News & Insight
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01 Aprile 2022

Sanità 2030: il punto di vista dei “cittadini”

Due sono i trend che oggi caratterizzano il sistema sanitario in Europa: le riforme in corso dei sistemi sanitari nazionali e la partecipazione sempre più attiva da parte dei cittadini ai servizi sanitari, a cui contribuiscono in qualità di contribuenti. Inoltre, l’ingresso di nuovi attori sull’articolata arena dell’assistenza sanitaria prospetta l’erogazione integrata di servizi sofisticati e complessi in risposta ai bisogni di salute di una società sempre più evoluta, interconnessa ed esigente. Quale sarà quindi la chiave di svolta di una sanità che sappia garantire equa accessibilità, servizi personalizzati e di prossimità verso i cittadini-pazienti, in un’ottica di gestione efficiente delle risorse pubbliche? Quali nuove figure professionali dovranno essere messe in campo? Ne discuteremo durante l’evento “Sanità 2030: il punto di vista dei ‘cittadini’” nato dall'iniziativa di NET-HEALTH, LS SCUBE Studio Legale, in collaborazione con l’Osservatorio Welfare Luiss Business School. AGENDA 16.00 Saluti di benvenuto Paolo Boccardelli, Direttore, Luiss Business School Saluti IstituzionaliSen. Pierpaolo Sileri, Sottosegretario, Ministero della Salute Sen. Annamaria Parente, Presidente, Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica 16.20 Presentazione del progetto NET-HEALTH “Sanità in rete 2030” e dei risultati dell’indagine Rosanna Sovani, LS CUBE Dario Romano, YouTrend/Quorum Tavola Rotonda – Quali proposte, soluzioni, prospettive per una sanità 2030 accessibile, equa e innovativa? Modera: Margherita Lopes, Fortune Italia 16.40 Prima Parte – Digitalizzazione e sanità territoriale: come garantire equità di accesso alle cure arginando il rischio del digital divide Riccardo Acciai, Direttore Dipartimento libertà di manifestazione del pensiero e cyberbullismo e Dipartimento reti telematiche e marketing, Garante della Privacy Alessio D’Amato*, Assessore alla salute, Regione LazioNerina Dirindin, Professoressa d’economia pubblica e politica sanitaria, Università degli Studi di Torino Francesco Gabbrielli, Direttore, Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali, ISS Giovanni Gorgoni, Presidente Euregha, DG ARESS Puglia Massimo Magi, Segretario Regionale Marche, FIMMGPaolo Petralia, Vicepresidente nazionale vicario, FIASO Gianluca Postiglione, Esperto di Digital Health e già Direttore Generale, So.Re.Sa. Spa    Fabiola Bologna, membro Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati 17.20 Seconda Parte – Il sistema sanitario nazionale deve essere per tutti: in una prospettiva di sanità 2030, quali sono le sfide da affrontare? Paola Boldrini, Vicepresidente Commissione Igiene e sanità, Senato della Repubblica Ovidio Brignoli, Presidente, SIMG  Saverio Cinieri, Presidente, AIOM  Andrea Grignolio, Docente di Storia della Medicina e Bioetica, Università Vita-Salute S. Raffaele di Milano e CNR - Centro Interdipartimentale per l’Etica e l’Integrità nella Ricerca  Anna Lisa Mandorino, Segretaria Generale, CittadinanzAttivaMauro Marè, Presidente, Osservatorio Welfare Luiss Business SchoolRoberto Novelli, Responsabile Ufficio Segreteria di Presidenza e del Consiglio, IVASSEduardo Pisani, CEO, EPSTRA; All.can International 18:00 Conclusioni Marco Simoni, Presidente, Human TechnopoleSen. Annamaria Parente, Presidente, Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica *tbc Per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI Con il supporto non condizionante di

31 Marzo 2022

Open Evening MBA & Executive Education

L‘Open Evening MBA & Executive Education è l’evento di orientamento on campus a Roma dedicato a professionisti, manager o imprenditori interessati a sviluppare e consolidare le proprie competenze professionali attraverso una formazione executive compatibile con i propri impegni lavorativi e familiari. Durante l’Open Evening sarà possibile approfondire le diverse tipologie di programmi e master executive offerte in più aree del management e settori di specializzazione e i formati Executive MBA e Flex MBA in partenza a maggio 2022. Sarà possibile partecipare a sessioni di orientamento personalizzate per approfondire ogni aspetto e curiosità (frequenza, contenuti, servizi personalizzati, prospettive di carriera, opportunità di networking, modalità di iscrizione, etc.). QUANDO: 21 aprile dalle 17.00 alle 19.00 DOVE: Luiss Business School, Campus Villa Blanc, Via Nomentana 216, 00162 Roma. Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all’evento è richiesto il Super Green Pass e verranno assegnate fasce orarie con ingressi contingentati. La registrazione è necessaria. REGISTRATI SCOPRI I PROGRAMMI EXECUTIVE SCOPRI GLI MBA Si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina e si richiede il rispetto di quanto previsto dalle disposizioni di legge. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. 31/3/2022

31 Marzo 2022

Il PNRR e il ruolo degli investitori privati per la trasformazione del Paese verso la Sostenibilità

Mercoledì 6 Aprile | 10:30 Il PNRR, il più grande piano di ricostruzione e sviluppo della storia moderna del Paese, ci pone di fronte ad un processo di cambiamento radicale nella cultura e nei valori, nelle metriche e nei comportamenti per affrontare questa fase di rilancio come consumatori, cittadini e investitori. Al PNRR devono necessariamente essere affiancati anche i capitali privati con la partecipazione degli investitori istituzionali italiani ed il contributo delle principali banche e intermediari finanziari per contribuire alla ricapitalizzazione del Paese, limitando l’indebitamento pubblico, contribuendo ad un underwriting professionale degli investimenti e favorendo un riallineamento degli interessi economici a quelli sociali e di ecosostenibilità delle cittadine e dei cittadini italiani. AGENDA 10.30   Saluti IstituzionaliVincenzo Boccia, Presidente, Luiss 10.40  IntroduzioneClaudio Scardovi, Fondatore e AD, Hope sicaf 10.50  Tavola RotondaFrancesco Di Ciommo, Prorettore, Luiss e Presidente, PrevindaiNunzio Luciano, Presidente, EMAPIAlberto Oliveti, Presidente, AdEPP ed ENPAMFrancesco Profumo, Presidente, ACRI e Presidente, Fondazione Compagnia San PaoloClaudio Scardovi, Fondatore e AD, Hope sicaf 11.50  Tavola RotondaAnna  Gervasoni, Direttore Generale AIFI e Professore Ordinario Università Cattaneo-LIUCGiovanna Beatrice Maria Boggio Robutti, Direttore Generale della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmioCinzia Tagliabue, Vicepresidente, Assonime e CEO, Amundi SGRAngelo Doni,  Co-Direttore Generale, ANIAClaudio Scardovi, Fondatore e AD, Hope sicaf Modera: Elisa Piazza, giornalista Class-CNBC 12.50  ConclusioniLuigi Abete, Presidente, Luiss Business School 13.00  Light lunch REGISTRATI 30/3/2022

25 Marzo 2022

Executive MBA – Roundtable

Nuova leadership per nuove sfide: l’inclusione come fattore critico di successo La Luiss Business School ti invita a partecipare a una Roundtable dell’Executive MBA, il più esclusivo percorso di crescita per professionisti, manager, dirigenti ed imprenditori che desiderano consolidare le proprie competenze manageriali e velocizzare la propria carriera in ottica di una Dirigenza in linea con le ultime richieste del mercato. L’evento permetterà di approfondire il ruolo determinante che l’inclusione riveste come fattore critico di successo per i  nuovi leader; quali le principali sfide in questo ambito e quale la strada da percorrere per colmare il gap nelle organizzazioni. La tavola rotonda vedrà inoltre la partecipazione di ex allieve dell’Executive MBA, che, attraverso le loro testimonianze, ripercorreranno la loro evoluzione professionale, l’impatto che l’EMBA ha generato sui loro percorsi di crescita manageriale, non solo in termini di nuove competenze acquisite, ma anche di consolidamento di un nuovo stile di leadership, più equilibrato, inclusivo e in grado di affrontare le sfide che la società pone ai manager di oggi e di domani. Relatori e partecipanti potranno interagire in un’apposita sessione finale di Q&A. QUANDO: 8 aprile 2022 dalle ore 18.30 alle 20.00 DOVE: Luiss Business School, Campus Villa Blanc, Via Nomentana 216, 00162 Roma e Online REGISTRATI AGENDA E SPEAKER 18.30 – 18.40 Introduzione 18.40 –19.20 Speech a cura di Paola Mascaro, President Valore D, Co-Chair G20 EMPOWER, Marketing & Communications Director ICEG Accenture 19.20 -19.40 Testimonianze Alumne EMBA: Maria Grazia D’Elia, PMO Fabrick S.p.A. -Banca Sella Holding S.p.A.Francesca D’Onofrio, Global Technical Director – Business Development Pfizer  Valentina Spina, Area Manager Assut Europe S.p.A. 19.40 – 20.00 Q&A Session L’evento è gratuito e si svolgerà dalle ore 18.30 alle ore 20:00. Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all’evento è richiesto il Super Green Pass. La registrazione è necessaria. Nella tutela di tutti i partecipanti si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. REGISTRATI 25/3/2022

24 Marzo 2022

I servizi del progetto eNEIDE nel contesto del sistema nazionale di e-procurement

Il 29 marzo 2022 a partire dalle ore 10.00, si terrà l’evento conclusivo del progetto eNEIDE, nato dalla collaborazione tra Luiss Business School, con Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Intercent-ER regionale per lo sviluppo dei mercati telematici (INTERCENT-ER), Regione Toscana (RT), Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (ARIA S.p.A.), con il coordinamento di Agenzia per l’Italia Digitale – Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto – sviluppato con l’obiettivo di accelerare la transizione digitale dell’intero settore dei contratti pubblici e degli appalti – punta a realizzare un’architettura digitale unica che permetta di semplificare le procedure di aggiudicazione e gestione dei contratti pubblici, garantendo l’interoperabilità tra piattaforme secondi i criteri di standardizzazione, innovazione e semplificazione. AGENDA Ore 10.00 Indirizzo di salutoMatteo Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School Ore 10.05 I servizi del progetto eNEIDE nel contesto del sistema nazionale di e-procurementEmanuela Mariotti, AgID Ore 10.15 La Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici eSender nazionale verso il TED e la pubblicazione dei dati in formato standard OCDSStefano Fuligni, ANAC Ore 10.30 ARIA e l’evoluzione della piattaforma di eProcurement SintelValerio Manzo, ARIA Ore 10.45 Il Sistema per gli Acquisti Telematici della Regione Emilia-Romagna e la sua evoluzione con il progetto eNEIDEAlessia Orsi, Intercent-ER Ore 11.00 Il sistema START e l'utilizzo dei servizi del progetto EneideMarco Giovannetti, Regione Toscana Ore 11.15 Discussione finale Il webinar è gratuito, per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 24/3/2022

23 Marzo 2022

Andrea Cortellazzo: «Con il Master in Food and Wine Management ho fronteggiato anche la pandemia»

Durante i due anni di pandemia ha creato due locali, grazie anche alle competenze acquisite durante il Master in Food and Wine Management Luiss Business School. «Per essere leader serve dare l'esempio» «Nonostante avessi superato molti test d'ingresso in altre università, sin dal mio primo ingresso a Villa Blanc ho capito che è lì che avrei continuato la mia formazione». Un incontro quasi predestinato, quello tra Andrea Cortellazzo, ventisettenne, padovano, figlio di ristoratori e imprenditori agroalimentari, e la Luiss Business School. Lasciando il Veneto, ha scelto di venire a Roma per frequentare il Master in Food and Wine Management. Alle spalle, una laurea triennale in Scienze e Tecnologie Alimentari a Padova, uno stage di sei mesi alla Bonollo, un diploma da sommelier AIS e tante avventure nella ristorazione. Mentre frequentava il master, Andrea ha dato vita alla sua prima avventura imprenditoriale nel food, Mr. Maccaroni, un locale aperto dalla colazione al dopocena. Quando è arrivato il momento di affrontare il duro colpo della pandemia, ha fatto ricorso a tutto il bagaglio di competenze – hard e soft – acquisito durante il Master: «Ancora oggi, se sto per gettarmi in una nuova avventura imprenditoriale, prima di tutto riprendo in mano gli appunti dei corsi». Andrea Cortellazzo, cosa ti ha spinto a scegliere il master in Food and Wine Management di Luiss Business School? Terminata la triennale a Padova, una parte di me voleva continuare il percorso di tecnologo alimentare. L'altra voleva fare esperienza fuori, lasciando Padova. Ho provato diversi test d'ingresso. Poi, per caso, mi sono imbattuto nel master in Food and Wine Management di Luiss Business School. Sebbene il corso di tecnologo alimentare dia delle solide basi, mi mancava tutta la parte di gestione aziendale. Sin dal mio primo ingresso a Villa Blanc, ho capito che lì avrei continuato la mia formazione Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? Ho conosciuto persone straordinarie. Il gruppo non era solo stimolante dal punto di vista umano, ma era affiatato e spingeva a dare il massimo anche in occasione delle prove previste dal master, come ad esempio per la challenge di fine percorso. Eravamo costantemente stimolati a dare il meglio. A quel tempo avevo già il mio progetto imprenditoriale in campo, quindi la mattina ascoltavo i professori a lezione e la sera mettevo ogni cosa in pratica nella mia attività. Mi è servito tutto. Qual è il corso che ha avuto un maggiore impatto sulla tua carriera? Quando devo valutare una nuova avventura imprenditoriale, riprendo in mano gli appunti del corso in Strategic Marketing, Recruiting & Planning. L'ho fatto anche quando ho aperto il mio secondo locale a Padova nel 2021, Come in Corte Aurora. In più, anche il corso in Risorse Umane mi ha dato le basi per creare un ambiente di lavoro sano e per gestire le situazioni più complesse. C'è stato qualche relatore in particolare che ti ha colpito? Durante la challange con Urbani Tartufi, abbiamo incontrato Olga Urbani, la proprietaria a capo del gruppo Urbani. Mi hanno colpito il suo modo di porsi, l'organizzazione che ha dato nel tempo alla sua azienda e il suo modo di essere fonte di ispirazione per tutte le persone con cui lavorava. Mi ha dato l'impressione di essere una persona risoluta e, al tempo stesso, capace di comprendere le esigenze di chi avesse di fronte. In Luiss Business School si lavora molto sulla leadership. Secondo te cosa ci vuole per essere veri leader nella ristorazione? Un buon leader non è la persona che dice agli altri cosa fare, ma è colui che, con il proprio esempio, stimola gli altri a fare meglio. Per farlo, bisogna conoscere tutti i dettagli dell'attività in cui si opera. C'è continuità tra questo messaggio e quello che si fa in aula? Sì. Oggi, quando arrivano i problemi, realizzi le tue vere mancanze e capisci che avere un occhio sull'organizzazione può aiutare a superare questi problemi. Se durante la pandemia non avessi avuto alcune basi di marketing, non avrei saputo come rilanciare il locale. Saper gestire l'emergenza è la skill più importante e per questo è indispensabile il set di conoscenze acquisite durante il master. Soft skill: come avete lavorato su questo ambito durante il master? Sono doti che da studente non tieni molto in considerazione: le comprendi davvero quando arrivi nel mondo del lavoro. Ho trovato utile questa attenzione da parte di Luiss Business School. Saper parlare in pubblico, sapersi relazionare nel modo giusto, avere una corretta empatia possono essere determinanti tanto per il successo di un colloquio di lavoro quanto di un appuntamento in banca per chiedere un prestito. Competitività: come avete allenato questa soft skill e quanto conta nella ristorazione? Jeff Bezos dice di non guardare la concorrenza: io sono totalmente in disaccordo. Considero la competitività fondamentale. Bisogna guardare ai competitor per trarne stimoli e propulsione personale: guardare gli altri aiuta a trovare la forza e l'impulso a far meglio. La competitività tira fuori il meglio di noi stessi. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza e i suoi effetti sulla tua vita lavorativa? Per il secondo locale Come in Corte Aurora, ho scelto di utilizzare i prodotti dell'azienda agricola di famiglia, riproducendo soprattutto a tavola il clima di benessere che si respira nell'agriturismo. Avevo bisogno di mettere a punto la cantina. Così ho chiamato Giulia, una mia ex compagna di corso, la cui famiglia è proprietaria di un'azienda molto grande a Milano, e le ho chiesto una mano. Grazie alla sua consulenza, ho avuto accesso a un network più grande. Poco prima della pandemia, avevi aperto già un primo ristorante, Mr. Maccaroni, un percorso nato in parallelo al master. Com'è nata questa idea? A gennaio 2019 il mio migliore amico Giammaria mi ha proposto di rilevare un locale in una zona di Padova in via di riqualificazione, sulla scia del progetto di nuovo polo universitario. Accettai di lavorare con lui a Mr. Maccaroni, un locale aperto dalle sette del mattino fino all'una di notte, specializzato in prodotti healthy a un prezzo competitivo. Il 14 ottobre 2019 abbiamo aperto. L'università aprì con noi. All'inizio c'erano gli studenti, ma a Padova si iniziò a parlare di Covid molto presto. L'università chiuse il 22 gennaio 2020 e noi riuscimmo a correre ai ripari un po' prima. Hai affrontato l'emergenza in pieno. Quanto la formazione in Luiss Business School ti ha aiutato? Da un punto di vista di gestione e aziendale, mi ha aiutato a contenere il danno dal punto di vista tecnico. Abbiamo subito ridotto i costi di magazzino e quelli di personale. Credo che nella gestione della pandemia a far la differenza non sia stata tanto la formazione tout court, quanto soprattutto le soft skill come la gestione dello stress e la capacità di reagire. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Vorrei farlo. Dopo il percorso in Luiss Business School, ho accarezzato l'idea di continuare con una laurea magistrale. Ora sto pensando a un Master in Business Administration, anche se le mie attività richiedono la massima concentrazione. Di fatto, un ristorante è un'azienda come tutte le altre e bisogna avere le competenze giuste per saperlo gestire. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e attualmente in aula? Credo che sia fondamentale ascoltare tutto ciò che viene detto nelle aule. Ogni insegnamento, alla fine, torna utile: lo dico per esperienza personale. Il mio consiglio è di non accantonare certi corsi perché convinti che non siano nelle nostre corde. In momenti inaspettati, tutto può fare la differenza. 23/3/2022

21 Marzo 2022

Flex Executive Coaching Programme - Webinar

Il Coaching per affrontare il New Normal. Registrati al Webinar e scopri come diventare un Coach Professionista. Il 7 aprile alle ore 18.00 ti invitiamo a partecipare al Webinar di presentazione della nuova edizione del Flex Executive Coaching Programme. Un programma in distance learning progettato con l’obiettivo di formare Coach capaci di operare nelle organizzazioni, grazie a un percorso che unisce la conoscenza e la pratica delle competenze di base del Coaching alle skill necessarie a rispondere alle esigenze del nuovo contesto digitale e remoto. Il tema del Webinar Il Webinar sarà un momento di confronto e crescita per interfacciarsi con coach professionisti, nonché docenti del programma, che condivideranno le loro esperienze professionali ed i loro percorsi di carriera: dai motivi che hanno portato ad intraprendere questo percorso ai possibili ambiti di applicazione, alla trasversalità delle competenze acquisite. Particolare attenzione verrà riservata al ruolo che il coaching riveste oggigiorno nel guidare professionisti e organizzazioni a costruire e affrontare il contesto di New Normal, nel supportare lo sviluppo delle persone che lavorano a distanza e nel mettere in armonia la relazione fisica e quella digitale. Ex allievi del Flex Executive Coaching Programme racconteranno della loro esperienza di formazione presso la Luiss Business School e dell’impatto positivo generato sulla loro crescita professionale. Gli Speaker Paolo Palazzo, Executive Coach e coordinatore scientifico del Flex Executive Coaching ProgrammeVito Marzulli, Country Manager Mentallyfit Italia, Executive Coach PCC e TrainerCecilia Toni Saracini, Psicologa del lavoro, Coach e Senior Trainer Gli Speaker risponderanno a tutte le domande e curiosità dei partecipanti in un’apposita sessione di Q&A. Lo Staff Luiss Business School sarà inoltre presente per informazioni sul processo di selezione e le borse di studio disponibili per il Flex Executive Coaching Programme in partenza il 13 maggio 2022. REGISTRATI 21/3/2022

09 Marzo 2022

Hub Belluno – Open Evening on Campus

L’Open Evening - Hub Belluno è l’evento di orientamento on-campus indirizzato a professionisti, manager, imprenditori o neolaureati interessati ad una formazione d’eccellenza Luiss Business School presso l’Hub Veneto delle Dolomiti a Belluno. L’evento permette di partecipare a sessioni di orientamento personalizzate per approfondire ogni aspetto dei percorsi di formazione (prospettive di sviluppo, servizi personalizzati e di supporto alla carriera, opportunità di networking etc.). Un pomeriggio di incontri in cui potrai scoprire i Master Full-Time e i Programmi Executive offerti presso l’Hub di Belluno: dal settore turistico a quello enogastronomico, dalla finanza al digital marketing, dalla gestione delle risorse umane al project management. Registrati all’evento e porta il tuo CV per una valutazione del tuo profilo. ______________________________________________________________________ QUANDO: 30 marzo 2022 dalle 16:00 alle 19:00 DOVE: Luiss Business School, Hub Veneto delle Dolomiti, Palazzo Bembo, Via Loreto 34, 32100 Belluno. REGISTRATI ______________________________________________________________________ L’evento è gratuito ed è necessaria la registrazione per partecipare. Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all’evento è richiesto il Super Green Pass e verranno assegnate fasce orarie con ingressi contingentati. Si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina e si richiede il rispetto di quanto previsto dalle disposizioni di legge. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. ______________________________________________________________________ Master Full-Time indirizzati a neolaureati Master in Financial Management - Major in Amministrazione, Finanza e ControlloMaster in Digital and Business Transformation - Major in Business TransformationMaster in Management delle Imprese Creative e Culturali - Major in Food & Wine BusinessMaster in Marketing Management - Major in Sales & Account ManagementMaster in International Management - Major in Tourism ManagementMaster in Gestione delle Risorse Umane e dei Progetti - Major in Gestione delle Risorse Umane e Organizzazione Programmi Executive indirizzati a entry, middle e senior manager, professionisti e imprenditori Amministrazione Finanza e ControlloDigital MarketingHotel ManagementPublic speakingProject Management ExecutiveMarketing & SalesOrganizzazione e Gestione delle Risorse Umane ______________________________________________________________________ REGISTRATI 9/3/2022

09 Marzo 2022

Executive Programme in Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane - Webinar

Il 16 marzo alle 18.00 sarà possibile partecipare al Webinar di presentazione della prossima edizione dell’Executive Programme in Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane offerta presso gli hub di Roma e Milano della Luiss Business School. Un’esperienza formativa di eccellenza progettata per professionisti che operano in ambito HR e organizzazione aziendale o che desiderano approcciare questa funzione lavorativa. Il programma, erogato in formula part-time weekend on-campus o a distanza, favorisce l’acquisizione di metodi e strumenti per intervenire in modo innovativo ed efficace nella gestione consapevole e integrata delle persone nelle organizzazioni, allenando allo stesso tempo le capacità di leadership, apprendendone le dimensioni comportamentali, emotive e mentali. Durante l’evento digitale, il referente scientifico approfondirà i punti salienti del programma: i contenuti e la metodologia didattica;la faculty di accademici ed esperti con consolidata esperienza aziendale;il network esclusivo a cui i partecipanti al corso avranno accesso. I coordinatori didattici del programma saranno inoltre connessi per maggiori dettagli sulla modalità di fruizione delle lezioni, la modalità d’iscrizione e le agevolazioni finanziarie per la partecipazione alle edizioni in partenza. Gli Speaker Felice Valente, Referente Scientifico dell’Executive Programme in Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane (ed. Milano), Luiss Business SchoolMarina Fiorentino, Coordinatore didatticoExecutive Programmein Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane (ed. Roma), Luiss Business SchoolSara Carrabba, Coordinatore didatticoExecutive Programmein Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane (ed. Milano), Luiss Business School Agenda 18.00 – 18.30: Presentazione del programma 18.30 – 19.00: Sessione Q&A REGISTRATI 9/3/2022

04 Marzo 2022

L’impatto della legislazione sulle prospettive delle Telco

Un webinar di Luiss Business School e WINDTRE, per analizzare lo stato dell’arte e le prospettive della trasformazione digitale del Paese. Registrati! Stato dell’arte e prospettive della trasformazione digitale del Paese: il 15 marzo alle ore 18.00, ne discuteremo durante il webinar organizzato da Luiss Business School in collaborazione con WINDTRE. Un’occasione per fare il punto sullo scenario delle Telco in Italia insieme ai rappresentanti di istituzioni e aziende, soffermandoci sull’impatto economico del settore e sulle principali sfide da superare in termini di infrastrutture e di governance. AGENDA 18.00 IntroduzioneRaffaele Oriani, Associate Dean for Faculty, Luiss Business School 18.10 Saluti istituzionaliRaffaella Paita, Presidente Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, Camera dei Deputati 18. 15 Presentazione della ricerca “Il settore Telco in Italia: assetto normativo e analisi di impatto” Davide Quaglione, Professore ordinario, Università “G. d'Annunzio” Chieti-Pescara; GRIF “Fabio Gobbo”, Luiss Guido Carli 18. 35 Tavola Rotonda Gianluca Corti, Amministratore Delegato designato, WINDTRE Corrado La Forgia, Vicepresidente, Federmeccanica; Amministratore delegato, VHIT Spa, Gruppo Bosch Monica Lucarelli, Assessore alle Attività produttive e alle Pari Opportunità, Comune di Roma Modera: Cesare Pozzi, Professore ordinario, Docente di Economia industriale; GRIF “Fabio Gobbo”, Luiss Guido Carli 19.05 Q&A 19.15 Conclusioni Il webinar è gratuito, per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 4/3/2022

22 Febbraio 2022

MBA Open Day

L’MBA Open Day è l’evento on-campus durante il quale approfondire l’offerta formativa MBA della Luiss Business School. Gli MBA sono i più esclusivi percorsi di crescita manageriali per professionisti ed Executive. Full-time, Part-time, Online, On Campus o Blended negli Hub di Roma o Milano, durante l’Open Day potrai scoprire qual è il formato che ti consentirà di costruire un progetto di crescita professionale personalizzato. Una mattinata di incontri in cui: approfondire le peculiarità di ciascun formato MBA;assistere ad una Masterclass in cui incontrare la Faculty e vivere in prima persona l’esperienza di un’aula MBA;partecipare a sessioni informative personalizzate con: coordinatori didattici, coach, career advisor e alumni MBA. QUANDO: 19 marzo 2022 a partire dalle ore 10.00  DOVE: Luiss Business School, Campus Villa Blanc, Via Nomentana 216, 00162 Roma REGISTRATI AGENDA E SPEAKER 10.00 – 10.15 Accreditamento 10.15 – 11.00 Presentazione programmi MBA a cura di Isabella Leone, Academic Coordinator MBA 11.00 – 11.45 Masterclass “While Most People Go Through Life, Leaders Grow Through Life: How an MBA at Luiss Will Help You Become an Effective Leader” a cura di Tony Silard, Ph.D., Professor of leadership e Director of the Center for Sustainable Leadership, Luiss Business School 11.45 – 12.00 Sessione Q&A 12:00 – 13:00 Sessioni di orientamento e consulenza one-to-one L’evento è gratuito e si svolgerà in inglese dalle ore 10:00 alle ore 13:00. Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all’evento è richiesto il Super Green Pass. La registrazione è necessaria. Nella tutela di tutti i partecipanti si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina ffp2. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. REGISTRATI 22/2/2022

MBA

17 Febbraio 2022

NEXT GENERATION ITALIA - EXECUTION

La sfida dell’implementazione del PNRR nell’ultimo studio realizzato dal Centro Economia Digitale  Si terrà il 23 febbraio, alle ore 11:00, l’evento “Next Generation Italia - Execution | La sfida dell’implementazione del PNRR” promosso dal Centro Economia Digitale e dalla Luiss Business School, con gli interventi di Federico D’Incà, Ministro per i Rapporti con il Parlamento, e Anna Ascani, Sottosegretario di Stato, Ministero dello Sviluppo Economico. REGISTRATI Il 2022 è infatti un anno cruciale per l’avanzamento del PNRR, in cui la "messa a terra" degli indirizzi di policy diventa il tema principale. Di fronte a questa sfida sarà fondamentale concentrare gli sforzi organizzativi e operativi di tutti, facendo leva su alcuni, fondamentali punti di snodo del Piano: il rapporto con il mondo economico, il rapporto della PA centrale con gli Enti Locali, il rapporto con l’Europa.  L’incontro sarà un momento di approfondimento e dibattito sulle proposte di azioni specifiche e concrete da adottare per migliorare l’efficacia di attuazione del PNRR nell’ambito degli interventi previsti ed anche l’occasione per evidenziare le sfide del futuro per il Paese.  AGENDA  Ore 11:00 Apertura e introduzione al dibattito Rosario Cerra - Fondatore e Presidente del Centro Economia Digitale  Commissione Europea e Centro Economia Digitale Adelaide Mozzi - Team Leader Affari Economici, Commissione Europea, Rappresentanza in ItaliaPaolo Boccardelli - Comitato Scientifico CED, Direttore Luiss Business SchoolFrancesco Crespi - Direttore Ricerche CED, Professore Economia Università Roma Tre  Tavola Rotonda NEXT GENERATION ITALIA - EXECUTION Partecipano i Soci del Centro Economia Digitale Danilo Cattaneo - Amministratore Delegato InfoCert (Tinexta Group)Corrado Crotti - New Business Development and Country Support LeonardoAndrea Falessi - Direttore Relazioni Esterne Open FiberNicola Lanzetta - Direttore Italia Enel Group, Amministratore Delegato Enel ItaliaDario Pagani - Head of Digital & Information Technology EniAlessandro Picardi - Executive Vice President Chief Public Affairs Officer TIM  Interventi istituzionali Andrea Montanino - Direttore Strategie Settoriali e Impatto CDPRoberta Lombardi - Assessore Transizione Ecologica e Trasformazione Digitale Regione LazioFabio Melilli - Presidente Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione Camera dei DeputatiAnna Ascani - Sottosegretario di Stato Ministero dello Sviluppo Economico  Ore 12:30 Chiusura Federico D’Incà - Ministro per i Rapporti con il Parlamento  Modera Flavia Giacobbe - Direttore Formiche  REGISTRATI 17/2/2022

16 Febbraio 2022

Flex Executive Programme in ESG e Sviluppo Sostenibile – Webinar

Il 24 febbraio alle ore 17.00 sarà possibile partecipare al Webinar di presentazione della prima edizione del Flex Executive Programme in ESG e Sviluppo Sostenibile, il programma progettato con l’obiettivo di promuovere l’integrazione della Sostenibilità nelle Strategie e nei modelli di Business insieme all’implementazione di soluzioni concrete in azienda. Durante l’evento digitale, il referente scientifico approfondirà i punti salienti del programma: i contenuti e la metodologia didattica;la faculty di accademici ed esperti con consolidata esperienza aziendale da cui apprendere come integrare sostenibilità e fattori ESG nei modelli di business per definire una strategia purpose-driven;i partner e il network esclusivo a cui i partecipanti al corso avranno accesso. I coordinatori didattici del programma saranno inoltre connessi per maggiori dettagli sulla modalità flex di fruizione delle lezioni, la modalità d’iscrizione e le agevolazioni finanziarie per la partecipazione all’aula in partenza il 25 marzo 2022. Lo Speaker Angelo Riccaboni, Professore Ordinario di Economia aziendale, Università di Siena; Senior Research Fellow e Referente Scientifico del Flex Executive Programme in ESG e Sviluppo Sostenibile, Luiss Business School. Partecipanti e relatori potranno interagire attivamente sulle tematiche emerse durante la sessione finale di Q&A.   Per partecipare all’evento è necessaria la registrazione. REGISTRATI 16/2/2022

10 Febbraio 2022

Al via il Flex Executive Programme in Fintech di Luiss Business School e Fintech District

Le due realtà mettono a fattor comune il proprio know how in un nuovo progetto di alta formazione per comprendere e governare le logiche del settore. Con prospettive di crescita a livello globale di 124,3 miliardi di dollari entro la fine del 2025 e con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 23,84%, il fintech rappresenta il presente e il futuro dei servizi finanziari. Nonostante il gap con principali paesi europei, l’ecosistema italiano presenta buone prospettive evolutive ma tra gli ostacoli allo sviluppo indentificati da Banca D’Italia nell’ultima indagine sul settore c’è la mancanza di personale qualificato. In questo contesto, caratterizzato da una sempre maggiore collaborazione tra operatori tradizionali ed imprese innovative, Luiss Business School - riconosciuta per la metodologia didattica esperienziale ed innovativa e per la formazione di profili con competenze immediatamente spendibili nel mondo del lavoro - e Fintech District – la community internazionale di riferimento per l’ecosistema fintech in Italia - hanno deciso di agire sinergicamente, ideando e realizzando il Flex executive programme in fintech. In partenza a maggio 2022, il programma di alta formazione si rivolge a professionisti del mondo bancario, investitori ed imprenditori interessati a comprendere gli sviluppi e le logiche del settore, oltre che strategie aziendali attuabili. Erogato in lingua inglese con la formula flex, che coniuga eccellenza formativa e flessibilità, prevede il 90% delle lezioni in distance learning ed il resto, in presenza ad Amsterdam presso l’HUB internazionale della Luiss Business School. Il programma è articolato in 6 moduli ed è arricchito da seminari e testimonianze, insight sui principali settori di mercato, applicazione pratiche e company presentation attraverso il coinvolgimento di ecosistemi di innovazione internazionali. I partecipanti potranno così avere comprensione approfondita del settore a 360°: la tecnologia e il suo impatto nel settore finanziario; le frizioni che il fintech mira a eliminare; il regolamento e i cambiamenti normativi; i nuovi modelli di business basati su collaborazione e co-creazione. Borse di studio sono messe a disposizione da parte di Fabrick, realtà che opera a livello internazionale per promuovere l’open finance, cui fa capo il Fintech District. SCOPRI IL PROGRAMMA RASSEGNA STAMPA Il Sole24Ore, Luiss Business School e Fintech District insieme per il futuro dei servizi finanziariAgenzie di stampa, Flex Executive Programme in Fintech di Luiss Business School e Fintech District 10/2/2022

15 Novembre 2021

Formazione per pace e sviluppo: i progetti Luiss Business School

Da tempo impegnata per formare leader e professionisti in grado di creare valore sui propri territori di origine attraverso le aziende, la scuola di alta formazione offre percorsi in cui, accanto alle hard skill, si coltivano life skill molto preziose per il futuro Dal 9 al 15 novembre in tutto il mondo si celebra la World Science Week for Peace and Development. Istituita nel 1986, questa settimana celebrativa mira a mettere in evidenza i legami tra progresso nella scienza e nella tecnologia con il mantenimento della pace e della sicurezza. Il raggiungimento di questi obiettivi passa soprattutto dalla formazione. Per questo, da molti anni, Luiss Business School affianca ai suoi percorsi di alta formazione iniziative che puntano a dare valore al capitale umano nato e cresciuto in Paesi funestati da guerre e sottosviluppo. Ne sono un esempio il Pakistan e l'Africa, in cui Luiss Business School ha attivato alcuni programmi ambiziosi. Ma per estendere il raggio d'azione, sono state attivate collaborazioni anche con le principali ONG attive in ambito mondiale, attraverso il progetto VolunteERS. I progetti Luiss Business School Il progetto Youth Communicators for Development (YCD) non è solo un collegamento tra Italia e Pakistan, ma anche tra presente e futuro di questi Paesi. È questo lo spirito del percorso di formazione internazionale, co-organizzato da Luiss Business School, Pakistan Poverty Alleviation Fund (PPAF) e AICS Islamabad, nel quadro del Programma per la Riduzione della Povertà (PPR) nelle aree rurali del Balochistan, Khyber Pakhtunkhwa, aree tribali ad amministrazione federale e zone limitrofe. Il Progetto YCD, realizzato sotto la supervisione dei docenti Luiss Business School Roberto Dandi (Project Coordinator) e Duilio Carusi (Project Manager), è una delle azioni previste nel quadro del PPR per contribuire alla sostenibilità dell'impegno multisettoriale delle comunità che PPR ha implementato, coinvolgendo 17 organizzazioni partner, 38 governi locali in 14 dei distretti meno sviluppati del Pakistan. Il Progetto YCD è in linea con la mission della Luiss Business School, un luogo in cui gli studenti traducono le conoscenze accademiche in azioni concrete, per affrontare le sfide globali legate all'evoluzione della nostra economia e società. Tra i percorsi Luiss Business School che mirano a incrementare lo sviluppo e la pace nei Paesi in via di sviluppo, c'è il Managerial Training for Sahara Peace Hubs di Luiss Business School, parte del progetto Pax Humana Hub, l'iniziativa voluta da Ara Pacis Initiatives for Peace e portata avanti dall'Università Luiss Guido Carli, per l'avvio dei Sahara Peace Hub. Si tratta di centri polivalenti volti a sostenere la stabilizzazione delle comunità frontaliere di Libia, Niger, Ciad, Mali e Burkina Faso, attraverso la fornitura di servizi sanitari, educativi ed energetici di base, formazione professionale, progetti generatori di reddito, pratiche agricole innovative e programmi socioculturali con particolare attenzione alle donne e ai giovani. I SPH andranno ad alimentare un network nella regione, contribuendo a trasformare le reti tribali dedite ai traffici in reti virtuose per la crescita della pace e della stabilità. Le strutture e le attività saranno gestite da giovani formati nell'università Luiss Guido Carli durante giornate dedicate dal 18 al 27 ottobre. Al programma partecipano 14 diplomati provenienti dal Mali, chiamati a gestire i Sahara Peace Hubs insieme a 7 manager, formati da Luiss Business School, e 7 giornalisti. Gli studenti dei Master specialistici possono cogliere l'opportunità di alternare alle lezioni e agli esami previsti dal loro percorso, il supporto volontario a Onlus e ONG collegati al network Luiss Business School attraverso il progetto VolunteERS. Coadiuvati dal CeSID (Centro per la Sostenibilità, Inclusione, Digitalizzazione), possono scegliere la realtà presso cui svolgere il proprio prezioso volontariato, mai fine a sé stesso, ma sempre vettore di nuove idee e prospettive. Queste esperienze sono anche il mezzo per creare relazioni forti, molte delle quali andranno ben oltre la fine dell’anno accademico dedicato al Master. Tra le realtà coinvolte nel progetto VolunteERS ci sono HummusTown, un servizio catering che prepara cibo siriano, accuratamente preparato proprio da ex rifugiati dalla Siria, che in questa realtà trovano lavoro, autonomia, riscatto sociale; Comunità di Sant’Egidio, organizzazione internazionale che offre supporto a poveri ed emarginati; Legambiente; Save The Children; Energia per i Diritti Umani, che opera in Italia e Senegal; Come Un Albero, museo-bistrot nel quartiere romano Trieste che punta all’inclusione di giovani affetti da disabilità; Bimbi & co., un’associazione che supporta l’integrazione di bambini affetti da autismo. 15/11/2021

03 Novembre 2021

Fintech, diventare protagonisti della rivoluzione digitale e della ripartenza

Al via l'Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking di Luiss Business School Nel 2020 sono nate quasi 21 mila startup fintech in tutto il mondo. Già nei primi mesi del 2021 questo numero è cresciuto di oltre 6 mila unità. Nella sola area EMEA sono sorte più di 2 mila nuove imprese dedicate al settore fintech, che nell'immediato potrebbe rivelarsi un'ottima leva finanziaria per la ripresa economica. Basti pensare che secondo l’indagine condotta da ItaliaFintech nei primi 9 mesi del 2021 le piattaforme fintech hanno erogato finanziamenti alle piccole e medie imprese italiane per oltre 2,3 miliardi, passando a sostenere quasi 6.400 PMI nel 2021. Questo significa permettere alle aziende di cogliere nuove opportunità e continuare a crescere. Inoltre, nonostante la pandemia, il mondo fintech ha visto crescere i suoi ricavi del 30%. Luiss Business School dedica alla fintech un master di secondo livello, Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking. Il programma è rivolto a professionisti, manager e imprenditori che vogliono acquisire competenze innovative e digitali nel mondo finance. «Il digitale rappresenta un elemento di disruption in tantissime industrie, compresa quella bancaria, che negli ultimi anni, complice l'accelerazione impressa dalla pandemia, ha affrontato alcune delle rivoluzioni più importanti – spiega Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Director of MBA & Executive Education, Luiss Business School – Il nuovo progetto formativo che abbiamo sviluppato mira a offrire un'esperienza in grado di supportare l'upskilling o il reskilling di coloro che sono attualmente impegnati in quest'industria o che aspirano ad esserne i protagonisti. La nostra sfida è quella di disegnare un programma in linea con le esigenze della comunità e del settore». L’innovazione del mondo fintech: competenze, ruoli, mercati «All'interno di tutte le possibilità create nel mondo attuale dall’evoluzione del digitale, si colloca il mondo fintech, una parola che comprende molte realtà e si presenta come molto complicato – spiega Silvio Fraternali, Amministratore Delegato di Banca 5 del Gruppo Intesa Sanpaolo e membro del Comitato Scientifico del programma – Il percorso impostato con Luiss Business School si basa sulla parola consapevolezza, legata sia alle tecnologie connesse con questo settore sia all'importanza dell'execution, che è l'80% di ogni buona idea. Avere una visione, costruita insieme a dei professionisti e degli esponenti del mondo accademico, dà un senso concreto di quello che si può fare con quelle armi». Lavorare nella fintech è una parola bella, ma ermetica: riguarda diverse figure - l'imprenditore, che ha creato la fintech; chi ci lavora; il finanziatore; i clienti. Per funzionare, questo mondo deve vivere di ecosistemi. La visione degli altri ruoli può rendere maggiormente consapevoli di ciò che si vuole fare in questo ambito. In più, il mondo fintech è in grado di individuare nicchie e specificità che, oltre a fare sistema, potrebbero far ripartire intere zone del nostro Paese, proprio come è accaduto per la Silicon Valley, che ha creato una vera e propria economia territoriale. Dunque, qual è il ruolo che si vuole giocare sul mercato? Questa è la domanda da cui partire per fare un percorso consapevole nell'Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking, che prevederà sia modalità in presenza che a distanza. Inoltre, per incoraggiare una maggiore presenza femminile nel settore, finora deficitaria, Luiss Business School ha pensato a borse di studio dedicate. La prossima edizione è in partenza! Scopri di più 3/11/2021

25 Ottobre 2021

Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per la formazione 2.0 delle imprese

Focus su innovazione e sostenibilità a supporto di imprenditori e manager Intesa Sanpaolo Formazione, la società di formazione del Gruppo Intesa Sanpaolo, e Luiss Business School hanno siglato una partnership per offrire alle imprese italiane percorsi di alta formazione focalizzati su temi di gestione d’impresa, innovazione e sostenibilità. L’Executive Programme in gestione e innovazione d’impresa, progettato e realizzato da Intesa Sanpaolo, Intesa Sanpaolo Formazione e Luiss Business School si rivolge a imprenditori, manager e responsabili di funzioni aziendali che desiderano rafforzare le proprie competenze per una gestione innovativa e sostenibile dell’azienda. Le prime edizioni partiranno rispettivamente il 23, 24 e 25 novembre in Lazio e Abruzzo, Veneto e Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Marche. L’Executive Programme in gestione e innovazione d’impresa è il nuovo percorso offerto dall’Academy per le Imprese, il programma di Intesa Sanpaolo nato per offrire alle aziende italiane corsi di alta formazione per aggiornare competenze di imprenditori e manager, a fronte di uno scenario di mercato completamente trasformato dalla pandemia. L’obiettivo è sostenere le PMI anche attraverso una formazione costante e continua nell’adottare nuovi modelli organizzativi ed economici e approcci innovativi per rendere sostenibile il proprio business. Il programma offre un percorso formativo in distance learning di 5 mesi, al termine dei quali è previsto un evento di networking in presenza: 10 moduli saranno dedicati a general management e orientamento strategico, per mostrare come ambiti classici di economia aziendale debbano essere oggi reinterpretati alla luce della pandemia, altri 4 invece si focalizzeranno su temi di innovazione, dall’open innovation all’industria 4.0 e intelligenza artificiale, dalla trasformazione digitale alla circular economy e ESG. Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: “La necessità di nuove competenze, per affrontare il mercato e la concorrenza, è diventato un fattore strategico per le imprese. In Italia, rispetto agli altri Paesi industrializzati, la formazione è spesso sottovalutata ed è in genere più richiesta e presente in grandi aziende rispetto a realtà più piccole. Ma per mantenere un alto livello di competizione, il tessuto industriale ha bisogno di tenersi aggiornato, pronto a conoscere nuove opportunità e cercare nuove frontiere di business. Come Gruppo Intesa Sanpaolo, siamo convinti che gli investimenti in formazione siano un importante motore di crescita e questo percorso che offriremo alle piccole e medie aziende insieme alla Luiss Business School nasce dalla convinzione che, anche grazie alle risorse messe in campo dal PNRR, abbiamo una grande opportunità di riposizionamento e rilancio dell’economia del Paese.” Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School: “Il tema della creazione di competenze è cruciale in questo momento storico per permettere e sostenere una ripresa ed una crescita strutturale del Paese, dopo la battuta d’arresto dovuta alla pandemia da Covid–19 e a fronte di un passato non particolarmente florido sotto questo punto di vista. Come istituzione preposta alla formazione dei leader di oggi e di domani, dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione, facendo leva sugli interventi europei e nazionali di Next Generation EU e PNRR e sfruttando gli assist di grandi partner, quale è Intesa Sanpaolo, per portare a casa il risultato: un Paese rinnovato con una crescita finalmente sostenibile.” RASSEGNA STAMPA Il Sole 24 Ore, Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per la formazione 2.0 delle impreseCorriere della Sera, Intesa e Luiss accordo per l'alta formazioneIl Messaggero, Intesa Sanpaolo. Formazione 2.0 con la LuissGazzetta di Parma, Da Novembre Luiss e Intesa Sanpaolo insieme per la formazioneMilano e Finanza, Intesa e Luiss accordo per l'alta formazioneIl Tempo, Intesa Sanpaolo, accordo con Luiss per la formazioneLibero, Intesa e Luiss sulla formazioneNuova Venezia, Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, La formazione delle PMI parte dal Veneto 25/10/2021

18 Ottobre 2021

Conoscenza e competenze, le chiavi per la ripresa

Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, pubblicato su la Repubblica Affari & Finanza, 18 ottobre 2021 Stiamo vivendo un momento inedito per l’umanità. Gli ultimi anni passeranno alla storia per le rapide e sconvolgenti trasformazioni che li hanno caratterizzati, imputabili in primo luogo alla pandemia che ha scompaginato le pagine di un libro che credevamo di conoscere, anche nel finale, e ci ha costretto a ripensarci e a confrontarci con un mondo nuovo, non dopo poche esitazioni. Il virus ha causato uno shock economico tre volte peggiore rispetto alla crisi del 2008 in termini di calo del PIL su base annua. La stessa pandemia, però, rappresenta un grande acceleratore della tendenza globale verso la digitalizzazione e un catalizzatore nel promuovere l'adozione e la diffusione di tecnologie quali il 5G, l'Internet of Things, il cloud computing, l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale. Stiamo assistendo, oggi, a una crescita dirompente che ci aiuterà, senza dubbio, a superare il ritardo accumulato e a intraprendere la strada per la ripresa, anche grazie agli interventi del Next generation EU e del PNRR. Allo stesso tempo, il momento attuale vede in discussione la maggior parte delle nostre convinzioni su economia, globalizzazione, mercato del lavoro e, più in generale, sulla società che nascono da un contratto sociale ormai obsoleto in quanto basato su regole pensate per un mondo che ormai non esiste più. E di questo non possiamo non tenerne conto. Anche la Scuola e l’Università sono state e continuano a essere messe a dura prova dalle trasformazioni di scenari sinora sconosciuti e sono chiamate, a loro volta, a dare risposte nuove. Per sviluppare azioni che permettano di guardare con fiducia al futuro, però, dobbiamo partire da un dato: il nostro Paese nel 2020 è stato il fanalino di coda nello European Skill Index per capacità di formare competenze professionali. Da qui deve riprendere il nostro discorso, da dove ci siamo fermati. Come Business School siamo in prima linea nel preparare i leader del futuro per navigare le nuove sfide globali. Abbiamo il compito di dotarli degli strumenti più adeguati e innovativi per permetter loro di governare un contesto mutevole, in cui insistono variabili sempre nuove e molto spesso insidiose. È un compito che si concretizza nella mission del PNRR, che vede tra i suoi obiettivi quello di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, e che prevede un investimento di più di 30 miliardi in istruzione, formazione e ricerca. Il ruolo delle Business School nel mondo post pandemico Come faremo ad affrontare questa sfida, partendo da una situazione di profondo svantaggio? E come le Business School possono dare il loro contributo?  Sicuramente, nell’ottica di un intervento strutturale e non emergenziale, puntando sul loro ruolo di produttori di conoscenza quale sinonimo di creatori di competenze: una conoscenza che però deve essere aperta, flessibile, pronta ad adeguarsi alle trasformazioni e declinata sul parametro dell’innovazione continua. Dobbiamo quindi seguire due direttrici: agilità e collaborazione. Il che significa  continuare a investire sull’utilizzo della tecnologia per creare una infrastruttura ancora più forte e in grado di far venir meno le disuguaglianze che caratterizzano il nostro Paese; fare dell’innovazione continua il nostro mantra, proponendo nuove soluzioni e strumenti quali un modello ibrido di apprendimento che preveda la formazione a distanza accanto a quella in presenza; ma anche  favorire il networking e lo scambio di conoscenze con lo scopo di generare un impatto sulla società. Il tutto mettendo al centro la sostenibilità che, nel nostro mondo, è sinonimo di inclusione, attenzione al mercato del lavoro e ai suoi bisogni e capacità di adattamento. È fondamentale, poi, ragionare in un’ottica glocal. La pandemia ci ha chiarito quanto la prospettiva globale non possa prescindere da quella locale: soltanto ascoltando il territorio avremo la capacità di adattare l’offerta formativa ai bisogni di un mercato con peculiarità geografiche. Come ripartire dalla formazione per i lavori del futuro D’ora in poi, nulla sarà più come prima. Le stime del WEF parlano chiaro: entro il 2022, per oltre il 54% dei dipendenti sarà richiesto un significativo processo di re-skilling e up-skilling, e molti dei lavori che la nuova generazione svolgerà ancora non esistono. La stessa declinazione di quelle che saranno le skill del futuro – quali pensiero analitico e innovazione, uso delle tecnologie e resilienza – ci chiama direttamente in causa in quello che è il nostro obiettivo fondamentale, plasmare i leader del futuro, e ci invita a non essere miopi e a mettere in campo azioni al passo con i tempi. Quelli descritti sono obiettivi ambiziosi che non possono essere raggiunti se non con un’azione congiunta e sinergica: solo facendo leva sul dialogo tra istituzioni, società civile e partner del settore privato riusciremo davvero a garantire un accesso universale all’apprendimento, a pensare e implementare azioni coordinate, e a sfruttare le potenzialità della tecnologia, per favorire una rinascita del Paese che non può prescindere dall’istruzione e dalla formazione. 18/10/2021

15 Ottobre 2021

Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziari

Dopo il successo della prima edizione al via oggi l’Executive Programme in “Governance, vigilanza e strategia degli intermediari finanziari” con focus su trasformazione digitale e finanza sostenibile Parte oggi la seconda edizione dell’Executive Programme in “Governance, Vigilanza e strategia degli intermediari finanziari”, il programma di alta specializzazione di Luiss Business School in collaborazione con Intesa Sanpaolo, indirizzato ad amministratori ed executive manager chiamati ad affrontare le nuove sfide imposte da un contesto bancario in continua evoluzione. Il percorso, che mira a rafforzare le competenze specialistiche in ambiti quali finanza aziendale, risk management, compliance, economia degli intermediari finanziari, si arricchisce quest’anno di approfondimenti dedicati ai temi più attuali di trasformazione digitale e finanza sostenibile: il primo sulla “Digital open banking” include la trattazione di PSD2, il ruolo del Fintech, la consulenza finanziaria automatizzata, big data, monete virtuali, applicazioni di intelligenza artificiale al settore bancario nella prospettiva di un mercato unico digitale; alle nuove regole di informativa societaria, l’impatto sulla governance bancaria nell’ambito della finanza sostenibile, quindi Green, Social and Sustainability Bond, è invece dedicato l’approfondimento di “Sustainable finance” nel contesto scaturito dal Green Deal europeo e conseguente Sustainable Europe Investment Plan. “La pandemia ci ha messo di fronte a nuovi rischi ma, allo stesso tempo, ha creato nuove opportunità. Siamo dinanzi a un qualcosa di inedito che deve essere necessariamente compreso per essere governato. Individuare la giusta chiave di lettura delle trasformazioni che interessano il mondo finanziario è per questo una delle nostre priorità. È nostro compito offrire a chi fronteggia queste trasformazioni gli strumenti più innovativi per farlo”, ha commentato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Direttore di MBA & Executive Education, Luiss Business School. “Il percorso di formazione proposto dall’Executive Program è espressione dell’impegno profuso da Intesa Sanpaolo per la crescita della cultura economica del management italiano e sono convinto che possa divenire sempre più catalizzante rispetto ai soggetti privati attivi in questo ambito, rappresentando nel tempo, un benchmark di riferimento anche a livello europeo” ha dichiarato Marcello Mentini, Head Group Regulatory Agenda Department, Intesa Sanpaolo L’attenzione ai nuovi scenari della regolamentazione finanziaria e dei sistemi di vigilanza e controllo, nonché un punto di vista analitico sulle trasformazioni del mondo bancario, caratterizzano da sempre la partnership tra Intesa Sanpaolo e Luiss Business School. La governance dell’Executive Programme si avvale di due codirettori: prof. Mirella Pellegrini, Ordinario Luiss e dr. Marcello Mentini, Intesa Sanpaolo, e di un comitato scientifico composto dal dr. Paolo Boccardelli, dr. Stefano Lucchini, dr. Stefano Del Punta, prof. Enzo Peruffo, avv. Laura Lunghi e prof. Paola Lucantoni. RASSEGNA STAMPA Il Sole 24 Ore, Intesa Sanpaolo e Luiss insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziariLa Repubblica, Intesa Sanpaolo con Luiss Business School per l'alta formazione su governance dei rischi finanziariAgenzia Nova, Finanza: Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l'alta formazione su governance rischiItalia Oggi, Luiss e Intesa San Paolo, formazione per ManagerLibero, La scuola dei Manager punta su digitale e sostenibilitàIl Messaggero, Con la Luiss la formazione sui rischi delle finanziarie

12 Ottobre 2021

Gerardo Gagliardo: «Io, CFO a 30 anni grazie a Luiss Business School»

Dopo una vita passata a sognare di lavorare in Ferrari e aver raggiunto il risultato, Gagliardo ha scelto l'MBA Full Time per andare oltre le proprie stesse aspirazioni. L'occasione giusta è arrivata durante l’Exchange Programme a Shanghai «Think big to achieve big»: è questo il motto di Gerardo Gagliardo, oggi Chief Financial Officer di Exein SpA, cresciuto con il mito di Enzo Ferrari. Il suo obiettivo era lavorare a Maranello e, dopo averlo raggiunto, si è accorto che non bastava: aveva bisogno di andare ancora più in alto. Per farlo, ha scelto di continuare a formarsi. L'MBA Full-time targato Luiss Business School gli ha permesso di alzare l'asticella e di diventare il CFO di Exein, la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. La società ha appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori internazionali. Gerardo Gagliardo, cosa ti ha spinto verso il MBA Full Time di Luiss Business School? Mi sono laureato alla Luiss Guido Carli con una tesi su Ferrari: il mio sogno era arrivare a lavorare lì. Ho inviato il mio testo al CFO dell'azienda e qualche giorno dopo ho ricevuto una telefonata che mi invitava ad un colloquio a Maranello. Dopo una serie di colloqui molto approfonditi, il giorno dopo la mia laurea Il sogno era diventato realtà. Mi trovavo molto bene in Ferrari, ma superato il primo momento di entusiasmo ho percepito una certa irrequietezza, come se avessi bisogno di alzare l'asticella. Così ho lasciato Ferrari e ho scelto l'MBA Full Time di Luiss Business School. Avevo fatto il mio percorso di laurea a Villa Blanc: continuare lì mi sembrava naturale. Miravi a qualcosa in particolare? Sì, in quel periodo ero affascinato dal mondo delle startup e volevo avere gli strumenti giusti per avvicinarmi e giocare le mie carte. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? La principale differenza con Luiss Guido Carli è stata l'età delle persone che ho incontrato e il rapporto con i professori, più vicino, più confidenziale, grazie anche alle classi più piccole. Ho incontrato persone che hanno già avuto esperienze lavorative. Ho partecipato a delle conferenze per scambiare esperienze con i ragazzi più grandi dell'Executive, utilissimo anche per fare network. Qual è il corso che ha avuto un maggiore impatto sulla tua carriera? Sicuramente Corporate Finance con il professor Oriani: per me è stato un ripasso perché l'ho seguito anche alla specialistica, ma è stato incredibilmente utile. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Durante l'Adventure lab ho avuto la possibilità di familiarizzare con pitch e concetti legati al mondo startup, che poi mi hanno aiutato anche nel percorso in Exein. Anche il corso di people management mi ha aiutato a capire come creare un team e gestirlo nelle sue diverse sfaccettature. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? La competitività è una soft skill che avevo già visto nelle mie esperienze lavorative in Ferrari: lì l’ambiente era davvero competitivo. Nell'Mba ho creato tante amicizie, c'era un bel clima. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Dall'MBA mi porto dietro tante relazioni: il 50% delle persone che ho incontrato lì, me le sono portate dietro anche nella mia vita quotidiana. Il vero valore del network che sperimenti in Luiss Business School si misura con l'aiuto che puoi dare alle persone: mi sono ritrovato ad aiutare compagne di corso nella preparazione dell'esame di Corporate Finance. L'esperienza è stata molto dura, ma il network era una delle parti migliori, anche perché mi ha insegnato a lavorare in team, cosa che oggi vivo quotidianamente nel mio lavoro. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Sicuramente l'Exchange Programme a Shanghai, il Cass Symposium di Londra, che ha rappresentato una grande occasione di contaminazione internazionale, e la Bocconi Finance Competition, a cui ho partecipato rientrando tra i 5 studenti selezionati da Luiss Business School per l'occasione. Ora sei Chief Financial Officer di Exein SpA: in cosa consiste il tuo ruolo e come l'MBA LBS ti ha aiutato in questa fase professionale? Siamo la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. Abbiamo appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori totalmente internazionali ed utilizzeremo questi soldi per espanderci globalmente.Sono entrato in Exein mentre ero in Cina per l'Exchange Programme previsto dal percorso Luiss Business School. Dal Career Service giungevano diverse proposte, grazie all’ottimo lavoro svolto dal Carreer Servici per prepararci ad affrontare al meglio i colloqui, ma nessuna mi entusiasmava: lasciando Ferrari, mettevo sempre tutto il resto a confronto, per scegliere l'occasione che mi avrebbe permesso di fare di più. Finalmente è arrivato il contatto con Exein e mi sono ritrovato a diventarne il CFO a soli 30 anni. Ero inizialmente spaventato dalle difficoltà, ma il rischio fa parte della mia indole. Così ho accettato, lasciando il programma a due mesi dalla fine: cercavano qualcuno che avesse un'esperienza internazionale che io avevo maturato proprio grazie all'MBA in Cina. All'epoca era una società appena nata: oggi siamo in 15 e prevediamo di arrivare a 30 dipendenti in poco tempo. Pandemia, dalla protezione dei dati al modo di lavorare: hai notato dei cambiamenti nel team building e rispetto al prodotto? La pandemia ci ha portato molta più traction. Prima, stando in azienda, si aveva la sicurezza di lavorare in un ambiente protetto. Con lo smart working siamo diventati più vulnerabili agli attacchi, dato che i dispositivi domestici non sono pensati per proteggere questi dati. Come avete cambiato il modo di lavorare in Exein? Da maggio abbiamo adottato un modello ibrido, che pensiamo di mantenere. Il lunedì e il venerdì si resta a casa, gli altri tre giorni siamo in ufficio. Questo ha migliorato la qualità della produttività del lavoro. Il mio team si impegna e non devo stare lì a controllarli: ho deciso di dare una gestione del lavoro libera, orientata alle scadenze, che responsabilizza le persone. La leadership è stato un passaggio che ho mutuato da MBA Luiss Business School. Sono entrato come una persona brava nel finance e ne sono uscito come un CFO, capace di gestire persone, relazioni e conflitti, anche tra altri C-level. Non ne sarei capace senza l'acquisizione delle Negotiation skills, altro risultato raggiunto durante l'MBA. Ad oggi ti sei pentito di aver lasciato il tuo posto in Ferrari? Dopo due anni, posso dire di aver fatto una scelta vincente. I miei genitori mi dissero che ero pazzo a lasciare quella posizione e di dire addio al sogno che avevo sin da bambino. Ma in Silicon Valley si dice «Go big or go home»: io ho un po' riadattato questo motto alla mia carriera., trasformandolo in «Go big or go big» perché per me non c'è un'alternativa al pensare in grande se vuoi arrivare al successo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Continuo a formarmi costantemente. Credo fermamente nella conoscenza e nel sapere. Ho speso tanto tempo negli anni universitari. Ho un bagaglio di conoscenze che oggi non vedo nelle nuove generazioni. Quando valuto nuove persone, che possono vantare un cv valido, poi trovo a volte lacune incredibili. La verità è che non si studia più per sé stessi, ma solo per superare un esame. Invece bisogna impegnarsi per avere basi, competenze e conoscenze reali, che rimangono anche dopo il voto. Oltre alla formazione, pensi di navigare verso nuovi lidi? In futuro mi piacerebbe continuare in Exein Spa perché mi trovo bene. Ora puntiamo a un'exit attraverso una quotazione in borsa: per me sarebbe un bel traguardo. Poi mi piacerebbe dedicarmi ad altre attività, magari creando una nuova startup magari anche con risvolti sociali. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Prima di tutto studiare, ma con interesse per sete di conoscenza e di sapere, e non per superare un esame. Il secondo consiglio è quello di rischiare e ricordarsi sempre “Go Big or Go Big”. Il terzo è quello di curare anche i più minimi dettagli, vista la competizione, chi cura i dettagli è colui che poi fa la differenza. 12/10/2021

05 Ottobre 2021

Bruna Giordano: «Soft skill, il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School»

Un background sempre più trasversale per le nuove professioni legali: Bruna Giordano, dopo la laurea in Giurisprudenza, ha scelto il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School e oggi è Risk & Compliance Analyst in Accenture Durante l'apprendistato in uno studio legale si possono capire tante cose sulla professione di avvocato e anche su sé stessi. È quello che è successo a Bruna Giordano quando, durante i mesi in Bouché & Partners, ha capito che la professione tradizionale non era più in sintonia con la sua curiosità e con il nostro tempo. Così ha scelto di attualizzare il bagaglio di conoscenze con il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School. Qui, oltre a familiarizzare con materie economiche, più orientate alla business transition aziendale ormai imprescindibile, ha scoperto che le soft skill sono l'arma più importante per fronteggiare le sfide del futuro. Hai iniziato il tuo percorso in “Consulente Legale d’Impresa” Luiss Business School durante l'apprendistato presso Bouché & Partners: cosa ti ha spinto verso questa scelta? La mia scelta è stata innescata dalla consapevolezza di non riuscire a ritrovarmi nella professione che stavo intraprendendo. Avevo studiato Giurisprudenza, cercando di laurearmi il prima possibile. Ma quando dalla teoria sono passata alla pratica, mi sono resa conto che ciò che facevo non mi dava la soddisfazione che ricercavo. Quindi mi sono guardata intorno e la figura del Consulente Legale d'Impresa ha attirato la mia attenzione. Come mai? Si tratta di una figura più moderna, con skill giuridiche, ma anche economiche. Queste caratteristiche mi hanno spinta a iscrivermi al percorso in “Consulente Legale d’Impresa" di Luiss Business School. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? Un ambiente estremamente stimolante, soprattutto durante i primi mesi di induction, quando abbiamo potuto studiare materie economiche, quindi estranee al mio background. Corsi come Risorse Umane, Organizzazione Aziendale, Marketing mi hanno dato spunti interessanti. In più, ho trovato molto dinamismo anche nel confronto con persone provenienti da ambiti diversi dal mio. Ho sentito la mia mente aprirsi. Nel tuo curriculum citi molti corsi come pietre miliari del tuo percorso in Luiss Business School. Qual è quello che ha cambiato maggiormente il tuo modo di lavorare? Sicuramente il corso in Diritto Bancario: era una materia che non avevo mai affrontato durante gli studi universitari e che poi mi ha avviato alla mia attuale professione, quella di Risk & Compliance Analyst in Accenture. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il percorso? Le soft skill sono state il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School: sul lungo termine mi hanno aiutato moltissimo nella pratica lavorativa. Abbiamo lavorato sulla gestione del tempo, delle scadenze, sull'atteggiamento proattivo e propositivo del lavoro individuale. Ma, più importante, ho capito cosa significasse lavorare in team prima ancora di entrare fisicamente in una squadra. Competitività, altra parola chiave nel mondo Luiss Business School. Senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso? Assolutamente sì, ho allenato la competitività in modo sano. Ho imparato che è fondamentale comprendere il valore di tutti gli elementi che fanno parte di un team, sottolineando allo stesso tempo le proprie caratteristiche e i propri valori. Ricordo sempre una frase che il professor Francesco Di Ciommo ci disse uno dei primi giorni: «È bene essere bravi, ma è fondamentale essere più bravi degli altri». Cosa ha significato per te questa frase? Che bisogna sempre investire su sé stessi, perfezionarsi e studiare sempre, non solo all'università o durante un master, ma anche sul lavoro. Il cosiddetto longlife learning innesca una competitività sana, che significa non il voler emergere sugli altri, ma il voler dimostrare e affermare il proprio valore. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Tutte le persone e le personalità che ho conosciuto durante il programma ho continuato a sentirle anche dopo, anche solo per chieder loro un consiglio. Penso all'esperienza del progetto GROW, dove ho conosciuto Tiziana Mennuti, direttrice delle risorse umane e del legal in RDS, che tuttora sento e mi ha dato consigli preziosissimi. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Tra i momenti più importanti c'è sicuramente il Leader4Talent, incontri organizzati con cadenza regolare in cui potevamo incontrare personalità di spicco nel mondo accademico o nel panorama aziendale italiano. È stata un'occasione di crescita molto importante e preziosa. Nel 2019 sei entrata in Nike Consulting – Junior Analyst, poi in Accenture come Senior nella stessa posizione: come il corso di alta formazione ti ha aiutato in questo salto di carriera? Quando ho terminato il corco si alta formazione, tramite il Career Service ho ottenuto un colloquio in Nike Consulting, una società di consulenza che si occupava dell'analisi regolamentare normativa in ambito finanziario. Il settore mi interessava molto: così ho colto l'occasione al volo e ho iniziato questa esperienza che è durata un anno e mezzo. Poi cos'è successo? Nike Consulting è stata acquisita da Accenture, quindi ora facciamo parte di una multinazionale. La Luiss Business School mi ha permesso sia di avere il mio primo posto di lavoro, ma anche nel mio salto di carriera perché tutto quello che ho imparato durante il percorso l'ho messo in pratica sul lavoro. Cosa ti ha aiutato di più in questo passaggio? Lo spirito di sacrificio e l'umiltà all'inizio, che mi hanno permesso di confrontarmi con un'azienda più piccola, con un ambiente di lavoro più ristretto, cosa che a me ha fatto bene. Perché? In questo ambiente più ristretto ho potuto sviluppare e far emergere le mie potenzialità. Quando è stato il momento per la mia azienda di fare il salto, insieme a lei l'ho fatto anche io. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? È una cosa che non escludo. Il mondo del lavoro sta cambiando e le competenze vanno attualizzate soprattutto in ambito digital. Da due anni lavoro da casa e ho dovuto acquisire tante skill digitali: vorrei continuare a formarmi soprattutto da questo punto di vista, aumentando la rivendibilità futura della mia posizione professionale. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Il mio primo consiglio è quello di fidarsi dei professori in aula e di tutto il team intorno al percorso. Poi bisogna sfruttare al massimo le possibilità di incontro e network, che sono il vero valore aggiunto di Luiss Business School. Si permette allo studente di confrontarsi con persone e personalità con quali in un altro ambiente si avrebbe più difficoltà a confrontarsi. In più, non ultimo e non meno importante, consiglio di essere molto ambiziosi, attitudine che ripaga sempre. ---- Lo Studio Legale Lener, Morrone & Partners mette a disposizione una borsa di studio per l'edizione 2021/2022 del programma, volta ad offrire un sostegno finanziario per favorire la partecipazione. Per maggiori informazioni è possibile scrivere a: masterluissbs@luiss.it o recruitmentluissbs@luiss.it SCARICA LA BROCHURE 5/10/2021

29 Settembre 2021

Ripensare lo store del futuro: la sfida di Prada al centro dell’MBA International Week

Come sarà lo store del futuro? I 40 studenti riuniti da Luiss Business School per l'edizione 2021 si sono sfidati per dare una risposta al colosso del mondo della moda In un mondo in cui possiamo comprare online in ogni momento, ovunque, qual sarà il ruolo del retail in futuro? È stata questa la domanda al centro dell’ultima edizione dell’MBA International Week 2021 organizzata da Luiss Business School. Ben 40 studenti provenienti dalle migliori business school del pianeta si sono sfidati per immaginare lo store del futuro di Prada Group. Ritorno in presenza L’MBA International Week, svolta interamente in presenza, ha offerto l’occasione agli studenti dell'edizione 2021 di partecipare a workshop tenuti dai manager Prada e dai docenti Luiss. “È stata una grande occasione per ripartire e ripartire alla grande facendo respirare un'aria internazionale al nostro campus”, ha spiegato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Director of MBA & Executive Education Luiss Business School. Lo store del futuro: i progetti Come sarà lo store del futuro? Gli studenti coinvolti nella sfida proposta da Prada Group sono partiti da questa domanda per lavorare sul concetto di store store del futuro. L’esperienza maturata nelle rispettive business school li ha portati a prendere in considerazione un approccio omni-channel, proponendo l’interactive advertising, vetrine digitali, campagne pubblicitarie immersive e l’utilizzo di smart mirror technology da utilizzare in negozio ma anche a casa. Occhio anche al benessere del cliente, sempre più Generazione Z, che deve comunque trovare un luogo fisico in cui entrare in empatia con il brand in modo rilassato. L’imperativo è riassunto in una frase: “Il digitale non rimpiazzerà l’esperienza dei consumatori, senza tralasciare i vantaggi della tecnologia”. Per farlo, al centro dei vari progetti sono emersi tre pillar: design, tecnologia, fattore umano. Grande importanza anche alla sostenibilità, valore centrale per il cliente del presente e del futuro. Il punto focale della sfida lanciata da Prada Group è stato capire come innovare i propri spazi di vendita al dettaglio e consolidare le relazioni con i propri clienti. Ma l’MBA International Week è stata anche un’occasione per selezionare nuovi talenti. “Noi come azienda puntiamo ad investire ovviamente sulla competenza tecnica ma ancora di più pensiamo che trovare delle risorse che possano poi rappresentare il futuro del nostro brand – ha spiegato la direttrice HR di Prada Group Cinzia Labbrozzi – anzi dei brand del nostro Gruppo, sia necessario trovare chi ha passione per il proprio lavoro chi ha passione per la nostra azienda, il nostro prodotto, il contesto ma soprattutto serve curiosità, flessibilità e spirito di adattamento”. 28/9/2021

28 Settembre 2021

Domenico Crescenzo: «Io, servant leader grazie all'MBA Luiss Business School»

Un percorso poliedrico e la voglia di mettersi alla prova al di fuori del proprio settore di competenza, l'ingegneria, hanno spinto il giovane startupper verso l'alta formazione Luiss Business School. Il risultato? Una nuova avventura e tante nuove frecce al proprio arco Domenico Crescenzo non è il classico ingegnere, certo solo delle sue conoscenze. Ma per comprendere questa personalità che in molti definirebbero “multipotenziale”, bisogna raccontare la sua storia dall'inizio. Domenico è prima di tutto un leader naturale. Il primo ruolo arriva prestissimo, durante gli anni della scuola militare aeronautica Giulio Douhet di Firenze, frequentata dai 16 ai 19 anni. Qui è stato capo corso di 40 cadetti: insieme alla fatica degli studi liceali, aveva anche la responsabilità dei coetanei del suo corso. Poi è arrivato il percorso accademico in ingegneria energetica (percorso Aspri, Alta scuola politecnica ricerca e innovazione) presso il Politecnico di Milano. Terminati gli studi, è stato il momento di un'esperienza all'estero, per la precisione a Stoccolma presso il Royal Institute of Technology (KTH), dove ha seguito un percorso di ingegneria della progettazione, specializzandosi nella branca legata alla combustione e motori a combustione interna. L'approdo in Scania, azienda leader nella produzione di veicoli industriali, sembra quasi scontato. In questa esperienza Domenico porta a compimento anche un brevetto legato a un algoritmo capace di misurare l'efficienza di iniezione del combustibile. Ma qualcosa non funziona nell'equazione della sua vita lavorativa: Domenico sente che la sua vera realizzazione è nel mondo imprenditoriale. Lancia la sua prima startup, ma le cose non vanno come dovrebbero: lui, giovanissimo, entra in un team fatto da amici, che però non condividono la stessa visione. Così inizia a frequentare il mondo imprenditoriale italiano, prima di approdare a Janssen, la divisione farmaceutica di Johnson & Johnson. Questo è stato l'inizio di continui contatti con tante realtà innovative, tra cui Keethings, startup in cui ha esplorato tutti i ruoli che è possibile ricoprire in un'azienda di questo tipo. Questa esperienza lo ha portato a capire che consolidare le conoscenze manageriali e imprenditoriali non era più una scelta, ma un imperativo. Da lì, la decisione di iscriversi all'MBA di Luiss Business School. Grazie all'ambiente fertile e stimolante, Domenico si è rimesso in gioco e ha consolidato le sue conoscenze. Durante il percorso, in piena pandemia, ha anche fatto nascere la sua seconda startup, Screevo, l'espressione finora più compiuta della sua voglia di essere imprenditore. Domenico Crescenzo, cosa ti ha spinto a scegliere l'MBA Luiss Business School in formula part-time? Mi piaceva molto il mio lavoro in Keethings e non volevo lasciarlo. Qui stavo lavorando su settori che non avevo mai toccato prima. Sono sempre stato un ingegnere, un tecnico, ma con una forte spinta verso l'imprenditorialità. Volendo portare le due cose in parallelo: studiare e mettere in pratica, la formula part-time, benché impegnativa, era adatta alla missione. Perché la Luiss Business School? Perché è uno dei programmi, se non il programma più importante d'Italia. Essendo a Roma, mi permetteva di costruire e fortificare la rete che già avevo in quest'area geografica. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? L'aggettivo che meglio esprime la mia esperienza in Luiss Business School è “diverso”. Prima di tutto, la mia classe era costituita da tantissimi profili diversi, un vero e proprio valore aggiunto: dal profilo corporate all'imprenditore, c'erano diversi tipi di persone. L'ambiente è informale, molto interessante, cosa che mi ha permesso di avvicinarmi e parlare facilmente con chiunque volessi. Sei il Co-Founder e CEO della startup Screevo. Quali competenze – hard e soft – acquisite durante l'MBA ti hanno aiutato e ti aiutano a svolgere questo ruolo importante? Sicuramente quelle legate alla parte economico finanziaria, come il budgeting e la capacità di sedersi e cercare di pianificare tutte le attività nel breve, medio e lungo termine. Abbiamo seguito corsi di imprenditorialità in cui ci hanno spiegato come fare una presentazione per gli investitori, come capire e cogliere gli aspetti principali di un mercato, oltre ad alcuni corsi di marketing in cui ci hanno insegnato a notare alcune cose. Sono corsi e materie così ampie che ti spingono ad approfondire le cose che contano di più per ogni singola persona. Per quanto riguarda le competenze soft, penso che quando si entra in un MBA, dopo aver seguito le lezioni, non si esce come delle persone completamente diverse. Accade solo se ti metti davvero in gioco durante il percorso. La serie di corsi sulla leadership, ad esempio, affiancati al coaching, vanno poi applicati affinché avvenga una vera trasformazione. Io avevo in mente una sfida. Quale? Quando parti con una startup e sei poco più di un ragazzo, con poche risorse, e chiedi a persone più senior di lavorare gratis per te, per seguire un sogno, in tempo di pandemia, senza vedersi mai, richiede una leadership importante. Dipende da me, ma anche dalla visione e da ciò che comunico alle persone che stanno davanti a me. L'obiettivo che avevo in mente era far sì che anche gli altri riuscissero a vedere ciò che vedevo io. Quindi la mia bravura doveva stare nella capacità di comunicare quel sogno e sento che l'MBA mi ha aiutato ad affinare gli strumenti per farlo. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Nel corso di leadership mi ha colpito molto una frase detta in classe: «It's not about you. It's about the others». La servant leadership, il mettersi a disposizione, l'essere il primo a prendersi gli schiaffi, creano quello spirito di trust che spinge tutto il team a mettersi in gioco. Davanti a grandi investitori ho preso molti schiaffi e il mio team mi ha ringraziato per questo! Sul coaching ho dovuto mettermi in gioco a 360 gradi: qui ho esplorato i miei limiti di persona e poi di professionista. In che senso? Nella mia esperienza, posso dire che i limiti del professionista sono strettamente legati a quelli della persona. Sono sempre stato un buon comunicatore, ma emotivamente piuttosto chiuso: in alcuni casi può diventare un problema anche sul lavoro. Quando non riesci a esprimere ciò che senti, in positivo e in negativo, possono nascere incomprensioni. Questo mio limite è stato un punto di attenzione, che mi ha costretto ad allenare questa caratteristica. L'MBA non è una serie di corsi, che puoi acquisire leggendo dei libri: richiede un rimettersi in discussione per ripartire da una base più solida. Nella tua posizione la leadership è una qualità fondamentale: cosa ci vuole per essere veri leader? Servire, ascoltare, affrontare. Per alcune persone affrontare discussioni difficili è molto complicato. Invece va fatto in modo repentino e chiaro. Bisogna essere trasparenti nei confronti di sé stessi e degli altri. Di conseguenza, bisogna affrontare ogni giorno questi temi per creare un clima di fiducia, che non va tradita. Un buon leader è una persona di cui i dipendenti e gli impiegati si fidano, per cui sono pronti a fare l'extra mile. Il tuo curriculum è molto ricco: in quale delle tue esperienze pensi che l'MBA Luiss Business School avrebbe potuto cambiare le tue performance? Credo che questo tipo di formazione avrebbe fatto la differenza in molti momenti. Nel mio percorso di ingegneria non sono mai stato esposto a questioni di business. Sono entrato all'università con l'idea di finire il prima possibile, ma al termine ho scoperto che ciò che avevo studiato non mi piaceva del tutto. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? Sono estremamente competitivo per natura, ma non verso gli altri. Nell'MBA non c'è competitività interna, ma si avverte la volontà di andare avanti uniti come un blocco. Le varie sfaccettature di ognuno concorrono a creare un corpo unico. Si ha la possibilità di cogliere il meglio di ogni componente della classe. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Sono ancora nel pieno del programma, mancano sei mesi alla fine. Ho avuto contatti con persone interessate alla mia startup Screevo. Ho lanciato un'iniziativa, Startup Group, in cui abbiamo organizzato una call: si sono presentati 60 ex alumni con idee innovative. Pandemia e corso: come hai vissuto la didattica a distanza? La didattica a distanza ha i suoi limiti. Ma è la prima volta per tutti. L'esperienza di networking ne ha risentito, ma sono sicuro che ci saranno occasioni per colmare questo gap. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Il futuro sarà su Screevo. Poi non lo so: coltivo il sogno di alimentare la mia passione per la didattica. Raccontaci cos'è Screevo. Si tratta di un assistente vocale per l'industria 4.0. Il settore manifatturiero è stato travolto da un'onda di digitalizzazione. Operatori e tecnici, che sanno lavorare con le mani, spendevano più tempo davanti al computer per inserire dei dati che sul campo per risolvere i problemi. Infatti, dopo aver aggiustato una macchina, va compilato un report. L'idea è che le mani di operatori e tecnici debbano tornare a essere libere di generare valore. Per questo il nostro pay off è “Free From Typing”. Con Screevo si può parlare mentre si lavora: quello che si dice viene trascritto in maniera automatica nei campi software del cliente. Screevo rimappa quello che viene detto e inserisce ogni risposta nei campi specifici previsti dal software. Screevo può aiutarci anche a prenotare un viaggio sul sito di Trenitalia. Posso prenotare un treno sul sito di Trenitalia utilizzando Screevo: lui sa quali campi compilare con le risposte che gli diamo. La startup ha vinto la competizione Boost your ideas, lanciata da Regione Lazio e ci è valsa l'ammissione all'incubatore della Luiss. Verso la seconda settimana del Luiss & Labs siamo stati contattati da un programma di accelerazione in California e ora stiamo per aprire una seconda sede lì. Open innovation e Millennial: quale ricetta per creare engagement? È importante che le corporate responsabilizzino i giovani a loro rischio e pericolo. Dentro J&J sono stato responsabilizzato e, nonostante la paura, mi sono sentito coinvolto. Un ragazzo laureato, con le sue ambizioni, che pensa di spaccare il mondo, ed entra a fare lavoro d'ufficio, dove vede poco valore aggiunto, dove non sente la pressione della responsabilità, si disingaggia velocemente. Si scappa o dalla pressione o dalla noia. È lì che bisogna lavorare: comunicare la visione per farli sentire parte di qualcosa. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? La chiave del successo – e parlo da chi sta affrontando questo percorso in prima persona – è il coraggio di prendersi dei rischi. E non è qualcosa che si fa solo da imprenditori. Si ha successo quando si spinge per cambiare, cosa che richiede coraggio, energie e rischio. Uno studente MBA che vuole cogliere le opportunità del percorso deve poter innovare perché è necessario per crescere, per cambiare il sistema, ma anche il Paese. Per innovare serve coraggio. Non lo si può fare solo seguendo le regole. A volte è necessario sapendosi muovere tra le regole, e questo comporta una parte di rischio. Il Messaggero, Screevo - Un fondo americato co-investe nella start-up di Luiss Enlabs, 17 settembre 2021 28/9/2021

23 Settembre 2021

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve la delegazione di “Global Family Business Management”

Oltre un quinto delle aziende familiari sta affrontando il passaggio generazionale. Per preparale alla transizione, Luiss Business School, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ha sviluppato il programma in “Global Family Business Management”, giunto alla quarta edizione Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto una delegazione di esponenti del progetto formativo "Global Family Business Management", un programma nato per rigenerare il tessuto imprenditoriale del Paese e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo. «Questo percorso mira a formare leader responsabili pronti a costruire una società più inclusiva – ha dichiarato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete – Sarà essenziale che le piccole e medie imprese sappiano rispondere alle sfide di un mondo globalizzato che ci chiede di diventare più grandi: strumenti e competenze saranno indispensabili per superare questo iato». Le aziende familiari rappresentano l’ossatura del sistema economico italiano: creano occupazione e partecipano attivamente al mercato azionario, di cui rappresentano oltre il 25% della capitalizzazione complessiva. La loro resilienza ha fatto sì che queste imprese resistessero alla pandemia, assicurando lavoro ed eccellenza imprenditoriale. In queste aziende il passaggio cruciale è sintetizzato da un dato: tra il 2013 e il 2023 oltre un quinto delle aziende familiari ha affrontato o affronterà il passaggio generazionale. Il processo può mettere a rischio il patrimonio di conoscenze acquisite in anni di esperienza e, per proteggerlo e trasmetterlo, Luiss Business School ha sviluppato – in collaborazione con Intesa Sanpaolo – il programma in “Global Family Business Management”. L'obiettivo è quello di dotare gli eredi delle dinastie degli strumenti conoscitivi idonei ad affrontare questa sfida in maniera consapevole, per garantire continuità alle imprese. Dopo il successo della prima edizione, lanciata nel 2017 con la partecipazione di 25 studentesse e studenti, figlie e figli di imprenditori di aziende familiari italiane, parte oggi la quarta edizione, che si avvale delle partnership con la IÉSEG School of Management di Parigi e la IE Business School di Madrid. Oggi la community degli alumni coinvolge 100 persone in tutto il mondo. «Il programma in “Global Family Business Management” è pensato per fornire ai partecipanti gli strumenti e le conoscenze che permetteranno alle aziende familiari di consolidarsi e crescere – ha spiegato Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Miriamo a formare una nuova generazione di imprenditori che sappia cogliere le opportunità della trasformazione digitale, per costruire un nuovo modo di essere industria italiana nel mondo, sinonimo di conoscenza, innovazione, eccellenza». Alla didattica si è affiancata nel tempo un’importante attività di ricerca accademica, volta a favorire ulteriormente lo sviluppo di innovazione e imprenditorialità. Se da una parte i contributi dei docenti hanno dato vita al volume “Il family business. Manuale di gestione delle imprese familiari”, dall’altro ha preso vita l’Osservatorio “Family Business Innovation”, che mira a rafforzare la competitività delle imprese familiari italiane. «Per le imprese, per i giovani, per il lavoro – ha spiegato Fabio Corsico, direttore scientifico del programma – è nostro compito dotare i talenti di strumenti concreti e innovativi, adeguati al momento storico che stiamo vivendo. Un programma che quindi vuole essere la chiave per rigenerare il tessuto imprenditoriale e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo». RASSEGNA STAMPA Quirinale.it, Il Presidente Mattarella ha ricevuto una delegazione della Luiss Business SchoolIlTempo.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAffariItaliani.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAgenziaNova.com, Quirinale: Mattarella riceve presidente Luiss Business School, AbeteBorsaItaliana.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione progetto Luiss Business SchoolCorr.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlMessaggero.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss BusinessEcoSeven.net, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business School LaSicilia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolLiberoQuotidiano.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolOlbiaNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolSardiniaPost.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlGiornaledItalia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business school 23/9/2021

22 Settembre 2021

PNRR, Paolo Boccardelli: «Riforme necessarie per rendere strutturale la crescita del Paese»

Durante l'evento “Riforma Italia” il Direttore Luiss Business School ha messo in evidenza la strada da seguire per una ripresa reale, capace di rendere attrattiva l'Italia anche per gli investimenti stranieri. Secondo un'analisi realizzata da Luiss Business School e EY il 92% dei dirigenti vede il Recovery Plan come occasione unica per il rilancio dell'Italia. Tuttavia, secondo l'opinione pubblica non saranno usate neanche il 50% delle risorse. Le aspettative legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza devono anche fare i conti con problemi strutturali ed endemici, che il governo proverà a sanare attraverso le 42 riforme in cantiere. Durante l'evento “Riforma Italia”, organizzato da Ey in collaborazione con Luiss Business School, tenutosi a Villa Blanc, Roma, si è discusso di come le riforme del PNRR impatteranno sul sistema economico e sociale del nostro Paese. «In Italia esistono degli ostacoli esogeni al sistema impresa dovuti, soprattutto, a un quadro normativo instabile, una giustizia lenta, un sistema fiscale complesso, una burocrazia farraginosa – ha spiegato in apertura dell'evento Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Il progetto di ricerca, coordinato dal professor Enzo Peruffo in collaborazione con Ey e altri ricercatori, aveva come obiettivo identificare i temi di qualità, di policy, di indicazione, senza dare ricette. Il punto essenziale della ricerca è capire come rendere strutturale la capacità di crescita di questo Paese. È prioritaria l’attuazione di un piano di riforme che stimoli la produttività nel medio e lungo termine, aumenti la competitività del tessuto produttivo e agevoli gli investimenti, per consolidare la crescita e renderla strutturale. Non si tratta solo di spendere bene i soldi del PNRR, ma anche di cogliere le sfide del futuro. Tra tutte c'è quella del cambiamento climatico, che il premier Draghi ha definito un'emergenza attuale. Dunque il partner pubblico deve diventare efficiente e moderno». Stefania Radoccia, Managing Partner dell’area Tax&Law di EY in Italia, in apertura dell’incontro ha commentato: «In questo particolare momento storico il mondo intero guarda al nostro Paese con grande attenzione, consapevole dell’opportunità di accelerazione che il PNRR costituisce. Gli impatti derivanti dall’attuazione delle misure contenute nel Piano sono stati valutati in termini di PIL fino al +3,6% nel 2026, ma è necessario convogliare le migliori risorse per rendere il Paese più attrattivo e competitivo a livello internazionale, ricreando un clima generale di fiducia. La nostra indagine ci dice che il 68% dei manager ha fiducia in come il governo sarà in grado di gestire l'attuazione del Piano. L’attuazione del PNRR è infatti la miglior garanzia di investimenti esteri futuri. Tutto questo parte dalle riforme e dalla interoperabilità di tutte le misure previste, pertanto come EY abbiamo fatto e faremo la nostra parte: siamo partiti dall’ascolto dell’opinione pubblica, manager e imprenditori per formulare idee concrete e proposte per ciascuno dei pilastri di riforma del Paese: semplificazione, fisco, giustizia e lavoro». Rendere strutturale la crescita passa anche dalla consapevolezza dell'enorme meccanismo messo in movimento con il Pnrr. Marco Buti, Capo di gabinetto del Commissario europeo agli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni, nell'offrire la prospettiva sull'Italia da Bruxelles, si focalizza su tre numeri: 25, i miliardi di prefinanziamento del 13% del Pnrr già ricevuti dall'Italia in agosto; 21, i miliardi che ci si aspetta di ricevere dopo la prima tranche, nei prossimi sei mesi; 42, le riforme e i provvedimenti sugli investimenti da approvare di qui a fine anno. «All'interno di questo ultimo numero ci sono grandi riforme da attuare, ma metterei l'accento anche su ciò che sembra più facile: i cambiamenti procedurali necessari per passare dalla pianificazione alla realizzazione». Al contrario di molti altri programmi europei, per la prima volta non c'è un pagamento a piè di lista, ma tarato sugli obiettivi, fondamentale per la riforma della pubblica amministrazione e per la ricostruzione della credibilità del nostro Paese anche per gli investimenti esteri. «Il Pnrr – ha aggiunto Buti – trasforma la credibilità personale del primo ministro Draghi in credibilità istituzionale. Per trasformarla in credibilità sistemica c'è bisogno che tutto avvenga davvero, e che ci sia un senso di ownership, di appropriazione da parte del sistema Paese, e soprattutto da parte dei giovani. Del resto Next Generation Eu è pensato per loro». Rendere strutturale la crescita significa comprendere i vari passaggi necessari per attuare le riforme. Come ha spiegato Franco Bassanini, Presidente CdA, Open Fiber, «le riforme costano perché bisogna fare investimenti. La digitalizzazione ne è un esempio. Per questo occorrono risorse per mitigare l'impatto nel medio termine. Oggi l'Europa ci vincola sui risultati, ma ci sono anche le risorse necessarie. Questo anno e mezzo sarà cruciale e la regia delle riforme non può che essere coordinata dal Presidente del Consiglio». «Il tema che penalizza l'Italia è la velocità di risposta alle riforme – ha aggiunto Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild – è una guerra contro il temo. Ci vuole uno sforzo tra grandi imprese e governo, che offrano soluzioni nel presente». C'è la percezione di essere in un momento in cui si potrebbe fare la differenza nelle vicende italiane: la stagione è propizia, non abbiamo un problema di risorse ma, nonostante tutto, speriamo di farcela. «Questo è un momento in cui bisogna fare riforme innovative, facciamolo guardando al futuro – ha dichiarato Laura Castelli, Viceministro dell’economia e delle finanze – Sul fisco, sulla giustizia, su tutti i temi non si è agito, abbandonando i temi a delle ideologie politiche. Oggi dobbiamo provare a far tutto questo senza ideologie, pensando alla necessità di spingerci in avanti. Ci sono le risorse per farlo, ma solo se riusciremo a raggiungere degli obiettivi intermedi. La stabilità politica del governo sarà fondamentale in questo processo». I dati Nel corso dell’evento “Riforma Italia” di EY e Luiss Business School sono stati presentati i risultati delle indagini sulle riforme – semplificazione, fiscale, giustizia e lavoro – che hanno sondato il grado di fiducia nella loro riuscita e ricaduta positiva tra manager e opinione pubblica. In materia di semplificazione, sia tra i cittadini che tra i manager oltre il 75% degli intervistati si aspetta una velocizzazione dei permessi ed una riduzione dei costi a carico delle aziende che operano con la Pubblica Amministrazione. Per quanto riguarda la riforma fiscale, si registra un forte scontento per la situazione attuale: la popolazione e i manager si aspettano soprattutto la riduzione della tassazione sul lavoro (44% e 45%) e una generale semplificazione del sistema impositivo (36% e 41%). La riforma della giustizia registra tra gli intervistati un giudizio negativo della situazione attuale, che genera la richiesta (circa 60%) di concentrarsi maggiormente nel percorso di riforma sugli aspetti di efficientamento del sistema giudiziario. Per quanto riguarda la riforma del lavoro, oltre il 50% di entrambi i campioni concorda sugli obiettivi da perseguire: crescita dell’occupazione, in particolare di donne e giovani, e riduzione del cuneo fiscale. RASSEGNA STAMPA La Repubblica, Pnrr, per il 92% dei manager è un'occasione unica per l'Italia: dubbi sull'utilizzo di tutte le risorseAdnKronos, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Il Sole 24 Ore, Recovery, Castelli: «Servono riforme innovative»Il Messaggero, Ruffini, PNRR occasione per grande riforma fiscaleEconomyMagazine.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"IlTempo.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Businesspeople.it, Pnrr occasione di rilancio per l’Italia: d’accordo 9 manager su 10Corrierecomunicazioni.it, Banda ultralarga, Web tax e PA digitale: le priorità degli italiani per l’execution del PnrrAnsa.it, Pnrr: report Ey, occasione unica, ma rischio uso risorse 22/9/2021

17 Settembre 2021

Chi sono i leader del futuro: la lezione del Graduation Day in Luiss Business School

Nella cornice di Villa Blanc gli studenti dei master 2018/2019 hanno celebrato la fine del proprio percorso formativo. «Né un punto di arrivo, né di partenza, bensì la tappa di un lungo viaggio», ha spiegato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete, dettando gli ingredienti necessari per essere leader del futuro «La formazione è qualcosa di più del semplice apprendimento: è crearsi un proprio modo di essere, di pensare, sia da un punto di vista progettuale sia critico, per arrivare ad agire come leader». Con queste parole Luigi Abete, Presidente Luiss Business School, ha aperto i Graduation Day dedicati agli studenti del master dell’edizione 2018/2019. Torna finalmente la cerimonia in presenza, che ospita inoltre gli speech degli studenti. I leader del futuro «Leadership significa avere un orizzonte più che una visione – ha spiegato Abete – Quest'ultima può essere anche un'utopia, mentre l'orizzonte è quel punto distante da noi, ma che riusciamo a vedere e a fotografare. È un punto che più gli camminiamo incontro, più si allontana, e che quindi non raggiungeremo mai. Ma è proprio questo il modo di essere leader: svolgere una professione, avendo progetti e programmi, sostenuti da quell'orizzonte, da tradurre in realtà». Nel salutare studenti e famiglie, ma anche coordinatori, professori e operatori, il presidente Luiss Business School ha sottolineato anche che «leader non significa avere il consenso di molti, ma avere idee e progetti da perseguire. Non ha paura del nuovo, del cambiamento, dell'andare in minoranza con le proprie idee perché sa che potranno realizzarsi portando cose positive per tutti. Il leader è un soggetto che ha la responsabilità – intesa come coscienza e conoscenza – come centro della propria modalità di agire». «I veri leader oggi non sono degli uomini solitari – ha concluso Abete – la leadership di un Paese moderno va costruita in modo collettivo. La storia è fatta da tante persone, in tempi moderni e meno moderni, in contesti talvolta difficili, ma la volontà degli uomini positivi, se riescono a fare un fronte comune, naturale, allora diventa leadership. La capacità di ciascuno di noi si vede nell'essere leader insieme agli altri». Essere testimoni attivi Terminato il proprio percorso di studio, gli studenti di Luiss Business School si trasformano in testimoni attivi che, attraverso la propria professionalità assicurano la prosecuzione della storia di formazione che ogni giorno si svolge a Villa Blanc, a Roma, e nelle altre sedi nazionali e internazionali della Scuola. Come ha spiegato Luca Pirolo, Direttore Area Master Luiss Business School, «se c'è una qualche battaglia che dovete combattere nel mondo del lavoro, dovete farlo essendo certi di avere tutti gli strumenti che avete acquisito durante questi mesi all'interno delle nostre aule. Ci piace pensare che quello che ogni studente attraversa nelle nostre aule non è un percorso di formazione, ma di trasformazione. Si cresce dal punto di vista personale, professionale e caratteriale perché il nostro percorso formativo si basa sullo sviluppo di hard e soft skill». A testimonianza di ciò l’Alumna, Francesca De Rosa, che ha frequentato il Major in Sustainability and Energy Industry del Master Master in International Management nell’hub di Milano alla sua prima edizione, ha raccontato la fatica, ma anche i traguardi raggiunti insieme al gruppo. «Quella valigia per Milano ci ha cambiato la vita – ha spiegato De Rosa – L'esserci spinti oltre la comfort zone e aver avuto il coraggio di raggiungere il risultato ci ha resi non solo più capaci e coesi tra noi, ma ha cambiato i nostri caratteri e le competenze di partenza, che si sono intrecciati in modo da poterli esprimere al meglio anche nell'aiuto ai propri compagni di avventure. Non ci serviva avere tutte le risposte all'inizio, ma l'importante era farsi le giuste domande nel percorso». «Se dovessi definire con una sola parola il percorso di formazione in Luiss Business School, quella parola sarebbe "unbelievable" – ha esordito Antonietta Costanzo, studentessa del master in Diritto Tributario. Ricordando le tappe e i successi del percorso ha raccontato i quattro ingredienti per una carriera di successo emersi durante l’incontro di Job Shadowing con Patrizia Rutigliano, Executive Vice President Institutional Affairs, ESG, Communication & Marketing di Snam, nell’ambito del progetto GROW-Generating Real Opportunities for Women: «Non precludersi mai un'occasione lavorativa, quella che a volte si considera la meno adatta si può rivelare la vostra migliore scelta; mettersi in gioco in primo piano, nessuno ti dà gratificazioni solo perché sei bravo; non crearsi mai problemi di mobilità; curare il network è bello, fare squadra». «Un’esperienza che non solo permette di acquisire gli strumenti necessari per trasformare un'idea in un progetto reale – ha precisato Carlotta De Simone, studentessa di Gestione della produzione cinematografica e televisiva – ma che ti forma come professionista, consentendo di acquisire consapevolezza dei tuoi punti di forza, e ti arricchisce grazie alla possibilità di confronto e dialogo, con colleghi ed esperti di settore». A questi, il presidente Abete ha aggiunto: «Ambizione e senso del limite sono due facce della stessa medaglia: l'ambizione è legittima se hai un progetto, mentre il senso del limite dà all'ambizione il senso della realtà». Nel concludere le cerimonie, il professor Pirolo ha augurato agli Alumni di non fermare mai la «sensazione di positività che state vivendo, continuate a guardare il futuro, abbiate fiducia in quello che avete appreso e andate avanti come persone e come lavoratori». 17/9/2021

08 Settembre 2021

Giornata Mondiale dell'Alfabetizzazione: l’impegno per la formazione digitale per costruire nuove opportunità di crescita

Le competenze digitali rappresentano un fattore discriminante per l’accesso a Internet. Il divario esistente tra persone che accedono alla rete e individui con competenze digitali carenti suggerisce la necessità di intervenire in modo mirato e specifico per favorire l’alfabetizzazione digitale Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School L'8 settembre in tutto il pianeta si celebra la Giornata Mondiale dell'Alfabetizzazione, una ricorrenza istituita dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di assicurare i percorsi di apprendimento di bambini, giovani e adulti. Si stima che nel mondo ci siano 773 milioni di persone non alfabetizzate , fenomeno aggravato sia dalla pandemia Covid-19 sia dalle crisi migratorie. Tuttavia, anche in questo momento di difficoltà globale, numerose organizzazioni sono al lavoro per garantire l'accesso all'istruzione e la costruzione di nuove opportunità di crescita per ogni tipo di Paese. La crisi legata al Covid-19 è stata un banco di prova importantissimo per le competenze digitali: sono cresciute le applicazioni digitali legate alle prestazioni sanitarie; è aumentato l'impegno delle imprese chiamate a garantire la continuità dei propri servizi tra smart working e prestazioni da remoto; numerosi settori rimasti indietro sono stati costretti a digitalizzarsi in parallelo con l'emergenza, rincorrendo. Per far fronte a queste richieste pressanti del nostro tempo, abbiamo dovuto interrogare i nostri livelli di alfabetizzazione digitale, un fronte caldo su cui il mondo della formazione con Luiss Business School in testa, è fortemente impegnato. Alfabetizzazione in Italia e UE: lo scenario che emerge dall'indice DESI In generale, negli ultimi quattro anni il livello europeo di questo bagaglio di conoscenze ha continuato ad aumentare lentamente, raggiungendo circa il 60% delle persone con almeno competenze digitali di base, e oltre il 30% con competenze digitali di base superiori. Tuttavia, c'è ancora molto da fare. Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2020 l’Italia si colloca all'ultimo posto nell'UE per quanto riguarda la dimensione del capitale umano. Solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base. Le competenze digitali rappresentano un fattore discriminante per l’accesso a Internet, e il divario esistente tra persone che accedono alla rete e individui con competenze digitali carenti suggerisce la necessità di intervenire in modo mirato e specifico per favorire l’alfabetizzazione digitale. Secondo l’ISTAT, nel 2019 nella fascia d’età 16-74 anni, il 44,3% delle donne possiede competenze digitali complessive basse rispetto al 39% degli uomini. Viceversa, il 26% delle donne ha competenze digitali complessive elevate rispetto al 32,1% degli uomini. In Italia, tra i motivi per cui le famiglie non possiedono accesso a Internet, rientrano il fatto che nel 56,4% dei nuclei nessuno sa usare internet e che il 25,5% non lo considera utile oppure interessante.Sul versante aziendale, sempre il Digital Economy and Society Index segnala che il 35% delle imprese italiane scambia informazioni elettroniche, una percentuale in linea con il 34% delle compagnie europee. Il 22% delle stesse è impegnato sul fronte della gestione dei dati e comunicazione attraverso i social media, percentuale leggermente inferiore rispetto alla media europea, pari al 25%. Il 15% delle imprese investe in cloud (in Europa lo fa il 18%), ma solo il 7% investe in big data rispetto al 12% delle imprese europee. Questo gap tra la media nazionale e quella comunitaria suggerisce un'altra carenza, forse più cruciale: quella di tecnici alfabetizzati digitalmente, capaci di interpretare questi dati e trasformarli in occasione di business. Business Translator: chi sono e perché le nostre aziende ne hanno sempre più bisogno Non saper trasformare i dati in attività d'impresa può avere un'importante ricaduta anche sulla leadership. Infatti, in Italia ma anche all'estero, la data driven leadership è ancora un miraggio. C'è ancora molto lavoro da fare. L'intelligenza artificiale è una delle strade perseguibili, ma non senza trascurare il quadro giuridico in cui incorniciare il fenomeno. Un ruolo molto importante lo avranno anche le regolamentazioni, come il Nuovo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale su cui la Commissione Europea è al lavoro. Stando a ciò che è stato proposto sinora, questo quadro normativo non penalizza eccessivamente gli investimenti, ma in futuro sarà utile capire come si calerà nel tessuto delle imprese europee e italiane. Al momento l'intelligenza artificiale è già presente in molti settori della società: è nei device che usiamo come privati cittadini, ma ci sono anche tecnologie avanzate per l’analisi dei dati nell’industria 4.0, ovvero nei macchinari acquistati dalle imprese che hanno rinnovato il loro parco macchine. Ma la verità è che non basta la tecnologia per essere un membro che crea valore attraverso la rivoluzione digitale.Si stima che l'intelligenza artificiale potrebbe produrre benefici fino al 40% in termini di produttività nei Paesi sviluppati . Di conseguenza, la figura Business Translator diventa più rilevante, cioè persone che all’interno delle funzioni organizzative tradizionali sono in grado di comprendere le potenzialità di queste tecnologie dell’analisi dei dati e calarle sul business attraverso nuovo marketing, nuova finanza e nuova manutenzione. Queste funzioni richiedono un investimento sulla formazione di competenze nei professionisti che sono già nelle imprese o che arriveranno all’utilizzo saggio e intelligente, nonché di valore di tutta questa potenzialità. Enti come Luiss Business School sono chiamati a colmare il mismatch tra competenze richieste e talenti, oltre ad aiutare le aziende e rendere più fluidi i rapporti tra domanda e offerta del mondo del lavoro. In questo momento storico, è necessario guardare a ogni comparto della nostra economia anche con la lente dell'investimento, per assicurare la crescita e la sostenibilità dei diversi settori nel tempo. In questo contesto la formazione subisce un grande salto di specie. Le capacità di gestione tecnica non bastano più: in ogni ambito economico chi opera è chiamato a interfacciarsi con una necessaria e onnipresente trasformazione digitale. Il che significa non solo gestire delle infrastrutture, ma avere anche quelle competenze di innovazione e di servizio per stare accanto a imprese, istituzioni, piccoli operatori, professionisti individuali, con capacità legate ai dati, all'intelligenza artificiale, alla cybersecurity.Passare da una visione chiusa a una aperta di open innovation e di ecosistemi significa trasformare radicalmente le competenze. Nel farlo, il ruolo delle istituzioni di formazione diventa centrale: bisogna essere in grado di lavorare insieme non tanto sulle competenze hard, quanto sulla capacità di vedere le nuove tecnologie in funzione dentro le organizzazioni. Oggi una "famiglia" completa è costituita da un ingegnere dei dati, un analista dei dati e almeno cinque business translator. Tutto questo non può diventare realtà se non formando i talenti e formando i professionisti con un deciso intervento di upskilling e reskilling. La rivoluzione del lavoro richiede nuove competenze nella gestione dello stesso anche all'interno delle organizzazioni sindacali e del settore legato alla gestione delle risorse umane. Abbiamo bisogno di competenze nuove, che accademie come la nostra hanno il dovere di provare a costruire. 8/9/2021

04 Agosto 2021

Alla scoperta di Villa Blanc

Villa Blanc, la sede della Luiss Business School, è un gioiello dell’eclettismo, riportato in vita e rinnovato per diventare il cuore pulsante della formazione manageriale, una fucina di talento e innovazione che mette in connessione giovani, imprese e istituzioni, in una cornice unica al mondo. Villa Blanc nasce nel segno della trasformazione: nel 1893 il barone Alberto Blanc acquista il sito della vigna di proprietà della famiglia Lezzani, nel territorio circostante la Basilica di Sant’Agnese Fuori Le Mura. Il complesso è un possedimento rustico «fuori porta»: sarà il barone, nel suo ruolo di Ministro degli Affari Esteri del terzo Governo Crispi, a trasformarlo in una residenza adeguata al prestigioso incarico. L’opera di costruzione della Villa segue un progetto di tipo sperimentale, guidato dal progettista Francesco Mora e dall’archeologo Giacomo Boni, che combina operazioni di tipo archeologico, raffinate decorazioni e tecniche avanzate negli impianti e nell’architettura. Gli apparati decorativi della Villa si devono ad Alessandro Morani e Adolfo De Carolis e raggiungeranno livelli di eclettismo mai visti prima in Italia, in particolare, nelle opere in terracotta invetriata che ritroviamo all’esterno, nelle facciate che avvolgono il giardino d’inverno e nel fumoir. La Sala degli Specchi è l’ambiente più antico della Villa: qui il barone aveva raccolto ed esposto una preziosa collezione di arazzi fiamminghi del ‘700, oggi conservati ad Amsterdam. Nella Sala da Pranzo, al centro tra la Sala degli Specchi, il giardino d’inverno e il fumoir, spicca il camino monumentale quattrocentesco in marmo bianco. Tre archi incorniciano la prospettiva sul giardino di inverno, che insieme alla Sala da Ballo, è uno degli ambienti aggiunti da Giacomo Boni al corpo centrale. È considerato il giardino d’inverno più grande d’Europa: per il suo allestimento furono fatti giungere dalla città olandese di Haarlem 10.000 bulbi di tulipano, lillà, rose e azalee. Sotto la sala da pranzo si trova lo spazio ipogeo: si trattava, forse, di un luogo per riti e riunioni esoteriche. La Sala da Ballo, realizzata verso la fine del 1896 con un intervento di ampiamento della villa, raggiunge livelli di eclettismo altissimi, grazie alle strutture metalliche e il soffitto di ispirazione mediorientale: le pareti vetrate e la vista integrale sul parco rafforzano l’idea di massima integrazione tra la natura e l’opera dell’uomo, altamente ricercato da tutta la cultura dell’Ottocento. Anche il giardino si caratterizza per un analogo accostamento di stili, temi e suggestioni, in cui non mancano elementi antiquari e specie vegetali esotiche, come la collezione di palme. Alla morte del barone Blanc (avvenuta a Torino nel maggio 1904), la Villa passa alla moglie Natalia e, poi, ai tre figli. Il parco si arricchisce di altri 7 edifici minori. Dopo anni di abbandono, nel 1997, la Luiss Guido Carli acquista, tramite un’asta pubblica, il complesso e, dopo un lungo e accurato lavoro di ricerca, progettazione, restauro e valorizzazione, trasforma Villa Blanc nella sede della Luiss Business School. 4/8/2021

26 Luglio 2021

Francesca Mastrogiacomi: «Nell’era post-digitale abbiamo bisogno di facilitatori di cambiamento»

Al via il percorso di formazione Flex Digital Teaching for Learning targato Luiss Business School. Gli obiettivi sono tantissimi, ma quello più importante resta uno: formare professionisti capaci di ridisegnare le esperienze di apprendimento dentro e fuori le aziende  Francesca Mastrogiacomi si occupa di formazione da sempre. Con 12 anni di esperienza manageriale internazionale in ambienti di lavoro innovativo come Google, esperta in digital transformation, innovazione, gestione del cambiamento, strategia, sales e operations, ha focalizzato la sua attenzione su didattica, ricerca e learning design. Dalla sua visione è nato il nuovo Flex Digital Teaching for Learning di Luiss Business School, un programma di formazione e strategie di didattica a distanza pensato per chi già lavora in realtà legate alla formazione o opera in questo campo in ambito aziendale.   Francesca Mastrogiacomi, la pandemia ci ha catapultati in un mondo nuovo, dove ci siamo trovati a fronteggiare l'inaspettato, nel managing the unexpected: che ruolo ha la formazione in questo?   Milton H. Erickson diceva «È il cambiamento che porta a nuove prospettive molto più di quanto nuove prospettive portino al cambiamento». Nella parola “managing” c’è l’idea della “gestione”, di una sorta di controllo o contenimento. Con l’ignoto e il nuovo a volte funziona la capacità di lasciare andare vecchi schemi per accogliere l’inaspettato. Insegnare e imparare sono i lati della stessa medaglia: formatori e studenti condividono lo stesso laboratorio di co-creazione attiva di conoscenza. Il docente ci mette gli strumenti metodologici, critici e dei contenuti stimolo, strutturati sapientemente. Lo studente usa agevolmente nuovi strumenti e ambienti digitali, ci mette la curiosità e la capacità di risolvere nuovi problemi insieme ai suoi pari. Soprattutto con gli adulti è l’apprendimento esperienziale, se opportunamente sostenuto da dinamiche di facilitazione e di debrief, che ingenera apprendimento profondo e cambiamenti duraturi nella vita quotidiana.   Il Covid ha portato la digital transformation nel cuore delle aziende. Annullata la socialità, siamo stati costretti a cercarla e a ricrearla altrove, online. Non sempre le competenze si sono rivelate all’altezza. Perché? Come rimediare?   Si è reso necessario un cambio di paradigma per le organizzazioni pubbliche e private. In tempi pre-pandemici, la trasformazione digitale si è preoccupata troppo di piattaforme o tecnologie e troppo poco delle implicazioni per le persone. Ora, alcune delle sfide sono: rimettere il benessere delle persone al centro; intessere le reti delle piattaforme digitali con quelle di una ritrovata socialità; facilitare nuove modalità sostenibili e efficaci per il lavoro, lo studio, lo svago. Il nostro Paese è ai primi posti per il numero di cellulari pro-capite al mondo, eppure, in Italia il digital divide c’era prima del Covid e c’è ancora. È necessario un cambio di mindset nel modo di affrontare le situazioni di quotidiana emergenza. A volte abbiamo strumenti più che adeguati ma non sappiamo come usarli.   Il 36,7% dei docenti intervistati per un sondaggio condotto nell'ambito del progetto formativo Luiss Business School "Con la Scuola" ha confessato che la pandemia e la didattica a distanza hanno reso più difficile il coinvolgimento dei ragazzi. Cosa è successo?  Il feedback è un regalo prezioso, che va ascoltato e agito. Col corpo, con lo sguardo e le parole i partecipanti ci parlano di come sta andando. Se non sono coinvolti, c’è qualcosa che non va. Di sicuro, tre ore continuative di lezione frontale, senza lavori di gruppo e non guidati da un coinvolgente progetto di ricerca non funzionano. Ora i partecipanti possono spegnere le videocamere e rendere esplicito quello che prima era solo uno spegnimento del loro livello di attenzione. Il digitale esaspera e rende visibile ciò che non funziona e ciò che non funzionava.   Secondo il Rapporto Unicef The Future We Want, più di 6 studenti su 10 hanno dichiarato che la digitalizzazione ha creato stress nello studio. Progettare un modo più efficace di fare formazione attraverso il digitale può migliorare questa situazione?   Sì, penso che la questione sia insita nel sistema scolastico così come è strutturato in Italia. Lo stress era già alto anche nel rapporto OCSE del 2016, dove gli studenti italiani erano tra i più stressati e i meno performanti nelle classifiche mondiali. Semplicemente traslare il tema in ambienti digitali acuisce il problema, lo sposta e non lo risolve. Progettare un modo più efficace di fare formazione attraverso il digitale è una opportunità per rivedere il nostro approccio e migliorare questa situazione con un modello sostenibile e efficace per il nostro sistema scuola. Il digitale sfida la dimensione del “controllo” sulle dinamiche di classe tradizionale. Per questo nel nostro corso abbiamo inserito moduli dedicati all’allenamento di quelle soft skills necessarie per chi gestisce le aule reali e virtuali, per aiutare a gestire l’ambiguo, lo stress, allenare la resilienza e gestire inevitabili dinamiche conflittuali. Il digitale è una opportunità fantastica per liberarsi finalmente di tante cose che non andavano bene e recuperare quelle dimensioni che invece funzionavano e dar loro più spazio, accelerarle come solo il digitale sa fare, penso a: la socialità, l’interazione, la ricerca.   Quali soluzioni offre il Digital Teaching for Learning per riavvicinare apprendenti e formatori?   Nel nostro corso di Digital Teaching for Learning stimoliamo le buone pratiche di progettazione in contesti sincroni e asincroni attraverso la condivisione tra esperti guidata da “domande potenti”: Come uso il tempo? Come strutturo i contenuti per evitare il sovraccarico cognitivo? Come gestisco le pause e il ritmo? Come attivo i partecipanti sulla ricerca del materiale didattico? Come facilito gli apprendenti nei lavori di gruppo? Come li alleno a gestire la socialità per finalità educative? Come uso le piattaforme digitali a vantaggio del processo di insegnamento e apprendimento? Come valuto? Per rispondere insieme a queste domande abbiamo pensato di coinvolgere i partecipanti in qualità di esperti nella loro pratica professionale, invitandoli a condividere attivamente le loro esperienze. Vogliamo confrontarci su come applicare efficaci modelli pratico/teorici di integrazione didattica con le piattaforme ICT. Offriremo occasioni di sperimentazione con strumenti pratico/teorici di facilitazione di dinamiche di apprendimento autonomo e esperienziale, in presenza e a distanza. Applicheremo tecniche di debrief nella condivisione tra pari nei Teaching Lab. Ci confronteremo su tematiche e sfide di grande attualità̀ nei contesti organizzativi, legate all’evoluzione della tecnologia e alla trasformazione digitale. Svilupperemo un nuovo approccio alla progettazione didattica in contesti blended di insegnamento e apprendimento digitali, in presenza e a distanza, creando un network di professionisti nel mondo dell’innovazione nel campo della formazione.  Durante la pandemia i consumi di contenuti digitali sono aumentati. Secondo una ricerca targata McKinsey il 92% degli intervistati continuerà ad acquistare intrattenimento e altri contenuti online: quali opportunità per le aziende?   La pandemia ha esasperato questi trend nella fruizione, che possono avere delle implicazioni su alcuni modelli di business, nel mondo dell’education, ad esempio. Per questo le opportunità di business sono molteplici. In primo luogo, si potrebbe andare a definire la strategia dei contenuti proprietari e di terze parti su più piattaforme in modo sinergico, guardando sia ciò che viene pubblicato gratuitamente sulle piattaforme più usate sia creando partnership efficaci con chi crea contenuti per lavoro. Poi bisognerebbe annusare i nuovi trend come video, podcast e infografiche e chiedersi come pubblicare MOOC tenendo conto che l'utente è abituato alla qualità di piattaforme e di contenuti come Amazon e Netflix. Ma per non restare irretiti nei falsi miti dell’edutainment, la domanda guida dovrebbe essere «ma dove è il valore aggiunto per la formazione?».  Che risposta si è data?  Secondo me si dovrebbe guardare alla qualità dell’esperienza, della socialità che si costruisce attorno ai contenuti, al ruolo di supporto del formatore che diviene facilitatore di un percorso di apprendimento attraverso uno storytelling innovativo. Si dovrebbero avere in mente anche le piattaforme su cui si appoggeranno, contenuti e esperienze. Questi aspetti di facilitazione, design e innovazione sono i pilastri del programma Digital Teaching for Learning , corso di metodologia e-learning concepito anche per quelle figure in azienda che aiutano la formazione aziendale a traghettare verso nuove modalità e piattaforme digitali.   A quali figure aziendali si rivolge questo aspetto del Digital Teaching for Learning?  Abbiamo pensato a quei manager e professionisti che operano nell’ambito della formazione, progettazione, sviluppo di nuovi programmi e modalità di erogazione; manager e professionisti del settore risorse umane e HR, Learning Development, Learning Design, Corporate Academies. Soprattutto per loro abbiamo previsto momenti di confronto con esperti sui trend della formazione aziendale negli ultimi venti anni e con imprenditori innovativi su piattaforme social per la creazione di efficaci accademie digitali.   Chi è il Facilitatore di Cambiamento? Perché serve alle aziende oggi più che mai?   Nell’insegnamento di qualsiasi disciplina si è al servizio del processo di apprendimento e dello studente. La sfida è quella di diventare facilitatori. In contesti innovativi e trasformativi, saremo più spesso impegnati come facilitatori di cambiamento, piuttosto che come esperti di materia o fornitori di contenuti. Come dicono Marshall Goldsmith, Alan Mulally e Sam Shriver "In azienda, facilitare diviene un atto quotidiano di leadership". Per innovare, le aziende possono facilitare la creazione di ambienti di lavoro psicologicamente sicuri dove poter rischiare e fare in modo che le persone che identificano i problemi, si sentano libere di metterli sul tavolo in modo da poter poi trovare soluzioni. L’innovazione necessita di un leader che faciliti dinamiche collaborative in contesti psicologicamente sicuri, dove si impara dagli errori e si trovano soluzioni più velocemente con un approccio iterativo e creativo.   Investire in formazione significa pensare a sé stessi come a un asset: perché?   Soprattutto in momenti di crisi come questi la formazione si rivela una opportunità, figlia di un processo di valutazione delle risorse disponibili per risolvere nel migliore dei modi uno o più problemi. Allora, diventiamo noi stessi risorsa, bene prezioso, capitale umano, soggetto agente, patrimonio da investire in nuove attività e progetti.   Programmi vs Contenuti: come si rimette la conoscenza al centro del processo di apprendimento?   Il 16 novembre 2012 è stato pubblicato il decreto n. 254, “Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89”, firmato dal Ministro Francesco Profumo. Nel testo si abolisce la parola "programmi" e si legge: «il bisogno di conoscenze degli studenti non si soddisfa con il semplice accumulo di tante informazioni in vari campi, ma solo con il pieno dominio dei singoli ambiti disciplinari e, contemporaneamente, con l’elaborazione delle loro molteplici connessioni. È quindi decisiva una nuova alleanza fra scienza, storia, discipline umanistiche, arti e tecnologia, in grado di delineare la prospettiva di un nuovo umanesimo».  Come il digitale ha cambiato il mondo dell’insegnamento e dell’apprendimento?   Più che di digitale, io parlerei già di post-digitale. La nostra è un'epoca in cui il "digitale" è diventato un attributo privo di significato perché quasi tutti i media sono elettronici e si basano sull'elaborazione delle informazioni digitali. È solo una piattaforma che abilita, accelera, migliora, personalizza, socializza. Quello che le tecnologie possono fare per noi nell'istruzione è riportare lo studente al centro del "viaggio di apprendimento", rafforzando nel contempo la centralità dei nostri allievi nella progettazione dell'apprendimento e nella valutazione dei programmi.   Traiettorie evolutive della formazione: dove va la formazione?   Alcuni trend ce li portiamo dietro già dai tempi pre-pandemici: le pratiche Data-Driven, la personalizzazione dell'esperienza di apprendimento, il focus sulle soft skill, la digitalizzazione della didattica frontale, l'apprendimento attraverso piattaforme Social e Mobile, il Microlearning e il video. Il post pandemia ne ha confermati alcuni e fatti emergere altri, come il ribilanciamento dei modelli di apprendimento, l'umanizzazione dell'online learning, l'utilizzo delle tecnologie di AI e chatbot per seguire il discente, il tracciamento e l'analisi dei dati, i nuovi trend di contenuti immersivi, l'enfasi sulle materie STEM, l'approccio esperienziale. Inoltre, si impone una maggiore enfasi sui programmi Train-The-Trainer di formazione dei formatori, aiutandoli nella transizione a nuove modalità di design e erogazione. Ed è qui che Luiss Business School, con il Flex in Digital Teaching for Learning, può fare la differenza.   SCOPRI DIGITAL TEACHING FOR LEARNING 26/07/2021

20 Luglio 2021

Aziende come comunità: il futuro dello smart working

Formazione, leadership e senso per le persone: sono queste le nuove sfide per riconnettere le aziende ai propri dipendenti e creare un lavoro a distanza davvero intelligente, senza perdere il valore del ritrovarsi in presenza Lo smart working ha cambiato il modo di lavorare. Diventati più flessibili sul fronte spazio-temporale, i lavoratori sembrano non avere più motivi per ritornare in ufficio, sacrificando la socialità e la creatività collettiva che solo lo spazio condiviso può dare. Tre le direttrici su cui investire per riconnettere le aziende come vere e proprie comunità: formazione, leadership e senso per le persone. È quanto è emerso durante il webinar “Ri-connettersi: come riparte il lavoro smart dopo la pandemia. Persone, spazi, creatività” organizzato da Luiss Business School in collaborazione con Oracle – società leader nella tecnologia, che si è distinta anche recentemente per l’efficacia delle sue soluzioni cloud HCM (Human Capital Management) nella cura e gestione delle risorse umane, anche da remoto - e tenutosi il 15 luglio. Smart working: cosa è successo durante la pandemia Se in passato lo smart working era considerata una bizzarria da Silicon Valley, la pandemia ha messo faccia a faccia con tutti i suoi vantaggi e criticità. Superata la confusione tra remote working, home working e smart working, la popolazione ha sperimentato i lati positivi del lavoro da casa, dalla sostenibilità ambientale ai benefici in termini di work-life balance. Tra le insidie da superare c'è stato l'over working che alcune aziende hanno tenuto a bada con un'adeguata netiquette. A valle dei lunghi mesi in cui i processi organizzativi sono forzatamente cambiati per necessità, si è iniziato a parlare anche di working from anywhere, delle sue potenzialità e degli interventi a supporto per la sua realizzazione. «I lavoratori si sono scoperti molto produttivi, e spesso anche di più, anche fuori dagli uffici – ha spiegato Monica Parrella, Adjunct Professor Luiss Business School – Per questo i datori di lavoro hanno bisogno di far comprendere che esistono buone ragioni anche per tornare in parte a lavorare nelle ordinarie sedi di lavoro. Se è vero che il lavoro individuale si fa benissimo e forse meglio da casa, è soprattutto attraverso le interazioni  fisiche che si  innova,  si cresce, si impara gli uni dagli altri. Per questo vanno riprogettati gli uffici. Lo smart working è in transizione e non esiste una soluzione unica. La sfida è manageriale e di leadership». Pandemia, sanità e digitale: verso lo smart patient Un esempio delle grandi potenzialità legate allo smart working lo ha offerto il settore sanitario. Dall'inizio della pandemia sono state avviate visite d'emergenza su piattaforme online, lavori in team dislocati in più luoghi diversi e la stessa campagna vaccinale senza il digitale non avrebbe preso avvio facilmente. Abbiamo assistito anche alla nascita del problem networking, cioè la capacità di risolvere problemi in un network che non è più dentro l'organizzazione, ma fuori o anche a metà strada. Lo ha osservato Daniele Piacentini, Direttore Risorse Umane Policlinico Gemelli. «Per fare smart working ci sono quattro elementi essenziali: lo smart worker, ancora da costruire, lo smart office, gli smart leader, adattivi e inclusivi, ma soprattutto gli smart patient – ha sottolineato Piacentini, aggiungendo – Rendere emotivamente piacevole l’interazione digitale nella relazione con i pazienti sarà la prossima sfida della sanità». Leadership e formazione: strategie vincenti Ma la vera tecnologia restano le persone: cambiare mindset e attitudeè necassario per realizzare la digital transformation nell’organizzazione del lavoro. A dimostrare questa teoria durante la pandemia è stata la classe dirigente, soprattutto nei casi in cui dirigenti e i manager hanno esercitato prevalentemente la cultura del controllo e dell'over working per monitorare la produttività. In alcuni ambiti come la Pubblica Amministrazione, dove le carenze sulla digitalizzazione sono più ampie, c'è chi è stato lasciato indietro senza essere recuperato.  «Già prima della pandemia la Regione Lazio si è occupata di smart working, inquadrandolo nella trasformazione digitale, anche come organizzazione agile – ha spiegato Alessandro Bacci, Direttore Affari istituzionali, Personale e Sistemi Informativi della Regione Lazio – Ma durante la pandemia ci siamo trovati ad affrontare l'incapacità di alcuni nostri capi nel trattare i dipendenti a distanza. La formazione sarà indispensabile per realizzare il cambiamento che permetterà di superare la cultura dell’ufficio tradizionale e del modello comando-controllo». Condividere valori e obiettivi dell'azienda diventa cruciale per uno smart working efficace ed inclusivo. Ma non esiste smart working senza remote leadership. Nelle forme ibride di lavoro in presenza e da remoto saranno necessari capi team capaci di gestire persone in presenza e a distanza. «La leadership diffusa sarà fondamentale. Connettersi, ispirare e innovare sono i tre concetti chiave che guideranno il ritorno in ufficio. I leader dovranno essere dei community manager, animatori delle loro comunità. È in questo scenario che la formazione diventa indispensabile», ha sottolineato Rossella Gangi, Direttrice Risorse Umane WINDTRE. «In Terna abbiamo concepito un programma in sette cantieri per trasformare l'emergenza in cambiamento – ha sottolineato Emilia Rio, Direttore Risorse Umane e Organizzazione di Terna – nuova leadership, people care, metodo di ascolto, semplificazione, sostenibilità, digitalizzazione, riprogettazione degli spazi. Il digitale amplia i confini e può diventare disorientante: la nostra sfida è comprendere dov'è quel confine, cosa possiamo fare e permettere che le persone diventino consapevoli. In questo contesto abbiamo una grande opportunità di crescita responsabile delle nostre persone». Il futuro dello smart working La legislazione vigente sembra sufficientemente garantista sul fronte del diritto alla disconnessione e over working per gli impiegati. Le aziende si augurano che non ci siano interventi restrittivi per poter sfruttare appieno tutte le potenzialità dello smart working, impegnandosi a trasmettere una vision che faccia sentire tutelato il lavoratore dalle “invasioni” digitali nella sfera privata. «Le persone devono stare al centro – ha spiegato Andrea Langfelder, Human Capital Management Strategy Leader di Oracle Italia, che ha anche portato casi concreti di aziende che proprio grazie alle applicazioni Oracle Cloud hanno saputo rendere più semplice, piacevole e produttiva l’esperienza di lavoro delle proprie persone in questo periodo, come ad esempio illycaffè, Mondadori, Poste Italiane – Saranno sempre le persone a fare la differenza insieme alle capacità di leadership. La tecnologia è solo un facilitatore, che ci ha permesso di continuare a vivere e fare business, oltre a trovare un nuovo e migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata». RIVEDI IL WEBINAR 20/07/2020

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19 Novembre 2021

«Governi e operatori mettano al sicuro le infrastrutture critiche dei cavi sottomarini»

Parla l'AD di Retelit, Federico Protto, tracciando una panoramica di come cambia il settore, tra nuovi modelli, rotte e punti di approdo Per il business dei cavi sottomarini si fanno strada nuovi modelli, nascono nuove rotte e nuovi punti di approdo. A tracciare una panoramica di un settore con sempre più importanti risvolti economici e geopolitici è Federico Protto, ad di Retelit, uno dei protagonisti italiani nel campo. In un'economia, come quella di cavi e data center rimodellata radicalmente dagli Hyperscaler tipo Google e Facebook, l'Italia può avere «un ruolo fondamentale» grazie alla sua posizione geografica. La Sicilia, Bari e la Liguria rappresentano secondo l'ad del gruppo italiano «i principali punti di approdo». Un apporto importante, per fronteggiare sabotaggi e spionaggio, va svolto dai Governi che assieme agli operatori devono assicurare che le infrastrutture critiche vengano messe al sicuro e monitorate. Come stanno cambiando i modelli di investimento nel business dei cavi? Grazie alle evoluzioni tecnologiche che permettono di supportare un maggiore numero di fibre rispetto a prima (oggi i nuovi cavi arrivano a supportare fino a 24 coppie di fibre) e la possibilità di poter avere degli apparati indipendenti per ogni coppia di fibra, le prospettive di sviluppo dei sistemi di cavi sottomarini si sono ampliate enormemente aprendo la strada a nuovi modelli. In questo contesto ai consorzi tradizionali dove più operatori condividono percentuali di uso dei cavi, si sono affiancati nuovi modelli in cui i proprietari del cavo di fatto sono proprietari di coppie di fibre che possono utilizzare in maniera indipendente. Questo nuovo modello ha stimolato l'investimento degli Hyperscaler vista anche la forte domanda di questi ultimi dovuta alla crescita di traffico. Infine, la nuova distribuzione del traffico, dovendo soddisfare requisiti di diversificazione, bassa latenza e resilienza, fattori molto meno critici nel passato, ha creato l'esigenza di nuove rotte e nuovi punti di approdo. Ad oggi Hyperscaler come Facebook, Amazon, Microsoft e Google stanno rimodellando radicalmente l'economia del settore dei cavi sottomarini e i data center.Questi sono presenti praticamente in ogni nuovo sistema di cavi transatlantico o transpacifico.Dal 2015 ad oggi il settore dei cavi sottomarini, dominato tradizionalmente dai monopolisti e dai Carrier, è cambiato radicalmente. Oggi, infatti, al fianco di questi soggetti ci sono operatori regionali come Retelit e gli Hyperscaler. Se prima i modelli consortili si basavano su modelli chiusi, in cui l'operatore che investiva era lo stesso che controllava l'infrastruttura sul territorio e quindi la Cable Landing Station, i servizi di Backhaul e la capacità, e lo Stato era azionista di controllo dell'operatore, oggi i nuovi modelli consortili introducono le open landing station e la spinta agli operatori regionali alternativi. In questo contesto, Retelit ha investito nel Consorzio AAE-1, creando un nuovo landing point a Bari, garantendo una diversificazione delle rotte, permettendo di raggiungere Francoforte (che è il più importante nodo di traffico IP al mondo) dall'Asia con la migliore latenza possibile. Inoltre, ha realizzato una rete di Backhaul da Bari all'Europa con nuove tecnologie (200 Gbps) adeguate agli importanti volumi di traffico. Ha inoltre investito anche in altri hub sottomarini (a Marsiglia e in Sicilia) creando possibilità di reti "meshed" tra i diversi sistemi e offrendo un'opzione per aumentare la resilienza degli stessi. Come ha inciso la pandemia di Covid, anche a livello indiretto, in questo business? Il Covid non ha impattato particolarmente sulla costruzione dei cavi sottomarini. Mentre sul business relativo alla vendita di banda, la pandemia ha avuto un impatto positivo dovuto alla crescita del traffico internet a livello globale – quest'ultima (fonte TeleGeography) è aumentata del 34% nel 2020 per poi tornare ai livelli medi di crescita degli ultimi dieci anni del 29% nel corso del 2021. I cavi sottomarini, tuttavia, negli ultimi anni hanno subito un cambio di utilizzo. Basti pensare che nel 2010 i cavi sottomarini venivano utilizzati per la quasi totalità per la distribuzione del traffico internet mentre solo il 10% veniva utilizzato dagli hyperscaler. Oggi la distribuzione del traffico sui cavi è totalmente cambiata ed il 60% dell'utilizzo dei cavi è fatto dagli hyperscaler ed è in costante crescita. Su quali aree punterà Retelit nei prossimi anni? Geograficamente, l'area che ha registrato la crescita più rapida di banda Internet comprende il traffico tra Europa e Africa e tra Europa ed Asia. L'Europa oggi si trova in una posizione privilegiata, al centro dello scambio globale e verso i continenti emergenti, tra cui appunto l'Africa e il Middle East, risultando il principale hub di approdo del traffico. E in questo Italia gioca un ruolo fondamentale: la Sicilia storicamente, poi Bari e infine oggi la Liguria rappresentano i principali punti di approdo dei cavi sottomarini nel nostro Paese. Retelit sin dal 2014 ha investito sulle infrastrutture di atterraggio di nuova generazione per attrarre verso l'Italia il traffico dei cavi. In particolare su Bari (costruendo una landing station di proprietà per atterrare il cavo sottomarino Asia Africa Europe-1 di cui è il membro Italiano del consorzio e un POP di rete ad alta velocità per connettere le altre landing station presenti a Bari tra le quali quella del cavo IG-1 (che collega la Puglia alla Grecia) per il quale recentemente è stato annunciato l'accordo con WIS per l'upgrade tecnologico a 400 Gbps del sistema. Inoltre, Retelit è socio di Open Hub Med, Data Center per collegare i cavi sottomarini che approdano in Sicilia, facilitando quindi la comunicazione tra cavi e il trasporto del traffico verso l'Europa dal Sud Italia. E più recentemente sulla Liguria dove Retelit ha costruito una piattaforma di atterraggio da Savona e Genova fino a Milano dedicata ai nuovi cavi provenienti dal Mediterraneo. Come fronteggiare le criticità riscontrate nel settore, come il sabotaggio e lo spionaggio? L' intercettazione dei cavi sottomarini potrebbe fornire ai leader stranieri informazioni preziose, mentre l'interruzione dei cavi potrebbe rallentare notevolmente le comunicazioni tra alleati. Le backdoor potrebbero anche essere inserite durante il processo di produzione dei cavi nei ripetitori o negli apparati all'interno delle Cable Landing Station per raccogliere informazioni sensibili. Esistono addirittura sottomarini in grado di "inserirsi" nei cavi di comunicazione sottomarini e ottenere i dati che vi transitavano senza manometterli. I Governi insieme agli operatori del settore devono assicurare che le infrastrutture critiche quali Cable Landing Station e i punti di approdo dei cavi vengano messe al sicuro e monitorate. Così come il monitoraggio dei fondali e della costa e sistemi di controllo delle interferenze sui cavi possono assicurare che la parte sott'acqua sia sicura da intromissioni. Non da ultimo è importante un efficace controllo sui fornitori di tecnologie per la trasmissione e la rigenerazione del segnale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

Studio Astrid: «Business dei cavi sottomarini cresce ma manca una strategia Ue»

Il 99% delle comunicazioni internazionali passa per l'infrastruttura che si estende per 1,3 milioni di chilometri. In 30 anni investiti quasi 50 miliardi Il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali avviene tramite cavi sottomarini, un'infrastruttura che si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri. Sono i numeri di un business in crescita che dal 1990 al 2020 ha registrato investimenti per quasi 50 miliardi di dollari. 120mila, 103mila e 116 mila: sono i chilometri in più che saranno costruiti nei prossimi tre anni. Nel periodo 2016-2020 si era registrata in media una messa in posa di circa 67mila chilometri aggiuntivi ogni anno. A scattare una fotografia dettagliata del settore è uno studio Astrid, firmato dai ricercatori Valerio Francola e Gordon A . Mensah, che mette, tra l'altro, in luce i problemi di sicurezza del settore e la necessità di un ruolo più rilevante della Ue che al momento sembra mancare di una strategia, nell'ambito della competizione Cina-Usa. Si aspetta una crescita significativa nelle Americhe, in Asia australiana ed Emea All'inizio del 2021 si contavano 426 cavi sottomarini in servizi in tutto il mondo; numero che si modifica costantemente, man mano che nuovi cavi entrano in servizio e i vecchi vengono smantellati. «Una crescita significativa della rete dei cavi sottomarini fino al 2023 avverrà nelle regioni delle Americhe, dell'Asia australiana e dell'Emea» ed è "stimolata dalle esigenze infrastrutturali dei fornitori di contenuti, ma anche dalla necessità di sviluppare nuove rotte e dalla sostituzione di infrastrutture obsolete nelle Americhe, in Europa e in Africa. L'implementazione di nuove infrastrutture diversificherà il traffico, in particolare tramite i collegamenti tra mercati in crescita in Sud America, Europa e Africa, consolidandone anche la struttura», precisano gli studiosi. 100 interruzioni l'anno al flusso di dati per incidenti naturali o causati dall'uomo Non sono trascurabili gli aspetti legati alla sicurezza. Un primo tipo di rischio è rappresentato dai danni accidentali provocati in prossimità delle coste, dove i cavi sottomarini sono esposti a eventuali danni provocati da ancoraggi di imbarcazioni o attività di pescherecci, nonostante i più recenti siano progettati secondo lo standard "cinque nove" che consente di raggiungere una percentuale altissima di affidabilità (99,999%). Gli incidenti naturali o causati dall'uomo generano una media di circa cento interruzioni all'anno sul flusso di informazioni e dati. Su questo versante, precisa lo studio, è in atto una discussione sulla necessità di creare perimetri di sicurezza nei tratti di passaggio dei cavi in prossimità delle coste. Da questo punto di vista «esistono molti dubbi sul fatto che i cavi siano adeguatamente tutelati dal diritto internazionale esistente». Si guarda a una nuova legge internazionale sui cyber attacchi I cavi sono, d'altronde, finanziati generalmente e controllati da consorzi di società di telecomunicazioni o dalle Big Tech, di conseguenza si tratta di infrastrutture non legate a una particolare nazionalità. Resta in ogni caso il tema degli attacchi alle infrastrutture informatiche, compresi appunto i cavi sottomarini. Ci sono diverse sollecitazioni che spingerebbero verso una nuova legge internazionale sui cyber attacchi in grado di porre un argine agli attacchi alle infrastrutture civili. C'è poi il rischio di intercettazione e va considerato che, in base alle informazioni emerse dal caso Snowden nel 2013, le intrusioni nelle linee di comunicazione non hanno più come obiettivo esclusivamente l'informazione classificate. Governi e agenzie di spionaggio sono sempre più coinvolti in una vasta raccolta di informazioni sulla popolazione in tutto il mondo. Non solo di metadati quindi, ma anche di contenuti. Nel Mediterraneo si nota particolarmente la mancanza di coordinamento europeo Il tema della sicurezza è legato al profilo geopolitico dell'industria. Stati Uniti e Cina si muovono in maniera diversa nel settore. I primi lavorano a livello globale per creare le migliori condizioni affinché le big americane, come Google e Facebook, possano operare. La seconda si impegna tramite il proprio modello di azienda statale e, come nel caso del produttore di cavi in fibra ottica Hengtong Group, per promuovere i propri interessi nazionali, non solo quelli delle imprese. In questo contesto l'Europa sembra in ritardo rispetto al rapido sviluppo di Stati Uniti e Cina. Nell'area del Mediterraneo, in particolare, si esemplifica la mancanza di coordinamento a livello europeo che impedisce il raggiungimento della cosiddetta "Sovranità strategica". È  evidente come vi sia una mancanza di strategia globale per il settore. «L'inerzia delle istituzioni europee - conclude lo studio - viene controbilanciata da iniziative di aziende di Paesi membri con maggiore esposizione, e interesse, verso la connettività con Africa e il Medio Oriente, spesso in consorzio con aziende di potenze concorrenti come la Cina. Di riflesso, negli ultimi anni, aziende come Huawei, Google e Facebook hanno aumentato la propria presenza nel mercato dei cavi sottomarini che collegano gli Stati europei e non europei del Mediterraneo a parti del mondo». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

«Per i cavi sottomarini limitare il predominio Big Tech e fronteggiare la Cina»

Parla Adolfo Urso, presidente del Comitato parlamentare. Attraverso l'infrastruttura passa il 99% delle comunicazioni internazionali Limitare il predominio delle Big Tech e fronteggiare la supremazia economica e tecnologica della Cina. Sono le priorità da affrontare anche in tema di cavi sottomarini, attraverso i quali passa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali. È la posizione di Adolfo Urso, presidente del Copasir, nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Peraltro, nel settore dei cavi sottomarini, l'Italia per la sua posizione politica, economica e geografica, «proprio perché confine di ogni cosa, può essere al contempo vittima e protagonista». Occorre dunque, favorire le connessioni negli hub di Genova e Palermo, muovendosi «davvero e in modo consapevole e condiviso come un Sistema Paese in una logica europea e occidentale». Dai cavi sottomarini passa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali e 10 miliardi di transazioni finanziarie ogni giorno. Come tutelare la sicurezza dei dati visto che ci sono casi di guasti o attacchi cyber? Gli aspetti inerenti alla "sicurezza" possono essere di due tipi: i cosiddetti "danni accidentali" presenti in ogni tipo di attività e quelli generati da attacchi esterni, "intenzionali". Nel primo caso la tecnologia usata è certamente ben più sicura di altre forme di trasmissioni. I perimetri di sicurezza sono elevati anche nei tratti di passaggio più critici, vicino alle coste, ancorché si può sempre migliorare. Quanto al secondo aspetto, che è poi quello che interessa il Copasir, vi è ancora molto da fare. È stato creato il "perimetro di sicurezza nazionale cibernetico" che va ovviamente implementato; è stato esteso l'ambito di copertura del "golden power", strumento che va a sua volta affinato per renderlo più efficace; è stata istituita, seppur con dieci anni di ritardo, la Agenzia nazionale per la cybersicurezza che sicuramente può aiutare anche a diffondere cultura e procedure di sicurezza in ogni ambito, ai fini della resilienza del Paese. È, però, necessario sviluppare pure una politica nazionale, tecnologica e industriale, che consenta all'Italia di meglio valorizzare le sue imprese e la sua posizione strategica nel Mediterraneo come asse di collegamento tra il Continente europeo, il bacino Atlantico con i due Continenti del futuro: Asia e Africa. Abbiamo la tecnologia e le aziende e la posizione geografica e geopolitica per svolgere un ruolo importante, con una strategia statale che in questo campo non può assolutamente mancare. Come ha detto recentemente il presidente del Consiglio alle Camere, "lo Stato deve essere presente sulla frontiera tecnologica". Di questo si tratta. Del futuro del Paese, non solo delle imprese. Nel business dei cavi sottomarini sono entrati gli Over the Top americani o le Big Tech, spesso non legati a una particolare nazionalità. Questo può creare problemi dal punto di vista dell'applicazione del diritto? Sicuramente sì, è un problema che si pone anche chiunque abbia una vera visione liberale, negli Stati Uniti come in Europa, e che certamente va affrontato in Ue e nei fori internazionali. Il tema della sicurezza dei dati è strettamente legato a quello geopolitico visto che la sfida tra Stati Uniti, Cina ed Europa si gioca anche sui cavi sottomarini. Alcuni Paesi, come Usa e Gran Bretagna, hanno espresso preoccupazione per la realizzazione di cavi da parte di aziende vicine al Governo cinese. Condividete questi timori? Il Copasir è già intervenuto sulla materia due anni fa nella Relazione al Parlamento sul sistema delle telecomunicazioni, durante la presidenza Guerini, quando io ero vicepresidente. Abbiamo indicato come procedere nell'uso della tecnologia straniera per evitare rischi per la sicurezza nazionale, indicando nello specifico quella cinese. È in atto una competizione globale tra sistemi, qualcuno, e non a caso, parla di "scontro di civiltà", i cui risvolti geopolitici sono ormai evidenti e di cui l'Italia può essere al contempo vittima o protagonista, proprio perché è confine di ogni cosa. Insomma: dobbiamo essere consapevoli che occorre nel contempo limitare il predominio di Big Tech, le cui dimensioni economiche possono superare persino i Pil degli Stati, e fronteggiare la supremazia tecnologica ed economica della Cina. In tal senso, il ruolo dello Stato riassume la sua rilevanza anche in Occidente, come garante delle libertà. In ogni caso, dobbiamo lavorare insieme con le altre democrazie occidentali, per preservare la nostra sovranità, come italiani e come europei. Qual è in questo contesto l'obiettivo che potrebbero porsi l'Italia e la Ue per realizzare la sovranità dei dati anche in un difficile contesto come quello dei cavi sottomarini? Sui cavi sottomarini vi è di fatto una competizione anche tra Paesi europei: la Germania ovviamente ha interesse a sviluppare l'hub di Francoforte, che negli anni ha assunto un ruolo decisivo, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, nei collegamenti con l'Est ed ora intende incrementare quelli con l'Asia, anche saltando il bacino del Mediterraneo, in connessione con l'Oman. Parigi punta su Marsiglia, di fatto aggirando la Penisola. Noi dovremmo favorire le connessioni negli hub di Palermo e Genova. Abbiamo aziende importanti e significative, che potrebbero svolgere un ruolo ancor più significativo se vi fosse una strategia Paese che tenga insieme tutto: gli attori, pubblici e privati. Non può sfuggire quanto accaduto con la rete Interoute, per la quale il Governo precedente non ha ritenuto di utilizzare i poteri speciali del "golden power". L'Italia può riaffermare un ruolo geopolitico, economico e industriale in Europa e nel Mediterraneo, ma occorre muoversi davvero e in modo consapevole e condiviso come un Sistema Paese in una logica europea e occidentale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

«Milano ha le carte per essere hub, non temiamo Hyperscaler, sono nostri clienti»

Parla Elisabetta Romano, AD di Sparkle (gruppo Telecom), illustrando le opportunità del settore per il sistema Paese nel contesto geopolitico  Il baricentro dei cavi sottomarini, infrastrutture dove passano il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali e 10 miliardi di dollari di transazioni finanziarie ogni giorno, si sta spostando più a Sud. E questo rende l'Italia, che al momento non ha nessun hub internazionale, più centrale. In questo contesto, afferma Elisabetta Romano, ad di Sparkle, società del gruppo Telecom Italia, Milano «ha tutte le carte in regola» per diventare un hub a tutti gli effetti. Sparkle, presente in 32 Paesi nel mondo, non è nemmeno spaventata dall'avanzata nel settore degli hyperscaler che restano, dice Romano a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), tra i migliori clienti. L'Asia e il Sud America sono tra le frontiere su cui punterà Sparkle che proprio quest'anno festeggia il centenario dalla fondazione di Italcable di cui è erede. Quanto al rapporto con i competitor, il settore rappresenta la "coopetion": «il mondo delle tlc ha avuto sempre il difetto della chiusura, ritengo invece – chiosa Romano - che l'apertura sia un aspetto fondamentale per la trasformazione dell'industria». In quali aree concentrerete i vostri investimenti? Oggi la maggior parte dei dati passa attraverso i cavi sottomarini e i volumi raddoppiano ogni due anni richiedendo nuove infrastrutture per soddisfare la domanda crescente di connettività. Questo significa che bisogna continuare a investire in nuove infrastrutture, soprattutto nelle aree a forte crescita come in Asia e in Europa dove l'infrastruttura esistente è quasi satura. Per questo stiamo continuando a investire in nuovi cavi, come il sistema di cavi sottomarini Blue & Raman che dall'India va verso l'Europa. Ma stiamo investendo anche in Sud America, in Europa e in Africa. Come cambierà il business, considerato il contesto economico e geopolitico? I due decenni appena trascorsi sono stati caratterizzati da un'esplosione di dati, internet, digitale. Nel prossimo decennio il traffico continuerà ad aumentare e si sposterà nel Sud-Est del mondo: i maggiori sviluppi sono attesi verso l'Asia e l'Africa. Il baricentro delle infrastrutture internazionali si sposta dunque più a Sud e questo mette l'Italia al centro delle direttrici di traffico dati. Con la costruzione di Blue & Raman, realizziamo un'autostrada digitale tra l'Europa e l'Asia con un percorso assolutamente unico e alternativo rispetto ai cavi esistenti, un aspetto rilevante nelle telecomunicazioni per evitare colli di bottiglia. Basti pensare, facendo un parallelismo con il trasporto fisico, a quanto successo con la nave incagliata nel canale di Suez. Anche per i cavi, da un punto di vista tecnico e architetturale, è importante avere strade alternative e con Blue & Raman realizziamo una serie di primati: per la prima volta nell'ambito del Mediterraneo non si passa per il canale di Suez, ma si arriva in Giordania per via terrestre. Anche in Sicilia, per la prima volta, non si passa per il Canale di Sicilia ma per lo stretto di Messina. La terza cosa significativa è che arriviamo a Genova mentre finora tutti i cavi dall'Asia arrivano a Marsiglia e Parigi che sono, quindi, diventate due delle città più importanti. L'Italia potrà recuperare questo gap con la Francia e Milano diventare un hub internazionale? Se consideriamo i dieci hub internet più importanti nel mondo, sei sono città europee - due di queste sono per l'appunto francesi -, nessuno degli hub principali è italiano. È senz'altro positivo che in Europa ci siano sei hub, ciò dimostra la centralità del Vecchio Continente, ma la notizia meno buona è che tra questi non ci sia nessuna città italiana. Milano ha tutte le carte in regola per diventare un hub a tutti gli effetti. C'è già un buon ecosistema, sono presenti gli Hyperscaler come Google, con cui Tim sta lavorando, si sta iniettando traffico dall'Asia. Un discorso che vale, anche se in minor misura, per Genova dove stiamo creando un'infrastruttura di atterraggio molto capiente per attirare, oltre al Blue Raman, anche cavi sottomarini di altri operatori. In generale siamo orgogliosi di fare qualcosa di rilevante non solo per Sparkle ma anche per l'Italia. Quando un'azienda riesce a conciliare obiettivi di business con l'impatto positivo per il Paese a cui appartiene, penso sia un traguardo molto positivo.   L'ingresso massiccio degli Hyperscaler nel business dei cavi sottomarini vi crea preoccupazioni? No, non siamo assolutamente spaventati. Lavoriamo con Google, che è nostro partner, ma anche con gli altri. È vero che nell' ultimo decennio, se prima compravano da noi tutta la capacità di cui avevano bisogno, adesso costruiscono con noi l'infrastruttura, ma continuano comunque a comprare. Sono tra i nostri clienti più importanti perché hanno tantissima necessità di banda e di trasporto Internet che un solo operatore non può soddisfare. Gli hyperscaler sono stati in pratica costretti a entrare nel campo per costruire le loro infrastrutture, ma non è il loro core business. Ad esempio, consideriamo la partnership con Google per la costruzione di Blue & Raman molto costruttiva, ben riuscita, con ambiti di azione ben definiti. Come ci si può difendere al meglio dagli attacchi hacker? Per noi la sicurezza è un aspetto fondamentale di cui teniamo conto sin dalle prime fasi della progettazione. In Sparkle abbiamo un gruppo dedicato e un Soc, Security operations center nella nostra sede centrale ad Acilia. Ovviamente quando si parla di cybersecurity è un po' il gioco di ‘guardie e ladri' perché gli attacchi diventano sempre più sofisticati. Al G20 di Trieste abbiamo partecipato a una sperimentazione, con uno spin off del Cnr, applicando la fisica quantistica alla sicurezza direttamente sulla fibra. La tecnologia sta andando molto avanti, e la sicurezza diventa insita al mezzo. In vista dei progetti di incrementare gli investimenti e le infrastrutture pensate di aumentare l'occupazione? Sparkle conta oggi circa 750 persone, 500 in Italia e 250 sparse per il mondo. Dobbiamo crescere, soprattutto all'estero, seguendo le direttrici dove costruiremo le nuove infrastrutture, in Sud America, Africa, nel Medio Oriente. Inoltre, stiamo investendo molto sul comparto entreprise. In sostanza abbiamo tre tipi di clienti: operatori come noi, visto che nessuno nel nostro mondo ha tutto; Ott e hyperscaler che rappresentano come suddetto una fetta importantissima; clienti entreprise, ambito su cui Sparkle finora ha lavorato, ma in maniera timida. Quest'anno nel nostro piano industriale ci puntiamo molto di più, soprattutto partendo dal fatto che il 60% dei clienti di Tim in Italia ha sede all'estero. Siete aperti a nuove alleanze con i competitor? Noi rappresentiamo la "coopetion" alla lettera, lavoriamo con tutti gli operatori del mondo, Verizon, At&t, Deutsche Telecom, con Telstra in Australia, con gli operatori arabi e con quelli africani. In Italia siamo i primi service provider, e siamo tra i primi dieci nel mondo. Il nostro concetto di partenza è di apertura, collaboriamo anche con aziende italiane, come Retelit. Il mondo delle tlc ha avuto sempre il difetto della chiusura, ritengo invece che l'apertura sia un aspetto fondamentale per la trasformazione dell'industria. Sparkle ha abbracciato questo paradigma. Vedete un problema per l'Italia di tutela della sovranità nazionale sui dati che passano attraverso i cavi? Per definizione il concetto di sovranità è in contraddizione col nostro mestiere, noi gestiamo connettività che va oltre i confini nazionali. La sovranità nazionale vale per i service provider nazionali, non per chi, come noi, gestisce una rete internazionale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

05 Novembre 2021

Ruffinoni (Ntt Data Italia): «Pronti ad assumere 800 persone con profili Stem»

Java, cybersecurity, data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud tra le competenze più ricercate Servono al più presto 800 nuovi profili con studi Stem che Ntt Data Italia, società che si occupa di system integration, servizi professionali e consulenza strategica, ha difficoltà a trovare. La fame di competenze nel digitale riguarda un po' tutti i livelli del settore in un momento in cui si profila un nuovo modo di lavorare, «una terza via», dice l'ad Walter Ruffinoni, tra presenza in ufficio e lavoro totalmente da remoto, aprendo nuove opportunità. Tra le figure più ricercate, spiega il manager a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) sono ruoli con competenze Java, cybersecurity, data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud. Di quanti dipendenti in più ha bisogno oggi la vostra azienda? In Ntt Data le persone fanno la differenza, siamo un'azienda di persone costruita attorno alle persone. Ricercare, assumere e trattenere i talenti è una attività per noi cruciale: avere i migliori talenti ci permette di offrire i migliori servizi ai nostri clienti, che sono le medie e grandi aziende italiane e straniere. Nella mia visione di Italia 5.0 credo fortemente nella tecnologia come abilitatore di nuovi servizi e nuove esperienze che mettono l'uomo al centro. Abbiamo visto che la tecnologia ha anche abilitato nuovi modi di lavorare: l'esperienza di questi ultimi due anni ci sta insegnando che in futuro ci sarà una "terza via" al lavoro che non sarà totalmente in presenza in ufficio e nemmeno totalmente virtuale, ma un mix bilanciato tra i due e con anche la possibilità di usare nuovi spazi fluidi e dinamici condivisi da più aziende e gestite da nuove figure professionali. Queste nuove modalità di lavoro possono essere molto interessanti anche per i giovani che entrano nel modo del lavoro con la possibilità di coniugare la crescita professionale con la vita nei luoghi di origine. Il brand Ntt Data in Italia conta su 5.000 persone in otto città: Milano, Roma, Torino, Treviso, Genova, Pisa, Napoli e Cosenza e quest'anno cerchiamo almeno 800 profili con studi Stem. Che tipo di figure sono le più ricercate? Siamo focalizzati su laureandi e laureati in materie Stem (Scienze Tech Ingegneria e Matematica) nelle principali università italiane e straniere, ma la nostra attenzione si rivolge anche ai diplomati di istituti tecnici. Abbiamo infatti posizioni aperte per ruoli con competenze Java, cybersecurity, Data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud per citarne alcune. Quest'anno con la nostra Excellence School abbiamo inoltre dato la possibilità per 80 studenti e studentesse in 4 facoltà dedicate alle professioni più ricercate, come programmazione, data intelligence, architetture cloud, cyber security e consulenza It della durata di 4 mesi, al termine dei quali, i partecipanti possono sostenere un esame di certificazione attinente alla faculty e hanno la possibilità di essere assunti in Ntt Data. L'Excellence School si rivolge sia ai giovani laureati dei corsi Stem triennali e magistrali, sia ai diplomati del settore informatico, è totalmente gratuita e costituisce una rilevante porta d'accesso al mercato del lavoro, fornendo non solo competenze tecniche e pratiche. Grazie a un mix di formazione da remoto, esperienze laboratoriali e un training on the job sotto la supervisione di tutor esperti, gli studenti potranno approfondire le proprie conoscenze teoriche, ma anche lavorare direttamente su sistemi e programmi. Ampio spazio anche per le soft skills attraverso laboratori di apprendimento innovativi, studiati appositamente per chi non ha esperienza nel mondo aziendale, e con l'obiettivo di inserire in azienda giovani professionisti con competenze a 360 gradi. Crediamo che la formazione debba essere valorizzata a tutti i livelli, e siamo impegnati da anni su questo fronte sia all'esterno sia all'interno. Che cosa si potrebbe fare per stimolare l'incontro tra domanda e offerta? La spinta verso la digitalizzazione dei servizi e dei prodotti se da un lato ha aiutato la nostra crescita, dall'altro sta generando uno skill gap che rende difficile trovare le risorse con competenze adeguate. Ogni anno siamo presenti in quasi tutte le Università sul territorio italiano e abbiamo anche docenze a diversi corsi universitari per raggiungere gli studenti più meritevoli. Con le università del territorio, infatti, il dialogo è molto stretto, e la popolazione aziendale beneficia periodicamente di programmi formativi pensati appositamente. Crediamo che la collaborazione aziende-università sia uno degli strumenti più efficaci per allineare la formazione delle competenze con le necessità delle aziende. Crediamo, inoltre, nell'educazione tecnologica sin da bambini: con il coding nelle scuole abbiamo portato il pensiero computazionale nelle primarie (oltre 2200 ore di lezione erogate dai volontari Ntt Data in oltre 100 istituiti in tutta Italia) e con progetti specifici dedicati all'utilizzo sicuro degli strumenti tecnologici per bambini e adolescenti.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

«Per fare le reti mancano 20mila persone, i migranti sono un'opportunità»

Parla Umberto Pesce, presidente di Psc, che chiede un tavolo ad hoc con sindacati, banche e istituzioni Migranti per fare le reti, e scuole tecniche ad hoc per favorire l'inserimento dei giovani, anche stranieri nel mondo del lavoro, già dopo un primo biennio. È il mix di soluzioni che propone Umberto Pesce, presidente del gruppo di impiantistica Psc. All'appello, secondo Pesce, mancano 20mila persone specializzate, tra reti di tlc ed elettriche. Di fronte a questa necessità, condivisa negli ultimi giorni da vari membri del Governo, per mettere in grado le aziende del settore di far fronte alla richiesta del mercato, «occorre aprire al più presto – dice Pesce, recentemente nominato Cavaliere del Lavoro, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) - un tavolo con istituzioni, banche e sindacati». L'obiettivo posto dal ministro dell'Innovazione e transizione digitale, Vittorio Colao, è infatti, quello di cablare l'Italia entro il 2026 e, dunque, la necessità di competenze, si farà sentire molto presto, una volta assegnate le gare. Come si può risolvere il problema della mancanza di risorse umane per costruire le reti in fibra e 5G? Quale ruolo può giocare il Governo? Il sistema Italia si è sempre basato su micro, piccole e medie aziende, dall'artigiano alle imprese fino a 50milioni di euro di ricavi. Questa spina dorsale del sistema è sparita, e le poche aziende rimaste sono in grande difficoltà economica. Per affrontare il mutato scenario e il bisogno di competenze, occorre, dunque, innanzitutto il supporto dello Stato. Occorre, ad esempio, semplificare il sistema degli appalti pubblici, risolvendo anche il problema dei continui ricorsi al Tar che bloccano i lavori. Si potrebbe prevedere che, una volta aggiudicato il lavoro e stipulato il contratto, qualora il Tar dovesse dar ragione alla società ricorrente, quest'ultima venga risarcita per il mancato utile raggiunto, senza bloccare i lavori. Oltre agli interventi dal punto di vista degli appalti, occorre un piano che riguardi l'assunzione e la formazione del personale. Tra reti tlc ed elettriche mancano infatti circa 20mila persone specializzate. Come formare in tempi brevi i lavoratori necessari? Occorre un'azione di concerto con i ministeri del Lavoro, Istruzione, della Pa, dell'Innovazione e della Trasformazione digitale, predisponendo delle scuole ad hoc che, dopo un primo biennio, formino già i ragazzi per un impiego specialistico, prevedendo, anche durante gli studi, il tirocinio in azienda. Un nodo fondamentale è poi dove reperire i giovani che vogliano fare questo percorso. Visto che in Italia c'è una mentalità molto progredita per cui le nostre famiglie desiderano per i propri figli un percorso di istruzione quanto più completo, si potrebbe ricorrere ai giovani stranieri. Abbiamo tanti giovani stranieri in Italia, migranti di buona volontà, ma sfruttati tante volte con il caporalato. Noi abbiamo bisogno della migrazione, per noi la migrazione è un'opportunità, e questo momento storico potrebbe essere una buona occasione per formare le persone e farle lavorare. Una specializzazione tecnica di cui potrebbe farsi carico lo Stato che poi recupererà con le tasse pagate da questi lavoratori una volta acquisito un contratto. Un altro problema che bisogna risolvere è quello della patrimonializzazione delle imprese del settore che non sono attualmente in grado di far fronte alla formazione di nuove competenze da sole. Occorre dunque, oltre a quello del Governo, il supporto delle banche, visto che non ci sono aziende che, senza aiuto, riescono a fare investimenti dei livelli richiesti. Una volta inserite le persone in azienda e realizzate le reti, al 2026 queste persone potrebbero essere utilizzate in diverso modo, ad esempio per la manutenzione dell'infrastruttura? Oggi stiamo facendo il passaggio dal rame alla fibra, ma il rame richiede molta manutenzione, il sistema della fibra ottica è, invece, completamente diverso. Una volta finita la rete, dunque, ci sarà il problema della sostenibilità per le imprese delle 20mila persone assunte. Per questo chiediamo un incontro, un tavolo con istituzioni, mondo bancario e sindacati al fine di individuare tutte le soluzioni. È un intervento che va concertato assieme. D'altronde dobbiamo preparare l'Italia al boom economico al quale non siamo più abituati, l'ultimo boom è stato nel dopoguerra e, secondo me, questo che stiamo vivendo è un "dopoguerra". SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

Italtel e Sirti a Colao: «Per realizzare il Pnrr servono 80% di occupati in più»

Nel documento preparato dalle due aziende si chiedono anche contratti pluriennali e adeguato livello dei prezzi Contratti pluriennali in linea con gli investimenti, meccanismi premianti per il ri-uso delle infrastrutture esistenti, obbligo di apertura a tutti gli operatori non solo a quelli con significativa forza di mercato, quadro normativo semplificato e adeguato livello dei prezzi. Sono tra le richieste che Sirti e Italtel hanno messo nero su bianco, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) in un documento consegnato al ministero dell'Innovazione e della Transizione digitale, guidato da Vittorio Colao. Il nodo è come reperire le oltre 10mila figure mancanti Per realizzare gli investimenti in fibra e 5G è necessario, spiegano le società, l'80% in più dell'attuale livello occupazionale delle aziende di rete. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, d'altronde, destina il 27% delle risorse alla transizione digitale, ovvero 6,7 miliardi per la strategia italiana per la banda ultra larga entro il 2026. Di recente Colao ha annunciato che da gennaio prossimo partiranno le gare per la fibra, e subito dopo quelle per il 5G; ne seguirà, ha detto il ministro, la creazione, appunto, di 10-15 mila nuovi posti di lavoro per la realizzazione dell'infrastruttura. Il nodo ora è come creare questa occupazione e, secondo quanto spiegano gli addetti del settore, come utilizzare poi l'80% di occupazione in più, una volta realizzati gli investimenti. Delle due società, l'una, Italtel, oggetto del salvataggio da parte del gruppo Psc, l'altra controllata dal fondo Pillarstone che intenderebbe valorizzarla, hanno presentato al Ministero dei numeri precisi: le risorse richieste nel campo della progettazione sono attualmente circa mille; i piani cumulati degli operatori assieme a quelli previsti dal Pnrr richiedono la disponibilità di circa 800 persone aggiuntive. Per la realizzazione delle reti l'attuale disponibilità di personale specializzato è pari a 12mila unità: la necessità per i prossimi anni è di altre 10mila persone, con un incremento, per l'appunto, pari all'80 per cento. Occorre un quadro amministrativo, normativo e di mercato che consenta di assumere Ma non basta avere il personale per realizzare le infrastrutture, occorre inoltre, secondo le aziende, un quadro normativo, amministrativo e di mercato che consenta alle imprese di assumere e investire. Innanzitutto le società chiedono contratti pluriennali che siano in linea con l'estensione temporale dei piani al fine di consentire alle imprese gli opportuni investimenti in competenze e strumenti che assicurino la realizzazione degli stessi. Ridurre il numero di pratiche amministrative e tempi di attesa Bisogna inoltre ridurre il numero delle pratiche amministrative e i relativi tempi di attesa per il loro espletamento che hanno impatti negativi sul raggiungimento delle milestone previste, pena la perdita del finanziamento. Anche le imprese di rete, come le telco ultimamente, toccano il tema dei prezzi. Temi peraltro correlati perché coi prezzi più alti praticati dalle telco, e ricavi maggiori, probabilmente anche le gare per le aziende di rete presenterebbero prezzi più alti. Di recente Luigi Gubitosi, ad di Tim, ha annunciato l'intenzione del gruppo di alzare i prezzi offerti ai clienti e il ministro Colao, all'evento Asstel-Telecomunicazioni sul quadro del comparto, ha invitato i vertici delle società a «guardarsi negli occhi» visto che «i prezzi non li fanno i politici né i regolatori». Evitare le gare al massimo ribasso Di fronte a questo scenario, le aziende di rete chiedono dunque un adeguato livello dei prezzi, evitando approcci al massimo ribasso e offerte anomale, per preservare la remunerabilità degli investimenti richiesti all'industria, come ad esempio il reclutamento e la formazione di nuovo personale, l'aumento dei costi delle materie prime e della componentistica. Un'ultima richiesta riguarda il tema della fatturazione e dei pagamenti: le imprese suggeriscono su questo fronte l'allineamento agli standard europei, sia per quanto attiene al valore riconosciuto all'industria sia per quanto riguarda i tempi di fatturazione e pagamento che seguono la progressione delle opere. In Francia, ad esempio, ricordano Sirti e Italtel, ci sono prezzi superiori in media del 25 per cento. Tutto ciò per farsi trovare pronti nel secondo semestre del 2022 quando verranno assegnati i bandi delle gare previste dal Pnrr e saranno avviate le fasi di implementazione dei progetti e lo sviluppo dell'infrastruttura in banda ultra larga.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

«Formazione sia continua, anche attraverso piattaforme ispirate all'entertainment»

Parla Elisa Zambito Marsala, ad di IntesaSanpaolo Formazione, a DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School Da elemento straordinario della vita professionale a elemento imprescindibile e continuo. Così è cambiata la formazione, soprattutto nel post pandemia, secondo quanto sottolinea Elisa Zambito Marsala, ad di IntesaSanpaolo Formazione, realtà che nel corso della sua attività ha coinvolto oltre 19mila tra giovani e professionisti e più di 4500 aziende con l'erogazione di oltre 660mila ore formative. Oggi la formazione va erogata con modalità sempre nuove, comprese le piattaforme ispirate a quelle dell'entertainment tipo Netflix, accessibili da ogni device, che garantiscono una modalità immersiva. In Italia nel 2020 investimenti inferiori rispetto alla media europea «In passato – spiega l'ad a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) – gli investimenti in formazione effettuati in Italia sono stati inferiori rispetto al contesto europeo: nel 2020 il 4% del Pil rispetto al 4,6% della media dei Paesi europei. Oggi la formazione è una priorità per il Paese, abilita il cambiamento e supporta le imprese nel rendere sostenibile il business in mercati in continua evoluzione. Come gruppo proponiamo una nuova filosofia di formazione, costante e continua, lavorando in partnership con eccellenze italiane, università, associazioni. Attiviamo collaborazioni per percorsi formativi di qualità proponendoli a imprenditori e manager, facilitandone l'accesso sia in termini economici sia di modalità di fruizione, facendo squadra con l'ecosistema nei diversi territori». Importanza della formazione riconosciuta nel Pnrr, per Italia momento magico L'importanza della formazione è riconosciuta e sottolineata anche a livello di Pnrr. «Sono previsti circa 17 miliardi a supporto di istruzione, formazione, ricerca. Il Paese ha, quindi, una grossa opportunità per poter approcciare la formazione secondo un nuovo modello, vivendola in maniera più integrata con la vita professionale, con nuove modalità di fruizione». In particolare, il Pnrr ha identificato, ricorda l'ad, vari ambiti, dalla digitalizzazione alla sostenibilità. Occorre, dunque, stimolare la progettazione e individuare nuove forme di offerta per le imprese. Big data e Ai tra gli ambiti per cui c'è maggior bisogno Gli ambiti sui quali c'è maggiore bisogno di competenze sono quelli tecnologici, con big data e intelligenza artificiale in primis, ma anche quelli legati alle soft skillls, come comunicazione, evoluzione della leadership, sostenibilità, economia circolare e poi principi Esg, project management e decision making.Dal canto suo, Intesa Sanpaolo Formazione nel primo semestre 2021 ha promosso 22 corsi, con circa 500 aziende coinvolte e oltre 2500 ore di formazione erogate. Inoltre, grazie alla partnership con Luiss Business School prenderà il via l'Executive programme in gestione e innovazione d'impresa rivolto a imprenditori, manager e responsabili di funzioni aziendali che desiderano rafforzare le proprie competenze per una gestione innovativa e sostenibile dell'azienda. Per fine novembre partiranno le prime edizioni. «L'offerta con la Luiss Business School prevede 14 moduli, dura 5 mesi, e contempla anche testimonianze aziendali. Viene erogata – spiega Zambito Marsala - in modalità digitale, ma prevede momenti in presenza, importanti a dare valore al network, da sempre plus dei corsi di alta formazione». Imprese più recettive rispetto al passato Di fronte alle nuove offerte formative, le aziende oggi sono più ricettive che in passato. «Registriamo una risposta importante, è cambiata la percezione, ed è cambiata – aggiunge la manager - la modalità di erogazione della formazione». A questo proposito Intesa Sanpaolo investe nelle nuove piattaforme, che si ispirano a quelle di entertainment «applicate all'education. L'esperienza educativa deve essere sempre più immersiva, appealing, integrata nella vita delle persone. Vi si può accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. Attraverso un portale, prima dell'estate scorsa, abbiamo lanciato una nuova versione della piattaforma Skills4Capital per le imprese, che garantisce un elevato livello di personalizzazione, esperienza multicanale e contenuti digitali sempre aggiornati». In generale, in ambito formazione, Intesa Sanpaolo continua «a progettare, indirizzare nuovi percorsi, guardare ai nuovi trend internazionali». Nella certezza che la formazione, conclude Zambito, è diventata parte integrante della vita di ogni professionista. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

Condivisione degli investimenti e formazione per cablare l'Italia entro il 2026

Esperti e manager dicono la loro sulla necessità di reperire oltre 10mila persone per realizzare le infrastrutture Davanti alla deadline ravvicinata del 2026, c'è la necessità di reperire le competenze necessarie per costruire le reti di tlc, pensando anche a come impiegarle, in maniera diversa, una volta cablata l'Italia. Esperti, manager e imprenditori condividono la necessità di dare una risposta di sistema al bisogno di reperire oltre 10mila figure specializzate per stendere la fibra e realizzare le reti 5G. «Una problematica – spiega Stefano da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la Competitività - è quella di trovare persone con le competenze adatte alle sfide che si stanno affrontando, un numero di figure tecniche che deve aumentare nel giro di pochissimo. Inoltre, bisogna prepararsi, una volta formate le persone e fatti gli investimenti, alla fase di rallentamento che tra qualche anno, post Pnrr, si prevede, cominciando sin da ora a immaginare come utilizzare le competenze che potrebbero tornare utili anche nella fase successiva». Da Empoli (I-Com): puntare sulla condivisione delle opere Per risolvere la prima questione, da Empoli suggerisce di puntare sugli accordi tra gli attori del sistema, sulla condivisione delle opere, in modo tale da ridurre la domanda di figure specializzate. Per il secondo tema propone di «incentivare i percorsi di reskilling e upskilling all'interno delle aziende» e immaginare un potenziale assorbimento di una parte delle competenze che risultasse in eccesso in settori affini come quello della transizione ecologica. «Le aziende, in ogni caso, vanno aiutate, perché viene loro richiesto uno sforzo ingente con deadline ravvicinata». Per Opilio (Fondo Cebf) occorre un modello simile a quello adottato per l'energia La soluzione secondo Roberto Opilio, ex capo della rete di Tim e oggi director Italia e Sud Europa del Fondo Cebf, passa anche dall'evitare «la duplicazione degli investimenti da parte di Tim e Open Fiber, ragionando quindi sui co-investimenti. Duplicare gli investimenti, infatti, penalizza il piano di capacità produttiva, e bisogna anche tener conto che Open Fiber sulle aree bianche è già in ritardo. Il Governo potrebbe dunque adoperarsi invitando i due maggiori competitor a scegliere un modello di suddivisione degli investimenti, come nel campo dell'energia. D'altronde alle aziende di rete non va bene un picco di investimenti che finisce nel 2026 perché temono di dover formare migliaia di persone che poi, a fine piano, si ritroveranno sul groppone». Caroppo (Solutions 30): «Basta alle gare al massimo ribasso» Solutions 30, una delle aziende di rete presente in Italia con circa 700 dipendenti, è pronta, qualora ci fossero le condizioni, a fare investimenti. Secondo Antonio Caroppo, una carriera in Sirti e in altre aziende del settore, oggi presidente di Solutions 30 Italia, per mantenere in piedi il comparto occorre innanzitutto dire «basta alle gare al massimo ribasso. Solutions 30 ha in programma di investire molto in Italia, ma ci devono essere le condizioni. Al momento abbiamo assunto 300 dipendenti in sette mesi, ne avevamo 400, e siamo arrivati dunque a 700 dipendenti. Solo relativamente al contratto da 200 milioni firmato con Telecom per cablare Piemonte e Valle d'Aosta in associazione con un gruppo spagnolo, abbiamo bisogno di 300 persone e non sappiamo dove trovarle». Un altro problema grosso è la difficoltà a reperire personale che dal Sud si trasferisca al Nord dove c'è il deficit più forte. «Si fa fatica – spiega il manager - per due ragioni: le attività sono partite in tutta Italia, anche in campo elettrico con società come Enel, Terna, e la gente, dunque, avendo il lavoro a casa non ha necessità di spostarsi. Un altro deterrente è il reddito di cittadinanza che, pure necessario, scoraggia le persone a trasferirsi». Se a tutto ciò si aggiunge la difficoltà di trovare giovani italiani da impiegare nella costruzione delle reti, per Caroppo «va valutata l'ipotesi di ricorrere ai migranti e di lavorare in stretta connessione con università e istituti tecnici per formare i giovani». In conclusione, considerata la difficoltà a reperire i materiali sempre più costosi a causa dell'aumento del costo delle materie prime, «occorre aprire un tavolo con i ministeri coinvolti e gli esperti delle aziende di rete al fine di trovare una soluzione complessiva. Se non si fa tutto questo, non si riuscirà a centrare l'obiettivo del 2026 fissato da Colao per la realizzazione dell'infrastrutturazione in fibra». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

22 Ottobre 2021

Asstel: per rilanciare le telco «puntare su servizi digitali e nuovi mercati»

L'intervista al presidente dell'associazione, Massimo Sarmi Puntare su nuova progettualità e produzione di servizi digitali per rilanciare la crescita del settore telco; più semplificazione, in vista dei nuovi bandi, per velocizzare la costruzione delle reti ad alta capacità; e l'auspicio di un aiuto esterno, pubblico, per il fondo bilaterale del settore finalizzato a formazione e riqualificazione. Sono i messaggi chiave dell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di Massimo Sarmi, presidente di Asstel, associazione della filiera delle telco, al fine di realizzare il cambio di passo di un comparto che dà lavoro a circa 130mila dipendenti, ma che sta soffrendo il calo dei ricavi. Secondo gli ultimi dati del rapporto Mediobanca, nei primi sei mesi del 2021, il fatturato dei gruppi italiani di tlc è sceso di 320 milioni rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In vista del Forum nazionale delle telecomunicazioni organizzato per il 28 ottobre, Sarmi rimarca inoltre che, di fronte alla necessità di nuove competenze e investimenti «è necessario pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore». Il settore delle tlc sta affrontando una serie di investimenti legati alla digitalizzazione, tra ricavi in sofferenza e competizione crescente. Come rilanciare la crescita? Che ruolo può giocare il Pnrr? La pandemia ha rafforzato il bisogno di connettività, quale fattore essenziale e strategico per il Paese. Un uso maggiore della rete non ha però coinciso nel 2020 con un aumento di ricavi per l'industria delle telecomunicazioni, che risentendo degli effetti connessi a una forte competitività tra i numerosi attori coinvolti, ha registrato, nel tempo, una progressiva flessione dei ricavi. Nonostante ciò, gli investimenti infrastrutturali realizzati dalla filiera, restano significativi. Un impegno in linea con la sfida che il nostro Paese ha accolto con il Pnrr e che passa dalla realizzazione di infrastrutture, dagli investimenti a sostegno dell'innovazione e da un rapido sviluppo di nuove generazioni di servizi concreti a supporto di imprese e cittadini. Per far sì che il processo di digitalizzazione rappresenti un'occasione di crescita per un'Italia che vuole tornare a essere leader in Europa e nel mondo, bisogna intervenire su fattori prioritari, capaci di far evolvere l'intera struttura sociale del presente e, soprattutto, del futuro. E in questa direzione è necessario riattivare il circuito virtuoso tra competenze, innovazione, investimenti, servizi, generazione e ridistribuzione della ricchezza. L'obiettivo è di puntare su una progettualità nuova e sulla produzione di servizi digitali per rendere più efficaci ed efficienti i processi interni, ma anche aprire a nuovi business e a nuovi mercati. La formazione delle persone al digitale è uno degli elementi più importanti per stare al passo con le richieste del mercato. A che punto è il lavoro delle aziende? Nel 2020 la filiera delle telco ha coinvolto in attività formative il 100% delle dei suoi lavoratori, per una media di 5-6 giornate che nel 2021 sono salite a circa 9, puntando a un aumento progressivo anche nei prossimi 4-5 anni. Si tratta di interventi formativi a beneficio di oltre 100.000 dipendenti con una spesa di circa 100 milioni di euro fino al 2025, per un investimento complessivo legato al ricambio generazionale e per le attività di formazione superiore a un miliardo di euro. È necessario, quindi, pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore. La scuola e l'istruzione universitaria sono indiscusse protagoniste, ma il futuro richiede un processo di aggiornamento dei modelli educativi - con particolare attenzione agli istituti tecnici ed agli istituti tecnici superiori, nonché ai corsi di laurea universitari, triennali e magistrali, delle facoltà scientifiche (Stem) e dei politecnici - che rispondano velocemente ai mutamenti, determinati dalla trasformazione digitale, del contesto economico e sociale del Paese. Per questo sarebbe importante sviluppare e impartire programmi didattici su vasta scala di "Innovazione Digitale" sin dalla scuola primaria per avere cittadini pienamente e consapevolmente digitali. Il settore è in evoluzione e così le professionalità richieste; servono dipendenti specializzati, come i giuntisti, per la stesura delle reti. Come risolvere questa situazione? Bisogna sostenere l'innesto di giovani all'interno delle nostre imprese, sia laureati in ambito Stem, sia di periti e figure tecniche come appunto i giuntisti. In Italia il numero di laureati rimane tra i più bassi in Europa, con un evidente mismatch tra domanda e offerta. Molto importanti, dunque, gli investimenti previsti dal Pnrr volti a rafforzare l'istruzione professionale. Una risposta concreta è fornita da Asstel insieme con le organizzazioni sindacali, nell'accordo di rinnovo del contratto collettivo nazionale delle Tlc, con la previsione del fondo di Solidarietà bilaterale per la filiera delle telecomunicazioni che, nell'ambito di uno schema di co-finanziamento imprese-lavoratori, potrà contribuire al riequilibrio della filiera offrendo anche agli interventi contingenti una prospettiva non più emergenziale, ma di risoluzione strutturale dei processi di trasformazione e transizione verso lo sviluppo tecnologico a beneficio di imprese e lavoratori. Il nostro auspicio è di un supporto economico esterno, aggiuntivo al finanziamento da parte di imprese e lavoratori, che ne acceleri, soprattutto in fase di avvio, la piena operatività. A breve si entrerà nel vivo delle gare per la realizzazione della banda ultra-larga nelle aree grigie e per il 5G. Quali suggerimenti può dare Asstel al Governo per quanto riguarda la preparazione dei bandi, visti i ritardi nell'infrastrutturazione soprattutto nelle aree bianche? Per rispondere alla sfida dell'innovazione è necessario assicurare la disponibilità di reti Vhcn (very high capacity network, ovvero ad alta capacità, ndr), come Ftth, Fwa e 5G nei tempi previsti per la realizzazione dei progetti di trasformazione digitale contemplati dal Pnrr stesso. Il nostro suggerimento alle istituzioni è di proseguire nel dialogo intrapreso per portare a compimento la missione di digitalizzare il Paese attraverso, in particolare, lo sviluppo di un'infrastruttura ultrabroadband ad altissima velocità fissa e mobile nel minor tempo possibile e di favorire il processo di semplificazione del sistema di norme che regola il settore, in passato abbiamo assistito a interventi di semplificazione normativa rimasti disattesi. È importante che le ultime norme di semplificazione vengano recepite concretamente sul territorio, per velocizzare l'apertura dei cantieri e consentire una realizzazione rapida delle infrastrutture SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

Consorzio Italia Cloud: «Interessati alla Nuvola di Stato, con noi anche Insiel»

L'intervista a Marco Bruni, ad di Sourcesense e amministratore di Consorzio Italia Cloud Il Consorzio Italia Cloud è ancora nella partita della Nuvola di Stato. E, nonostante non abbia presentato la proposta entro la scadenza del 30 settembre, ha continuato e continuerà a dialogare con il ministero dell'Innovazione guidato da Vittorio Colao nell'ottica di presentare una proposta. Inoltre, come racconta Marco Bruni, presidente e amministratore delegato di Sourcesense, nonché consigliere di amministrazione del consorzio, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), nella compagine è appena entrata la prima società in-house, Insiel, che progetta, realizza e gestisce servizi informatici per conto della Regione Friuli-Venezia-Giulia in collaborazione e sinergia con il territorio. Altri ingressi sono previsti nella compagine di cui fanno già parte oltre a Sourcesense, Seeweb, Infordata, Babylon Cloud, Eht e NetaliaIl.  «Giochi ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione» Dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla procedura che sarà seguita e sulla possibilità di partecipare ancora, il consorzio, che non aveva presentato una proposta entro la scadenza poiché non aveva ancora chiare le caratteristiche della gara, ha deciso di andare avanti. Entro il 30 settembre sono state, ivnece, presentate due proposte, quella di Almaviva- Aruba e quella di Tim, Sogei, Leonardo e Cdp. «In realtà – spiega Bruni – i giochi sono ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione in corso sul modello da adottare. E riteniamo molto importante l'adesione al consorzio della società in house, così come le adesioni che auspichiamo seguiranno nell'ottica di una proposta alternativa e praticabile». D'altronde, prosegue Bruni, «è emerso uno scenario più aperto di quanto apparisse inizialmente quando sembrava si sarebbe scelta una proposta e il proponente si sarebbe trovato in pole position. In realtà non è così». «Occorre prendere in considerazione le infrastrutture già esistenti» Secondo il consorzio, il modello da utilizzare non dovrebbe basarsi sulla creazione di un'infrastruttura ex novo, ma sulla federazione delle infrastrutture e dei servizi già esistenti. «Non bisogna considerare l'opportunità della gara come la realizzazione soltanto di una nuova infrastruttura con certe caratteristiche, ma bisogna prendere in considerazione le infrastrutture certificate che ci sono già. Secondo noi, cioè, dovrebbe essere posto l'accento sulla federazione di servizi già esistenti, facendo molta attenzione al valore effettivo dei dati che il cloud andrà a gestire. Si tratta, infatti, dei nostri dati, dati importanti che hanno anche un valore economico rilevante e dobbiamo proteggerli, evitando di farli andare in mano agli hyperscaler americani che hanno già tanti nostri dati, e che acquisterebbero così anche quelli sensibili». Da una parte, dunque, bisogna prestare molta attenzione «alla fase di categorizzazione dei dati», dall'altra occorre «considerare che ci sono già tante, forse troppe, infrastrutture cloud; bisogna, invece, sfruttare bene quello che c'è e ha già i giusti livelli di sicurezza». «Importante che la giurisdizione dei gestori del cloud sia quella italiana» L'interrogativo, infine, riguarda il fatto se «valga la pena di mettersi nella condizione di affidare i nostri dati a soggetti che giuridicamente non rispondono al nostro Stato; è importante, cioè, che la giurisdizione a cui sono sottoposti i gestori del cloud sia quella italiana, non estera. Oggi ci sono già leggi estere che consentono di acquisire i dati, come il Cloud Act americano, e ce ne potrebbero essere altre. Inoltre, quando parliamo di hyperscaler pensiamo ai big americani, ma sono da considerare anche i cinesi. In conclusione, qualunque Stato sovrano può cambiare le proprie leggi e imporre ai soggetti che sono nelle loro legislazioni di adempiere a certe richieste: è il rischio più grande, da evitare, che si corre con il cloud». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

«La regolazione può favorire gli investimenti delle tlc, per Ott servono nuove norme»

A fare il punto è Elisa Giomi, commissaria Agcom. Intanto la prima grande mappatura dell'ecosistema digitale slitta al 2022 Per il settore delle telco, i cui ricavi sono in calo, la regolazione può «porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber». E mentre la conclusione della prima indagine per mappare l’intero ecosistema digitale è slittata al 2022, nei confronti degli Over the top «l’adozione di nuove norme ci dovrebbe consentire di intervenire» in situazioni che «per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi». A fare il punto su alcuni dei grandi temi trattati oggi dall’Agcom, è la commissaria Elisa Giomi, nei mesi scorsi, tra l’altro, nominata rappresentante del ‘Chapter’ italianio dell’Iic, associazione internazionale che riunisce regolatori, istituzioni e operatori. Da questo punto di osservazione la commissaria vede «grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online», come spiega nell’intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Commissaria Giomi, come sta cambiando l’uso della comunicazione a livello italiano ed europeo? Quanto ha inciso e sta incidendo la pandemia e quali i rischi maggiori? Mi sembrano molto interessanti i dati presentati questa settimana dal Censis nel rapporto “La digital life degli italiani”, che raccontano di un Paese in cui il 71,7% degli utenti svolge ovunque le proprie attività digitali, arrivando al 93% quando parliamo di giovani. A livello mondiale, l’Italia risulta al 10° posto per digital divide e al 5° posto in Europa (fonte: The Inclusive Internet Index). Per le reti o nell’uso della comunicazione non vedo rischi significativi causati dalla pandemia. Piuttosto vedo grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online. A inizio anno l’Autorità ha avviato una ricognizione sistematica delle criticità che emergono dall’evoluzione continua dei servizi erogati dalle piattaforme online, indagine di cui lei è relatrice. A che punto siamo? La disciplina che applichiamo oggi ha come presupposto una direttiva del 2000, decisamente datata, e ci sono state solo delle misure episodiche. Dunque, abbiamo avviato un’indagine conoscitiva con una formula innovativa che mapperà l’ecosistema digitale in tutte le sue componenti. La sfida è di individuare tutte -le principali problematiche e benefici che le piattaforme possono generare alla collettività per fornire un quadro utile all’adozione di eventuali correttivi normativi mirati e proporzionati. Abbiamo concluso la fase di individuazione dei servizi infrastrutturali e stiamo per concludere quella di individuazione delle misure legislative vigenti. La conclusione dell’indagine inizialmente prevista per la fine del 2021 subirà uno slittamento al 2022. L’Autorità ha gli strumenti necessari per gestire le sfide regolatorie alla luce del nuovo assetto dell’ecosistema digitale che si sta delineando e del sempre più importante ruolo degli Over The Top come Google, Facebook o Amazon? Disponiamo di una pluralità di competenze difficilmente replicabili, ma il punto è piuttosto garantire che queste competenze siano aggiornate. Non si può negare che se le norme non sono adeguate, una risposta incisiva è difficile da mettere in campo. Dunque, se per alcuni aspetti mi sento di dire che siamo già pronti, per altri ritengo necessario attendere innanzitutto il recepimento delle direttive europee in discussione in Parlamento. L’adozione di nuove norme ci dovrebbe poi consentire di intervenire nei confronti dei soggetti Over The Top che per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi, anche in termini di competenza territoriale delle autorità nazionali. Il settore delle telco mostra ricavi complessivi ancora in calo, come mostra l’ultima indagine di Mediobanca e, al contempo, le società sono chiamate a ingenti investimenti per l’infrastrutturazione. Di fronte a questa situazione che ruolo può giocare la regolazione? Non sono convinta che una riduzione dei ricavi sia necessariamente un segno di sofferenza del settore e neanche che la concorrenza sui prezzi tra imprese possa avere effetti così negativi come paventato. In questo senso, i fattori che concorrono a determinare la riduzione dei ricavi possono essere positivi. Si pensi alla riduzione dei ricavi che segue a una diminuzione regolata dei costi degli input di produzione, oppure alla riduzione dei prezzi per effetto delle dinamiche concorrenziali, con evidenti benefici per i consumatori. Osservo comunque, a dimostrazione dell’alto livello di concorrenza presente nel nostro Paese e dei suoi effetti sul mercato, che da una lettura attenta dei dati, la riduzione dei ricavi non ha riguardato i nuovi operatori entranti e neanche quelli che più hanno investito. La regolazione non può e non deve certo avere un ruolo di riequilibrio dei ricavi degli operatori ma può invece porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber. Durante la pandemia l’Agcom ha monitorato la tenuta delle reti di telecomunicazioni con l’obiettivo di assicurare la massima copertura possibile nel Paese. Il digital divide non è però ancora stato eliminato, che cosa può fare ora l'Autorità? È chiaro che quando si affrontano cambi tecnologici così radicali, come il passaggio dalle reti in rame alle reti in fibra ottica e dalle varie tecnologie di rete mobile alla rete 5G, si possono creare nuove forme di digital divide, ma dato lo scenario attuale e quello prospettico, si può ragionevolmente ipotizzare che le future generazioni, rispetto a quelle passate, soffriranno meno le problematiche legate all’esclusione sociale derivanti dalla carenza di connettività. Come società credo che non siamo riusciti a interiorizzare i nuovi modelli di vita e di lavoro che abbiamo dovuto faticosamente improvvisare con il lockdown. Lo smart working, ad esempio, si è rivelato misura funzionale alle esigenze delle imprese e confido che sarebbe capace, opportunamente regolato, di migliorare la vita individuale e collettiva, facilitando il work-life balance, contribuendo a riequilibrare le disuguaglianze di genere nella divisione del lavoro domestico e di cura, riducendo il traffico e quindi l’inquinamento. Altrettanto vale per la didattica a distanza, che dopo l’investimento economico di famiglie e scuole nella dotazione tecnologica e dopo l’impegno di docenti, studenti e genitori nell’apprenderne il funzionamento, adesso dovrebbe essere misura attivabile all’occorrenza per aiutare chi per varie ragioni, si trovi impossibilitato ad andare a scuola, in università o a fare lezione. Certo, queste sono scelte politiche che trascendono Agcom ma che ci vedrebbero pronti a dare il nostro contributo, e che già ci trovano impegnati in prima linea attraverso i Co.re.com., nostre emanazioni territoriali attivissime nella alfabetizzazione mediale e nella sensibilizzazione di scuole e famiglie.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

Reevo punta su gare cloud, a fianco di Almaviva e Tim per bando Consip da 585milioni

L'azienda, quotata all'Aim, interessata anche ad affiancare le aziende che si aggiudicheranno il progetto di Polo strategico nazionale Non c’è solo il polo nazionale strategico nella partita italiana del Cloud a cui sono interessate tutte le aziende del comparto. Reevo, provider quotato al circuito Aim di Borsa Italiana, punta, più che sulla costruzione delle infrastrutture e dei data center, sulle gare per i servizi cloud e cybersecurity e partecipa, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), in cordata con Almaviva, Tim, Kpmg e Net Group alla gara Consip da 585milioni per i servizi di sicurezza da remoto, di compliance e controllo per le pubbliche amministrazioni. Una gara divisa in due lotti, da 468 e 117 milioni. Interessati al progetto di polo strategico e a essere a fianco delle aziende aggiudicatarie «Reevo – spiegano Antonio e Salvatore Giannetto, rispettivamente amministratore delegato e presidente della società – ha intenzione di posizionarsi come cloud e cybersecurity provider per la protezione dei dati delle aziende italiane e delle pubbliche amministrazioni. Offriamo sia sistemi cloud sia servizi di cybersecurity messi a disposizioni delle infrastrutture della Pa che non sono in grado di proteggerle». Ciò non toglie che Reevo è, seppur indirettamente, interessata al progetto di polo strategico nazionale per il quale, peraltro, partecipano in due cordate diverse sia Tim sia Almaviva, entrambe aziende con le quali si è presentata per la gara della Consip. «Il nostro primo obiettivo è partecipare attivamente al polo strategico nazionale, tramite l’erogazione di servizi cloud e cybersecurity, al fianco delle aziende che si aggiudicheranno la gara per portare loro valore per la costruzione delle infrastrutture e dei data center nazionali». Estrema attenzione a cybersecurity, c'è molto da fare per proteggere dati della PA  Tornando alle gare, spiegano Antonio e Salvatore Giannetto, quella Consip «è la più grossa a cui stiamo partecipando, pensiamo che la strategia nazionale sia quella di creare accordi quadro, ci aspettiamo sempre meno gare piccole, e sempre grandi più accordi quadro gestiti dalla Consip». La gara da 585 milioni, peraltro, ha rilevanza poiché negli ultimi mesi, anche alla luce dei numerosi attacchi hacker registrati dalla pa, «c’è estrema attenzione sulla cybersecurity, e dal punto di vista tecnologico c’è molto da fare – concludono - per proteggere i dati della pubblica amministrazione».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

08 Ottobre 2021

Per l'86% degli enti il Pnrr è opportunità, ma per il 41% uffici non pronti

I risultati dell'indagine svolta da The Innovation Group e Gruppo Maggioli su 224 tra comuni, regioni, province, scuole Il Pnrr è un'occasione per riformare la Pa, ma   servono interventi ad hoc, visto che la pubblica amministrazione, per quasi la metà degli enti pubblici, è poco o per niente pronta a recepire le novità. Le opportunità e le criticità del Piano nazionale di ripresa e resilienza, visto con gli occhi degli enti pubblici emergono, dall'indagine curata da The Innovation Group e Gruppo Maggioli sul "Pnrr e l'innovazione digitale nella Pa" che sarà pubblicata il 18 ottobre in occasione del prossimo evento "Digital Italy Summit 2021" e che DigitEconomy. 24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) può anticipare. In particolare l'86% degli enti pubblici (comuni, province, regioni e scuole) promuove il piano nazionale di ripresa e resilienza e lo giudica un'occasione importante per promuovere nella Pa le riforme strutturali da tempo auspicate. Tuttavia, serviranno degli interventi specifici per favorire l'adozione del piano, visto che per il 41% degli intervistati la Pa è "poco/per niente" pronta a recepire il Pnrr. All'indagine hanno partecipato 224 enti, tra comuni, province, regioni e scuole, di tutte le dimensioni. Tra i benefici del Pnrr la semplificazione dei processi Tra i benefici delle misure del Pnrr percepiti nel settore pubblico, gli intervistati individuano la possibilità di semplificare e sburocratizzare i processi (50% delle risposte); maggiori fondi a disposizione per l'innovazione digitale (45%) e promozione del ricambio generazionale (40%). Parlando di trasformazione digitale, lo stato dell'arte dell'agenda digitale, ossia dell'attuazione di obiettivi pregressi di digitalizzazione, è considerato sufficiente dagli enti intervistati. Il 44% dei partecipanti al sondaggio è "abbastanza" soddisfatto del progresso tecnologico raggiunto dalla propria organizzazione nell'ultimo anno, contro il 23% che è "molto/moltissimo" soddisfatto e il 32% "poco/per niente". Per il 51% le misure del Pnrr accelereranno "abbastanza" la trasformazione digitale della Pa, mentre per il 31% il cambiamento sarà più intenso. Per superare le criticità per il 53% degli intervistati serve una Pa digitalmente preparata Ma che cosa servirà per garantire una corretta attuazione del Pnrr e superare le criticità? Secondo il 53% dei rispondenti, sarà importante avere una Pa digitalmente preparata a programmare e a gestire progetti. Segue, come aspetto abilitante, il tema di un modello di governance che attribuisca precise responsabilità politiche e amministrative (51%) e la possibilità di dotarsi di una gestione integrata dei progetti e di un chiaro monitoraggio sull'andamento della spesa (entrambi aspetti indicati dal 47% del campione).Il piano dovrebbe inoltre essere migliorato, da più punti di vista, per portare risultati concreti e per evitare gli "errori del passato". I punti critici individuati nell'attuale approccio del Pnrr sono: governance, competenze e selezione del personale, resistenza al cambiamento, procurement, scarso sostegno alle logiche di partenariato pubblico-privato, mancanza di una più ampia riforma istituzionale e organizzativa, possibilità di incorrere in una dispersione di iniziative. Solo per il 19% degli enti la digitalizzazione raggiunta è sufficiente per recepire il Pnrr Anche per quanto riguarda il livello di digitalizzazione raggiunto, solo un 19% degli enti intervistati afferma che, allo stato attuale, è sufficiente per recepire bene i progetti previsti dal Pnrr: per il 49% l'adozione sarà rallentata da ostacoli che ancora permangono.«Un aspetto centrale del piano sarà il miglioramento del rapporto con i cittadini – ha dichiarato Roberto Masiero, presidente di The Innovation Group - soprattutto sul fronte della semplificazione dell'accesso ai servizi pubblici e di un migliore citizen journey. Alla trasformazione digitale, favorita fortemente dal piano, è oggi riconosciuto un ruolo centrale per ottenere benefici come l'ampliamento dei servizi digitali erogati; il lancio di servizi di cittadinanza digitale (app Io, pagoPa, Cie, Spid, la condivisione di informazioni tra Pa). Il problema sarà come adeguarsi alla nuova rapidità di attuazione delle misure imposta dal piano. Un ente su due afferma infatti di essere pronto ad accogliere i cambiamenti previsti sul fronte della trasformazione digitale, ma dichiara che si tratterà di un percorso di adozione lento». L'indagine svolta in collaborazione con The Innovation Group, «rappresenta una conferma rispetto alle necessità di riforma della Pa, percepita anche dagli enti. Sappiamo - afferma Paolo Maggioli, amministratore delegato del Gruppo Maggioli - che le perplessità e le difficoltà organizzative del settore pubblico possono rallentare un processo già avviato, ma integrando competenze pubblico-private, sia in termini operativi che consulenziali, si può davvero cogliere le opportunità che il Piano ci presenta, accelerando e concretizzando l'evoluzione. La trasformazione digitale è inevitabile, non dobbiamo temerla ma guidarla e favorirla grazie allo slancio che il Pnrr può apportare».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

08 Ottobre 2021

Amazon: «Aiuteremo le Pmi italiane a digitalizzarsi per competere nel mondo»

L'intervista alla Country Manager per l'Italia e la Spagna, Mariangela Marseglia. Con le autorità, dice, massima collaborazione sulle indagini aperte  Sei miliardi spesi dal 2020 in Italia, 12.500 posti di lavoro e 50 siti sparsi sulla penisola: ora Amazon continuerà a investire nell'occupazione ed è alla ricerca di 500 nuovi dipendenti entro l'anno, 50 in ambito tecnologico. Ingegneri, informatici, sviluppatori di software, sales e marketing account tra i profili richiesti. «Abbiamo – afferma la country manager per l'Italia e la Spagna di Amazon, Mariangela Marseglia, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore-Radiocor e della Luiss Business School) diverse posizioni aperte in tutta Italia, dai ruoli entry level nella nostra rete logistica agli esperti di machine learning che rendono Alexa ogni giorno più intelligente». Amazon si definisce «un alleato» per l'esercito delle 18mila piccole e medie imprese italiane che vendono sul sito del gigante di commercio elettronico e preannuncia che il sostegno alle Pmi sarà centrale anche in futuro e in relazione al Pnrr italiano, con l'obiettivo di aiutare le imprese a digitalizzarsi e a competere con i cugini europei e mondiali. Riguardo alle indagini Antitrust in corso, Marseglia dichiara che il gruppo ha sempre offerto, e continuerà a farlo, «la massima collaborazione alle autorità italiane e internazionali». Dopo il recente accordo con i sindacati il colosso dell'e-commerce ritiene, infine, che «le relazioni improntate su queste basi possano favorire le strategie di investimento nel Paese». L'anno scorso avete lanciato il programma ‘Accelera con Amazon' per incrementare l'e-commerce delle Pmi. A che punto è, dal vostro punto di vista e dopo l'impatto della pandemia, la digitalizzazione delle imprese in Italia? Amazon svolge un importante ruolo a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano: siamo infatti un alleato per le oltre 18.000 piccole e medie imprese italiane che vendono sul nostro sito online. Specialmente negli ultimi due anni abbiamo visto come le Pmi abbiano aumentato la consapevolezza che l'omnicanalità e la tecnologia possano essere strumenti efficaci che consentono di raggiungere più clienti. E i risultati sono molto positivi: nel 2020, infatti, oltre 200 realtà Pmi italiane presenti sul nostro negozio online hanno superato 1 milione di euro di vendite su Amazon per la prima volta e i partner di vendita italiani hanno superato in totale 600 milioni di euro di fatturato all'estero.Tutto questo è stato possibile laddove le aziende hanno potuto giovare di una formazione adeguata e di servizi e strumenti accessibili ed efficaci. Per rafforzare il nostro supporto, lo scorso novembre abbiamo lanciato "Accelera con Amazon", il programma di formazione gratuito per accelerare la crescita e la digitalizzazione di oltre 10.000 piccole e medie imprese italiane. Le testimonianze positive delle aziende che hanno deciso di aderire a questo programma di formazione ci dimostrano che stiamo andando nella direzione giusta ed è per noi uno stimolo continuo a fare sempre di più. Colgo l'occasione per raccontarvi di alcune realtà che hanno preso parte ad Accelera con Amazon: Claudio Bettini Design è un partner di vendita della provincia di Bologna che si occupa di design del prodotto e comunicazione visiva da più di 25 anni; da due anni ha iniziato a vendere oggetti di design su Amazon per raggiungere un pubblico più ampio e, grazie ad Accelera con Amazon, ha potuto arricchire le sue competenze e conoscere tutte le potenzialità per lo sviluppo del suo business attraverso i canali di vendita digitali, con l'obiettivo di raggiungere anche i mercati internazionali. Cito, inoltre, il caso di una giovane coppia della Sardegna che ha deciso di lanciare la sua prima linea di prodotti cosmetici su Amazon: Papavero Biocosmesi. La loro esperienza con Accelera con Amazon è stata molto positiva e, attraverso i moduli formativi sul marketing digitale e l'omnicanalità, hanno potuto migliorare la propria offerta, grazie anche a un utilizzo sempre più efficace della Seo. Ad oggi la loro esperienza sul digitale è focalizzata sul territorio nazionale, con l'obiettivo entro la fine dell'anno di raggiungere anche i mercati internazionali. Di recente avete annunciato altre 500 assunzioni entro l'anno in Italia, quante di queste saranno in ambito tecnologico e quali sono le professionalità più richieste? Prevedete di proseguire col trend di assunzioni nel 2022? Oggi Amazon in Italia conta 12.500 dipendenti a tempo indeterminato, di cui 3.000 assunti solo nel 2021. In occasione della prima edizione italiana del Career Day, uno dei più grandi eventi online di recruiting a livello europeo che si è tenuto nel mese di settembre, abbiamo annunciato l'apertura di 500 nuove posizioni a tempo indeterminato, di cui più di 50 in ambito tecnologico, in tutta Italia. Queste nuove posizioni si rivolgono a persone di ogni livello di esperienza, istruzione, background e professionalità, siano essi profili principianti o più esperti. Le assunzioni sono aperte in tutta Italia e coinvolgono differenti aree dell'azienda, dagli uffici corporate di Milano, ai centri di sviluppo tecnologico, ai data center, fino al settore della logistica. In questo momento, Amazon è alla ricerca di differenti profili, tra questi ingegneri, informatici, sviluppatori di software, sales e marketing account. Abbiamo diverse posizioni aperte in tutta Italia, dai ruoli entry level nella nostra rete logistica agli esperti di machine learning che rendono Alexa ogni giorno più intelligente. Questi dati confermano che Amazon è tra i più importanti creatori di posti di lavoro in Italia e posso assicurare che il nostro impegno continuerà anche nei mesi a venire. Un impegno che si estende anche alla qualità del lavoro che offriamo, perché puntiamo ad essere il miglior datore di lavoro del mondo. State investendo in poli logistici in Italia, come quello dell'Abruzzo o della Basilicata. Prevedete anche l'apertura di negozi fisici in Italia? Dall'arrivo in Italia nel 2010, Amazon ha investito oltre 6 miliardi di euro creando più di 12.500 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, in oltre 50 siti sparsi in tutto il Paese. Solo nel 2020, l'azienda ha inaugurato due nuovi centri di distribuzione in provincia di Rovigo e a Colleferro. Inoltre, sono stati recentemente aperti i centri di distribuzione di Novara e Cividate al Piano, mentre nelle prossime settimane entrerà in attività il centro di smistamento di Spilamberto. L'azienda ha inoltre da poco annunciato un nuovo centro di distribuzione a San Salvo, in provincia di Chieti, che creerà 1000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato entro i primi tre anni. Negli ultimi anni, Amazon ha inoltre aperto vari centri e depositi in tutta la Penisola per le consegne di ultimo miglio. Per servire i clienti Amazon Fresh, l'azienda dispone di tre centri di distribuzione urbani a Milano, Torino e Roma. Non commentiamo sui piani futuri ma posso dire che continueremo ad impegnarci per offrire ai nostri clienti la migliore esperienza di acquisto possibile sul nostro negozio online, offrendo loro una selezione di prodotti sempre più ampia, consegne più veloci e prezzi vantaggiosi. Il Pnrr italiano punta molto sul piano di digitalizzazione, in che modo Amazon potrebbe dare il suo apporto? L'impulso alla trasformazione digitale delle imprese, in linea con il Pnrr italiano, è anche per noi una priorità. Da parte nostra, il 2020 ha visto crescere i nostri investimenti per supportare le 18.000 piccole e medie imprese italiane che si affidano ad Amazon. Abbiamo investito più di 16 miliardi per aiutarle a incrementare le loro vendite su Amazon. Non solo, nel 2020 abbiamo investito circa 2,8 miliardi di euro in Europa in logistica, strumenti, servizi, formazione e programmi per aiutarle ad avere successo. Continueremo a innovare e offrire nuovi strumenti e programmi per supportare la formazione e la crescita delle Pmi italiane, accompagnandole nel loro percorso di digitalizzazione affinchè possano competere ad armi pari con i cugini europei e mondiali. Amazon negli ultimi anni è stata al centro delle accuse dei sindacati e nel mirino delle Autorità come, solo per fare un esempio, nel caso dell'indagine Antitrust sull'ipotesi di intesa restrittiva della concorrenza con Apple. Che cosa vi aspettate dopo la prima intesa con i sindacati di settembre scorso e come va il dialogo con le Autorità italiane? Non commentiamo sulle indagini in corso, abbiamo sempre offerto, e continueremo a farlo, la massima collaborazione alle autorità italiane e internazionali. Ci preme sottolineare che il supporto alle Pmi è al centro del modello di business di Amazon: oltre la metà del totale delle vendite annuali su Amazon supporta il business di venditori terzi. In merito all'aspetto sindacale, negli ultimi mesi abbiamo lavorato al fine di stabilire un dialogo positivo con le organizzazioni sindacali in linea con quanto suggerito dal ministro del Lavoro. I protocolli siglati a metà settembre rappresentano un'ulteriore prova del nostro impegno nell'instaurare un dialogo costruttivo e responsabile con i rappresentanti dei lavoratori sia a livello nazionale sia di sito. Riteniamo che le relazioni improntate su queste basi possano favorire le nostre strategie di investimento nel Paese. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

08 Ottobre 2021

Equinix: «Il progetto sul cloud non può restare legato solo ai confini nazionali»

Il punto con il Managing Director per l'Italia del gruppo USA, Emmanuel Becker   Equinix guarda con interesse al progetto di cloud di Stato presentato dal ministro dell'Innovazione, Vittorio Colao, a inizio settembre. Un piano per cui il gruppo USA dei data center può fornire supporto alle aziende che hanno già avanzato le loro offerte, e nell'interazione tra le Pa. Tuttavia, avverte Emmanuel Becker, Managing Director per l'Italia, occorre garantire anche lo scambio di dati con l'estero, pena la riuscita del piano.  «Facciamo già parte indirettamente del progetto nazionale» «Siamo - dice Becker - molto interessati al progetto, anche se in realtà vi facciamo parte già indirettamente. Ci sono infatti diverse cordate che si sono proposte, all'interno delle quali si notano grandi attori nazionali o internazionali. Attori che sono anche nostri partner, clienti, società con cui già lavoriamo. La piattaforma di Equinix dà, infatti, accesso al mondo dei service provider e, qualunque sia il service provider, qualunque sia il cliente, coloro che vi interagiscono possono darsi accesso l'uno l'altro. Indirettamente, dunque, Equinix fa parte di questi progetti. Ci dovranno essere, infatti, dei meccanismi che garantiscono questi scambi, nel perimetro del cloud nazionale». Hanno annunciato di aver presentato la loro proposta al ministero dell'Innovazione le cordate Tim-Cdp -Sogei-Leonardo e Almaviva-Aruba. «Occorre garantire l'interconnessione tra le Pa» Ma c'è di più. Equinix si candida a un ruolo attivo nel progetto di cloud nazionale non solo dal lato della necessità della piattaforma, ma anche sul versante dell'uso di questi dati. «Le Pa, infatti, avranno la possibilità di interagire e di avere del computing legato al cloud nazionale. Significa garantire l'interconnessione, in un contesto di pubbliche amministrazioni che dialogano tra di loro al fine di fluidificare i processi, attualmente un po' lenti. Ed Equinix è un attore molto importante nelle interconnessioni in Italia, permette a molti attori locali di scambiarsi più velocemente flussi di dati». «Il collegamento dei dati sia anche a livello internazionale» In terzo luogo, avverte Becker, «il cloud nazionale non può restare legato solo ai confini dello Stato. L' Italia, infatti, è un Paese molto importante nel mondo, ha ad esempio ambasciate che sono all'estero, oppure aziende statali o parastatali che hanno sistemi globali, rapporti con la Commissione europea. Occorre, dunque, avere un collegamento dei dati anche a livello internazionale. Se infatti il cloud nazionale non consentirà questa prerogativa, il progetto non avrà successo e non permetterà alle aziende, alle ambasciate, o altri enti di lavorare bene a livello globale. Attori come Equinix possono consentire tutto ciò, dando garanzia sui flussi di dati». Questo tipo di lavoro è già svolto dalla società con clienti presenti in Italia, Cina, Giappone che hanno bisogno di avere i propri dati collegati tra loro. Becker avverte, infine, sui rischi di un cloud che non preveda anche uno scambio internazionale. «Il cloud nazionale dovrà dare aperture prima poi al resto del mondo. Un progetto solo a livello locale avrà i suoi limiti, e molto rapidamente gli utenti trovano una maniera di andare oltre. Meglio, dunque, prevedere questa apertura già nel disegno originario del progetto, piuttosto che rendersi conto – conclude il manager - solo successivamente di questo bisogno». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

26 Novembre 2021

La moda di seconda mano ancora non conquista l'Italia, il vintage è di nicchia

La fotografia nell'indagine di Kearney Italia. Eppure qualcosa sta cambiando, complici le app Il vintage ancora non conquista gli italiani e se lo fa è per motivi di convenienza e non di scelte etiche. Eppure qualcosa sta cambiando, complici le app. Emerge dall'indagine di Kearney Italia, parte della multinazionale statunitense di consulenza strategica, che confronta l'Italia con Francia, Germania e Stati Uniti secondo due dimensioni: la quota di consumatori che hanno acquistato prodotti di seconda mano negli ultimi 12 mesi e i motivi dello shopping ‘vintage'. La quota di consumatori italiani che acquista l'usato è la metà rispetto agli altri Paesi (solo il 20% degli intervistati contro una media del 38% negli altri Paesi). Il segmento più incline all'acquisto è tra i 45-55enni con il 33% (il 43% delle donne contro un 28% di uomini), mentre in altri Paesi le generazioni più giovani mostrano più interesse. In tutti i Paesi analizzati, il motivo principale per l'acquisto è "risparmiare denaro"; in Italia pesa il 31%, principalmente per le donne (34% contro il 30% dei maschi) e nella popolazione più anziana (48% per +55anni). Gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese più attento ai costi con il 54% degli intervistati che cercano di "risparmiare", la Francia con il 31% è il Paese con la più alta attenzione all'ambiente e alla sostenibilità, seguita da Germania (22%) e Italia (20%), mentre ultimi sono gli Stati Uniti (5%). I consumatori italiani non hanno una visione chiara dell'usato rispetto ad altri Paesi (il 22% risponde a ragioni "altre" contro il 5% di altri Paesi). I consumatori del Sud Italia mostrano più interesse per l'usato (26% vs 20% altrove) e insieme ai consumatori del Centro Italia sono a caccia di affari, mentre i consumatori del Nord Italia mostrano driver di acquisto diversi. « Il vintage è stato finora un business ‘di nicchia', soprattutto in Italia dove la maggioranza dei giovani, per esempio, continua ad amare le novità (80%) rispetto ai coetanei tedeschi (55%) e americani (52%) molto più attratti dal second hand», spiega Dario Minutella, senior manager di Kearney a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. «La Germania tra le scelte d'acquisto di capi seconda mano ha come priorità il sostegno al business locale, mentre la Francia è l'unica che realmente mostra una sensibilità etica. Da noi il tema della sostenibilità resta ancora fuori dalle ragioni di acquisto del vintage, se lo facciamo è per trovare il risparmio, l'affare. Eppure, il mercato segna un trend di crescita interessante, soprattutto grazie allo sviluppo di applicazioni per vendere e scambiare prodotti usati che hanno creato un nuovo segmento di mercato destinato a crescere nel tempo. Un business che vale 40 miliardi ma che è ancora lontano dall'idea del vintage come volano per sostenere scelte etiche. Prevale appunto la motivazione della convenienza, che non per forza è negativa e che può comunque spingere la moda verso una maggiore circolarità del business». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Gucci: «Raccontiamo un approccio autentico del lusso sostenibile. E la cooperazione è vincente»

Antonella Centra, executive vice president, general counsel, Corporate Affairs & Sustainability di Gucci parla del percorso del marchio icona del lusso made in Italy «Il lusso è per sua vocazione sostenibile ma quello che fa la differenza è tradurre i buoni propositi in fatti concreti». Un marchio icona del lusso made in Italy come Gucci, che quest'anno ha festeggiato i 100 anni, "racconta" un percorso autentico e rigoroso che lo vede carbon neutral dal 2018. Antonella Centra, executive vice president, general counsel, Corporate Affairs & Sustainability di Gucci parla, in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il sole 24 Ore Radiocor e Luiss  Business School, della strategia basata su due pilastri: pianeta e persone. Ma anche del lavoro sui materiali con l'ultima novità, Demetra, un materiale animal-free, derivante da fonti sostenibili, rinnovabili e bio-based, utilizzando gli stessi processi impiegati per la concia e che sarà messo a disposizione di altri brand. E dell'attenzione all'intera filiera e della decisione di adottare, per primi nel settore privato in Italia, il bilancio di genere. E nella sostenibilità, aggiunge, non ci deve essere concorrenza. Gucci ha delineato da tempo un percorso green, eppure si fa fatica ad immaginare il connubio tra lusso e sostenibilità. Come si concilia il mondo fashion con la generazione di valore? «In realtà il lusso è per sua naturale vocazione sostenibile, perché crea prodotti destinati a durare e a mantenere il proprio valore nel tempo. Partendo da questo assioma, quando si segue un approccio rigoroso e autentico lungo tutta la catena di fornitura, dalla fase di progettazione creativa alla ricerca e selezione dei materiali fino ai processi produttivi, la sostenibilità diventa un eco-sistema in grado di generare valore. Quello che fa davvero la differenza per tradurre i buoni propositi in fatti concreti, è l'approccio con cui un'enunciazione di principio diventa parte di un'intera visione e strategia aziendale. Nel nostro caso, ci siamo dati un obiettivo specifico di riduzione dell'impatto ambientale ad una certa data, potendo contare su un sistema scientifico di misurazione e, mentre facciamo progressi significativi in questo percorso di riduzione, ci siamo "autotassati" per la parte di emissioni residue, investendo in iniziative che mirano alla protezione della natura, delle biodiversità e in programmi di agricoltura rigenerativa. In questo modo restituiamo, creando un circolo virtuoso, anche in termini di occupazione e di ricadute positive sul territorio e sul valore del Made in Italy. In Gucci abbiamo iniziato a comunicare esternamente e internamente solo dopo essere stati certi di avere qualcosa di autentico da raccontare. Per noi la strategia sostenibile è infatti un percorso di continuo miglioramento». Avete lanciato Gucci Equilibrium che oltre ad un modo di pensare sostenibile si traduce in azioni e risultati concreti. Ce ne parla? «Gucci Equilibrium è la naturale conseguenza del nostro percorso sostenibile basato su due pilastri: il pianeta e le persone; è il racconto dei principi in cui crediamo e delle azioni concrete che perseguiamo per generare un cambiamento positivo attraverso un approccio scientifico. Ogni anno misuriamo e monitoriamo infatti le prestazioni ambientali dei nostri uffici, negozi e magazzini di tutto il mondo attraverso un vero e proprio conto economico ambientale. Dedichiamo molta cura nella scelta delle materie prime presenti nelle nostre collezioni, dall'adesione a rigorosi e ambiziosi standard che garantiscono un approvvigionamento e metodi di lavorazione sostenibili, alla tracciabilità e ricerca di soluzioni innovative; e infatti quest'anno abbiamo lanciato Demetra – un materiale realizzato con materie prime animal-free, derivanti in larga parte da fonti sostenibili, rinnovabili e bio-based, utilizzando le stesse competenze e processi impiegati per la concia. L'attenzione per il pianeta non può prescindere però dall'attenzione verso le persone, dal rispettare e preservare l'eco-sistema dell'eccellenza manifatturiera italiana fatta di piccole e medie imprese che per Gucci rappresentano circa il 95% dei fornitori. Un modo di agire sostenibile funziona infatti solo se applicato lungo tutta la filiera ed è per questo che condividiamo attivamente con i nostri fornitori i nostri valori, le nostre buone pratiche e spesso anche il nostro know-how trasversale. Ne è un esempio il Programma Sviluppo Filiere attuato con Banca Intesa, un programma in essere dal 2015, ma che prima a causa dell'emergenza sanitaria e poi grazie alle opportunità offerte dal Pnrr, abbiamo rinnovato affinché si adattasse velocemente alle nuove esigenze dei fornitori fornendo inizialmente supporto per superare l'emergenza causata dalla pandemia da Covid-19 e avviare piani di rilancio e di crescita e ora per sostenerli lungo la transizione ecologica». L'aver raggiunto in anticipo alcuni target pone altri obiettivi? Quali saranno i prossimi progetti? «I  risultati raggiunti ci dicono che stiamo proseguendo sulla giusta strada ma dobbiamo andare avanti, cercando anche di anticipare alcuni obiettivi. Le questioni emerse dalla Cop26 e dal Summit del G20 sono chiare e le soluzioni non possono più attendere piani di lungo periodo: c'è urgenza di intervenire ora. Con la nostra campagna globale per l'uguaglianza di genere ‘Chime For Change' abbiamo contribuito, in meno di dieci anni, ad oltre 442 progetti e iniziative a favore delle donne in 89 Paesi; solo per fare un esempio, supportiamo attivamente 'I was a Sari', un'impresa sociale che sostiene un gruppo di donne lavoratrici provenienti dalle comunità svantaggiate di Mumbai nel diventare artigiane di prim'ordine e raggiungere l'indipendenza economica. Ma possiamo fare ancora di più per rendere Gucci e la nostra comunità più equi ed inclusivi. Con lo stesso approccio scientifico con cui rendicontiamo i nostri risultati ambientali e in linea con gli Obiettivi dell'Agenda Onu 2030 e della Strategia Nazionale per la parità di genere, abbiamo infatti deciso di intraprendere un percorso di analisi di genere anche all'interno della nostra realtà, adottando per primi, nel settore privato in Italia, il bilancio di genere. Vogliamo infatti fotografare la nostra situazione in tema di gender equality, ma soprattutto analizzare le basi su cui costruire la nostra strategia relativamente alle politiche di genere. L'obiettivo resta sempre quello di far meglio e di più». Dai materiali agli store, Gucci punta a diventare il luxury brand italiano più sostenibile? Siete un marchio iconico, potete essere d'esempio per il mercato e i clienti? «Non la metterei in termini di primato a meno che non si intenda come stimolo al miglioramento per altri che sono più indietro nel percorso. La sostenibilità è un ambito in cui non ci deve essere concorrenza perché "l'unione fa la forza" e le sinergie consentono di fare progressi nell'ambito della innovazione, nella scalabilità delle soluzioni e nell'adozione delle migliori pratiche nel rapporto con i propri fornitori. Per questa ragione, ad esempio, abbiamo messo a disposizione di tutto il mercato l'innovazione introdotta con Demetra. Un materiale nato grazie al connubio tra il know how degli esperti della nostra produzione e quello delle concerie. Un processo, quello della concia, tradizionalmente applicato alla pelle, applicato - invece - ad un materiale bio-based. Il risultato è talmente sorprendente che non ci siamo sentiti di "tenerlo" solo per noi. La decisione del nostro presidente e ceo Marco Bizzarri di diventare ‘carbon neutral' nel 2018, lanciando quindi con il ‘Ceo Carbon Neutral Challenge' l'appello ad altre aziende di ogni settore ad unirsi, ha accelerato il raggiungimento degli obiettivi anche grazie al fatto che si è raggiunta una maggiore chiarezza e consapevolezza da parte di tutti i nostri dipendenti e un loro ingaggio a contribuire. Se questo è avvenuto a livello interno possiamo anche immaginare che il circolo virtuoso si possa instaurare all'esterno e che si realizzi sia tra aziende dello stesso settore che tra appartenenti a settori diversi. La parola chiave è quindi apertura: sia in termini di atteggiamento mentale, affinché la sostenibilità divenga prassi quotidiana nei comportamenti individuali, sia in termini di atteggiamento cooperativo, con lo scopo di identificare e scalare soluzioni vincenti». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Yamamay: «Nella sostenibilità l'impegno va misurato. La nostra sfida è rendere i consumatori più sensibili»

Barbara Cimmino, Csr director di Yamamay, racconta il lavoro, dai costumi circolari all'intimo a impatto zero Dai costumi circolari all'intimo a impatto zero. Per Yamamay, leader italiano nella produzione e distribuzione di prodotti di intimo, lingerie e moda mare, presente in 44 Paesi con 603 negozi, la sostenibilità è una sfida vissuta con impegno. Barbara Cimmino, Csr director di Yamamay (Gruppo Pianoforte cui fanno capo i brand Yamamay e Carpisa, controllato dalle famiglie Cimmino e Carlino), racconta a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, l'esperienza in un mondo ancora poco virtuoso. E lancia le sue sfide: sensibilizzare i consumatori e produrre meno ma vendere di più. Forte nel 2020 di incassi retail pari a 299,9 milioni di euro per 19,5 milioni di pezzi venduti. E soprattutto l'attenzione alle metriche, «la chiave di svolta per il settore». Il tema dell'attenzione all'ambiente trova sempre più spazio nel mondo della moda. Si conciliano i temi della sostenibilità con il fashion e il retail? «Dal post pandemia in poi l'argomento è diventato molto forte e le aziende del settore fashion sono effettivamente impegnate in un percorso di sostenibilità che, a mio avviso, deve necessariamente confrontarsi con le misurazioni degli impatti sia sull'ambiente che sulle persone. Noi abbiamo deciso volontariamente, perché non siamo una società quotata, di pubblicare il bilancio di sostenibilità e intendiamo più che conciliare, inserire la sostenibilità nel nostro piano strategico. La nostra, volontaria ed in tempi non sospetti, è stata una decisione dettata dal voler modificare gli obiettivi di crescita con un occhio molto preciso e puntuale agli impatti che il fashion ha sull'ambiente e sulle persone. Ci sono dati scientifici incontrovertibili che la moda è la quarta industria al mondo per inquinamento. Non è più tempo di conciliare ma è arrivato il momento di agire. Noi, come Yamamay, abbiamo due motivazioni molto forti per farlo perché crediamo che questo migliori l'efficienza aziendale e già abbiamo dei Kpi molto positivi: la prima leva è legata alle banche perché è chiaro che, oggi, le banche finanziano soltanto le aziende che sono impegnate sul fronte della sostenibilità in modo formale; la seconda leva, molto importante, è rappresentata dai consumatori». Vorrei soffermarmi sui consumatori per chiederle proprio che tipo di risposta riscontrate e qual è la sensibilità? «Noi siamo retailer e, quindi, a differenza di altre aziende del settore fashion, che hanno diversi canali distributivi e attingono alle informazioni del mercato a distanza di tempo, sappiamo cosa pensano i nostri clienti molto velocemente. E, oggi, riscontriamo un gap che vogliamo assolutamente colmare: il consumatore fa delle dichiarazioni di buoni intenti relativamente alla scelta di prodotti di abbigliamento, che siano etici piuttosto che innovativi o circolari, ma poi nelle decisioni di acquisto si comporta in modo diverso. Vogliamo colmare questo gap per acquisire anche un vantaggio competitivo. Se non riusciamo a colmarlo avremo sempre fasce molto consumistiche e, quindi, orientate al prezzo. Che il prodotto sia sostenibile o non sostenibile, al dunque, interessa poco e quello che conta è il prezzo: è questa l'enorme sfida del momento da affrontare». Il percorso di sostenibilità del vostro gruppo passa anche per progetti molto concreti e collezioni orientate all'economia circolare e all'eco-design. Ci parla dei progetti attuali e futuri? «Tengo a sottolineare che, per noi, i progetti sono stati un modo per capire come misurarci e ne abbiamo attivati tantissimi, già dal 2014, che ci hanno permesso di cambiare il modo di lavorare in azienda e favorire il dialogo con aziende che fanno componenti e università. È del 2014 il nostro primo progetto di eco design con la serie Sculpt che ora ha registrato l'ultima novità, Sculpt Zero, una linea di intimo modellante che compensa le emissioni di carbonio. È prodotta in Sri Lanka con tessuti italiani e, per compensare le emissioni, Yamamay ha sostenuto un progetto di sviluppo di energia rinnovabile nel Paese. Molto importante è stata l'iniziativa della linea di costumi ‘Edit' perché, in Italia, il tema dell'economia circolare nel fashion è ancora molto destrutturato: c'è la volontà di progettare indumenti che siano circolari ma poi per fine vita non si sono ancora costruiti gli hub. Con questa serie di costumi abbiamo fatto un esercizio virtuoso, che completeremo, poi, nel 2022 con il progetto di take-back. Si tratta di una serie di costumi da bagno e di accessori tutti fatti con un polimero di poliestere riciclato e riciclabile. Qui abbiamo avuto una certificazione da Ergo Team dell'80%, un punteggio che si ottiene dopo anni di messa a punto e testimonia il fatto che nei nostri uffici stile il ragionamento su come disegnare un prodotto circolare è già acquisito. E poi abbiamo un caso di questi giorni con le scorte che sono andate esaurite a due settimane dal lancio: è il caso di Principessa Super Bra, un reggiseno che mira a un altro tipo di sostenibilità che è quella di produrre meno e vendere di più. Grazie ad un lavoro di carattere scientifico sui big data con l'ottimizzazione delle taglie siamo riusciti, con tre misure, a coprire ben 25 taglie di reggiseno: è estremamente inclusivo. Questa è una strada in cui credo tantissimo e che aiuterà a sostenere una crescita felice. Non dobbiamo vendere meno ma produrre meno e vendere di più: questo è il vero tema che la nostra industria deve affrontare e del quale poco si parla perché è difficile». Quindi un futuro sempre più circolare e inclusivo nei vostri programmi? «Noi faremo un 2022 molto orientato alle misurazioni verso la supply chain, chiederemo ai nostri fornitori di misurarsi insieme a noi e probabilmente un numero minore di progetti ma tanta più attenzione al tema delle metriche perché questa è la chiave di svolta del nostro settore. Con le metriche è possibile cominciare a sviluppare dei ragionamenti che portino ad una sostenibilità maggiore. Senza, diventano discorsi dubbi. Non credo più alla sostenibilità raccontata a livello di marketing ma ad aziende seriamente impegnate e che misurano realmente i Kpi e ne rendono conto agli stakeholder. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Benetton: «Sostenibili nel dna. Il nostro lavoro per le collezioni e gli store green»

ll ceo, Massimo Renon, parla dell'impegno storico del gruppo per la sostenibilità e il rispetto sociale e ricorda l'impegno sulle materie prime e il target del 100% di cotone sostenibile entro il 202 La sostenibilità, l'attenzione agli sprechi e il rispetto sociale sono connaturati nella storia di Benetton che da oltre mezzo secolo è focalizzata su principi etici e ambientali. "Sono parti integranti del dna", spiega a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, il ceo Massimo Renon. Che racconta il lavoro dell'azienda di moda italiana sulle collezioni, dai capi monofibra ai materiali naturali e riciclati con l'obiettivo di arrivare al 100% di cotone sostenibile entro il 2025. E sottolinea anche l'impegno sul risparmio energetico e gli store green. Perché, osserva, "produrre in maniera sostenibile sarà il solo modo di produrre in futuro". Ci vorrà del tempo ma deve essere e sarà il modello dominante dei prossimi anni. Da sempre Benetton, accanto all'avanguardia nell'abbigliamento ha sposato un'attenzione al sociale e all'ambiente. Dai materiali alla catena di fornitura al packaging ci parla della strategia del gruppo? «Pensando a Benetton, l'espressione 'sostenibile' è da sempre connaturata alla sua storia. Storia iniziata oltre mezzo secolo fa, nel 1965, della quale 30 anni focalizzati oltre che su campagne di comunicazione con attenzione  alla difesa dei diritti umani, anche su un costante controllo della supply chain, basato non solo su criteri di competitività e trasparenza, ma anche su principi etici e ambientali. Benetton è sempre stata attenta ai cambiamenti della società con uno sguardo proiettato in avanti. Sostenibilità, attenzione a sprechi, etica e rispetto sociale sono sempre stati e continueranno ad essere parti integranti del nostro Dna. Oggi la sostenibilità permea tutta l'attività dell'azienda con lo scopo di diventare cultura condivisa. Dal risparmio energetico alla raccolta differenziata, Benetton Group e i suoi dipendenti collaborano quotidianamente per rendere le proprie sedi luoghi sempre più virtuosi e rispettosi dell'ambiente. Si sta conducendo un enorme lavoro sulle materie prime, impiegando materiali naturali, riciclati, rigenerati o certificati da autorità globali nel campo della sostenibilità. Si realizzano prodotti in cui l'80% delle fibre è di origine naturale, capi monofibra. Vengono impiegati cotone e ovatta riciclati, cotone BCI e cotone biologico e si punta ad avere entro il 2025 il 100% del cotone sostenibile». Avete anche lanciato degli store green. Quali sono i prossimi passi e i progetti?  «La nostra è una strategia di sostenibilità a 360 gradi, declinata alle collezioni, alla supply chain e al punto vendita. A marzo 2021 è stato presentato a Firenze un nuovo Store Concept a basso impatto ambientale, caratterizzato da impiego di materiali riciclati e sostenibili, tecnologia all'avanguardia per la gestione dell'energia e capi con elevate performance di sostenibilità. Il negozio di Firenze rappresenta il punto di riferimento per il retail del futuro. E' un concept unico a livello mondiale studiato per dare l'avvio ad una nuova fase della nostra azienda, un progetto in cui crediamo fortemente. Sempre quest'anno, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, Benetton Group ha presentato 'Green B', una manifestazione esplicita da parte dell'azienda nell'ambito della sostenibilità, una visione a 360° che mette a sistema l'impegno per l'ambiente e le persone. Nei prossimi anni, le attività del Gruppo vedranno un impegno incrementale per avere prodotti ancora più sostenibili, una catena di fornitura ancora più rispettosa dell'ambiente e dei diritti dei lavoratori, e sedi e negozi ancora più efficienti dal punto di vista energetico e della gestione degli sprechi». Un forte impegno, quindi, in termini di circolarità e impatto ambientale? «Come dicevo, l'utilizzo di nuove fibre riciclate e rigenerate nei prodotti e la selezione di tessuti in monofibra, più facili da riciclare, è in progressivo aumento. Il nostro impegno è serio, costante e rivolto al futuro, su tutti i fronti, e lo dimostrano gli importanti riconoscimenti internazionali che abbiamo ricevuto. Quelli legati all'utilizzo dei materiali. Come per la lana eccellente: dal 2017 Benetton è parte di Iwto, International Wool Textile Organization, mentre i filati italiani 100% lana merino extrafine e Shetland vengono certificati da Woolmark, la massima autorità nel campo della lana. Riguardo al cotone, sempre dal 2017 Benetton è nel programma Bci, Better cotton initiative (cotone dal minimo impatto ambientale) ed, entro il 2025, l'obiettivo è quello di realizzare le collezioni con il 100% di cotone sostenibile. Nel 2020, per il secondo anno consecutivo, il report Fashion Trasparency Index ha attestato la credibilità delle informazioni comunicate da Benetton, mentre Greenpeace ci ha inseriti tra le quattro aziende di moda che guidano il cambiamento verso l'eliminazione di sostanze inquinanti nei processi produttivi». I clienti italiani sono ‘viziati' dal bello e dal made in Italy. Che tipo di risposta vedete di fronte ad un approccio più sostenibile? «Nella strategia di Benetton Group il consumatore finale e tutte le sue esigenze sono al centro della traiettoria. E per il consumatore contemporaneo, in particolare quello più giovane, la sostenibilità è un asset importante. Quindi esiste già una grande consapevolezza da parte del pubblico. Il cliente vuole avere informazioni sui capi che acquista, sapere da dove provengono e controllare l'etichetta. I cartellini dei nostri capi sostenibili sono dotati di un QR code che rimanda alla sezione sostenibilità del sito Benetton». Voi destinate al green una fetta di investimenti. Si concilia la visione sostenibile con la gestione e il profitto aziendale? «Produrre in maniera sostenibile sarà il solo modo di produrre in futuro; tutto il mondo economico si sta muovendo in questa direzione. Non si tratterà di una trasformazione immediata, ci vorrà del tempo ma inevitabilmente questa deve essere e sarà il modello dominante dei prossimi anni». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

12 Novembre 2021

Pompei (Deloitte): «Sulla finanza sostenibile sfida epocale. Il valore delle imprese può crescere»

Necessario tenere in considerazione l'impatto del climate change sul business, spiega il ceo di Deloitte Italia che racconta l'impegno della prima azienda al mondo di servizi di consulenza e revisione che punta a zero emissioni nette al 2030 Siamo di fronte a una sfida epocale destinata a caratterizzare i prossimi anni. Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor Plus e Luiss Business School, parla della necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica ma di misurare anche i criteri Esg e di tenere in considerazione l'impatto dei cambiamenti climatici sul business. E anche per i prodotti e gli strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire. Quanto a Deloitte, spiega, «vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030». Quanto peso ha la sostenibilità nel mondo della finanza e delle imprese? E le decisioni aziendali sui temi Esg si conciliano con i risultati? «Negli ultimi mesi si è delineato uno scenario integrato delle diverse possibilità di sviluppo, che passano dalla necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica e che mettono sul medesimo piano tematiche di sostenibilità e responsabilità d'impresa. Oltre all'impatto che le singole aziende generano sull'ambiente, è diventato sempre più chiaro che per le stesse aziende i rischi legati al cambiamento climatico sono ingenti. Come emerso dal nostro report "Italy's Turning Point- Accelerating New Growth On The Path To Net Zero", nei prossimi 50 anni il mancato contrasto ai cambiamenti climatici potrebbe causare all'Italia fino a 1,2 trilioni di euro di danni economici, oltre che 21 milioni di posti di lavoro in meno. Sempre più sollecitate dal mercato e dalle nuove normative, le imprese stanno prendendo coscienza dell'impatto del cambiamento climatico sul proprio business e si stanno allineando alle linee guida europee. Sempre più realtà imprenditoriali stanno facendo propri i valori della transazione ecologica, sia in termini di maggiore efficienza energetica, de-carbonizzazione e utilizzo di risorse alternative, sia di sviluppo di modelli di economia circolare. Una sfida epocale, destinata a segnare i prossimi anni».L'attenzione sulla responsabilità ambientale e sociale nei processi di investimento e nei modelli operativi incide sulla valutazione degli investimenti. Qual è la vostra visione e che tipo di risposta vedete? «Con il documento presentato da Deloitte e Impact Management Project al World Economic Forum all'inizio del 2021 abbiamo accelerato la creazione di uno strumento universale per misurare gli impatti dei criteri di sostenibilità Esg sul valore economico delle aziende. Un'integrazione sempre più stretta di informativa finanziaria e non finanziaria, con un'attenzione specifica ai rischi e alle opportunità legate alla sostenibilità e, in particolare, al cambiamento climatico. L'obiettivo è riuscire a quantificare e comunicare gli effetti di questi fenomeni sulla generazione o sull'erosione di valore per le imprese. Inoltre, nell'ambito del B20 assieme a Confindustria, abbiamo presentato ‘The Goal 13 Impact Platform', una piattaforma realizzata per valorizzare le best practice ambientali e renderle note al mondo imprenditoriale e favorire così processi sempre più virtuosi, sia per quanto riguarda la riduzione delle emissioni sia per quanto riguarda le strategie di adattamento al cambiamento climatico. Si tratta di uno strumento ideato per accelerare il processo di transizione ecologica delle imprese, facilitando la collaborazione tra le aziende». Si assiste a una crescita sempre più significativa di prodotti e strumenti finanziari sostenibili. È una moda o un cambiamento strutturale? «Stiamo parlando di una crescita e nei prossimi mesi ci aspettiamo importanti cambiamenti e impatti significativi. Per esempio, il cambiamento climatico è entrato a tutti gli effetti nei bilanci delle società quotate: in un nostro studio abbiamo analizzato i bilanci di 226 società quotate in Borsa Italiana e il 42% delle relazioni finanziarie analizzate includeva un'informativa climate, seppur con livelli di dettaglio molto diversificati tra loro. Dallo studio condotto traspare un buon grado di consapevolezza, soprattutto per le società appartenenti a settori caratterizzati da fattori di rischio più rilevanti, rispetto al fatto che il climate change costituisca un elemento rilevante nel contesto dei rischi aziendali e in quanto tale necessiti di essere incorporato nella strategia di gestione dei rischi e quindi nella relativa informativa di bilancio Su questo fronte il sistema finanziario può fornire un contributo rilevante attraverso settori strategici e strumenti adeguati, per creare valore non soltanto nell'ottica degli azionisti, ma anche per un benessere sociale più esteso, per contrastare l'impatto dei cambiamenti climatici e i relativi rischi per il settore finanziario. Nello specifico la finanza può favorire traiettorie di sviluppo sostenibile in tutto il pianeta e promuovere impatti positivi significativi a livello globale, come per i finanziamenti verso le attività di conservazione e gli incentivi alle pratiche virtuose, ripensando le logiche di allocazione e la strutturazione dei portafogli. Anche per prodotti e strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire durante la lunga ripresa che ci attende». Parlando di Deloitte, quali sono i target e le strategie di business in tema di sostenibilità? «Il nostro network sta accelerando per aggiornare le policy che ci consentiranno di diminuire l'impatto ambientale, nell'ambito della più ampia strategia World Climate con cui vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030. Oltre a questo, a inizio agosto abbiamo lanciato il nuovo programma di ‘learning' sul clima indirizzato a tutti i nostri 330 mila professionisti, progettato per rendere consapevoli e ispirare ad agire le nostre persone - e di conseguenza i nostri stakeholder e clienti - sull'impatto del climate change. In più Deloitte Legal ha lanciato il Manifesto dello Studio Legale Sostenibile per il mondo delle professioni legali perché la sostenibilità va declinata non solo in chiave ambientale, ma anche etica e sociale. Speriamo questi siano solo i primi esempi di un trend diffuso all'interno di aziende e istituzioni. Come sempre, cultura e conoscenza sono indispensabili per acquisire consapevolezza e solo con l'impegno di tutti potremo essere all'altezza della sfida ambientale che abbiamo davanti».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Ubs: «Gli investitori italiani sempre più attratti da portafogli sostenibili. Capitali verso i più virtuosi»

Paolo Federici, Market Head di Ubs Gwm in Italia  parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020 La sostenibilità non è solo una moda o un trend passeggero ma una priorità per il settore finanziario. Ne sono consapevoli gli investitori italiani che sempre più scelgono di inserire nel proprio portafoglio investimenti sostenibili. Paolo Federici, Market Head di Ubs Global Wealth Management in Italia racconta a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, come gli investitori italiani sono attratti da portafogli green: secondo l'ultimo Investor Sentiment Survey l'85% considera gli investimenti sostenibili una componente rilevante da inserire nel proprio portafoglio. Federici parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020. Cosa significa essere sostenibili nel mondo della finanza e quali sono i vantaggi? «Oggi più che mai la sostenibilità rappresenta un elemento guida nelle nostre scelte di vita quotidiana ed è chiara la rilevanza che ha assunto anche nel mondo della finanza, in particolare nel campo degli investimenti. Sempre più imprenditori e investitori privati stanno infatti orientando le scelte di allocazione dei portafogli verso la sostenibilità, con sempre maggiore attenzione verso scelte che coniughino la ricerca di rendimento con un impatto positivo per il pianeta. Le scelte che ne derivano vanno così ad accelerare l'afflusso di capitali verso le società più virtuose in termini di impatto ambientale e di soluzioni sostenibili. Un meccanismo in grado di influenzare anche l'economia reale, facilitando l'accesso al mercato dei capitali e le capacità delle aziende più virtuose di finanziarsi a tassi più vantaggiosi fino ad interessare la valutazione stessa di tali aziende E' evidente dunque come la sostenibilità non possa più essere considerata semplicemente una moda o un trend passeggero ma, piuttosto, una priorità per l'intero settore finanziario, tema su cui il nostro gruppo è attivo da tempo e a livello globale». A questo proposito ci parla dell'esperienza di Ubs? A che punto siete in termini di portafogli e investimenti sostenibili? «Gli investitori italiani dimostrano di comprendere l'importanza di inserire nel proprio portafoglio sempre più investimenti sostenibili, rafforzandoci nella nostra convinzione al riguardo. Ubs è stata, infatti, una delle prime banche globali a realizzare l'importanza degli investimenti sostenibili, intercettando la rivoluzione di pensiero che si prospettava fino a renderli la proposta di riferimento per coloro che desiderano costruire portafogli a prova di futuro. Siamo e vogliamo essere partner credibili per i nostri clienti con i quali lavoriamo continuamente accrescendo la loro sensibilità sui temi green. Come lo facciamo? Fornendo sempre maggiori informazioni e analisi sugli investimenti sostenibili, su rischi e opportunità connesse al clima, nonché assistendoli nella transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, che consentirà una sempre maggiore efficacia nell'accesso al mercato dei capitali. Infine, a livello di Gruppo abbiamo fissato standard di finanziamento sempre più rigorosi: la nostra esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio è già estremamente bassa, meno del 2% a fine 2020. Stabiliremo obiettivi di ulteriore allineamento del nostro portafoglio di finanziamenti sulla base dei parametri dell'accordo di Parigi e stiamo apportando infine modifiche al nostro modello ESR per ridurre ulteriormente la propensione al rischio per gli asset legati al carbonio». Avete di recente pubblicato la nuova edizione dell'Investor Sentiment di Ubs. Che quadro emerge? Ce ne parla? «L'ultima edizione dell'Investor Sentiment Survey, la ricerca che analizza la fiducia degli investitori facoltosi in tutto il mondo, evidenzia il ruolo chiave degli investimenti sostenibili nelle scelte degli investitori. Dalla ricerca emerge infatti che gli investitori globali continuano a vedere sempre più vantaggi dall'inserimento degli investimenti sostenibili nei loro portafogli e, nello specifico, l'85% degli investitori italiani li ritiene già una parte fondamentale della strategia di portafoglio orientata da valori e rendimenti. In aggiunta, il 59% si aspetta che i rendimenti generati dagli investimenti sostenibili arrivino a superare quelli generati dagli investimenti tradizionali, il che ne aumenta ulteriormente l'attrattività». Quindi che tipo di risposta state riscontrando negli investitori italiani? «Negli ultimi 3 mesi la predisposizione da parte degli investitori italiani verso gli investimenti sostenibili ha registrato un balzo in avanti, come evidenziato dalla nostra ricerca. E' contestualmente aumentata anche la necessità di consulenza da parte dei nostri clienti per rivedere l'allocazione del proprio portafoglio a favore di temi ‘green': ben il 74% degli investitori italiani è interessato a ricevere una consulenza dedicata e su misura. Questa tendenza conferma ancora una volta che la direzione intrapresa da Ubs Global Wealth Management negli ultimi anni è quella vincente. Sostenibilità e consulenza davvero su misura sono i nostri tratti distintivi ormai da tempo, uniti a solidità ed esperienza uniche sul mercato».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Algebris: «Il trend del mercato è verso l'Esg. Lavoriamo a portafogli a emissioni zero»

L'etichetta green è ormai un must, spiegano Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund Sia a livello italiano che internazionale, il mercato si muove attivamente in direzione di una finanza sempre più green perché l'etichetta Esg più che un plus sta diventando un must e dall'equity sta coinvolgendo tutti gli strumenti e gli attori del mercato. È la visione di Algebris, una delle principali società di gestione del risparmio. In un'intervista a due, Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund, parlano anche del percorso che ha portato alla linea di business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale e dell'impegno per raggiungere le zero emissioni nette per le attività in gestione entro il 2050. Si parla sempre più di finanza green e l'offerta cresce giorno per giorno. Che tipo di risposta riscontrate? Con un focus in particolare sul mercato italiano «Ovviamente il tema della finanza green è molto sentito. Il mercato nell'ultimo anno, sia a livello italiano che a livello internazionale - risponde Gabriele Foà - si è mosso decisamente in questa direzione e il trend è chiaro, sia sul fronte dell'offerta che della domanda. Mentre prima avere il label Esg o label 'green' era un plus di molti fondi, adesso è diventato un must perché l'attenzione del mercato è molto più ampia e, coinvolge tutti gli attori, a monte e a valle della catena produttiva. Tra l'altro, negli ultimi 6-9 mesi il mercato ha visto la nascita più frequente di fondi "article 9", ovvero che hanno come obiettivo l'investimento sostenibile. Questi fondi fanno dell'aspetto "green" non solo un vincolo, ma un vero e proprio obiettivo di investimento e devono essere per mandato attenti a promuovere tematiche sociali e ambientali. Inoltre, questo trend, partito su delle asset class specifiche - ovviamente l'equity - si sta espandendo decisamente sia verso i bond, sia verso asset meno liquidi, come il private equity. E non è un caso, anche, che gli emittenti si siano adeguati. Guardando, per esempio, al mercato dei bond, vediamo un'attenzione sempre più alta a emettere bond 'green', e un premio importante sul mercato associato a questi ultimi. Questo fattore è molto importante perché crea un incentivo per gli emittenti attivi in settori non propriamente Esg a esplorare progetti sostenibili». Parlando di Algebris, è stata creata la linea di Business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale. Come influisce questo percorso nelle vostre scelte di investimento? «È lo sbocco di un processo più lungo, che abbiamo iniziato già da tempo, di una strategia dedicata specificamente alla transizione energetica. Da circa due anni – spiega Silvia Merler - stiamo lavorando, con grande impegno, proprio sui nostri portafogli finanziari per una stima delle emissioni finanziate dalle banche che abbiamo in portafoglio. Dal momento che non c'è ancora un obbligo regolamentare per i soggetti bancari di fare informative, è tutto un lavoro di stima basato su dati parziali e su nostre analisi dei bilanci. Adesso si sta concretizzando in una serie di disclosure di metriche non finanziarie e carbon footprint di emissioni finanziate, che ci ha, naturalmente, portato a integrare sempre di più i criteri di sostenibilità ambientale all'interno di tutti i vari portafogli ed è, poi, sfociato in questa nuova strategia. Poi, chiaramente, avere, adesso, anche un team con competenza industriale ci dà un vantaggio dal punto di vista delle competenze». Parlando, quindi, di costruzione del portafoglio fondi quali saranno i prossimi passi? «Per ora l'obiettivo – prosegue Silvia Merler - è integrare i fattori di sostenibilità in tutte le strategie, in maniera organica, all'interno del processo di investimento e, poi, avere anche un reporting, sia per gli investitori che pubblico, su metriche non finanziarie. Abbiamo iniziato con i fondi finanziari perché lì si concentra il grosso delle masse gestite, ma ci espanderemo anche agli altri fondi; ovviamente è un'integrazione che procede in modo diverso, in base alle diverse strategie e agli strumenti. Ad esempio, abbiamo la nostra strategia di equity italiana che è principalmente focalizzata su piccole medie imprese e fare questo lavoro è molto più difficile. Da gestore – aggiunge Gabriele Foà – posso dire che, da un lato, sulle strategie esistenti abbiamo messo dei paletti ulteriori e, dall'altro, c'è un'attenzione più alta alle caratteristiche dell'emittente; un'attenzione che ovviamente è sempre verso il rendimento e il ritorno ma guarda anche ad altre caratteristiche. Per quanto riguarda le nuove idee ovviamente c'è un cantiere aperto sulle strategie green sia sui prodotti esistenti che su prodotti nuovi». Algebris è firmataria dei Principi per l'Investimento Responsabile delle Nazioni Unite ed avete aderito all'iniziativa 'Net Zero Asset Managers', il progetto che vuole promuovere investimenti responsabili per raggiungere le zero emissioni nette per tutte le attività in gestione entro il 2050. A che punto siete? «Siamo entrati nell'iniziativa quest'anno, a marzo – spiega Silvia Merler - e abbiamo un anno per fare valutazioni internamente e poi pubblicare un target di masse che ci impegniamo a gestire in allineamento con il target ‘zero by 2050' e target intermedio al 2030. Il lavoro, in realtà, è già molto avanzato e, quindi, contiamo di completarlo prima di quella che sarebbe la deadline, appunto, di marzo 2022. In questi mesi, partendo dai portafogli finanziari, abbiamo stimato anche la temperatura implicita del portafoglio per capire se effettivamente, a breve, medio e lungo periodo sia compatibile con un percorso che tenga l'aumento della temperatura sotto 1,5-2 gradi. Dal nostro impegno per emissioni zero viene anche la volontà di avere una politica di tutti i combustibili fossili, non solo del carbone, che sia in linea con gli obiettivi dell'iniziativa».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

«Italia al top per finanza sostenibile. Ora accompagnare la ripresa e la giusta transizione»

ll Forum per la Finanza sostenibile celebra 20 anni e apre il consueto appuntamento con la Settimana Sri. Il segretario generale, Francesco Bicciato parla delle prossime a SustainEconomy.24 L'Italia è uno dei Paesi con la tradizione più consolidata nella finanza sostenibile che è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Il Forum per la finanza sostenibile celebra i suoi primi 20 anni e in occasione, della consueta Settimana Sri, il segretario generale Francesco Bicciato traccia un bilancio e parla delle sfide future in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Cita i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, che mostrano come nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Ma, afferma, ora le sfide da affrontare riguardano il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione. Finanza sostenibile. Se ne parla tanto ma a che punto siamo in Italia? Come procede l'integrazione dei criteri Esg nei prodotti e nei processi finanziari? «L'Italia è uno dei Paesi con una tradizione più lunga e consolidata nella finanza sostenibile. Quest'anno il Forum celebra i suoi 20 anni di attività: in questi due decenni, la finanza sostenibile è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Negli ultimi anni la crescita è stata significativa, sia relativamente agli investitori istituzionali, sia anche nel mercato retail. Lo dimostrano anche i risultati della ricerca sugli orientamenti dei risparmiatori che presentiamo in apertura della Settimana SRI, quest'anno dall'11 al 25 novembre. Questa evoluzione si riflette anche nella crescita del Forum, che negli ultimi anni è passato da alcune decine di soci agli attuali 130 associati». A livello di normativa c'è ancora molto da fare. O le recenti direttive rappresentano un passo avanti? «Senza dubbio i provvedimenti normativi europei degli ultimi anni rappresentano significativi passi in avanti. Con il Piano d'azione sulla finanza sostenibile del 2018, la Commissione Europea ha fissato una serie di priorità determinanti per l'evoluzione del mercato degli investimenti responsabili. Uno dei punti fondamentali su cui si sta intervenendo è la trasparenza: attraverso la Sustainable Finance Disclosure Regulation, si chiede agli operatori e ai consulenti finanziari di comunicare come tengono in considerazione rischi e impatti ambientali, sociali e di governance. Inoltre, l'Unione Europea sta costruendo un sistema di classificazione delle attività sostenibili, la "tassonomia", utile per guidare gli investitori nelle loro decisioni. Si sta anche lavorando sul versante della trasparenza delle imprese investite: la nuova Corporate Sustainability Reporting Directive dovrebbe portare a un allargamento della platea delle società che devono presentare una rendicontazione non finanziaria». Si apre la decima edizione della Settimana dell'Investimento Sostenibile e Responsabile. Quali sono le novità di quest'anno e cosa vi aspettate? «Le novità sono molte. La prima, a cui teniamo particolarmente, è che la Settimana SRI, pur senza abbandonare l'online, torna in presenza. Dopo l'edizione 2020 svoltasi solo in forma digitale, pur dando la possibilità della diretta streaming per tutti gli eventi, abbiamo voluto tornare a incontrarci. Quest'anno saranno presentate cinque ricerche. Una fa il punto sul mercato SRI in Italia, aggregando dati già pubblicati di diverse fonti autorevoli. Le altre approfondiscono gli orientamenti di risparmiatori, Pmi, investitori istituzionali come piani pensionistici e Fondazioni di origine bancaria. Questi attori, con le loro scelte finanziarie, possono dare un contributo significativo a un processo di ripresa e transizione verso un'economia a zero emissioni nette, che salvaguardi la giustizia sociale ed eviti il sorgere di nuove disuguaglianze. Uno degli eventi a cui teniamo molto è quello di chiusura della Settimana SRI, che si svolgerà il 25 novembre a Milano: sarà l'occasione per celebrare i 20 anni di attività del Forum, fare il punto sulla strada percorsa finora e sulle sfide da affrontare, con l'ambizione di anticipare sempre le evoluzioni di un settore molto dinamico». Guardando proprio al ventesimo anniversario di attività del Forum, ci traccia un bilancio dell'evoluzione degli investimenti sostenibili in Italia? E quali sono le sfide future? «Nel primo studio sul mercato SRI in Europa realizzato nel 2003 l'Italia rappresentava lo 0,1% del mercato europeo con 240 milioni di euro di masse, riferite ai soli investitori istituzionali. La situazione oggi è molto diversa. A livello europeo, secondo le rilevazioni di Morningstar, si è passati da meno di 400 miliardi di asset gestiti nel 2017 agli oltre 1.100 miliardi del 2020. Il nostro Paese rappresenta una quota significativa: i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, mostrano che nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Le sfide da affrontare sono diverse e riguardano, da un lato, il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione: da sole le risorse pubbliche non sono sufficienti, gli investimenti privati saranno fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici e ridurre di pari passo emissioni e disuguaglianze. In questo ambito, opportunità interessanti potranno arrivare dalle partnership pubblico-privato. Un'altra sfida riguarda la trasparenza e la sensibilizzazione dei risparmiatori verso l'importanza di fare scelte di investimento sostenibili». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

29 Ottobre 2021

Realacci (Symbola): «Dalla sfida climatica un'economia più forte. L'Ue pensi a dazi»

Di fronte alla sfida climatica basta slogan e dilettanti. In Italia imprese e società sono più avanti della politica A pochi giorni dall'aperura di Cop26 le sfide sono tante ma la situazione è migliore rispetto a qualche anno fa, complici la svolta green dell'Ue e il cambio di amministrazione negli Usa. Ne è convinto Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola e presidente onorario di Legambiente che, in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, esorta a cogliere la sfida perché fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione di costruire un'economia più forte. A partire da dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. E di fronte alla tempesta che abbiamo davanti, basta dilettanti e slogan. Quanto all'Italia, sui temi ambientali, dice, le imprese e la società sono più avanti della politica e possiamo essere protagonisti della sfida. Tra pochi giorni si apre la Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Cosa si aspetta e quali dovrebbero essere le tematiche da portare avanti? «I temi sono tanti ma si parte da una situazione migliore rispetto a quello che si poteva pensare solo qualche anno fa. Migliore per due motivi. Da un lato, c'è l'Europa che ha scelto con nettezza la sua strada. Dall'insediamento della presidente Ursula Von der Leyen si disse subito che il tema del Green new deal era la chiave per il futuro dell'Europa e qualcuno ha pensato – e forse anche sperato – che la crisi prodotta della pandemia potesse rallentare questo percorso. Al contrario l'Europa ha scelto con grande forza di indirizzare il grosso delle sue risorse, intelligenze ed energie creative proprio su questo tema, assieme alla coesione e al digitale. Quindi è un'idea di Europa che non è legata solo a fronteggiare pericoli legati alla crisi climatica o a dare risposte alla generazione Greta, ma l'idea di un'Europa che cerca un suo posto nel mondo, una sua missione e vuole un'economia forte ma più a dimensione umana. Dall'altro, poi, c'è stato anche il cambio di amministrazione negli Usa, con l'amministrazione Biden, e questo è un altro punto che può giocare un ruolo positivo. Poi i problemi sono tantissimi. Credo che un terreno importante in futuro sarà quello, che la stessa Europa pone, di prevedere dei dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. L'Europa è il più grande mercato del mondo e se si mette in movimento e fa questa operazione, non solo difende la propria economia, ma spinge gli altri a fare passi avanti. È chiaro che non c'è una soluzione definitiva al problema ma fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione per costruire un'economia più forte». Sono molteplici gli allarmi su un mancato rispetto dei target dell'accordo di Parigi. Ci si può arrivare o la strada è difficilissima? «La strada non sarà sicuramente facile ma al tempo stesso, in molti campi, si vede che chi si incammina su questa strada ha dei vantaggi economici; insomma è vero che il problema c'è e affrontarlo sarebbe oneroso, ma, in realtà, non affrontarlo sarebbe ancora più oneroso, perché come dimostrano tantissimi settori produttivi, chi non va su quella strada perde. È una strada che può rafforzare sia i grandi che i piccoli. Del resto, quel terzo di imprese, oltre 400 mila, come dice il Rapporto Greenitaly presentato qualche giorno fa da Fondazione Symbola e Unioncamere, che hanno investito negli ultimi 5 anni in campo ambientale, performano meglio perché rinnovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. Le difficoltà ci saranno ma si possono affrontare. A me piace molto la frase del regista Frank Capra, ‘i dilettanti giocano per piacere quando fa bel tempo, i professionisti giocano per vincere mentre infuria la tempesta'; ecco, rispetto alla tempesta che abbiamo davanti non è tempo per dilettanti, basta propaganda, basta parole vuote, è il momento della concretezza e della visione». Anche alla luce del rapporto che avete presentato, nel nostro Paese vede una buona risposta sia a livello di imprese che a livello di cittadini?  «Io penso che in Italia una parte delle imprese e una parte della società siano più avanti della politica. Perché la politica, che poi è orientata fortunatamente dalle scelte che ha fatto l'Europa, a volte sembra discutere di altro, non capisce che proprio quei tre assi che l'Europa ci indica – coesione, transizione verde e digitale - sono anche quelli che consentono di affrontare tanti nostri problemi. Nel mondo dell'economia tanti si sono messi in moto e l'incrocio di questi fattori fa la forza del Paese; penso al legno-arredo, alla meccatronica all'agricoltura. Allora il problema è aiutare chi si è incamminato e anche superare un senso di minorità degli italiani che pensano di essere dei Calimeri. Noi abbiamo enormi problemi e spesso non siamo in grado di affrontarli, ma abbiamo anche dei grandi punti di forza, basti pensare all'economia circolare e altri in cui siamo all'avanguardia, e possiamo essere protagonisti di questa sfida». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Fridays For Future: «Serve una giustizia climatica. Le persone vogliono il cambiamento»

Una delle portavoci del movimento dei giovani per il clima parla delle priorità in vista della Cop26 e spiega la mobilitazione di piazza perché serve consapevolezza, mentre dalle conferenze non arrivano le risposte A pochi giorni dall'avvio della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop26, i giovani di Fridays For Future rimarcano le loro priorità: trattare la crisi climatica come un'emergenza, sbloccare il fondo da 100 miliardi annui per i Paesi in via di sviluppo e abbandonare immediatamente i carburanti fossili. Laura Vallaro, una dei portavoce di Fridays For Future Italia parla in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School delle richieste di cambiamento per una giustizia climatica e più equità. In occasione del G20 il movimento sarà ancora in piazza perché c'è un aumento della consapevolezza tra i cittadini. E perché le risposte, dice, non arriveranno dai parlamenti e dalle conferenze.  Mancano pochi giorni all'inizio di Cop26, per voi quali sono le priorità? «Prima di tutto serve che la crisi climatica venga trattata realmente come una crisi e questo, come ci ha mostrato anche la pandemia, continua a non accadere perché viene trattata come un problema ma non come l'emergenza che minaccia le nostre vite. Dovrebbe essere il primo passo per poter reagire nel modo giusto. In vista di Cop26 si parla tanto di dare ai Paesi in via di sviluppo il fondo dei 100 miliardi annui, ma, anche in questo caso, una recente analisi ha dimostrato come, ancora quest'anno, probabilmente non si riuscirà a rispettare questo impegno e, se continuiamo così, lo rispetteremo soltanto nel 2023. Si ignorano le responsabilità che i Paesi occidentali hanno e dovrebbe essere il minimo indispensabile. L'altro obiettivo davvero importante è quello di uscire dal carbone immediatamente ma anche da tutti i combustibili fossili, il petrolio e il gas. Il recente rapporto dell'Unep dice proprio che la produzione pianificata di combustibili fossili dai Paesi del mondo per il 2030 è ancora più del doppio di quello che sarebbe compatibile con un percorso per mantenere il riscaldamento nei limiti stabiliti dall'Accordo di Parigi. Poi i temi sono molteplici ma soprattutto serve focalizzarsi sul principio di giustizia climatica ed equità». Sarete di nuovo in piazza in occasione del G20, perché non vedete fatti concreti. State valutando anche altre forme di mobilitazione o comunque di sensibilizzazione? «Questo fine settimana ci sono delle mobilitazioni in occasione del G20 perché, tra l'altro, i Paesi del G20 sono responsabili per l'80% delle emissioni globali e la cosa positiva di queste mobilitazioni è che raccolgono e uniscono gran parte della società, non soltanto i giovani che scendono in piazza per il clima. Credo che in questo momento sia importante proprio questa mobilitazione delle persone». Riscontrate una risposta maggiore dai cittadini? «Non è ancora quello che sarebbe necessario, ma c'è un aumento nella consapevolezza e, soprattutto, le persone continuano a chiedere il cambiamento. Questo è positivo perché, sicuramente, dai parlamenti e dalle conferenze non arriveranno le azioni necessarie nel tempo che abbiamo. Serve realmente che le persone prendano posizione facciano un passo avanti, scendano in piazza e chiedano ai politici di agire e questo sta accadendo». Non vi aspettate, quindi, grandi risultati da queste riunioni? «No, sicuramente è un momento in cui serve farci sentire come popolazione, mettere pressione e far vedere che stiamo osservando le scelte che vengono fatte e che nei nostri confronti hanno delle responsabilità che finora stanno ignorando. E' importante scendere in piazza perché, nonostante non ci saranno le risposte necessarie da queste sedi, la pressione che facciamo serve a cambiare la percezione pubblica di questa crisi e a far vedere che le persone vogliono il cambiamento». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Dialuce: «Enea gioca un ruolo di primo piano per cambiare il paradigma culturale. L'impegno per l'idrogeno»

Il presidente di ENEA parla a SustainEconomy.24 anche di Pnrr e degli investimenti per la ricerca Gli impegni dei Paesi per contenere le emissioni non sembrano ancora compatibili con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. A pochi giorni dall'avvio di Cop26, il presidente di Enea, Gilberto Dialuce, a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, auspica il rafforzamento della collaborazione internazionale ed impegni economici concreti. Enea sta portando avanti il suo impegno e gioca un ruolo di primo piano "per cambiare il paradigma culturale". E guarda alle risorse e agli obiettivi del Pnrr e agli investimenti in ricerca che vedono l'Italia ancora distante dagli altri Paesi. E racconta l'impegno sulla filiera dell'idrogeno a partire dalla Hydrogen Valley. Si sta per aprire la Cop26. Da più parti arrivano allarmi sulla difficoltà di rispettare gli accordi di Parigi. Cosa si aspetta? E quali direzioni andrebbero privilegiate dal suo punto di vista? «Obiettivo degli Accordi di Parigi era limitare l'aumento della temperatura media del pianeta entro i 2°C, perseguendo ogni sforzo per contenere tale crescita entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L'ultimo report Ipcc ha, però, rilevato che la temperatura media della Terra è già aumentata di 1,1°C, quindi contenere questo incremento entro 1,5°C diventa arduo senza un dimezzamento delle emissioni mondiali di gas a effetto serra entro il 2030 e il raggiungimento della cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050. Purtroppo, però, ad oggi gli impegni dichiarati dai singoli Paesi per contenere le emissioni, proteggere i territori e mettere a disposizione finanziamenti congrui non sembrano ancora compatibili con tale obiettivo. A Glasgow ci si aspetta che Paesi industrializzati e grandi emettitori di gas serra implementino i loro percorsi di decarbonizzazione mobilitando, come previsto, i 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2025 per rispondere ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo, e che vi sia un chiaro impegno per la cessazione dell'uso del carbone nella generazione elettrica. In Enea siamo fortemente impegnati nello sviluppo e nel trasferimento delle tecnologie di mitigazione e adattamento, sia nel nostro territorio che nei Pvs e seguiamo con particolare attenzione i lavori del Meccanismo Tecnologico istituito dalla Convenzione sul Clima. Le direzioni privilegiate da intraprendere a Glasgow sono legate al rafforzamento della collaborazione internazionale e agli impegni economici concreti per rendere operativo l'Accordo di Parigi e conciliare gli obiettivi di decarbonizzazione e resilienza seguendo principi quali il 'building back better' e 'non lasciare nessuno indietro'». Si parla tanto di clima, ambiente e sostenibilità. Arriverà una spinta dai fondi del Pnrr? Anche per la ricerca? «Il Pnrr mostra una straordinaria sensibilità verso questi temi. È un'occasione unica per il nostro Paese, così vulnerabile e così esposto ai rischi climatici sia per le caratteristiche del suo territorio sia a causa degli abusi commessi nel tempo. Il Piano mette a disposizione ingenti risorse economiche per intraprendere la strada della transizione ecologica. La Missione 2 "Rivoluzione Verde e Transizione ecologica" prevede uno stanziamento di 59,47 miliardi di euro: 5,27 miliardi per economia circolare e agricoltura sostenibile, 23,78 miliardi per energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, 15,36 miliardi per efficienza energetica e riqualificazione degli edifici e, infine, 15,06 miliardi per tutela del territorio e della risorsa idrica. Con gli investimenti su idrogeno e batterie avanzate, il Pnrr guarda anche agli obiettivi di neutralità climatica al 2050 oltre che a quelli al 2030. Sul fronte delle rinnovabili, il Piano prevede risorse per incentivare circa 4,2 GW di potenza elettrica, che dovranno contribuire al raggiungimento del target italiano previsto in circa 70 GW e per il quale si dovrà intervenire sulle barriere burocratiche e i complessi processi autorizzativi. Le riforme previste potranno anche dare un importante contributo in tal senso. Sugli investimenti in ricerca, l'Italia rimane ancora distante dagli altri Paesi (1,4% del Pil nel 2018, rispetto alla media Ocse del 2,4%). Fortunatamente questo gap sembra destinato a ridursi grazie anche alle risorse del Pnrr che, con la Missione 2 stanzia importanti risorse per la ricerca applicata e la sperimentazione sull'idrogeno e con la Missione 4 "Dalla Ricerca all'impresa", che stanzia 11,44 miliardi di euro per rafforzare la ricerca di base e applicata in sinergia tra università e imprese». Lei ha assunto la guida di Enea da qualche mese. Quale sarà il ruolo di Enea nella transizione energetica ed ecologica? «In fatto di transizione energetica, lotta al cambiamento climatico e riduzione di emissioni di CO2, il Paese ha di fronte obiettivi estremamente complessi da raggiungere in meno di dieci anni e per i quali, come Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, siamo chiamati a giocare un ruolo di primo piano, anche per favorire un cambio di paradigma culturale. Questo a partire dal contributo che possiamo fornire alle attività comprese nel Pnrr e in forza del nostro posizionamento su temi inerenti sostenibilità, energia, ricerca e trasferimento di competenze a Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini. Penso al settore dell'efficienza energetica e all'importanza che ricopre proprio in questo periodo segnato da un aumento rilevante dei prezzi dell'energia. Enea sarà protagonista dei programmi volti a riqualificare e a migliorare la sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato e si troverà in prima linea anche nella comunicazione dell'importanza dell'efficienza energetica, con un programma di formazione e informazione per contribuire ad accrescere gli investimenti nel settore civile. Saremo impegnati anche nell'applicazione e la dimostrazione di tecnologie energetiche innovative, così come nella promozione delle smart communities, una sorta di nuova frontiera per cercare di portare l'energia più vicina ai cittadini. Continueremo inoltre a dare vita a strumenti in grado di favorire la promozione delle politiche in chiave sostenibile, supportare modelli circolari di produzione, l'eco-innovazione nei cicli di vita e lo sviluppo di tecnologie, metodologie e strumenti che favoriscano l'integrazione di competenze diverse e il cambiamento degli stili di vita che dovranno necessariamente essere rivisti in chiave più sostenibile». Una delle principali sfide future, in campo energetico, sarà rappresentato dall'idrogeno. Ci parla della strategia di Enea? «Nel nostro Centro Ricerche Casaccia stiamo lavorando alla realizzazione dell'Hydrogen Demo Valley, un incubatore tecnologico nazionale finanziato dal Ministero della Transizione Ecologica nell'ambito dell'iniziativa Mission Innovation, che riguarderà l'intera filiera dell'idrogeno, dalla produzione con fonti rinnovabili alla distribuzione, dall'accumulo agli usi finali, in collaborazione con aziende, associazioni di categoria, enti di ricerca e università. Questa piattaforma di ricerca consentirà anche la sperimentazione di nuove tecnologie legate, ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti, al recupero di sottoprodotti industriali e al calore rinnovabile ad alta temperatura ottenuto in impianti solari a concentrazione. Ma questo è solo un piccolo spaccato di ciò che faremo all'interno dell'incubatore Enea. E tutto ciò sarà favorito dal Pnrr che ha stanziato per l'idrogeno 3,7 miliardi di euro, di cui 2 per decarbonizzare i settori "hard to abate", con iniziative volte a sperimentare nelle imprese che utilizzano gas per uso termico (quindi non elettrificabili) un utilizzo fino al 90% di idrogeno in miscelazione col metano, e all'uso in prospettiva dell'idrogeno anche in altri settori, come quello siderurgico. Ma il suo raggio d'azione riguarderà anche la mobilità (pesante su gomma e tratte ferroviarie non elettrificabili), la creazione di Hydrogen Valley in alcune Regioni e la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie che garantiscano sicurezza e sostenibilità economica e ambientale di tutta la filiera dell'idrogeno, incluso il trasporto e lo stoccaggio». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Carrozza (Cnr): «Serve un piano strategico per la ricerca. La transizione va accompagnata»

La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche nell'intervista a SustainEconomy.24, parla anche di Cop26 e del Pnrr Siamo tutti chiamati ad una vera e propria rivoluzione culturale per affrontare le grandi sfide di questo momento storico. E per i ricercatori questo comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Ma per avere chance di successo la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali. La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Maria Chiara Carrozza, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School chiede un piano strategico per la ricerca. Perché la transizione e il cambiamento vanno accompagnati. E perché la ricerca, come quella del Cnr, può rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano. Con risorse, ma anche con un cambiamento di sistema. E in vista di Cop26, la presidente Carrozza si aspetta «decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti" perché «non c'è scelta». Il Pnrr, aggiunge, è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese. Le principali sfide per un futuro sostenibile sono i cambiamenti climatici, l'ambiente e il post-pandemia. Presidente, quale percorso va tracciato? «Cambiamenti climatici, transizione digitale, salute, formazione sono le grandi sfide di questo momento storico e per affrontarle siamo chiamati a compiere una vera e propria rivoluzione culturale. Se non interveniamo immediatamente e decisamente, come comunità scientifica, come cittadini e come istituzioni, ci troveremo sempre più spesso in situazioni in cui dovremo affrontare le emergenze sanitarie, ambientali e socio-economiche in tempo reale, con tutte le difficoltà che abbiamo sperimentato in questi ultimi anni. Per i ricercatori questa sfida progettuale comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Il percorso della scienza è infatti quello di un impegno costante e progressivo nella conoscenza che però ha tempi non sempre ponderabili e margini di incertezza forti, pertanto è difficile e non scontato raggiungere nuovi avanzamenti concreti, quelli che si traducono nel benessere materiale, pratico degli individui e della collettività. Per stringere i tempi e aumentare le chance di successo, la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali che sostengano il lavoro quotidiano. Faccio un esempio: oggi quasi tutti capiscono l'importanza dei vaccini e apprezzano che quello per il Covid-19 sia stato sviluppato così rapidamente, ma se abbiamo ottenuto questo successo è perché prima c'è stata una ricerca di base importante in biologia molecolare, in immunologia, in virologia. Senza questa ricerca fondamentale non sarebbe stato possibile affrontare la pandemia, con questi fondamentali presidi, in meno di un anno». Si sta per aprire la Cop 26. Sostenibilità, energia, inquinamento e clima. Cosa si aspetta? E quali decisioni andrebbero prese?  «La sostenibilità è una parola chiave del prossimo futuro. Dalle istituzioni competenti, dagli organismi decisionali mi aspetto decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti. Altrimenti non saremo in grado di imprimere quel cambiamento di cui il pianeta ha bisogno per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. In senso più ampio, siamo davanti a una svolta che riguarda il futuro delle nuove generazioni nel senso dell'equità, tra aree del pianeta, fasce sociali e generazioni più e meno fortunate. Davanti a noi abbiamo quest'opzione, oppure quella dell'aumento dei divari socio-economici e degli impatti climatico-ambientali. In realtà non c'è scelta, lo capiamo bene». Quali sono gli impegni del Cnr in tema di ricerca per l'ambiente e il clima?  «Serve un piano strategico per la ricerca in cui la sostenibilità sarà un pilastro fondamentale e in questo ambito le risorse multidisciplinari e territoriali del Cnr sono fondamentali. Ricordo intanto che nel primo working group del VI Rapporto Ipcc figurano tre nostri ricercatori, ma in generale la sostenibilità si fonda su competenze e conoscenze scientifiche precise quanto complesse. Il cambiamento e la transizione sono processi da seguire, accompagnare, prevedere, che rappresentano anche opportunità e prospettive di grande trasformazione industriale, economica, culturale. Al Cnr studiamo dalle scienze polari al rischio idrogeologico, dal monitoraggio del suolo alla biologia marina, dal monitoraggio dei dati alla modellistica previsionale, dalla chimica verde ai beni culturali. Per questo riteniamo di poter rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano». Si parla tanto delle risorse del Pnrr. Quanto è importante investire in ricerca?  «Il Pnrr è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, non abbiamo precedenti di un finanziamento del genere per la ricerca in Italia. Ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese, in qualunque fase storica. La scienza deve mettersi sempre di più al servizio della società ed essere messa in condizioni di servirla, mirando a raggiungere gli obiettivi da cui dipende il miglioramento della vita delle persone. Si deve fare molto sul reclutamento, sulle progressioni di carriera, sui livelli retributivi, bisogna facilitare i brevetti, sostenere le certificazioni, i trial sperimentali, fornire assicurazioni, strumenti legali, agevolare il passaggio dalla scienza di base all'applicazione tecnologica. Le risorse finanziarie sono importanti ma serve un nuovo modello, un cambiamento di sistema». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

15 Ottobre 2021

Cipolletta (Febaf): «La finanza è motore della transizione, al lavoro con le imprese»

Il presidente della federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly’, il progetto lanciato con Borsa Italia e Forum per lo Sviluppo sostenibile Tutto il mondo della finanza è presente in prima linea per promuovere lo sviluppo sostenibile consapevole dell'importanza, anche competitiva di configurarsi come motore di questa transizione. Innocenzo Cipolletta, presidente di Febaf, la federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly', il progetto lanciato con Borsa Italiana e Forum per lo Sviluppo sostenibile. Ma anche del ruolo cruciale della finanza per promuovere una ripartenza solida e duratura. Parliamo di attenzione ai temi ambientali e della sostenibilità. A che punto sono le banche, le assicurazioni e le istituzioni finanziarie italiane? «L'attenzione non è nuova. Ci avviciniamo ormai ai 10 anni della 'Carta dell'Investimento Sostenibile e Responsabile della finanza italiana' promossa, sin dalla sua costituzione, da Febaf, in cui si indicavano i principi comuni: valorizzazione dei criteri Esg, trasparenza e ottica di medio-lungo periodo. Le imprese della finanza, da tempo, mettono in atto pratiche rispettose del trinomio Esg, aderendo volontariamente a codici e principi di responsabilità sovranazionali (come i principi delle Nazioni Unite), applicando linee guida relative ai prodotti come obbligazioni green, social e sostenibili, promuovendo la formazione delle proprie reti e la conoscenza da parte della propria clientela. Anche le realtà che si sono affacciate al tema della sostenibilità più di recente hanno già raggiunto una piena consapevolezza dell'importanza strategica di governare la transizione in atto e di configurarsi quale motore di sviluppo sostenibile, anche come fattore competitivo. Tutto il mondo della finanza italiana è presente in prima linea, ed ai tavoli di discussione, per promuovere uno sviluppo sostenibile». Servono dei cambiamenti, anche a livello normativo, per facilitare questo percorso verso una finanza sempre più sostenibile? «Quello che è maturato negli ultimi anni rispetto alla sostenibilità è da un lato l'attenzione mediatica – per effetto positivo dei movimenti di opinione ma anche purtroppo come riflesso dell'aumento di frequenza e intensità dei disastri naturali generati dal cambiamento climatico – e dall'altro proprio l'attenzione dei legislatori e regolatori che negli ultimi anni, in particolare a partire dall'Action plan della commissione europea del 2018, hanno creato un vero e proprio corpus normativo. Riteniamo sia di fondamentale importanza che venga garantita la piena coerenza tra tutte le discipline, in particolare tra la Taxonomy Regulation, la Corporate Sustainability Reporting Directive, la Sustainable Finance Disclosure Regulation, i lavori sugli standard di sostenibilità e le iniziative in materia di Corporate Governance Sostenibile. Ciò al fine di evitare potenziali sovrapposizioni nei requisiti normativi/di reportistica nonché disallineamenti temporali, che avrebbero l'effetto di moltiplicare gli oneri e la complessità a carico degli operatori finanziari. Sono inoltre cruciali: la disponibilità e accessibilità di dati chiari e comparabili delle aziende, l'introduzione di alcuni incentivi per l'adozione degli standard europei sui green bond, l'opportunità di valorizzare una finanza di transizione (transitional bonds e transitional loans), il principio di proporzionalità del quadro normativo, la necessaria partnership tra pubblico e privato. Da ultimo, è bene ribadire che sugli operatori finanziari non possono ricadere oneri e responsabilità che vanno oltre il proprio ruolo, imponendo obblighi e controllando abusi. Piuttosto crediamo nella necessità di lavorare con le imprese, e come Febaf ne siamo forti sostenitori e continuiamo a farlo». Per consolidare il ruolo attivo dell'Italia nella finanza sostenibile a livello globale, avete lanciato ESGeneration Italy, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile. Ce ne parla? «Uno degli aspetti che più possono contribuire allo sviluppo della finanza sostenibile riguarda la condivisione di analisi e di buone pratiche. Aderire a reti globali in questo senso è essenziale. ESGeneration Italy, presentato lo scorso primo ottobre, nasce anche per questo. Intendiamo essere presenti – come finanza sostenibile italiana - nei consessi globali come l'International Network of Financial Centres for Sustainability a cui abbiamo aderito. Il nostro impegno, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile, farà leva sulle esperienze specifiche di ciascuna organizzazione, non andando a sostituirsi a quanto singolarmente continueremo a fare, ma volendo piuttosto creare un moltiplicatore di energie e un punto di riferimento unico per i nostri partner globali. Il nostro gruppo promotore ha inteso dare l'avvio ad un ‘National Network for Global Sustainable Finance', rimanendo aperto alla collaborazione con altri soggetti in futuro». Una delle parole più usate in questa fase è ‘ripartenza' e i prossimi anni saranno decisivi per il Paese. Quale sarà il ruolo delle vostre associate? «In una parola? Sostenerla. Noi riteniamo che la finanza abbia un ruolo cruciale per promuovere una economia solida e una crescita del tessuto produttivo duratura. Lavoriamo – in tutte le sedi opportune, come il B20 a guida italiana appena concluso - per valorizzare e rafforzare il binomio finanza e imprese, certi che un adeguato accesso ai canali di finanziamento sia un fattore abilitante. Parlo di sostegno alla capitalizzazione delle imprese, di rafforzamento dei sistemi di garanzia per l'accesso al credito bancario, di miglioramento della partnership pubblico-privata, di potenziamento dei Pir ordinari e alternativi, di valorizzazione del risparmio previdenziale anche di matrice assicurativa, di supporto agli investimenti sostenibili e a quelli in infrastrutture. In questa fase di ripresa, dopo la crisi pandemica e grazie anche alle ingenti risorse dispiegate con il Pnrr, è ancora più pressante l'esigenza di lavorare su questi fronti assieme alle istituzioni che potrebbero predisporre adeguati incentivi, anche sul piano fiscale, per favorire questi processi. Il tutto, nel contesto europeo della capital markets union e della transizione digitale e sostenibile». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Abi: «Le banche sono in prima linea per la sostenibilità ma la responsabilità sia condivisa»

Il direttore generale, Giovanni Sabatini, parla del ruolo centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità ma chiede di non scaricare sulle banche un onere eccessivo (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le banche sono in prima linea per la sostenibilità e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione anche attraverso l'evoluzione dell'offerta degli strumenti finanziari. Ma occorre che la responsabilità sia condivisa perché non può essere scaricato sulle banche un onere eccessivo e sproporzionato. Lo indica il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. L'associazione che riunisce le banche italiane vede un ruolo sempre più centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità e assieme alla Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui requisiti minimi patrimoniali, un meccanismo che, a fronte di condizioni virtuose, consenta di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti. Da più parti c'è il richiamo a impegnarsi tutti verso un'economia più sostenibile. Qual è e quale può essere il contributo delle banche? «Le banche in Italia sostengono l'impegno delle istituzioni europee per lo sviluppo della Finanza Sostenibile. Sono chiamate a svolgere un importante ruolo di facilitatore verso una economia sostenibile sotto i profili ambientali, sociali e dei modelli di governance e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione, anche attraverso l'evoluzione dell'offerta di strumenti finanziari. Sul settore non può però ricadere un onere eccessivo e sproporzionato, non può essere scaricato sulle banche un impegno che deve essere di tutti. La mitigazione del cambiamento climatico, insieme alla spinta per uno sviluppo sempre più sostenibile, richiede infatti importanti politiche pubbliche anche per garantire una transizione equa e che non penalizzi e non lasci indietro nessuno. Il contesto in cui ci troviamo è tale da richiedere un forte coordinamento da parte delle istituzioni pubbliche non soltanto a livello nazionale, perché è dall'impulso delle politiche economiche e industriali che sarà impresso alla transizione che dipenderà la velocità di realizzazione e gli effetti che determinerà. L'Abi, direttamente e attraverso le posizioni della Federazione Bancaria Europea (EBF), ha rappresentato alle istituzioni nazionali ed europee il proprio supporto verso un modello economico sempre più sostenibile fornendo il suo contributo di riflessioni e proposte». Servono anche normative in grado di promuovere i percorsi virtuosi di transizione. L'Abi ha indicato che occorre rivedere i requisiti prudenziali di capitale incorporando anche gli obiettivi di sostenibilità. Cosa chiedete? «La trasformazione verso una economia più sostenibile deve essere supportata da una visione globale, che valorizzi la cooperazione tra settore pubblico e privato, e da normative in grado di promuovere e facilitare i percorsi virtuosi di transizione intrapresi da banche e imprese. Sulla tutela dell'ambiente e sul cambiamento climatico, come settore bancario, ci aspettiamo un quadro equilibrato, ambizioso e robusto, sotto il profilo legislativo e regolamentare, che definisca chiaramente ciò che possa essere considerato socialmente sostenibile nel fare impresa. Gli incentivi alla transizione verso nuovi modelli di business più sostenibili possono essere di varia natura, quali ad esempi quelli fiscali. In aggiunta, l'Abi con la Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui Requisiti minimi patrimoniali - il Sustainable Finance Supporting Factor - un meccanismo che, al ricorrere di determinate condizioni virtuose, consente di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti». Le banche italiane si dichiarano molto attente ai temi della sostenibilità. Che tipo di risposta riscontrate nelle vostre associate? «Dall'ultima rilevazione BusinEsSG, realizzata sulle Dichiarazioni non finanziarie pubblicate dalle banche nel 2020 rispetto alle attività svolte nel 2019, emerge quanto prontamente e proattivamente le banche stiano incorporando nei loro piani strategici le richieste di cambiamento verso un'economia sostenibile. Il quadro delle risposte è particolarmente rappresentativo, pari al 94% del totale attivo del settore. In particolare, secondo l'indagine, la formalizzazione di orientamenti strategici che includono i fattori ambientali, sociali e di gestione d'impresa nel piano industriale o con specifici piani di sostenibilità riguarda banche rappresentanti quasi il 66% del totale attivo del settore. Inoltre, banche pari a circa l'82% in termini di totale attivo di settore rendicontano iniziative coerenti con il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità dell'Agenda 2030 promossa dall'Onu. Le banche rappresentative del 76% circa del totale attivo del settore già rendicontano iniziative per promuovere la migliore gestione dei rischi delle imprese clienti correlati al cambiamento climatico». Come vede il futuro della finanza sostenibile nel nostro Paese? «Il settore finanziario sarà chiamato a svolgere un ruolo sempre più centrale nell'ambito della sostenibilità, questo in relazione sia agli obiettivi del Piano di ripresa economica dopo la pandemia da Covid che pone al centro ambiente e clima, sia nel finanziamento alle piccole e medie imprese che investiranno per migliorare le proprie performance in termini di sostenibilità. Rispetto al Pnrr, le grandi e medie opere meritevoli dal punto di vista ambientale e climatico dovranno essere individuate ex ante dalle Pubbliche Amministrazioni,in coerenza anche con la Tassonomia definita a livello europeo ed è necessario un quadro giuridico certo che elimini i cosiddetti rischi amministrativi. Sul versante delle pmi il ruolo delle Associazioni di categoria delle imprese non finanziarie è fondamentale per supportare la diffusione della consapevolezza e stimolare rendicontazioni strutturate e coerenti con gli standard». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Sella: «Banche abilitatori di sostenibilità, noi raggiunto il target di impatto zero»

Il ceo del gruppo, Pietro Sella parla del traguardo, annunciato oggi, della 'carbon neutrality' e del ruolo primario in un percorso sostenibile La sostenibilità per un'impresa è una condizione necessaria e i risultati economici non possono essere disgiunti dall'impatto positivo su comunità e ambiente. Per Pietro Sella, ceo del Gruppo Sella, le banche e la finanza hanno un ruolo primario, di ‘abilitatori della sostenibilità'. Un ruolo condiviso dal gruppo, tra i primi del settore bancario italiano ad aver raggiunto, come appena annunciato, la cosiddetta ‘carbon neutrality', in anticipo sui target, e con un impegno che continua con l'adesione al progetto "Impatto Zero" di LifeGate. Un percorso, aggiunge Sella in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, che non può prescindere dall'innovazione. Un connubio, quello tra sostenibilità e innovazione imprescindibile e che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Qual è il ruolo che le banche e la finanza possono avere per la sostenibilità? «La sostenibilità, specie quella ambientale, è una priorità per tutti, senza la quale non c'è futuro. Per un'impresa si tratta di una condizione necessaria, poiché senza sostenibilità non vi sarà alcun business in futuro. I risultati economici, quindi, non possono essere disgiunti dall'impatto positivo sulla comunità e sull'ambiente e dobbiamo fare in modo che lo sviluppo dell'economia – che in questo periodo sta vivendo una buona ripresa – sia duraturo, equo, inclusivo e appunto sostenibile. Oggi finalmente c'è consapevolezza di questa priorità, grazie a dati e fatti che dimostrano in modo inequivocabile che senza una decisa inversione di rotta, fattori critici come il depauperamento delle risorse del pianeta e il riscaldamento globale ci porteranno al disastro. In questo quadro, le banche e la finanza hanno un ruolo importante, come 'abilitatori di sostenibilità'. Esse possono supportare e favorire investimenti e progetti, propri e dei propri clienti, che creano valore per l'intera società e promuovono la transizione verso attività economiche e comportamenti a impatto Esg positivo. Farlo è un dovere, ma anche una opportunità da cogliere a vantaggio di tutti». Cosa significa essere sostenibili per il gruppo Sella e cosa state facendo concretamente? «Abbiamo avviato un "progetto sostenibilità" con l'obiettivo di migliorare costantemente le nostre performance sociali e ambientali e promuovere un'economia sostenibile. Ovviamente si tratta di un processo in divenire, perché perseguire la sostenibilità vuol dire anche ricercare, apprendere, implementare e migliorare continuamente. Il primo passo, per una questione di coerenza, è stato agire su noi stessi, sui nostri comportamenti e sul nostro footprint. Abbiamo per prima cosa messo in cantiere e raggiunto un obiettivo importante, azzerando l'impatto delle nostre emissioni di CO2 in anticipo rispetto al piano fissato per il 2024. Grazie a questa iniziativa siamo tra i primi gruppi del settore bancario italiano a raggiungere la cosiddetta "carbon neutrality". Per farlo siamo partiti dal calcolo e dall'analisi delle nostre emissioni di CO2 prodotte nel 2019, prima della pandemia, e abbiamo avviato da un lato un percorso triennale di riduzione del nostro impatto ambientale e dall'altro l'immediata compensazione delle emissioni esistenti. Tale compensazione è stata ottenuta finanziando progetti internazionali di assorbimento di CO2, di tutela ambientale, di economia circolare e di supporto alle comunità locali. In collaborazione con il progetto "Impatto Zero" di LifeGate, abbiamo individuato tre iniziative in Europa, Africa e America centrale, certificate da enti internazionali. Ovviamente questo offsetting non sarà un motivo per non continuare e ridurre alla fonte la nostra impronta. Inoltre, una volta agito su noi stessi, il nostro obiettivo è di supportare i nostri clienti, sia per i loro investimenti, sia nel finanziare i loro progetti, nel percorrere lo stesso cammino». E quali sono le iniziative di mitigazione che avete realizzato? «Da diversi anni abbiamo intrapreso molte iniziative. Tra le più significative c'è il fatto che la totalità dell'energia elettrica utilizzata dal nostro gruppo in Italia deriva da fonti rinnovabili certificate e contribuiamo al nostro fabbisogno energetico con 17 impianti fotovoltaici installati in sedi e succursali. Puntiamo poi sulla formazione delle persone, per contribuire a promuovere idee e comportamenti virtuosi. Abbiamo in programma di proseguire questo percorso anche attraverso altre iniziative, per integrare sempre di più la sostenibilità nella cultura aziendale e nel nostro operato. Per stimolare comportamenti migliori, inoltre, stiamo integrando gli indicatori di business con parametri in grado di dare informazioni sull'effettivo contributo alla sostenibilità delle iniziative intraprese». Si parla tanto del binomio tra sostenibilità e innovazione: che ruolo può giocare quest'ultima, di cui Sella è da sempre uno dei promotori? «È un connubio imprescindibile, perché si tratta di due grandi trasformazioni e transizioni, che la pandemia ha ulteriormente accelerato, che convergono su un obiettivo comune: contribuire alla realizzazione di un ecosistema finanziario aperto e innovativo che rappresenta una spinta per lo sviluppo sostenibile e inclusivo dell'economia e della società. Crediamo che l'innovazione, se gestita correttamente e consapevolmente, possa aiutare molto la sostenibilità sotto tutti i suoi profili, dall'ambiente all'inclusione. Stiamo vivendo un momento di grandi trasformazioni, di discontinuità, che offre anche grandi opportunità. Studi recenti dimostrano che il digitale può abbattere di diversi punti le emissioni di CO2, che le aziende digitalizzate sono più produttive di quelle che ancora non hanno attuato questa trasformazione e che le nuove soluzioni sono un volano di inclusività e pari opportunità». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021