo scelto infatti di integrare le tematiche di sostenibilità all'interno delle varie policy e delle varie procedure aziendali anziché aggiungerne di parallele. Per identificare le priorità abbiamo coinvolto oltre 700 stakeholder interni ed esterni. Sin dal primo anno è stato costituito il Comitato endoconsiliare di Sostenibilità con l'obiettivo di dare supporto propositivo e consultivo al Consiglio di Amministrazione. Il tutto si è tradotto nella pubblicazione del nostro primo Profilo di Sostenibilità attraverso il quale abbiamo voluto raccontare con i fatti il nostro impegno di essere banca di nuovo paradigma anche da questo punto di vista. Guardando al futuro, ci guida la volontà di integrare la sostenibilità in tutti i processi e le attività del Gruppo bancario come presupposto strategico per una crescita responsabile di tutte le nostre Divisioni. Per questo abbiamo anche avviato l'integrazione dei fattori Esg nella valutazione del merito creditizio e iniziative concrete di diversity & inclusion che riguardano tutti i nostri 550 collaboratori. L'emergenza Covid-19 ha determinato una situazione di profonda incertezza che porta con sé conseguenze non solo sanitarie ma anche sociali ed economiche. Come sta reagendo illimity all'attuale momento storico? «Da un punto di vista operativo l'essere totalmente digitali e sul cloud ci ha permesso di garantire continuità operativa pur essendo passati tutti in smart working. Dal punto di vista dell'impatto esterno, il modello illimity si sta dimostrando ancora più utile alla luce dell'attuale situazione. Una banca che di mestiere fa finanziamenti alle aziende che vogliono crescere, finanziamenti alle aziende che si vogliono ristrutturare, finanziamenti e acquisti di crediti di aziende che hanno avuto difficoltà ma hanno ancora del potenziale da sfruttare se era utile prima dell'emergenza Covid-19, lo è ancora di più da ora in avanti. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  17/9/2020

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