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10 Settembre 2020

Ntt Data: «Bene il progetto di rete unica, estensione ad altre tecnologie non dà gli stessi benefici»

L'intervista all'ad per l' Italia ed Emea, Walter Ruffinoni, oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore   Bene il progetto di rete unica, che sarà un «acceleratore per lo sviluppo della rete fissa», ma l'estensione ad altre tecnologie, come sostenuto oggi in audizione alla Camera dal ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, «potrebbe non portare altrettanti benefici, soprattutto in termini di diversificazione d'offerta e competizione ». Lo sostiene, nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore-Radiocor e Luiss Business School) Walter Ruffinoni, ceo di Ntt data Italia ed Emea, precisando che il gruppo non è comunque interessato a entrare direttamente nel progetto rete unica. Ntt, d'altronde, «ha recentemente investito a livello azionario in Nec, una società che attraverso i suoi prodotti altamente tecnologici permette di abilitare la rete e le soluzioni innovative di domani». Si parla di allargare la rete unica ad altre tecnologie, come il 5G, i data center. E' un percorso auspicabile? La rete unica fungerà sicuramente da acceleratore per lo sviluppo della rete fissa, in particolare della fibra, che richiede importanti investimenti infrastrutturali, difficilmente sostenibili dai singoli operatori. Tuttavia l'estensione ad altre tecnologie potrebbe non portare altrettanti benefici, soprattutto in termini di diversificazione d'offerta e competizione. La rete mobile ultra broadband, con tutte le potenzialità del 5G, sarà un alleato importante nel ridurre il digital divide in Italia, garantendo una copertura capillare del territorio e, guardando a quanto accade in Europa e nel resto del mondo, il modello che si sta rivelando vincente per le reti mobili è il co-investimento fra operatori, che permette di condividere il rischio degli investimenti, ma mantiene viva la competizione e favorisce la varietà dei servizi. Nel caso di un'apertura del concetto di rete unica, voi sareste interessati a coinvestire o a partecipare a livello azionario? La nostra holding Ntt ha deciso di entrare non direttamente in questo settore. Ntt ha infatti recentemente investito a livello azionario in Nec, una società che attraverso i suoi prodotti altamente tecnologici permette di abilitare la rete e le soluzioni innovative di domani. All'orizzonte per la digitalizzazione dell'Italia ci sono parte dei fondi del Recovery plan. Come dovrebbero essere utilizzati e a cosa indirizzarsi preferibilmente? Dalla riforma della Pa, alla transizione energetica, alle infrastrutture sono tante le aree su cui potremo lavorare grazie al Recovery Fund. Abbiamo davanti a noi l'opportunità per accelerare la trasformazione del nostro Paese e avvicinarci ad un nuovo modello di società, l'Italia 5.0, più sostenibile e in cui la tecnologia è a misura e al servizio delle persone.  La rete unica è una grande occasione per realizzare una nuova nazione digitale, che, grazie a una migliore copertura nazionale, permette ai territori di essere connessi. In questo modo è possibile il recupero e rafforzamento del territorio, specialmente quelli più remoti che geograficamente hanno delle peculiarità che hanno frenato gli investimenti in infrastrutture. Avere i territori locali più forti permette al Paese una migliore risposta anche a situazioni come la recente pandemia. L'area fondamentale su cui investire è la formazione, per preparare le generazioni future, e non solo, a sfruttare appieno le potenzialità delle nuove tecnologie non solo a livello professionale, ma anche nella vita quotidiana.  I giovani saranno i cittadini e i professionisti di domani e Ntt Data investe da tempo su di loro portando la tecnologia nelle scuole elementari e medie con le lezioni di coding e coltivando rapporti con i maggiori atenei italiani. Investire sull'avvicinamento dei giovani al digitale significa infatti muovere un passo importante verso una società più inclusiva, incoraggiando anche bambine e ragazze ad avvicinarsi al mondo della tecnologia e della scienza, in cui generalmente c'è una minore presenza di donne. Quali sono i vostri piani di sviluppo in Italia nel post Covid, anche a livello occupazionale? Nonostante nella prima fase dell'anno siamo riusciti a contenere l'effetto negativo dell'emergenza Covid, ci aspettiamo comunque un contraccolpo sul business. Il periodo che abbiamo vissuto ha causato un'accelerazione dei processi di trasformazione digitale, soprattutto nelle aziende che durante il lockdown fornivano al Paese i servizi essenziali. Come Ntt Data, durante i mesi passati abbiamo accompagnato diverse aziende in questo percorso di trasformazione, riuscendo a portare a termine diversi progetti completamente in remote working, come un progetto di realtà virtuale e altre infrastrutture chiave. Nel nostro caso l'emergenza non ha frenato le assunzioni, anzi: abbiamo continuato ad assumere anche durante il lockdown, con l'ingresso in azienda di oltre 200 giovani.  È difficile dire cosa accadrà in futuro, ma ci auguriamo che il supporto importante del Recovery Fund segni l'inizio della ripresa dell'Italia, con un focus su formazione e Sud a livello Paese. Anche noi come azienda riteniamo importante investire su queste aree e speriamo di continuare nello sviluppo delle nostre sedi meridionali e  nelle assunzioni dei giovani e delle giovani. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/9/2020

10 Settembre 2020

Soru: «allargare il progetto di rete unica a 5G e data center  è un passaggio naturale»

Su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore, la posizione di Renato Soru, Presidente e AD Tiscali, sul progetto di  un unico network che «combacia con le regole europee»     La rete unica per portare la connettività in tutto il Paese, come disegnata dagli ultimi accordi raggiunti a fine agosto «combacia con le regole europee» e piace anche ad operatori alternativi come Tiscali che «in passato avevano sognato anche molto meno di quello che sta accadendo oggi». Lo sostiene Renato Soru, presidente e amministratore delegato di Tiscali, spiegando che gli operatori si accontentavano «anche di una società totalmente separata a controllo Tim mentre oggi si parla di una società separata con una pluralità di azionisti che hanno potenzialmente un interesse diverso da quello dell'azionista principale». L'eventuale ingresso dello Stato con Cdp, è poi garanzia «sull'effettivo ruolo e sull'indipendenza di questa società». Soru, inoltre, vede bene l'ipotesi di allargare il progetto sulla rete unica alle altre tecnologie come i data center e il 5G: «è un passaggio naturale», dice a DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore-Radiocor e della Luiss Business School. L'accordo tra voi e Tim è piaciuto alla Borsa, entrerete anche nell'azionariato di Fibercop e a che condizioni?  L'accordo che abbiamo sottoscritto ci porta vantaggi economici operativi, accompagnandoci nella trasformazione della società verso la smart telco. Questa intesa si basa sulla norma europea che pone l'obbligo in capo ai promotori di una rete in fibra di realizzarla in maniera aperta, permettendo a tutti di partecipare, o partecipando al capitale della società promotrice come sta facendo Fastweb oppure coinvestendo. Noi, secondo la normativa europea, ci siamo assunti l'obbligo di coinvestire. Ci stiamo impegnando a portare un certo numero di clienti attuali nella vecchia rete in rame e un certo numero di clienti in fibra ottica nei prossimi 10 anni.  In generale il mercato ha effettivamente apprezzato un'operazione che ci permette di ottenere un miglioramento dell'Ebitda già a partire dall'ultimo trimestre 2020, e un incremento a regime nel 2022 di circa 12 milioni di euro annui. E' inoltre attesa una generazione addizionale di cassa, nel biennio 2021-2022, di oltre 35 milioni e a regime, a partire dal 2023, di circa 20 milioni. Crede nella realizzazione di un'unica rete in fibra in Italia con la successiva fusione tra Fibercop e Open Fiber?  Tutta la discussione verte sul fatto se il controllo debba o meno essere in mano allo Stato imprenditore. Io ho due cose da dire: dal punto di vista della politica industriale, opportunamente lo Stato deve avere una partecipazione importante, anzi importantissima, anche se non è necessario che abbia il controllo. Certo bisognerà poi dettare regole favorevoli al mercato e alla competizione e compatibili col fatto che un investimento così grande e rilevante, totalmente capillare e senza dimenticarsi di una casa o di un' azienda, debba mettere a fattor comune tutte le risorse spendibili in questo Paese. Per questo è bene che si crei una rete unica. Il disegno sulla rete unica combacia con le regole europee? Sì combacia, c'è una società separata, non sarebbe diverso da quello che succede nelle ferrovie dove c'è un monopolio naturale o da quello che accade con Snam. Eppure gli operatori alternativi hanno denunciato in passato la mancata parità di trattamento di Tim nei loro confronti e si è arrivati a procedimenti Antitrust conclusi con delle maximulte.  Noi operatori alternativi nel passato abbiamo sognato anche molto meno di quello che sta accadendo oggi. Speravamo in una società della rete totalmente separata da Tim anche se largamente controllata dall'ex monopolista, il massimo che si è ottenuto è una società con una contabilità separata. Ora stiamo parlano di una società separata con una pluralità di azionisti, che hanno potenzialmente un interesse diverso da quello dell'azionista Telecom Italia. Se poi ci dovesse essere anche lo Stato non si può avere un fraintendimento sull' effettivo ruolo e l'indipendenza di questa società.  In secondo luogo, dal punto di vista di Tiscali, i benefici non sono legati alla rete unica, ma all'accordo con Fibercop e con Tim; questi benefici li avremo sia se si realizzerà la rete unica, sia che rimarranno due società in competizione fra di loro. Inoltre noi non avremo l'esclusività con Tim, potremmo comprare al migliore offerente. Premesso ciò, sono dell'idea che sia utile per tutti una rete unica. Come giudica l'ipotesi di allargare la rete unica alle altre tecnologie tipo i data center e il 5G? Penso che abbia molto senso quando si parla di rete unica. Il concetto di rete è, infatti, oggi molto più esteso rispetto alla sola fibra ottica, e quindi si tratta di un passaggio naturale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/9/2020

07 Settembre 2020

Attenti ai passi falsi sulla rete per Internet veloce

Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, pubblicato su la Repubblica Affari & Finanza, 7/9/2020  Il settore delle telecomunicazioni italiano è da anni croce e delizia di analisti e investitori, con il nostro Paese costantemente nelle retrovie dell’indice europeo DESI, che fotografa il livello di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione, anche e soprattutto a causa del forte gap in investimenti infrastrutturali accumulatosi nei lustri. Siamo oggi a uno snodo cruciale: a fronte di un decremento degli investimenti in servizi e dei ricavi, che tra l’altro influiscono a cascata su occupazione e spesa nel settore, occorre infatti stimolare l’economia al fine di rendere meno critica la sostenibilità degli investimenti orientati al lungo termine. Diviene inoltre fondamentale sostenere la spesa in banda ultralarga, con lo scopo di sviluppare una rete avanzata e a prova di futuro che possa arrivare a coprire realmente tutto il Paese e abiliti l’edge computing o servizi in cloud che possano dare stimolo alla competitività delle imprese e in generale generare un significativo impatto positivo sulla vita delle persone. Il ruolo delle istituzioni pubbliche rappresenta una condizione indispensabile per definire e ridisegnare le posizioni competitive nel rinnovato sistema economico globale. Al fine di incoraggiare il flusso di capitali privati verso dotazioni infrastrutturali sostenibili, è comunque necessario comprendere il valore degli associati benefici. In generale, quindi, si tratta di investimenti elevati, dai quali però si attendono ritorni altrettanto cospicui. Primi tra tutti, l’incremento della domanda aggregata attraverso l'aumento della spesa per investimenti, cui si aggiungono i benefici derivanti da economie di scala e da un migliore accesso all'informazione e alla tecnologia, specie nel caso di grandi progetti. In generale, la spesa in reti avanzate rappresenta un potenziale driver di creazione di servizi innovativi erogati dagli operatori del settore. Come Cosa fare per catturare appieno le discusse opportunità? Se da una parte i governi potrebbero invertire le loro attuali politiche di spesa e riprendere il loro ruolo di principali finanziatori dei progetti infrastrutturali, dall’altra gli investitori privati potrebbero essere maggiormente coinvolti nello sviluppo di progetti innovativi. Al tempo stesso, si richiede di adottare un orientamento di lungo periodo - non legato quindi esclusivamente all’emergenza in corso - che permette di distinguere, richiamando il vibrante discorso di Mario Draghi, tra “debito buono e debito cattivo”. È in questo scenario che si colloca il processo, recentemente avviato sotto l’impulso del Governo e guidato dalla leadership di Cassa Depositi e Prestiti, per la realizzazione di una rete unica di telecomunicazioni a banda ultralarga, che sia in grado di superare i conflitti che negli ultimi anni hanno portato a una non ottimizzazione degli investimenti e degli sforzi in campo. Agire velocemente è oggi una priorità strategica, così come non meno importante è salvaguardare la parità di accesso e la competizione sul mercato dei servizi, con un modello di funzionamento della nuova realtà non verticalmente integrato per avere chance di approvazione da parte dell’antitrust: i due obiettivi rischiano di non essere compatibili. Molti infatti sono ancora gli interrogativi, nonostante il ruolo proattivo che CDP sta giocando per assicurare al Paese la possibilità di uscire da uno stallo negoziale che dura ormai da tempo. Le necessarie interlocuzioni e verifiche con le autorità competenti, unite ai tempi di un’operazione finanziariamente e tecnicamente complessa – non possiamo dimenticare ad esempio che le due tecnologie adottate per la fibra fino a casa da Tim e Open Fiber “non si parlano”, che la rete di nuova generazione di Open Fiber per le aree bianche è sviluppata per un committente preciso, ovvero Infratel e dunque lo Stato che ne è il reale proprietario, che il valore degli asset non può che essere determinato da processi di valutazione realizzati con l’adozione delle migliori pratiche e pertanto non necessariamente rispecchieranno i valori auspicati dai diversi attori – determinano un orizzonte temporale per l’ipotesi della rete unica probabilmente di almeno due anni. Quello che appare evidente, tuttavia, è che è necessario stimolare gli investimenti oggi, per garantire la crescita economica e sociale, vero bene pubblico in discussione. In quest’ottica il modello del coinvestimento e della concorrenza infrastrutturale potrebbe favorire un’accelerazione e rimanere in piedi ancora a lungo, in un mercato, quello Europeo, in cui la pratica dominante è la presenza di diversi operatori wholesale che offrono servizi di accesso a tutti alle medesime condizioni. Dobbiamo fare presto e bene, l’Italia non può permettersi un nuovo passo falso in questo settore.

13 Agosto 2020

Luiss Business School riceve l’accreditamento AMBA

Luiss Business School entra nel club delle 300 Business School globali accreditate AMBA. L’accreditamento premia anche la velocità di reazione della Scuola all’emergenza Covid-19 con nuovi programmi in formula digitale   Luiss Business School ottiene l’accreditamento internazionale AMBA – Association of MBAs, uno dei più autorevoli riconoscimenti globali, che certifica la formazione post-laurea di eccellenza in ambito manageriale. L’accreditamento si aggiunge a quello EQUIS, ottenuto nel 2015. Luiss Business School si aggiudica il risultato per l’alta qualità dell’insegnamento, il livello di internazionalizzazione e l’innovazione di tutta l’offerta formativa, a partire dai programmi MBA e Master, alla formazione executive più flessibile e pensata per i professionisti, fino ai programmi personalizzati per le aziende e alle attività di ricerca accademica e applicata. L’accreditamento ha premiato in particolare il forte orientamento umano che caratterizza la cultura della Business School e il legame consolidato con il mondo delle aziende sia in Italia che all’estero. I certificatori AMBA hanno apprezzato inoltre la velocità di reazione della Scuola all’emergenza Covid-19. “Entrare a far parte delle 300 Business School che a livello globale hanno un accreditamento AMBA è per noi motivo di grande soddisfazione”, ha commentato Paolo Boccardelli, Direttore della Luiss Business School. “Il nostro MBA e la nostra Scuola hanno dimostrato di saper rispondere agli elevati standard di qualità richiesti a conferma della giusta direzione del lavoro svolto in questi anni. È stata anche apprezzata la velocità di reazione all’emergenza Covid-19, alla quale abbiamo prontamente risposto con l’erogazione di programmi in formula digitale e la creazione di nuovi percorsi formativi.” “È un piacere dare il benvenuto alla Luiss Business School nel network delle Business School certificate AMBA, leader a livello mondiale” ha dichiarato Andrew Main Wilson, Chief Executive Association of MBAs (AMBA) e Business Graduates Association (BGA). “La Scuola opera con la massima qualità e ha continuato a farlo, nonostante la pandemia di Covid-19, mostrando grande innovazione e adattabilità”.

07 Agosto 2020

Presentazione e Masterclass del Programma di alta formazione in Consulente Legale d’Impresa

Presentazione e Masterclass del Programma di alta formazione in Consulente Legale d’Impresa. Registrati!   L’8 settembre alle ore 16.30 sarà possibile partecipare alla Masterclass online del corso Consulente Legale d’Impresa, un programma di alta formazione della Luiss Business School che mira a formare giovani avvocati, praticanti e neolaureati per ricoprire con successo posizioni da legal counsel in contesti aziendali o in studi professionali italiani e internazionali. La Masterclass offre l’occasione unica di approfondire la struttura del programma, i contenuti dei corsi, e il network di docenti, professionisti e aziende che interverranno durante il programma. Sarà inoltre possibile incontrare virtualmente il Direttore Scientifico del corso Francesco Di Ciommo, avvocato cassazionista e Professore Ordinario di Diritto Privato presso la Luiss Guido Carli che discuterà durante la Masterclass del modello di prevenzione della commissione dei reati da parte degli enti ex d.lgs. 231/2001 e il Career Service Office per scoprire le opportunità di carriera e i dati di placement del corso. Speaker Francesco Di Ciommo, direttore del corso, avvocato cassazionista e Professore Ordinario di Diritto Privato, Luiss Guido Carli Federica Salvato, Coordinatore del corso, Luiss Business School A chi è rivolta la Masterclass La Masterclass è indirizzata a laureati o laureandi in Giurisprudenza. Al termine della Masterclass, in una sessione di Q&A il coordinatore risponderà a tutte le domande e curiosità sui requisiti di accesso al programma, il processo di selezione e i contributi disponibili per i futuri studenti. Per partecipare alla Masterclass è necessaria la registrazione. REGISTRATI 7/8/2020

05 Agosto 2020

La centralità della customer (ed employee) experience

Sia il focus crescente sul “purpose” che l’obiettivo di generazione di valore per tutti gli stakeholder riaffermano la necessità di promuovere – all’interno delle nostre aziende – la cultura della centralità del cliente (e del cliente interno) per garantire risultati sostenibili nel lungo periodo Redatto da Pier Paolo Bucalo, Adjunct Professor presso Luiss Business School e Coordinatore del Comitato Scientifico per l’Executive Programme in “Customer Experience Management”   Lo slogan “Customer is King” non è certamente nuovo, ma negli ultimi tempi il focus sulla customer experience è diventato prioritario per tutte le aziende, in primis per quelle “consumer”. È ormai chiaro come il successo di un’azienda non dipenda più solamente dalle caratteristiche del prodotto o servizio offerto (qualità, prezzo, etc.), ma da come essa si relaziona con i propri clienti, dalle esperienze che fa vivere loro durante l’intera “customer journey”: dal momento in cui il potenziale cliente si avvicina al brand o ne sente parlare, a quando lo stesso analizza l’offerta di prodotti e servizi, fino a quando poi diventa effettivamente cliente e fino a quando lo rimane. Anche un’azienda che investa somme ingenti per creare un prodotto eccezionale o lanciare campagne pubblicitarie memorabili, se prodotto e comunicazione non sono supportati da una customer experience positiva, avrà molte difficoltà ad avere successo. Un cliente soddisfatto è molto meno probabile che lasci l’azienda, ed alle aziende costa molto meno gestire clienti fedeli che acquisirne di nuovi. Un cliente soddisfatto inoltre parla bene dell’azienda agli amici, ed il giudizio positivo degli amici è tra i fattori determinanti quando si tratta di scegliere un prodotto o un servizio. “La Customer Experience (CX) è diventata il nuovo marketing”, ricorda Denise Lee Yohn su Harvard Business Review [1]. La CX influenza la percezione del brand ed impatta la performance del business in modo chiaro e diretto. Secondo Forrester, oggi i consumatori non distinguono tra "brand experience" e "customer experience". Di conseguenza, è opportuno che le diverse funzioni aziendali lavorino insieme per sviluppare una vision unica ed allineare tutte le risorse, affinché la promessa del brand e la brand experience siano messe in connessione con la customer experience. Inoltre, come ci ricorda Charles Dickens: “La prima carità comincia a casa propria”. Se quindi un’azienda è seriamente intenzionata a servire al meglio i suoi clienti finali, è opportuno che non si dimentichi dei propri dipendenti, e investa seriamente sulla Employee Experience (EX). Senza una forza lavoro ingaggiata e motivata, è infatti molto difficile tradurre esperienze individuali in Customer Journey soddisfacenti[2]. Molti progetti volti alla motivazione e valorizzazione dei dipendenti possono essere portati avanti contemporaneamente ai progetti con un focus sulla customer experience, con evidenti sinergie. Se le funzioni CX e EX (Employee Experience) portano entrambe valore all’azienda, quando queste due funzioni sono gestite in modo sinergico, esse creano un vantaggio competitivo sostenibile. Vi sono infatti profonde similarità tra le competenze di cui un’azienda ha bisogno per diventare “best employer of choice” e le competenze necessarie affinché la stessa azienda sia in grado di offrire ai propri clienti una “superior customer experience”. [3] Coerentemente con questo scenario, in numerose aziende, soprattutto nord-americane, si sta in questi ultimi anni diffondendo il ruolo del CXO, Chief Experience Officer, che guida entrambe le funzioni (CX & EX). Affinché questo ruolo possa contribuire – in modo trasversale - a rompere i silos funzionali, viene di solito posizionato come funzione in staff al CEO o General Manager, il cui supporto è indispensabile per la sua efficacia. Qui di seguito alcune tra le principali responsabilità del Chief Experience Officer: Aumentare la conoscenza/comprensione dei Clienti tra i dipendenti; Aumentare la conoscenza/comprensione dei dipendenti nel management; Guidare il disegno e l’implementazione di esperienze destinate a Clienti e dipendenti; Evidenziare e sviluppare sinergie tra CX ed EX; Misurare l’impatto della CX sui dipendenti, l’impatto della EX sui Clienti, e l’impatto di entrambe sui KPI aziendali. Affinché CX ed EX possano generare i frutti attesi, sono necessari numerosi ingredienti, oltre al commitment del top management, indispensabile per cambiare la cultura aziendale: Comprensione e consapevolezza condivisa e diffusa dell’impatto enorme di una cultura customer-centric sull’intera organizzazione; Conoscenza e comprensione di bisogni, desideri, percezioni e preferenze dei Clienti; Capacità di trasformare dati e big data in metriche ed insight che possano essere un valido supporto al management nella definizione degli obiettivi strategici ed operativi, e che consentano di individuare criticità e priorità di azione, nel rispetto dei vincoli del cost-to-serve; Abilità nell’utilizzare le nuove tecnologie sia per migliorare l’esperienza di Clienti e dipendenti che per acquisire in modo efficiente informazioni preziose che arricchiscano i dati di cui al punto precedente; Sviluppo di un modello organizzativo che consenta la responsabilizzazione dei dipendenti, ed in particolare della front-line, e che offra loro la libertà e gli strumenti necessari per offrire ai clienti customer experience di valore. Un trend molto importante, che in questi anni si è diffuso rapidamente, è legato al “purpose”, che in estrema sintesi è la ragione stessa dell’esistenza dell’azienda. Tutte le aziende di maggior successo sono guidate da un chiaro “purpose”. Per comprendere meglio il concetto, può essere molto utile un breve video da un TED Talk di Simon Sinek, dal titolo “Start with why”, dove Sinek spiega chiaramente come “People don’t buy what you do, they buy why you do it”: i clienti non comprano ciò che un’azienda offre, ma sposano la ragione per la quale un’azienda fa ciò che fa [4]. Secondo una recente ricerca di Accenture[5], oltre a prezzo, qualità dei prodotti/servizi e customer experience, per i Clienti sono molto importanti elementi quali la trasparenza, l’attenzione nei confronti dei dipendenti, la presenza di valori etici e la dimostrazione di autenticità e coerenza in tutto ciò che l’azienda fa. Il purpose appunto. Secondo Larry Fink, CEO di BlackRock, nella sua lettera ai CEOs 2020, “un’azienda non può raggiungere profitti nel lungo periodo senza abbracciare il purpose e considerare i bisogni di un ampio spettro di stakeholder. […] Al contrario, un forte impegno nei confronti di tutti gli stakeholder aiuta l’impresa ad entrare in più stretta connessione con i propri Clienti. […] Purpose is the engine of long-term profitability.” Più recentemente, meno di un anno fa, una nuova spinta a perseguire con ancora maggior attenzione l’impegno la soddisfazione dei propri dipendenti e una esperienza coinvolgente per i propri clienti ci è arrivata dagli Stati Uniti, dalla potente associazione di tutte le grandi multinazionali americane, che ha parlato di stakeholder value. Il 17 agosto 2019,  Business Roundtable, associazione di cui fanno parte aziende del calibro di Amazon, American Express, Apple, Bank of America, BlackRock, Coca-Cola, JP Morgan Chase e Mastercard, ha pubblicato lo “Statement on the Purpose of a Corporation”, nel quale ha “ufficializzato” il cambiamento dell’obiettivo dell’azienda: non più generazione di valore per i soli azionisti (shareholder value) ma per tutti gli stakeholder: “… generare valore per i clienti, investire nei dipendenti, rapportarsi in modo equo ed etico con i fornitori, supportare le comunità nelle quali le aziende operano e generare valore nel lungo periodo per gli azionisti.” Ma si tratta solo di “green washing” o “CSR washing”, ossia di strategie delle imprese per apparire sinceramente interessate a temi ambientali e sociali? Probabilmente no, grazie ad una sensibilità crescente da parte di consumatori ed investitori sui temi ambientali e sociali, misurati da questi ultimi con nuove metriche ad hoc: i fattori ESG (Environmental, Social e Corporate Governance). Crescono anche gli impact investors, investitori che non guardano solo al ritorno economico ma anche all’impatto sociale ed ambientale dei propri investimenti. Anche le nuove generazioni fanno essere ottimisti. Come fa notare ancora Larry Fink, citando una recente ricerca di Deloitte[6], quando è stato chiesto ai millennials quale debba essere l’obiettivo primario di un business, coloro che hanno risposto “migliorare la società” sono stati il 63% in più rispetto a coloro che hanno risposto con il più classico “generare profitti”. Anche un bell’articolo di Almandoz, Lee e Ribera evidenzia come molti giovani lavoratori siano attratti da opportunità di lavoro presso purpose-driven companies: aziende dove la ricerca del profitto sia unita al desiderio di migliorare il mondo. [7] Possiamo quindi affermare che sia il focus crescente sul “purpose” che l’obiettivo di generazione di valore per tutti gli stakeholder evidenziano ulteriormente la necessità e l’importanza di promuovere – all’interno delle nostre aziende – la cultura della centralità del cliente (e del dipendente, cliente interno) come leve indispensabili per garantire risultati economici sostenibili nel lungo periodo. Da questa esigenza del mercato scaturisce la mia collaborazione con Luiss Business School per la progettazione ed il coordinamento dell’Executive Programme in Customer Experience Management, la cui terza edizione partirà nel 2021. Articolato in 8 incontri su 4 mesi, questo programma, grazie ad una faculty d’eccezione composta da esperti del settore e CEO/Director di alcuni dei brand più importanti sul mercato, fornirà ai partecipanti le competenze e gli strumenti per comprendere e misurare la customer experience e le variabili che la influenzano, per poi disegnare una esperienza coinvolgente per i clienti target attraverso l’intera customer journey omni-canale. SCARICA LA BROCHURE [1] Denise Lee Yohn, “Why Every Company needs a Chief Experience Officer”, HBR, June 2019 [2] McKinsey & Co. “When the Customer Experience Starts at Home”, 2017 [3] Pier Paolo Bucalo “La Conoscenza del Fattore Umano”, Linkedin 2019 [4] Video di Simon Sinek: https://youtu.be/Jeg3lIK8lro [5] Accenture “From Me to We: The Rise of the Purpose-Led Brand”, 2018 [6] Deloitte “The Deloitte Global Millennial Survey”, 2019 [7] J. Almandoz, Y-T. Lee and A. Ribera “Unleashing the Power of Purpose”, IESE Insight 2018

04 Agosto 2020

AS Roma, Luiss Business School e ItaliaCamp insieme per il lancio del Master Universitario in Sport Management

Per la prima volta un club sportivo e una Scuola di alta formazione uniscono le forze per formare la classe dirigente sportiva del futuro   AS Roma, Luiss Business School e ItaliaCamp lanciano oggi Sport Management - Major del Master Full-time in Media and Entertainment. Il progetto di formazione è il primo in Italia che nasce da una partnership strutturata tra un club sportivo e una realtà universitaria ed è stato sviluppato per fornire il set di competenze necessarie per svolgere le professioni collegate al mondo del Business e del Management dello Sport. Il programma mira, infatti, a formare figure professionali in grado di operare a 360° in organizzazioni e società sportive, dalla gestione dei progetti a quella degli impianti, dal marketing e i rapporti con i media all’organizzazione di eventi, dalle sponsorizzazioni alla compravendita dei diritti. La collaborazione affiancherà la formazione manageriale Luiss Business School, che vedrà il coinvolgimento di una faculty di eccellenza di accademici e professionisti, a testimonianze, casi di studio, opportunità di mettere in pratica sul campo i temi trattati nel corso del Master, messi a disposizione dal Club per gli studenti. L’impegno della Società si concretizzerà inoltre, nell’erogazione di borse di studio destinate agli studenti più meritevoli. “Con questa partnership vogliamo fornire ai giovani un’opportunità concreta e innovativa per intercettare le trasformazioni dell’industria sportiva nella società del digitale” ha dichiarato Raffaele Oriani, Associate Dean Luiss Business School. “Oggi l’industria sportiva richiede professionisti specializzati che possiedano competenze multidisciplinari e trasversali per interpretare le evoluzioni del settore in una prospettiva globale, in cui il management sportivo sappia confrontarsi con le sfide della sostenibilità, dell’impatto sociale e del ruolo delle nuove tecnologie”. “Siamo orgogliosi di poter mettere a disposizione degli studenti la nostra esperienza e di poter trasferire loro il nostro know how nel settore dello sport” ha aggiunto Francesco Calvo, Chief Operating Officer AS Roma. “È nostro dovere interpretare il ruolo di piattaforma sociale che riveste storicamente il Club ed è per questo che siamo felici di partecipare al percorso formativo dei ragazzi, offrendo loro nuove opportunità professionali”. Per Fabrizio Sammarco, fondatore e AD di ItaliaCamp, impact organization nata dieci anni fa proprio in Luiss, “Continua così il nostro impegno nel mondo dello sport, dopo aver lavorato in questi anni alle valutazioni di impatto sociale di AS Roma, Lega Serie B e Lega Pro. Il valore sociale dello sport merita di emergere sempre di più ed essere gestito in maniera manageriale. Education, sport e impatto sociale sono fortemente legati, ed è sulla base di questa sensibilità che assegneremo la borsa di studio ItaliaCamp per il Major in Sport Management”. SCOPRI SPORT MANAGEMENT 4/8/2020

28 Luglio 2020

Premio Internazionale Generazione Contemporanea: quinta edizione

Promuovere l’arte contemporanea italiana e straniera, sostenere gli artisti under 35 e ampliare la collezione permanente d’arte contemporanea della Luiss Business School. Sono questi gli obiettivi del Premio Internazionale Generazione Contemporanea, giunto alla quinta edizione. L’iniziativa dà vita ad un nuovo ambito di innovazione culturale, volto non più solo alla formazione ma anche al sostegno e alla ricerca di giovani artisti in ambito internazionale. Il concorso prevede che le opere candidate sviluppino un tema specifico: la Meta-arte, ovvero quella riflessione che l’arte compie su sé stessa per indagare e rendere espliciti principi e meccanismi sottesi al suo esercizio. Come per meta-narrazione si intende un intervento dell’autore all’interno del suo stesso testo, affrontando questioni teoriche sulle dinamiche e sulle motivazioni della scrittura, allo stesso modo per meta-arte si intende un ragionamento dell’autore sul metodo e sul senso del processo artistico. Il valore di questa analisi risiede nel comprendere e nell’evidenziare la lettura critica e la rielaborazione di una tradizione che, grazie agli artisti contemporanei, viene riattualizzata e dunque arricchita di nuovi significati. Tra passato e presente si instaura così un dialogo che da un lato esalta la continuità storica e dall’altro offre nuovo slancio alla tradizione artistica. Il concorso prevede l’assegnazione di un premio in denaro del valore di € 4.000,00, conferito al primo classificato come premio-acquisto dell’opera scelta da una prestigiosa giuria composta da: Peter Benson Miller - Director of International and Institutional Relations, La Quadriennale di Roma Achille Bonito Oliva, curatore e critico d’arte, responsabile scientifico del Luiss Master of Art Roberto Cotroneo - Giornalista, scrittore e fotografo italiano Pia Lauro - curatore indipendente e diplomata Luiss Master of Art Gianfranco Maraniello – storico dell’arte e curatore Giovanna Melandri - Presidente Fondazione MAXXI Domenico Piraina - Direttore PAC - Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano Luca Pirolo - Direttore Luiss Master of Art un rappresentante del Collettivo Curatoriale della X ed. del Luiss Master of Art Le tre opere finaliste entreranno a far parte della mostra conclusiva del Master of Art: Refolded, percorsi meta-artistici e del relativo catalogo. I candidati possono concorrere con una sola opera, edita o inedita, da cui emerga chiaramente l’aderenza al tema. Sono ammesse opere realizzate con tutti i linguaggi propri dell’espressione visiva (pittura, scultura, installazione, fotografia, grafica, video, senza limiti di tecniche). Il concorso si rivolge esclusivamente ad artisti under 35. Il termine ultimo per inviare le candidature è il 12 ottobre 2020. La partecipazione è gratuita. Si raccomanda l’attenta lettura del bando. SCARICA IL BANDO  MODULO ISCRIZIONE MODULO PARTECIPAZIONE INFORMATIVA PRIVACY  28/7/2020 

23 Luglio 2020

“A2A punta su sostenibilità e digitale, aperta a collaborare con telco”

Così Marco Patuano, nella sua prima intervista come presidente della multi-utility, oggi su SustainEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore - Radiocor   Sostenibilità come leva della pianificazione strategica da un lato, e accelerazione sulla digitalizzazione dall’altro. Sono le due gambe del nuovo piano industriale a 10 anni allo studio di A2A , come spiega Marco Patuano, nella sua prima intervista come presidente della multi-utility. All’interno della Green economy, ad esempio, sottolinea Patuano, ci sarà una grande mobilitazione di risorse; inoltre, in ottica di Green New deal e fondi Ue per la ripartenza, i finanziamenti vanno impiegati in due direzioni: accrescere la competitività e aumentare, per l’appunto, il livello di sostenibilità. Per la digitalizzazione dei servizi e del Paese, Patuano ricorda che A2A, già proprietaria di pezzi di fibra, è aperta a collaborare con gli operatori di tlc, ed è pronta anche ad agevolare il progetto di rete unica. «Noi vogliamo essere una soluzione e non un problema: saremo contenti di fare tutto quanto ci è possibile per facilitare lo sviluppo delle reti.  Siamo convinti che le reti di domani saranno elettriche, idriche, digitali». Dottor Patuano, lei è da poco stato nominato alla presidenza di A2A, dopo, tra l’altro, oltre 25 anni trascorsi in Tim: quale può essere l’impatto della trasformazione digitale su una multi-utility? Oggi tutti i business sono totalmente, pervasivamente, attraversati dalla dinamica della digitalizzazione. Solo per fare un esempio, si pensi alla gestione del consumo elettrico di una famiglia: applicando dei moduli di lettura e interpretazione intelligente dei dati si possono ottimizzare i consumi, segnalare i malfunzionamenti preventivi, pensare a una molteplicità di servizi diversi. La stessa cosa si può ipotizzare per un’area come quella della gestione delle acque. Pensiamo ad esempio alle modalità per ottimizzarne il consumo, visto che oggi in Italia si usano mediamente 250 litri d’acqua al giorno per ciascuno, senza esserne consapevoli. Quali sono i pilastri del vostro futuro piano industriale? Il piano industriale a cui stiamo lavorando avrà due caratteristiche molto innovative. Innanzitutto, parliamo di un piano a dieci anni, e per noi è straordinariamente importante nei nostri settori, perché alcuni cambiamenti richiedono tempo. Ad esempio, cambiare il mix di fonti energetiche non è certamente un obiettivo che si realizza in un anno, richiede tempo; allo stesso modo realizzare l’economia circolare richiede un certo numero di anni, con lo sforzo e il contributo di molte persone.  Il piano si caratterizzerà per le sue dinamiche tecnologiche da un lato, dall’altro punterà sulla   sostenibilità. La seconda novità sarà, infatti, quella di portare il tema della sostenibilità al centro del piano industriale. Su quest’ultimo fronte A2A è già oggi riconosciuta come società virtuosa, ma non è sufficiente. La sostenibilità deve essere una delle leve della pianificazione strategica della società. C’è poi il tema del ciclo idrico: in Italia ci sono perdite troppo alte, e anche su questo versante siamo intenzionati a lavorare intensamente.  E infine c’è l’obiettivo delle Smart Cities. A2A ha costituito una società, A2A Smart City, un altro punto fondamentale nell’ambito del piano strategico. Che obiettivi avete nell’ambito del piano sulla sostenibilità? A2A ha già emesso Green bond. Nel nuovo piano industriale c’è una serie di obiettivi sostenibili. Il tema dell’energia e della green economy è di straordinaria importanza, in questo ambito è infatti possibile mobilitare un’enorme quantità di fondi su progetti infrastrutturali. Nell’ ottica del New green deal e dei fondi Ue legati alla ripartenza, i soldi devono essere spesi per infrastrutture che abbiano due caratteristiche: aumentare il livello di competitività e il livello di sostenibilità.  D’altronde il New Green Deal è fatto di soldi e processi. Sui primi abbiamo una grande fiducia nella Ue, sui secondi c’è una grande fiducia nel governo per semplificarli. Il 5G, osteggiato da molti sindaci per paura di inquinamento elettromagnetico, avrà bisogno di molte più antenne, diffuse capillarmente. Qual è la sua posizione? Il 5G sarà semplicemente rivoluzionario non solo rispetto alle telecomunicazioni, ma rispetto alle applicazioni che renderà possibili sia nella componente B2B, cioè per il funzionamento delle aziende in logica 4.0, sia nella vita dei cittadini perché abiliterà serie di servizi che oggi semplicemente non riusciamo neanche a immaginare.  La caratteristica del 5G è che richiede una rete molto più densa di antenne. Si tratta di un mix di antenne grandi, cosiddetti macro-siti, e antenne piccole, cioè le small cells. Oggi si sta pensando che il rapporto tra macro e micro sarà indicativamente di 1 a 10 e quindi, visto che in Italia ci sono tra 45 e 50mila macrositi, dobbiamo immaginare che il nostro Paese avrà oltre mezzo milione di small cells. Questa è ampiamente una buona notizia sia a livello elettromagnetico sia di inquinamento paesaggistico. La vera innovazione sarà quella di riuscire a creare delle reti che non saranno solo efficienti, ma anche virtualmente poco visibili. Le multi-utility rivestiranno un ruolo centrale non per sostituirsi ma per affiancare gli operatori del settore.  Avrebbe senso ipotizzare forme di collaborazione fra le multi-utility e società come Inwit? Siamo aperti alle partnership, stiamo parlando con tutti. Quando parliamo con i nostri principali stakeholder che sono i sindaci, una delle prime richieste che ci vengono rivolte è proprio quella di avere una città più intelligente. Per questo abbiamo dialoghi, anche avanzati, con vari partner. Oltre 20 anni fa Aem (poi fusasi con Asm per dare vita ad A2A) fu la prima a intuire le potenzialità della fibra fino a casa contribuendo a creare Metroweb, oggi Open Fiber. Puntate a sviluppare questo fronte? In alcune città siamo ancora proprietari di fibra, Metroweb fu un’intuizione di Aem, e oggi abbiamo fibra in alcune città tipo Cremona, con cui serviamo soprattutto le imprese.  Il tema della fibra è molto ampio, nelle città ci sono già vari soggetti che la stanno portando. Noi abbiamo una straordinaria rete di cavidotti all’interno della città, abbiamo delle strade sotterranee all’interno delle quali passano le nostre reti di gas, energia, acqua. È evidente che potremo e dovremo collaborare con gli operatori TLC per portare la fibra ai clienti senza scavare le città tante volte.  Siete, dunque, aperti ad accordi con le telco?  Noi possiamo rappresentare un aiuto e non saremo certamente un problema. Abbiamo già accordi con le telco, Open Fiber ha fatto con noi un accordo molto importante per accelerare la distribuzione della fibra in alcune città in modo efficiente.  Il lockdown, peraltro, ha accelerato attività di cui si parlava da anni nel settore. Il digital divide italiano, oltre ad essere infrastrutturale, era anche culturale: le persone cioè utilizzavano servizi già disponibili molto meno di quanto avrebbero potuto fare. Siamo stati costretti dall’emergenza a prendere atto delle potenzialità del digitale. Aver affrontato il digital divide culturale ha reso ancora più evidente il fatto che oggi c’è una parte d’Italia che ha bisogno di reti. Nell’eventualità di una rete unica in fibra sareste pronti a partecipare al progetto comune, mettendo a disposizione i vostri cavidotti? Noi, lo ripeto, vogliamo essere una soluzione e non un problema: saremo contenti di fare tutto quanto ci è possibile per facilitare lo sviluppo delle reti.  Siamo convinti che le reti di domani saranno elettriche, idriche, digitali. Queste sono le reti di domani. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 

16 Luglio 2020

RaiPlay: Capparelli, «Il piano di digitalizzazione non si ferma, ora aumentare connessione nel Paese»

La direttrice della piattaforma streaming della Rai: «Anche dopo lockdown siamo in netta crescita rispetto a un anno fa»   Nessun ritardo, nonostante la pandemia, nel piano di digitalizzazione della Rai e focus di RaiPlay sul posizionamento della piattaforma proprietaria, senza escludere partnership in futuro. A fare il punto con DigitEconomy.24 (report di Radiocor e Luiss Business School) è Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay che durante il periodo clou della pandemia «ha toccato il 45% della platea digitale». Ora, concluso il  lockdown, prosegue Capparelli, «siamo in netta crescita rispetto allo stesso periodo di un anno fa, ma paghiamo l’assenza di tanti prodotti che sono quotidianamente fruiti sulla piattaforma da anni (“Un posto al sole”)». E nell’autunno che verrà? Si punterà, tra l’altro, sugli otto appuntamenti con Edoardo Ferrerio e sul racconto di Taranto, con parole e musica, di Diodato. Sullo sfondo resta il problema della connettività nel Paese perché, spiega Capparelli, «occorre mettere in atto tutto quanto necessario affinché aumenti il livello medio di connettività del Paese». A che punto è il piano di digitalizzazione della Rai? avete subito battute di arresto a causa della pandemia? Nessun  arresto, anzi con l’emergenza in corso, abbiamo cercato di lavorare molto sugli archivi recuperando contenuti del passato e digitalizzando contenuti che erano solo su supporti analogici. L’offerta digitale diventa sempre più ampia, con Sky appena sbarcata nella banda ultra larga, e Netflix che sta potenziando la sua presenza in Italia. Quale sarà la risposta della Rai? La Rai sta puntando molto sui nuovi consumi e sull’opportunità di intercettare target più giovani. Il progetto di potenziamento di RaiPlay, che ha visto il lancio della nuova piattaforma su tutti i device, a novembre scorso, va in questa direzione. Diversamente dagli altri player la Rai ha una storia lunga e un’offerta ampia e variegata come nessun altro, con i suoi canali lineari generalisti e tematici. RaiPlay consente la fruizione in diretta e on demand di tutti questi contenuti e nella scelta dei prodotti originali pensati, prodotti o acquisiti per la piattaforma, il nostro obiettivo è lavorare su target diversi, ampliare la platea anche puntando a offerte molto verticali, sperimentare linguaggi e formati. Insomma, attraverso RaiPlay, la Rai vuole diventare più moderna e più giovane. Ci sono in vista alleanze con altri player? In questo momento stiamo lavorando principalmente al posizionamento della piattaforma proprietaria, non possiamo escludere che in futuro sia possibile creare sinergie e alleanze. Lo abbiamo fatto anche in passato, tendenzialmente il nostro obiettivo è rendere massimamente accessibile e distribuita la nostra offerta, tutto quello che va in questa direzione lo prendiamo in considerazione. RaiPlay ha avuto grande successo con Fiorello l'anno scorso. Ci saranno altre punte di diamante nella prossima stagione? Le 18 puntate originali di “VivaRaiPlay” rimarranno alla storia, Fiorello ha regalato al suo pubblico uno show pazzesco, innovativo, raffinato, divertente, sempre diverso. Poi abbiamo avuto Jovanotti con il suo docutrip “Non Voglio Cambiare Pianeta”. Abbiamo fatto una serie con i The Jackal e stiamo andando in onda con Scifoni “La mia Jungla”. In autunno avremo otto appuntamenti con Edoardo Ferrario e uno show originale. Ma anche Diodato che racconterà, con parole e musica, la sua Taranto.  Che numeri ha registrato RaiPlay durante il lockdown?  Il trend è continuato successivamente? Durante il lockdown RaiPlay è stata molto utilizzata. Da una parte è proseguito l’impegno ad alfabetizzare la popolazione più adulta, dall’altra a intercettare la curiosità dei più giovani solitamente restii ad affidare a Rai il proprio tempo per intrattenersi; ha raggiunto oltre il 45% della platea digitale, secondo Auditel. I mesi di marzo aprile e maggio hanno segnato un salto in avanti per l’offerta cinema, kids e learning. Ora siamo in netta crescita rispetto allo stesso periodo di un anno fa, ma paghiamo l’assenza di tanti prodotti che sono quotidianamente fruiti sulla piattaforma da anni (“Un posto al sole”). Per vedere i contenuti Rai su RaiPlay è necessaria una buona connessione a Internet, colmando il digitale divide che c'è ancora in Italia. Pensate che una rete unica di tlc possa essere d'aiuto a colmare il divario?  Il player di RaiPlay prevede che il flusso sia adattativo. Sale la qualità del video solo se la banda di cui disponi lo consente. Certo in tutto questo occorre mettere in atto tutto quanto necessario affinché aumenti il livello medio di connettività del Paese, perché questo potrà favorire un accesso diffuso e capillare e non legato al territorio. Che impatto prevedete con l'avvento del 5G nel vostro modello di business?  Sarà l’occasione per predisporre esperienze di fruizione multi device ancora più immersive. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  16/07/2020

16 Luglio 2020

Timvision: Josi, «abbonati +20% nel I trimestre, a settembre offerte dedicate e occhi su asta calcio»

L'intervista a Luca Josi, direttore Brand strategy, media & multimedia entertainment del gruppo di telecomunicazioni, oggi su DigitEconomy.24, il report Luiss Business School e Il Sole 24 Ore - Radiocor   Una crescita degli abbonati di Timvision del 20% nel primo trimestre, in piena pandemia, con attese di mantener il trend anche nel secondo. Sono i risultati di Timvision, come racconta nell'intervista a DigitEconomy.24 (report di Radiocor e Luiss Business School) Luca Josi, responsabile brand strategy, media & multimedia entertainment di Tim, nel giorno del lancio del nuovo spot pubblicitario da lui creato che racconta la storia e la mission del gruppo.  Timvision si conferma quindi terza, come risulta da un’indagine Omdia, tra gli over the top che trasmettono in streaming, dopo i giganti Netflix e Amazon Prime Video, prima di Now Tv e Vodafone Tv. Tra i nuovi progetti, continua Josi, un nuovo accordo in arrivo, un’offerta tematica dedicata e la valutazione sulla partecipazione all’asta per i diritti del calcio: «Nel mondo del calcio siamo presenti con una sponsorizzazione ventennale e per definizione guardiamo a tutto quello che succede, anche alle aste. E’ un settore in fortissima evoluzione, dobbiamo capire prima da che parte si sta andando. Ci sono tante variabili aperte, a partire da quello che succederà nei prossimi mesi». Quali numeri di attivazione avete registrato nel corso della pandemia? Nel post lockdown il trend è rimasto uguale? Il momento è stato particolare e ha sicuramente determinato un’ulteriore spinta al trend già in crescita degli abbonati: nel primo trimestre abbiamo registrato una crescita di oltre 20% e contiamo che possa proseguire anche nel secondo. A prescindere da questo però ci tengo a precisare che il lavoro fatto fino ad oggi ci ha permesso di consolidare la nostra posizione tra i primi tre player del mercato in Italia, ovvero al fianco di giganti come Netflix e Amazon Prime Video. Se la crisi fosse avvenuta 20 anni o 30 anni fa, in assenza dei mezzi tecnologici, questa tragedia sarebbe stata ancora più ampia. Solo un lustro fa ci sarebbero state meno presenza e penetrazione dei servizi che hanno aiutato a gestire l’emergenza e alleviato il periodo del lockdown come, ad esempio, poter fruire di un mondo infinito di contenuti. In un momento di grande complessità abbiamo consolidato due risultati: la tenuta della nostra rete e la crescita dei nostri servizi, anche della piattaforma, garantiti in un momento emergenziale dal nostro gruppo. Riguardo al futuro, la pandemia ha cambiato di molto la predisposizione delle persone; ci sono macro-eventi imprevedibili nell’evoluzione della sociologia del consumo che invitano a confrontarsi con nuovi sistemi di offerta, di contenuti, o semplicemente di fruizione digitale. Temete la concorrenza di Sky che è sbarcata recentemente nel mercato della banda ultralarga con la sua ampia offerta di contenuti? Siamo abituati a muoverci in un mercato competitivo e siamo totalmente consapevoli della forza della nostra capacità di offerta e della nostra struttura. Per cui tutto ciò che contribuisce a essere di stimolo per aumentare la propria serotonina, intesa come voglia di essere ancora più competitivi, la prendiamo con la serenità dello sportivo. Che novità presenterete per la prossima stagione? Nuovi progetti in cantiere per settembre? Su Timvision stiamo costruendo offerte verticali dedicate a grandi comunità di passioni e di interessi che vanno dal mondo della scuola alla moda, agli animali, all’impresa, alla musica. A settembre saranno presentate le prime quattro aree, con l’obiettivo di arrivare a nove quanto prima. Partiremo con le comunità legate alla scuola dell’obbligo, agli animali, al mondo della musica e a quello delle piccole imprese. Abbiamo trovato un modo molto originale di declinare questi contenuti, è un progetto che abbiamo pensato alla fine dello scorso anno e lo abbiamo sviluppato nel mezzo alla pandemia, adesso lo stiamo portando a termine. Questo è un esempio di come la combinazione delle strutture possa lavorare assieme. Chi coordina questa tipologia di prodotto sarà, infatti, la stessa struttura che coordina le campagne del mondo Tim, che stanno per riaprirsi con un nuovo ciclo che esploderà a settembre.  Di recente è diventato operativo l’accordo con Disney+. Siete soddisfatti della collaborazione? Che risultati avete ottenuto? Siamo estremamente soddisfatti, la performance italiana di Disney+ è tra le più brillanti. Noi abbiamo avuto, oltre a un significativo ritorno di utenti, anche un importante risultato in termini di efficacia della campagna pubblicitaria. D’altronde in Italia, visto il rapporto consolidato da anni con Disney, abbiamo potuto usufruire di un’unicità, ovvero della caratterizzazione della campagna nel nostro territorio che ci è stata concessa da un mondo molto organizzato come quello del nostro partner. Dopo gli accordi con Netflix e Disney avete in progetto altre partnership di rilievo? Stiamo lavorando ad un progetto molto interessante che racconteremo nelle prossime settimane. In realtà siamo già molto soddisfatti del portafoglio contenuti che stiamo proponendo con Timvision. Un’offerta davvero unica che abbiamo studiato e messo a punto grazie al ruolo chiave di Carlo Nardello, chief strategy, customer experience & transformation officer di Tim, assieme ad Andrea Fabiano, responsabile della piattaforma, anche loro come me con una lunga formazione televisiva. E siamo riusciti ad arrivare ad un’offerta che è davvero unica. Tim ha di recente incorporato Timvision per unificare la produzione dei contenuti. Quali vantaggi o sinergie aspettate da questa operazione? Quando si è aperta nel gruppo la sfida su un’ulteriore crescita nei contenuti, la visione dell’amministratore delegato, Luigi Gubitosi, è stata quella di portare anche l’area di Timvision nella divisione di cui sono responsabile. Nonostante ottime partnership con le agenzie che ci supportano, siamo molto autonomi per quanto riguarda la creatività di tutta la direzione commerciale, abbiamo pensato che condensare nella stessa struttura tutte le dimensioni potesse essere una buona idea. Ci siamo quindi mossi in questa direzione. Timvision all’ultima asta per diritti calcio decise di fatto di non partecipare: alla prossima potreste cambiare idea? Nel mondo del calcio siamo presenti con una sponsorizzazione ventennale e per definizione guardiamo a tutto quello che succede, anche alle aste. E’ un settore in fortissima evoluzione, dobbiamo capire prima da che parte si sta andando. Ci sono tante variabili aperte, a partire da quello che succederà nei prossimi mesi. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO  16/7/2020 

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