News & Insight | Luiss Business School - School of Management
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07 Dicembre 2021

Sistemi software e hardware per l’agricoltura di precisione e l’analisi dei modelli economici

Acronimo: Smart Agri Tools Durata del Progetto: 24 mesi Inizio progetto: 22 luglio 2021 Termine progetto: 21 luglio 2023 Partners del progetto: Luiss Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli – Luiss Business SchoolUniversità della Tuscia DIBAF - Dipartimento per l'innovazione nei sistemi biologici agroalimentari e forestali Gruppo di ricerca: LUISS: Gianluca Fabbri (Coordinatore Tecnico Scientifico), Simone CavalliniDIBAF – Tuscia: Mauro Maesano, Elena Brunori Il progetto è svolto dal Gruppo di Ricerca costituito dal seguente Team di lavoro: Gianluca Fabbri (Coordinatore Tecnico Scientifico del progetto) e Simone Cavallini per la Luiss Business School e da Elena Brunori e Mauro Maesano per il DIBAF. Descrizione sintetica del progetto La Luiss Business School e l’Università della Tuscia sono partner del progetto SmartAgriTools finanziato nel quadro del bando regionale Gruppi di ricerca 2020 - POR FESR Lazio 2014-2020. Il progetto vede la costituzione di un gruppo di ricerca, costituito da ricercatori della Luiss e dell’Università della Tuscia, per lo studio e la dimostrazione di sistemi software e hardware per l’agricoltura di precisione e l’analisi di modelli economici. Le due università hanno firmato un accordo di collaborazione che mira a svolgere attività in maniera congiunta per valorizzare risultati ottenuti da precedenti attività di ricerca con il fine di dimostrare in ambienti operativi soluzioni per l’agricoltura di precisione. Le attività previste nel progetto consentiranno di aumentare il livello di maturità tecnologica di prototipi per l’agricoltura di precisione precedentemente sviluppati, validandone e dimostrandone l’utilizzo in ambienti reali. Per le attività del gruppo di ricerca sono disponibili i prototipi di una piattaforma in via di sviluppo composta da una componente terrestre, da un aeromobile a pilotaggio remoto e da una stazione di controllo a terra equipaggiata da sensori innovativi volti a definire caratteri qualitativi e quantitativi della produzione viticola ed applicabili ed esportabili anche ad altre coltivazioni agrarie. Durante il progetto i prototipi disponibili verranno integrati in un nuovo sistema prototipale che verrà implementato con nuove soluzioni sensoristiche introdotte nel sistema di monitoraggio a terra. Per motivare il concreto interesse di stakeholders e imprese a partecipare al successivo completamento dello sviluppo della ricerca, della validazione e della dimostrazione dell’innovazione è prevista la realizzazione una piattaforma on line di comunicazione e disseminazione dei risultati integrata con un tool informatico. Sostegno finanziario ricevuto: Contributo totale: 147.657,82€   Contributo Luiss Business School: 103.577,82€   Contributo Tuscia-DIBAF: 44.080,00€   Il progetto è cofinanziato con i fondi del POR-FESR 2014/2020 della Regione Lazio, a valere sull’Avviso Pubblico Gruppi di ricerca 2020 - POR FESR Lazio 2014-2020 approvato con Det n. 19 luglio 2020 n. G08487. 7/12/2021

03 Dicembre 2021

Talks on Marketing Leadership: How to Build a Career in Marketing

Giovedì 16 dicembre a partire dalle ore 18.00 sarà possibile partecipare virtualmente al webinar, tenuto in lingua inglese, organizzato dalla Luiss Business School in collaborazione con l’associazione P&G Alumni Italia. Durante l’evento sarà presentata la prossima edizione dell’Executive Master in Marketing con Major in Marketing Management in partenza a Roma il 21 gennaio 2022. Il tema del webinar L’evento digitale sarà un’occasione di approfondimento e confronto con esperti dell’area Marketing provenienti dal mondo accademico e corporate. In particolare, i guest speaker dell’associazione P&G Alumni, percorrendo i propri percorsi di crescita professionale e personale, discuteranno di come una formazione manageriale di alto profilo può contribuire positivamente allo sviluppo di competenze specialistiche e trasversali utili per una progressione di carriera nell’area Marketing. Speaker Marco Francesco Mazzù, Scientific Director Executive Master in Marketing Management, Luiss Business SchoolMarzia Mastrogiacomo, Member, P&G Alumni & former Senior Vice President, LottomaticaChiara Occulti, Vice President, P&G Alumni & former Chief Marketing Officer, Luxottica I partecipanti connessi al webinar potranno interagire attivamente durante una sessione Q&A in cui gli speaker risponderanno a tutte le domande e curiosità. Lo Staff Luiss Business School sarà presente per fornire ulteriori dettagli sull’Executive Master, le modalità d’iscrizione, le borse di studio e tanto altro.  REGISTRATI 3/12/2021

02 Dicembre 2021

Sport equestri: un ecosistema chiave per la ripresa economica

Presentato a Villa Blanca lo studio “Il Cavallo Vincente”, nato dalla collaborazione Luiss Business School FISE – Federazione Italiana Sport Equestri Un ecosistema complesso che vale quasi 3 miliardi di euro: è questa la dimensione economica degli sport equestri in Italia secondo i dati della ricerca “Il Cavallo Vincente”, realizzato in collaborazione con la Luiss Business School e la FISE, Federazione Italiana Sport Equestri. I numeri sono stati presentati il 1° dicembre nella sede di Villa Blanc, a Roma, coinvolgendo alcune delle voci più forti del mondo dello sport come Giovanni Malagò, Presidente del CONI, e Valentina Vezzali, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Sport. Il cavallo vincente: i numeri dello studio Lo studio “Il Cavallo Vincente” ha sfruttato i dati raccolti sia dalla somministrazione di questionari ad alcuni circoli equestri italiani sia da fonti Fise e studi stranieri. È emerso che la spesa annuale generata dai praticanti dell'equitazione sportiva attraverso tutte le attività, dirette e indirette collegate a questa disciplina, rivolta verso il sistema economico nazionale, è stimata in circa 1.715 milioni di euro. L'impatto complessivo del sistema equitazione sul Pil è compreso tra i 2,3 miliardi di euro e più di 3 miliardi, cifre che, viste in relazione all'occupazione, raccontano un settore capace di impiegare dalle 25 mila alle 35 mila persone. «I dati sono significativi perché il sistema dell'equitazione dà vita a una filiera molto lunga, ampia, che coinvolge una serie di produzione e servizi articolati – ha spiegato Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School – È un ecosistema complesso: capire come favorire il suo sviluppo organizzativo, anche attraverso politiche pubbliche e industriali, significa cogliere grandi opportunità di sviluppo economico, oltre a rispondere a una domanda crescente di chi vuole praticare questo sport». La pandemia ha orientato molte persone verso gli sport equestri perché praticati in contesti sicuri e green. «Il Covid ha offerto l'occasione di riscoprire gli sporti equestri – ha sottolineato Giovanni Malagò – perché l'equitazione è uno sport in cui sei davvero solo». Ma già in passato il Touring Club metteva in luce l'esistenza di 3 milioni di appassionati che almeno alcuni weekend all'anno frequentano ippovie, agriturismi in cui cavalcare e rilassarsi, in una tensione continua di ricerca del contatto con la natura. In più, gli sport equestri sono inclusivi a livello generazionale e di genere, stimolando un'aggregazione sociale positiva rispetto ad altri sport. Il valore dell'intera galassia sportiva in Italia «Lo sport è un universo complesso, divenuto negli ultimi anni la sesta industria del paese, con un ruolo sociale ed economico di primissimo piano – ha dichiarato Valentina Vezzali – Gli addetti ai lavori in Italia nel mondo dello sport sono oltre 100mila e circa 35 mila le imprese attive. Il fatturato del settore è vicino ai 14 miliardi di euro di fatturato, e l'Italia è il secondo paese in Europa per export prodotti sportivi. Tutto il settore sportivo genera un Pil che sfiora il 2%, per complessivi 30 miliardi di euro, una cifra che raddoppia se si considera anche l'indotto». Ma lo sviluppo economico dello sport, uno dei settori più penalizzati dalla pandemia, ha bisogno di una «vicinanza concreta dalle istituzioni. Il governo in questo periodo difficile ha sostenuto e supportato lo sport con investimenti diretti che superano i 2 miliardi di euro, ma non basta. Servono anche riforme come quella del lavoro sportivo, che presenteremo a breve. Servono scelte importanti: serve rivendicare il ruolo che questo settore deve avere nel nostro paese. Per farlo, ognuno deve contribuire facendo la propria parte. Oggi la Luiss Business School e la Fise, con questo studio, hanno dato un contributo molto importante». Sport: prospettive future Vezzali ha messo a fuoco alcuni passaggi chiave da compiere per far sì che l'intero sistema economico legato alle attività sportive diventi leva economica, sociale e culturale per l'Italia. «La pratica sportiva richiede competenze professionali perché servono figure specializzate nei settori tecnici: allenatori, fisioterapisti, medici. Ma necessita anche di infrastrutture perché richiede luoghi e attrezzature ad hoc. Ed è anche per queste ragioni che lo sport necessita di investimenti economici non trascurabili e sono certa che le risorse del Pnrr ci aiuteranno a migliorare le condizioni degli impianti, a quantificarne la classe energetica e a dotarli di tecnologie. Lo sport, infatti, può stimolare e accelerare l'innovazione tecnologica, affinché si possano migliorare le prestazioni con lo scambio di buone pratiche, esperienze e ricerca». A farle eco, anche Marco Di Paola, Presidente FISE: «Lo sport oggi è un vero e proprio percorso formativo per le giovani generazioni e un momento dedicato al benessere psico-fisico di tanti adulti che influenza gli stili di vita della società contemporanea». La ricerca dimostra che gli sport equestri non sono solo un'attività sportiva, ma anche un importante strumento di rilancio economico. Gli sport equestri sono molto presenti, dal vertice olimpico fino ad attività terapeutiche, passando per il turismo. Ora bisogna prendere una tradizione e portarla nel futuro: l'obiettivo è far sì che si sviluppi in modo vivace e dinamico, affiancando agli appassionati persone ancora non attive alla ricerca di un'offerta sportiva che li avvicini alla natura e al mondo animale. In più, non bisogna limitare lo sport a un primato o a una vittoria, limitandolo alla filiera che rappresenta, ma è necessario portarlo nell'economia reale. I relatori che hanno presenziato alla presentazione della ricerca “Il Cavallo Vincente” sono: Valentina Vezzali, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Sport, Giovanni Malagò, Presidente del CONI, Marco Di Paola, Presidente FISE, Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School, Anna Gatti, Consigliere Intesa Sanpaolo, Simone Perillo, Segretario Generale FISE, Giovanni Mantovani, Direttore Generale Verona Fiere S.P.A, Fabio Schiavolin, AD Snaitech, Diego Nepi Molineris, Direttore Generale Sport e Salute Spa, Roberto Tavani, Presidenza Regione Lazio Delega allo Sport, Alessandro Onorato, Assessore al Turismo, Grandi Eventi e Sport per il Comune di Roma, e altri ospiti d’eccezione. RASSEGNA STAMPA AdnKronos, Studio Fise-Luiss, sport equestri risorsa Paese con ricadute da 2,3 a 3 mld sul PilCorriere dello Sport, Equitazione impatto forte sul nostro PilIl Messaggero, L'impatto sul Pil degli sport equestriIl Sole 24 Ore, Sport equestri, la filiera produttiva vale oltre 3 miliardi di euro all'annoIl Tempo, Dal movimento fino a 3 miliardi sul Pil nazionaleLa Repubblica, Un "cavallo" da tre miliardi: l'impatto degli sport equestri sull'economia italianaLa Repubblica (video), Un "cavallo" da tre miliardi: l'impatto degli sport equestri sull'economia italianaLeggo, Sport equestri, tre miliardi di euro e occupazioneNazione - Carlino - Giorno, Tre miliardi e trentamila posti di lavoro. Ecco l'indotto degli sport equestriTuttosport, Dagli sport equestri 3 miliardi di ricadute 2/12/2021

05 Novembre 2021

Part-time MBA – Open Day

L'Open Day è l’evento di orientamento on-campus dedicato al Part-time MBA, il master in business administration in lingua inglese, dedicato a professionisti che desiderano acquisire nuove competenze manageriali e di leadership, senza interrompere il proprio percorso professionale. Durante l’evento, i partecipanti potranno approfondire insieme al Direttore Scientifico, l’Academic Coordinator, un career advisor e un coach la struttura e i servizi della prossima edizione del programma, in partenza a Roma il 7 aprile 2022, costruito intorno ai concetti di personalizzazione, business impact e innovazione. Una Masterclass in Corporate Finance fornirà un’anticipazione della metodologia didattica usata nelle aule MBA e della Faculty d’eccellenza della Luiss Business School. QUANDO: 20 novembre 2021 a partire dalle ore 10.00  DOVE: Luiss Business School, Campus Villa Blanc, Via Nomentana 216, 00162 Roma Registrati AGENDA e SPEAKER: 10.00 – 10.20 | Presentazione Part-time MBA: Alessandra Perri, Direttore Scientifico Part-time MBA Rome10.20 – 10.40 | Presentazione Attività Trasversali: Maria Isabella Leone, Academic Coordinator MBA11.00 – 11.45 | Masterclass in Corporate Strategy: Edoardo Palmisani, MD & Partner, The Boston Consulting Group12.00 – 12.30 | Presentazione servizi di Career Advisory12.30 – 13.00 | Presentazione servizi di Coaching L’evento è gratuito e si svolgerà dalle ore 10:00 alle ore 13:00. Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all'evento è richiesta la certificazione Verde (green pass). La registrazione è necessaria. Nella tutela di tutti i partecipanti si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. Registrati 11/5/2021

27 Ottobre 2021

Analisi della proposta di Regolamento ‘Digital Services Act’ sotto il profilo della protezione dei diritti di Proprietà Industriale

In occasione della Settimana Anticontraffazione 2021, si terrà domani 28 ottobre a partire dalle ore 10.00 il webinar “Un’analisi della proposta di regolamento ‘Digital Services Act’ sotto il profilo della protezione dei diritti della Proprietà Industriale”, organizzato da DGTPI-UIBM del MiSE in collaborazione con Luiss Business School.  Durante il webinar sarà presentato il rapporto realizzato dall’Università Luiss per UIBM, sull’impatto della proposta di Regolamento “Digital Services Act” della Commissione Europea, a partire dalla disamina del quadro regolamentare vigente. Il webinar permetterà di approfondire le disposizioni più innovative e rilevanti contenute nella proposta, in tema di tutela della Proprietà Industriale online, evidenziando le principali questioni aperte e le possibili ricadute sul sistema delle imprese.  AGENDA  Ore 10:00  Saluti istituzionali  Anna Ascani, Deputata e Sottosegretaria, MiSE  Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean per l’Internazionalizzazione, Luiss Business School  Presentazione del Rapporto  Maria Isabella Leone, Professoressa associata, Direttrice Master Open Innovation & IP, Luiss Business School Silvia Scalzini, Ricercatrice, Università di Parma; collaboratrice, Luiss Business School  Ore 11:00  Interventi  Valeria Falce, Professore ordinario di Diritto dell’economia, Università Europea di Roma Luca Vespignani, Segretario Generale Fimi, DCP Daniele Vaccarino, Presidente, CNA Antonio Matonti, Direttore Affari Legislativi, Confindustria Bianca Terracciano, Direzione Servizi Digitali, AGCOM  SEGUI LA DIRETTA 27/10/2021

25 Ottobre 2021

Mangia’s Resorts e Luiss Business School insieme per il Major in Tourism Management

Nasce la borsa di studio “Antonio Mangia”, in omaggio al fondatore del Gruppo Aeroviaggi Spa Una borsa di studio per giovani brillanti che vogliono intraprendere una carriera internazionale in ambito turistico e l’avvio di tirocini per gli allievi più meritevoli. Sono questi i pilastri su cui si fonda la partnership strategica siglata da Aeroviaggi S.p.A. - prima catena alberghiera italiana per room market share di proprietà nel 2019 e seconda catena italiana specializzata in località di mare (Sun & Beach1 Destinations), proprietaria del brand globale MANGIA'S Resorts - e Luiss Business School che vede la collaborazione in esclusiva nell’ambito del Major in Tourism Management. Nel Major, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, MANGIA’S Resorts e Luiss Business School cooperano in maniera sinergica per raggiungere un obiettivo comune, quello della formazione di giovani eccellenze in grado di orientarsi in un mondo rinnovato, nel nuovo contesto di new normal. Nell’ambito della partnership, MANGIA’S Resorts collabora con Luiss Business School alla Challenge conclusiva del major: un vero e proprio banco di prova che permette agli studenti di confrontarsi, già in aula, con la realtà concreta dell’azienda; si tratta di un momento per testare competenze, capacità, attitudini e conoscenze apprese sul campo durante il percorso formativo. Inoltre, MANGIA’S Resorts contribuisce attivamente all’inserimento nel mercato del lavoro con l’avvio di tirocini per gli allievi più meritevoli. Gli stage saranno svolti nei 14 esclusivi resorts & clubs della Collection Aeroviaggi sotto lo sguardo attento dei tutor, con l’obiettivo dell’inserimento all’interno del Gruppo. La partnership, che vede l’istituzione della borsa di studio “Antonio Mangia” in nome e in onore del fondatore emerito di Aeroviaggi Antonio Mangia, testimonia l’attenzione attiva del Gruppo verso i giovani, i valori della formazione e il mecenatismo che permea la storia del brand. “Siamo orgogliosi di avviare questa partnership con Luiss Business School, un’istituzione nel campo della formazione universitaria, con cui condividiamo approccio e valori” - ha commentato Marcello Mangia, Presidente del Gruppo Aeroviaggi S.p.A. “In continuità con l’esempio di nostro padre Antonio Mangia e coerentemente con la missione della Fondazione Antonio Mangia, puntiamo sui giovani e condividiamo con Luiss Business School l’obiettivo di formare talenti e prepararli alle nuove professioni e alle nuove sfide che caratterizzeranno il comparto turistico mondiale nei prossimi anni” – ha affermato Giuseppe Mangia, Presidente della Fondazione Antonio Mangia. “La collaborazione con Luiss Business School rappresenta un altro traguardo nel percorso di crescita e sviluppo internazionale del brand MANGIA’S. Per il 2022, formeremo i giovani, riporteremo in Italia professionisti di talento e diventeremo un esempio di inclusione per il nostro mercato. La Borsa di studio Antonio Mangia è l’inizio di un progetto lungo e ambizioso” – ha dichiarato Luca Di Persio, Global CMO & Revenue Director di Mangia’s Resorts. “Con il major in Tourism Management ci poniamo obiettivi ambiziosi. La partnership con le eccellenze del settore, quali quella con MANGIA’S Resorts, non può che essere un volano per la nostra mission: creare competenze specialistiche, in linea con le esigenze del mondo contemporaneo, e fornire gli strumenti più utili e innovativi per affrontare le sfide che caratterizzano i vari settori”: così Luca Pirolo, Head Area Master, Luiss Business School. 25/10/2021

20 Ottobre 2021

La spesa sanitaria come investimento

Ripensare la sanità non più come un costo, ma come un investimento volto a rafforzare l'uso della tecnologia, per migliorare la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento delle malattie. Ne discuteremo il 26 ottobre durante il webinar organizzato dall’Osservatorio Welfare Luiss Business School, in collaborazione con #VITA (Valore e Innovazione delle Terapie Avanzate). Iscriviti!  Un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, dell'università e della società civile, per discutere su un nuovo approccio alla spesa sanitaria, con particolare riferimento alle terapie avanzate. In un contesto come quello attuale in cui accedere a cure innovative è sempre più centrale per un numero crescente di pazienti, è fondamentale ripensare le regole contabili alla base dei sistemi sanitari, nell'ottica di una prospettiva sociale più ampia e per una nuova sostenibilità economica.  AGENDA  16:45 Registrazione e welcome coffee 17:00 Saluti istituzionaliMatteo Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business SchoolAnnamaria Parente, Presidente Commissione Igiene e sanità, Senato della RepubblicaGiovanni Leonardi, Segretario generale, Ministero della Salute 17:30   Tavola Rotonda: Gli investimenti in sanitàCoordina Enzo Peruffo, Associate Dean for Education, Luiss Business SchoolIntervengono:Americo Cicchetti, Direttore, ALTEMS - Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi SanitariAnna Lisa Mandorino, Segretaria generale, CittadinanzattivaMauro Marè, Direttore Osservatorio sul Welfare, Luiss Business SchoolNarciso Mostarda, Commissario straordinario, ASL Roma 6*Fabio Pammolli, Professore ordinario Economia e Management, Politecnico di Milano 18:30   Tavola Rotonda: Le regole contabili e le ATMP come spese di investimentoCoordina Mauro Marè, Direttore Osservatorio sul Welfare, Luiss Business SchoolIntervengono:Giorgio Alleva, Professore ordinario Scienze Statistiche, Università La Sapienza di RomaOn. Vanessa Cattoi, Membro Commissione bilancio, Camera dei DeputatiRenato Loiero, Direttore Servizio bilancio, Senato della RepubblicaOn. Daniele Manca, Membro Commissione bilancio, Senato della Repubblica 19:00   ConclusioniGiuliano Amato, Vice Presidente, Corte Costituzionale *tbc Il webinar è gratuito, per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 20/10/2021  

12 Ottobre 2021

Alumni Talk – Executive Education

Giovedì 21 ottobre a partire dalle ore 18.00 laLuiss Business School ti invita a partecipare virtualmente all’Alumni Talk che vedrà la partecipazione di due ex allievi dei Programmi Executive in Digital Marketing e Food & Beverage Management. I nostri Alumni racconteranno la loro esperienza di studio presso il Milano Luiss Hub e l’impatto che i due programmi hanno generato sui loro percorsi professionali e personali. Sarà inoltre possibile interagire in un Q&A durante il quale risponderanno a tutte le domande e curiosità dei partecipanti connessi. Saranno presenti i nostri ex studenti: Roberta Boggian - F&B Supervisor – Aman Venice ed ex allieva dell’Executive Programme in Food & Beverage ManagementMarco Del Carro - Regional Sales Manager – Swatch Group ed ex allievo dell’Executive Programme in Digital Marketing È possibile scegliere il programma di interesse per il quale si desidera ricevere informazioni direttamente dai nostri Alumni e partecipare nello slot orario dedicato. 18.00 – 19.00 – Executive Programme in Digital Marketing. Il programma part-time weekend con l’obiettivo di fornire le competenze per ideare campagne di digital marketing efficaci e approfondire gli aspetti strategici e metodologici utili nel mercato digitale. Prossima edizione in partenza a Milano il 26 novembre 2021. 19.00 – 20.00 – Executive Programme in Food & Beverage Management. Il programma per professionisti che desiderano approfondire le proprie conoscenze dell’industria agroalimentare e imparare a cogliere le sfide che derivano dalla rivoluzione digitale e richiedono figure con una nuova visione e solide competenze manageriali. Prossima edizione in partenza a Milano il 9 novembre 2021. Durante il Webinar, lo Staff Luiss Business School sarà presente per fornire ulteriori dettagli sui programmi, le modalità d’iscrizione, e tanto altro.  REGISTRATI 12/10/2021

09 Ottobre 2021

The transition of Italian companies to circular economy and the digital platform for their internationalization

Sullo sfondo del G20 Innovation League in diretta da Sorrento, la Luiss Business School propone una lettura delle competitività internazionale delle imprese del Paese, che coniuga economia circolare e innovazione digitale. Il webinar “The transition of Italian companies to circular economy and the digital platform for their internationalization” – che si terrà sabato 9 ottobre 2021 alle ore 17:00 – sarà l’occasione per presentare il progetto di una piattaforma digitale che favorirà lo sviluppo internazionale delle imprese impegnate nella transizione circolare, e la loro integrazione in reti di filiera. L’iniziativa, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con la collaborazione dell’Agenzia ICE, sarà coordinata dal prof. Matteo Caroli, Associate Dean for internazionalization Luiss Business School, e realizzata da un gruppo di esperti del Politecnico di Torino e quello di Bari, delle Università Cattolica di Milano e dell’Università Federico II di Napoli. L’incontro sarà anche l’occasione per presentare le prime evidenze sulle eccellenze italiane nelle filiere, aggregare tutti gli attori interessati nelle future fasi realizzative del progetto, e condividere possibili iniziative di divulgazione anche su scala internazionale dell’eccellenza italiana nell’economia circolare. Per partecipare al webinar è necessaria la registrazione.  AGENDA 5.00 pm     The strategic objectives of the platform for the internationalization of circular Italian companies and ICE’s commitmentCarlo Maria Ferro, President, ICE5.15 pm     First evidence and next activities for the digital platform to support the internationalization of Italian “circular companies”Matteo Caroli, Associate Dean for internationalization, Luiss Business School5.40 pm     Issues and opportunities for the internationalization of circular Italian companiesMauro Alfonso, CEO, SIMESTIvano Vacondio, President, FederalimentarePaola Marone, President, FedercostruzioniMario Bonaccorso, General Manager, SPRINGMarco Bellezza, CEO, InfratelLuca Meini, Head Circular Economy, EnelGiovanni Caprino, Presidente, BIG – Cluster Tecnologico Nazionale “Blue Italian Growth”Letizia Magaldi, Presidente AEMI – Associazione Economica del Messico in ItaliaGian Luca Gregori, Rettore Università Politecnica delle Marche6.50 pm      ConclusionsStefano Buffagni, member of Foreign Affairs Commission, Italian Parliament REGISTRATI 9/10/2021

08 Ottobre 2021

Leadership in Action - Masterclass

La Luiss Business School ti invita a partecipare alla Masterclass dedicata al tema Leadership in Action. QUANDO: 14 ottobre dalle 18.30 alle 20.00 DOVE: Milano Luiss Hub, Via Massimo D’Azeglio 3 Il tema della Masterclass La Masterclass permetterà ai partecipanti di migliorare le proprie capacità di leadership applicate al contesto in cui vivono e lavorano e alla propria sfera di responsabilità.  Durante la Masterclass, i partecipanti, attraverso una metodologia di apprendimento esperienziale, potranno allenare alcune dimensioni comportamentali, emotive e mentali della leadership. In una simulazione di volo, i partecipanti sperimenteranno concretamente una sfida di leadership di contesti organizzativi complessi, basata su: •    il modo per supportare e favorire l’evoluzione dei comportamenti propri e dei collaboratori attraverso processi di apprendimento; •    la leadership execution come sequenza di briefing-azione-debriefing condotta attraverso le conversazioni difficili; •    la capacità di creare e sostenere connessioni come fondamento per la leadership. Speaker Andrea Montefusco, Lecturer in HR, Organization & Leadership, Luiss Business School Al termine della Masterclass si terrà una sessione di Q&A con i coordinatori didattici dedicata all’approfondimento dei programmi MBA & Executive Education in partenza a Milano nell’Autunno 2021: Sviluppo Manageriale (5 novembre 2021)Part-time MBA Milan (12 novembre 2021)Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane (12 novembre 2021) REGISTRATI   Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all'evento è richiesta la certificazione Verde (green pass). La registrazione è necessaria. Nella tutela di tutti i partecipanti si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. 8/10/2021

07 Ottobre 2021

ELIS Ceo meeting

Una Bussola per orientarsi nel Nuovo Mondo. Un Timone per non perdere la rotta Per orientarsi e navigare verso un Mondo Nuovo, la CEO Business Community di ELIS ha promosso una riflessione sui valori e i comportamenti che ciascuno si impegna ad agire a beneficio di tutti. Appuntamento al 13 ottobre 2021 ore 15.30. Per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI AGENDA 15:30   La terza missione dell’università Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School 15:40   Dal “Sistema Scuola Impresa” alla “Alleanza Scuola Impresa”: un Liceo a rete per ricucire il divario NORD-SUD. Presentazione del programma di Presidenza Snam  Apertura  La voce delle studentesse e degli studentiRiccarda Zezza, CEO, Lifeed e Responsabile dello Youth Advisory Board Mente, Cuore e Corpo insieme: la nuova sfida della ScuolaDaniela Lucangeli, Docente Università di Padova Imprese e Università al servizio della Trasformazione della ScuolaMarco Alverà, CEO Snam e Presidente, Comunità Consortile ELIS  Interventi dei CEO  Durante l’incontro interverrà Patrizio Bianchi, Ministro Pubblica Istruzione  17:00   Break  17:30   Saluto ai Pionieri delle Palestre Relazionali del programma di Presidenza di NTT Data “Smart Alliance”: sperimentare la terza via tra ufficio e lavoro da casa (in collegamento da Milano, Roma, Napoli, Catania, Trapani) Interviene: Walter Ruffinoni, Amministratore Delegato, NTT Data Italia e EMEA 17:45    Il valore sociale (social impact) creato dal programma di Presidenza di Generali Italia “Mindset Revolution”  Apertura L’impatto sociale di una comunità di imprese Leonardo Becchetti, Economista e Docente, Università Roma Torvergata Perché investire sulle persone genera valore per l’impresa e per tutto il sistemaMarco Sesana, Country Manager & CEO, Generali Italia and Global Business Lines Generali Italia Interventi dei CEO 19:30    Termine incontro 7/10/2021

02 Dicembre 2021

Sport equestri: un ecosistema chiave per la ripresa economica

Presentato a Villa Blanca lo studio “Il Cavallo Vincente”, nato dalla collaborazione Luiss Business School FISE – Federazione Italiana Sport Equestri Un ecosistema complesso che vale quasi 3 miliardi di euro: è questa la dimensione economica degli sport equestri in Italia secondo i dati della ricerca “Il Cavallo Vincente”, realizzato in collaborazione con la Luiss Business School e la FISE, Federazione Italiana Sport Equestri. I numeri sono stati presentati il 1° dicembre nella sede di Villa Blanc, a Roma, coinvolgendo alcune delle voci più forti del mondo dello sport come Giovanni Malagò, Presidente del CONI, e Valentina Vezzali, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Sport. Il cavallo vincente: i numeri dello studio Lo studio “Il Cavallo Vincente” ha sfruttato i dati raccolti sia dalla somministrazione di questionari ad alcuni circoli equestri italiani sia da fonti Fise e studi stranieri. È emerso che la spesa annuale generata dai praticanti dell'equitazione sportiva attraverso tutte le attività, dirette e indirette collegate a questa disciplina, rivolta verso il sistema economico nazionale, è stimata in circa 1.715 milioni di euro. L'impatto complessivo del sistema equitazione sul Pil è compreso tra i 2,3 miliardi di euro e più di 3 miliardi, cifre che, viste in relazione all'occupazione, raccontano un settore capace di impiegare dalle 25 mila alle 35 mila persone. «I dati sono significativi perché il sistema dell'equitazione dà vita a una filiera molto lunga, ampia, che coinvolge una serie di produzione e servizi articolati – ha spiegato Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School – È un ecosistema complesso: capire come favorire il suo sviluppo organizzativo, anche attraverso politiche pubbliche e industriali, significa cogliere grandi opportunità di sviluppo economico, oltre a rispondere a una domanda crescente di chi vuole praticare questo sport». La pandemia ha orientato molte persone verso gli sport equestri perché praticati in contesti sicuri e green. «Il Covid ha offerto l'occasione di riscoprire gli sporti equestri – ha sottolineato Giovanni Malagò – perché l'equitazione è uno sport in cui sei davvero solo». Ma già in passato il Touring Club metteva in luce l'esistenza di 3 milioni di appassionati che almeno alcuni weekend all'anno frequentano ippovie, agriturismi in cui cavalcare e rilassarsi, in una tensione continua di ricerca del contatto con la natura. In più, gli sport equestri sono inclusivi a livello generazionale e di genere, stimolando un'aggregazione sociale positiva rispetto ad altri sport. Il valore dell'intera galassia sportiva in Italia «Lo sport è un universo complesso, divenuto negli ultimi anni la sesta industria del paese, con un ruolo sociale ed economico di primissimo piano – ha dichiarato Valentina Vezzali – Gli addetti ai lavori in Italia nel mondo dello sport sono oltre 100mila e circa 35 mila le imprese attive. Il fatturato del settore è vicino ai 14 miliardi di euro di fatturato, e l'Italia è il secondo paese in Europa per export prodotti sportivi. Tutto il settore sportivo genera un Pil che sfiora il 2%, per complessivi 30 miliardi di euro, una cifra che raddoppia se si considera anche l'indotto». Ma lo sviluppo economico dello sport, uno dei settori più penalizzati dalla pandemia, ha bisogno di una «vicinanza concreta dalle istituzioni. Il governo in questo periodo difficile ha sostenuto e supportato lo sport con investimenti diretti che superano i 2 miliardi di euro, ma non basta. Servono anche riforme come quella del lavoro sportivo, che presenteremo a breve. Servono scelte importanti: serve rivendicare il ruolo che questo settore deve avere nel nostro paese. Per farlo, ognuno deve contribuire facendo la propria parte. Oggi la Luiss Business School e la Fise, con questo studio, hanno dato un contributo molto importante». Sport: prospettive future Vezzali ha messo a fuoco alcuni passaggi chiave da compiere per far sì che l'intero sistema economico legato alle attività sportive diventi leva economica, sociale e culturale per l'Italia. «La pratica sportiva richiede competenze professionali perché servono figure specializzate nei settori tecnici: allenatori, fisioterapisti, medici. Ma necessita anche di infrastrutture perché richiede luoghi e attrezzature ad hoc. Ed è anche per queste ragioni che lo sport necessita di investimenti economici non trascurabili e sono certa che le risorse del Pnrr ci aiuteranno a migliorare le condizioni degli impianti, a quantificarne la classe energetica e a dotarli di tecnologie. Lo sport, infatti, può stimolare e accelerare l'innovazione tecnologica, affinché si possano migliorare le prestazioni con lo scambio di buone pratiche, esperienze e ricerca». A farle eco, anche Marco Di Paola, Presidente FISE: «Lo sport oggi è un vero e proprio percorso formativo per le giovani generazioni e un momento dedicato al benessere psico-fisico di tanti adulti che influenza gli stili di vita della società contemporanea». La ricerca dimostra che gli sport equestri non sono solo un'attività sportiva, ma anche un importante strumento di rilancio economico. Gli sport equestri sono molto presenti, dal vertice olimpico fino ad attività terapeutiche, passando per il turismo. Ora bisogna prendere una tradizione e portarla nel futuro: l'obiettivo è far sì che si sviluppi in modo vivace e dinamico, affiancando agli appassionati persone ancora non attive alla ricerca di un'offerta sportiva che li avvicini alla natura e al mondo animale. In più, non bisogna limitare lo sport a un primato o a una vittoria, limitandolo alla filiera che rappresenta, ma è necessario portarlo nell'economia reale. I relatori che hanno presenziato alla presentazione della ricerca “Il Cavallo Vincente” sono: Valentina Vezzali, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Sport, Giovanni Malagò, Presidente del CONI, Marco Di Paola, Presidente FISE, Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School, Anna Gatti, Consigliere Intesa Sanpaolo, Simone Perillo, Segretario Generale FISE, Giovanni Mantovani, Direttore Generale Verona Fiere S.P.A, Fabio Schiavolin, AD Snaitech, Diego Nepi Molineris, Direttore Generale Sport e Salute Spa, Roberto Tavani, Presidenza Regione Lazio Delega allo Sport, Alessandro Onorato, Assessore al Turismo, Grandi Eventi e Sport per il Comune di Roma, e altri ospiti d’eccezione. RASSEGNA STAMPA AdnKronos, Studio Fise-Luiss, sport equestri risorsa Paese con ricadute da 2,3 a 3 mld sul PilCorriere dello Sport, Equitazione impatto forte sul nostro PilIl Messaggero, L'impatto sul Pil degli sport equestriIl Sole 24 Ore, Sport equestri, la filiera produttiva vale oltre 3 miliardi di euro all'annoIl Tempo, Dal movimento fino a 3 miliardi sul Pil nazionaleLa Repubblica, Un "cavallo" da tre miliardi: l'impatto degli sport equestri sull'economia italianaLa Repubblica (video), Un "cavallo" da tre miliardi: l'impatto degli sport equestri sull'economia italianaLeggo, Sport equestri, tre miliardi di euro e occupazioneNazione - Carlino - Giorno, Tre miliardi e trentamila posti di lavoro. Ecco l'indotto degli sport equestriTuttosport, Dagli sport equestri 3 miliardi di ricadute 2/12/2021

25 Novembre 2021

Leader 4 Talent, Giampiero Massolo: «Mai perdere di vista la foresta»

Il Presidente di Fincantieri ha dialogato con Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, sull'evoluzione del rapporto pubblico-privato, futuro geopolitico, leadership e mondo complesso In un mondo complesso, in cui è sempre più difficile prevedere le traiettorie geopolitiche, i negoziatori sono figure sempre più importanti sullo scacchiere internazionale. Giampiero Massolo, Presidente Fincantieri, e Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, nell'ambito del ciclo di incontri dedicato agli studenti dei Master Leader 4 Talent,hanno dialogato su hard e soft skill di questi professionisti, connettendoli al futuro geopolitico globale e alle caratteristiche del mondo complesso. L'evoluzione del rapporto tra pubblico e privato In passato il settore pubblico e quello privato erano contrapposti. Il pubblico rivendicava eccessiva attenzione alle dinamiche di parte e del profitto. Il privato rimproverava gli scarsi preparazione e impegno al pubblico. Guardare a questo rapporto in termini di cooperazione, per traguardare nuove traiettorie di crescita, l'imperativo del presente. Ne è una dimostrazione l'uscita dalla crisi pandemica, uno sforzo reso possibile dalla collaborazione tra pubblico e privato. «Sono due mondi che hanno comunicato poco tra loro, condizionati da reciproci pregiudizi – spiega Massolo – Il pubblico e privato sono settori popolati da esseri umani, con pregi e difetti sia dal punto di vista soggettivo sia da quello organizzativo. L'idea di competenza, impegno, lealtà, linearità fanno molto e subiscono le distorsioni burocratiche che affliggono le grandi aziende di entrambi i settori. Oggi, davanti alla complessità del mondo contemporaneo, la differenza tra pubblico e privato viene sempre meno: la sfida non è trovare risposte semplici, ma fare uno sforzo collettivo in cui anche l’impresa privata guarda agli interessi della collettività». Pace Fredda, Europa e Complex World Gli assetti – nella geopolitica e nella geoeconomia – sono in via di mutazione. Si guarda al futuro col timore di una nuova Guerra Fredda: impossibile, secondo Massolo, perché assente quella connotazione ideologica che ha caratterizzato tutto il secondo dopoguerra. «Andremo incontro a una Pace Fredda: invece della contrapposizione ideologica, il dialogo internazionale si costruisce su misure economiche, commerciali, cibernetiche. In questo contesto è fondamentale che Europa abbia una propria identità altrimenti rischia di diventare di nuovo terreno di conquista o campo di battaglia». Inoltre, l'Europa paga lo scotto di regole troppo stringenti, secondo Massolo da ripensare, perché la concorrenza da temere non è più entro i confini dell'Unione, bensì al di fuori. In più, alcuni grandi stati industrializzati dell'Unione Europea potrebbero non facilitare questo passaggio. Tutto questo avviene in un mondo complesso, «dove non è chiaro chi comanda, dove è difficilissimo avere la sensazione che vi è una prioritizzazione di problemi e capacità di risolvere i problemi. La complessità di dare un ordine e l'idea che si proceda a colpi di stato di geometria variabile per risolvere le questioni contingenti; la complessità data dal dover presidiare più fronti, tra loro diversissimi; l'idea di coinvolgere interlocutori ostici per un governo come Greta Thunberg – tutto questo rappresenta il mondo complesso, caratterizzato da recessione geopolitica, senza regole, con una difficoltà importante a pervenire a dosi di consenso sufficiente». Arte della negoziazione, hard & soft skill Forte della sua esperienza in campo diplomatico, Massolo ha dettato le regole della negoziazione. «Per negoziare devi conoscere te stesso, valutare se hai le spalle coperte e comprendere la persona con cui stai contrattando. Devi conoscere la persona con cui stai negoziando, che dimostra l'importanza dell'intelligence. Poi c'è il potenziale di coalizione: mai andare da soli, meglio cercare sempre compagni di strada, cosa molto importante per i governi. Va tenuto presente il potenziale di ricatto, che passa per il far valere le carte che abbiamo. Inoltre, bisogna sempre cercare di essere parte della soluzione. Essere parte del problema non è del tutto positivo, ma sempre meglio che essere del tutto irrilevanti. Infine, in un negoziato bisogna essere corretti: le bugie hanno gambe corte». Sottolineando la solitudine del leader, Massolo raccomanda di curare la capacità di sintesi e l'attenzione al colpo d'occhio, quella la sensibilità che sta nel distinguere l'angolazione da cui possono provenire dei problemi. Infine, oltre a suggerire di non trascurare il consulting delle relazioni internazionali e di curare la preparazione linguistica, Massolo indirizza gli studenti verso un preciso comportamento. «Non disperdetevi. Non c'è niente di peggio di non avere un obiettivo preciso. Meglio un paio, dato che è saggio avere anche un piano B. Ma una volta scelto il principale, perseguitelo con molta costanza, cercando di specializzarvi in quello che volete fare, rappresentando sul mercato un valore aggiunto, scegliendo anche percorsi meno convenzionali per interessare un potenziale datore di lavoro, senza mai perdere la visione complessiva. Ho guidato la diplomazia e l'intelligence, due istituzioni complementari. Si dice che i diplomatici sanno tutto della foresta, qualcosa degli alberi e nulla delle foglie. Invece gli agenti dell'intelligence sanno tutto sulle foglie, qualcosa sugli alberi e nulla sulla foresta. Chi si forma, non deve mai perdere di vista la foresta, ma farsi delle skill per essere notato positivamente nel mercato». Chi è Giampiero Massolo. Nato a Varsavia (Polonia) nel 1954, laureato in Scienze Politiche, indirizzo politico-internazionale, presso la Luiss di Roma nel 1976. Da maggio 2016 è Presidente del Consiglio di Amministrazione di FINCANTIERI S.p.A. È Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana e vanta un'importante carriera diplomatica da ambasciatore. È titolare del corso "National interest, national security in a complex world" presso l'Università Sciences Po di Parigi e del corso "National interest, national security and international relations" presso la School of Government dell'Università LUISS di Roma. Cos'è Leader for Talent - #L4T. Si tratta di un ciclo di incontri con leader, top manager ed esponenti del mondo aziendale. Il format prevede circa 20 minuti di Speech dell’ospite e successivamente una sessione di Q&A. Questi interventi e testimonianze sono fortemente orientati all’operatività e alla gestione pratica delle dinamiche aziendali. L4T è stato pensato per favorire l’incontro con i leader delle principali organizzazioni, offrendo ai nostri studenti l’esperienza di un confronto e un dibattito in grado di arricchirli dal punto di vista professionale e delle soft skill. 25/11/2021

24 Novembre 2021

Da formazione a trasformazione: l'evoluzione del percorso Executive Luiss Business School

Enzo Peruffo, Associate Dean for Education Luiss Business School, inquadra il nuovo approccio dei professionisti alle formule part-time. Il punto di partenza? «Accelerare, reinventarsi, ripartire» Davanti alle sfide della contemporaneità un professionista è chiamato a mettere in campo nuove competenze e life skill capaci di offrire delle risposte. Un supporto concreto arriva dal concetto di lifelong learning: in un mondo mutevole, tra emergenze e cambiamenti, la formazione non può più essere cristallizzata, ma deve evolversi. A tal fine, la Luiss Business School ha ideato un’offerta formativa dedicata a quei professionisti che necessitano di intraprendere un percorso di up-skilling o anche re-skilling. Nuove edizioni sono pronte a partire a Villa Blanc, a Roma, ma anche negli hub di Milano e di Amsterdam, con modalità di fruizione ibride, che consentano un apprendimento “boundless” o senza limiti, di spazio, di tempo e di disciplina. Professor Peruffo, dal suo osservatorio privilegiato di Associate Dean for Education, oggi un professionista cosa cerca nella formazione executive? La pandemia ha creato nuove sfide per tutto il mondo dell'education. La formazione executive, con la sua tipica modalità di delivery in formula weekend, ha richiesto un adattamento e una serie di investimenti da cui difficilmente si tornerà indietro. L'idea che emerge con maggiore forza è quella di una formazione anytime anywhere anywise: il professionista deve poter sviluppare un percorso di apprendimento flessibile, adattabile alle sue esigenze personali e professionali. Una formazione boutique, in cui i partecipanti possono customizzare la propria esperienza di apprendimento, mixando le cosiddette life skill con competenze hard, in una formazione che è sempre più una trasformazione. In questo modo possono lavorare in un'ottica di continuo miglioramento, nel solco del cosiddetto lifelong learning. Quale pensa sia il principale gap che un professionista cerca di colmare con un percorso executive? In genere, i professionisti partecipano a un percorso executive mentre si trovano in una fase di svolta della loro carriera. Magari stanno cercando di passare a una nuova industria oppure sono alla ricerca di un nuovo slancio nel proprio percorso professionale. Accelerare, reinventarsi, ripartire è il motto della nostra formazione executive. Da lì nasce l'idea di immaginare percorsi formativi che, come dei lego, tendono a costruirsi sulle esigenze professionali di ciascun partecipante. Da un lato ci sono le competenze hard, da mixare e customizzare sul singolo individuo, dall’altro le capacità di leadership, competenze organizzative, ma anche un lavoro sui megatrend. Ad esempio, facciamo grandi riflessioni sui temi di geopolitica, in modo tale che i nostri leader siano cittadini del mondo, in grado di gestire le imprese nella loro complessità attuale. Legami con i contesti internazionali: quanto contano nella formazione executive? Sono molto importanti. Come Luiss Business School, nel nostro ultimo piano strategico abbiamo approvato, tra i pilastri su cui si fonda l’attività della Scuola, l'approccio glocal. Quest’ultimo mira a valorizzare le opportunità di una prospettiva globale assicurando, al contempo, un forte legame con il territorio e le business community locali. Il tema dell'internazionalizzazione, poi, non si concretizza solo nell'attrarre studenti stranieri ma anche nell’offrire un'esperienza internazionale, un mindset globale ai nostri partecipanti. Questo avviene attraverso diverse iniziative: le International Week, che organizziamo insieme a grandi gruppi internazionali e le Summer e Winter School, che stiamo pianificando in location estere e con partner accademici stranieri, sfruttando anche il nostro Hub di Amsterdam. Il processo di internazionalizzazione è composito, per tale motivo, proponiamo ai nostri partecipanti un’esperienza di carattere internazionale, a prescindere dalla location destinata alla loro formazione. Part-time MBA: una scelta professionale ma anche di vita, dato il grande impegno temporale che richiede. Qual è il principale stimolo che muove i professionisti verso questa scelta? Oggi il brand MBA mantiene la sua forza catalizzatrice e di trasformazione. È evidente che una formazione MBA, che è immersiva, deve necessariamente adattarsi al contesto. La formula part-time, legata al weekend, disponibile anche nel nostro hub di Milano, permette di adattare e bilanciare l'impegno professionale con l’esigenza di riqualificarsi con un percorso trasformativo impegnativo, che sottopone a molti stimoli legati alle conoscenze, alle competenze e alle abilità relazionali. In più bisogna considerare le prospettive internazionali: i nostri studenti MBA possono sfruttare molte possibilità di scambi con altre Business School, nostre partner, che diventano occasioni di trasformazione. Quello che conta in un percorso MBA non è soltanto ciò che si trasmette in maniera frontale quanto un apprendimento dibattivo, dove il docente è moderatore e facilitatore di uno scambio tra pari, elemento fondamentale del percorso. Per quanto riguarda l'imprenditorialità, miriamo a instillare l'idea che il lavoro può migliorare, può crescere, ma talvolta si può anche inventare, cosa che si verifica a valle del percorso MBA per molti studenti. Chi partecipa ai nostri MBA ha ben chiaro che il valore si crea e si cattura, costruendo continuamente nuove opzioni di sviluppo. Il valore nasce dalla creatività e dalla capacità di innovare: sono queste le competenze che vogliamo consolidare con ogni percorso MBA in Luiss Business School. 24/11/2021

19 Novembre 2021

Standard condivisi per premiare la vera economia circolare

Commento di Matteo Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business School, pubblicato su Il Sole 24 Ore,19/11/2021 La transizione verde ha ancora molta strada da fare, sperando che il pianeta abbia il tempo di aspettare. Potrebbe essere questa la sintesi, un po' amara, dei lavori della Cop26. Un esempio per tutti è, senza dubbio, l’atteso accordo per lo stop alle vendite di automobili inquinanti entro il 2040,  firmato solo da sei produttori e per il quale mancano all’appello le sottoscrizioni di  alcuni dei grandi leader del settore. È ormai difficile trovare qualcuno che non concordi sulla necessità di intervenire a favore dell’ambiente: iniziative e proposte innovative si moltiplicano a tutte le latitudini, con un impegno concreto e crescente da parte delle imprese, soprattutto di maggiori dimensioni. Sono, però, ancora relativamente pochi quelli realmente pronti ad assecondare cambiamenti radicali, tanto tra i governi quanto tra le aziende e le persone. È essenziale, dunque, comprendere quali siano gli ostacoli che rallentano la rivoluzione “verde” e capire come rimuoverli. L’economia circolare è un ambito cruciale dove lavorare in questo senso: una crescita economica e sociale finalmente disallineata dall’impatto ambientale negativo dipende proprio dal cambiamento, in senso “circolare”, dei processi produttivi e distributivi, insieme alla “de-materializzazione” dei prodotti. Nei paesi economicamente avanzati, affinchè la transizione verso l’economia circolare avvenga in modo concreto e rapido non basta, però, spingere sul fronte delle normative, per quanto queste siano ovviamente decisive. Anche perché, “forzare” il cambiamento “per legge” causa facilmente effetti contrastanti: proprio la maggiore pervasività delle norme a tutela ambientale e sociale nei paesi dell’Europa occidentale aumenta i costi delle produzioni collocate in tali nazioni, rendendo più competitive quelle meno virtuose ma operanti in Stati con norme più lasche. Questa è una delle ragioni fondamentali che in occidente ha innescato l’opposizione, anche radicale, al libero commercio internazionale. È, dunque, arrivato il momento in cui lo Stato affianchi ai divieti e agli obblighi, misure fortemente premianti a favore delle imprese che investono in processi produttivi e distributivi e in prodotti “circolari”. Occorre incentivare questi investimenti con precise misure di sostegno finanziario: questo è particolarmente necessario per le medie, piccole e micro-imprese che generalmente non dispongono della capacità finanziaria per sostenere innovazioni radicali, che hanno un impatto economico generalmente di medio-lungo termine. Del resto, la rapida crescita della raccolta generata dai “green bond” evidenzia come le imprese in grado di operare nei mercati finanziari possano beneficiare di simili agevolazioni. Incentivi pubblici e premio sul costo del capitale riconosciuto dai finanziatori portano ad una seconda questione cruciale per la diffusione dell’economia circolare: disporre di un sistema di misurazione esaustivo, che rappresenti uno standard riconosciuto da tutti gli attori a livello internazionale. Senza una metrica che permetta una rappresentazione affidabile e oggettiva dell’impatto di misure produttive “circolari”, si rischiano non solo limitati benefici ambientali ma anche un uso inefficace, o peggio, distorcente delle risorse. La necessità di disporre di standard di misurazione consistenti è ampiamente sentita da più parti e invero sono molti e qualificati gli attori che stanno lavorando al problema. Tuttavia, è necessario aumentare gli sforzi e, allo stesso tempo, agire per un coordinamento che eviti sovrapposizioni o “gare” tra standard diversi. A tal fine, è auspicabile almeno una regia dichiarata delle istituzioni di indirizzo o di governo a livello internazionale. Considerato che, in genere, i grandi cambiamenti avvengono positivamente quando le spinte “dall’alto verso il basso” interagiscono con quelle contrarie “dal basso verso l’alto”, il paradigma dell’economia circolare potrà affermarsi solo quando sarà compreso e voluto dalla maggior parte almeno delle persone.  È, pertanto, necessario che ciascun individuo si impegni concretamente a favore della transizione circolare, sia premiando prodotti e imprese con un elevato grado di circolarità, sia appoggiando le normative in tal senso, sia attraverso i propri comportamenti. 19/11/2021

15 Novembre 2021

Formazione per pace e sviluppo: i progetti Luiss Business School

Da tempo impegnata per formare leader e professionisti in grado di creare valore sui propri territori di origine attraverso le aziende, la scuola di alta formazione offre percorsi in cui, accanto alle hard skill, si coltivano life skill molto preziose per il futuro Dal 9 al 15 novembre in tutto il mondo si celebra la World Science Week for Peace and Development. Istituita nel 1986, questa settimana celebrativa mira a mettere in evidenza i legami tra progresso nella scienza e nella tecnologia con il mantenimento della pace e della sicurezza. Il raggiungimento di questi obiettivi passa soprattutto dalla formazione. Per questo, da molti anni, Luiss Business School affianca ai suoi percorsi di alta formazione iniziative che puntano a dare valore al capitale umano nato e cresciuto in Paesi funestati da guerre e sottosviluppo. Ne sono un esempio il Pakistan e l'Africa, in cui Luiss Business School ha attivato alcuni programmi ambiziosi. Ma per estendere il raggio d'azione, sono state attivate collaborazioni anche con le principali ONG attive in ambito mondiale, attraverso il progetto VolunteERS. I progetti Luiss Business School Il progetto Youth Communicators for Development (YCD) non è solo un collegamento tra Italia e Pakistan, ma anche tra presente e futuro di questi Paesi. È questo lo spirito del percorso di formazione internazionale, co-organizzato da Luiss Business School, Pakistan Poverty Alleviation Fund (PPAF) e AICS Islamabad, nel quadro del Programma per la Riduzione della Povertà (PPR) nelle aree rurali del Balochistan, Khyber Pakhtunkhwa, aree tribali ad amministrazione federale e zone limitrofe. Il Progetto YCD, realizzato sotto la supervisione dei docenti Luiss Business School Roberto Dandi (Project Coordinator) e Duilio Carusi (Project Manager), è una delle azioni previste nel quadro del PPR per contribuire alla sostenibilità dell'impegno multisettoriale delle comunità che PPR ha implementato, coinvolgendo 17 organizzazioni partner, 38 governi locali in 14 dei distretti meno sviluppati del Pakistan. Il Progetto YCD è in linea con la mission della Luiss Business School, un luogo in cui gli studenti traducono le conoscenze accademiche in azioni concrete, per affrontare le sfide globali legate all'evoluzione della nostra economia e società. Tra i percorsi Luiss Business School che mirano a incrementare lo sviluppo e la pace nei Paesi in via di sviluppo, c'è il Managerial Training for Sahara Peace Hubs di Luiss Business School, parte del progetto Pax Humana Hub, l'iniziativa voluta da Ara Pacis Initiatives for Peace e portata avanti dall'Università Luiss Guido Carli, per l'avvio dei Sahara Peace Hub. Si tratta di centri polivalenti volti a sostenere la stabilizzazione delle comunità frontaliere di Libia, Niger, Ciad, Mali e Burkina Faso, attraverso la fornitura di servizi sanitari, educativi ed energetici di base, formazione professionale, progetti generatori di reddito, pratiche agricole innovative e programmi socioculturali con particolare attenzione alle donne e ai giovani. I SPH andranno ad alimentare un network nella regione, contribuendo a trasformare le reti tribali dedite ai traffici in reti virtuose per la crescita della pace e della stabilità. Le strutture e le attività saranno gestite da giovani formati nell'università Luiss Guido Carli durante giornate dedicate dal 18 al 27 ottobre. Al programma partecipano 14 diplomati provenienti dal Mali, chiamati a gestire i Sahara Peace Hubs insieme a 7 manager, formati da Luiss Business School, e 7 giornalisti. Gli studenti dei Master specialistici possono cogliere l'opportunità di alternare alle lezioni e agli esami previsti dal loro percorso, il supporto volontario a Onlus e ONG collegati al network Luiss Business School attraverso il progetto VolunteERS. Coadiuvati dal CeSID (Centro per la Sostenibilità, Inclusione, Digitalizzazione), possono scegliere la realtà presso cui svolgere il proprio prezioso volontariato, mai fine a sé stesso, ma sempre vettore di nuove idee e prospettive. Queste esperienze sono anche il mezzo per creare relazioni forti, molte delle quali andranno ben oltre la fine dell’anno accademico dedicato al Master. Tra le realtà coinvolte nel progetto VolunteERS ci sono HummusTown, un servizio catering che prepara cibo siriano, accuratamente preparato proprio da ex rifugiati dalla Siria, che in questa realtà trovano lavoro, autonomia, riscatto sociale; Comunità di Sant’Egidio, organizzazione internazionale che offre supporto a poveri ed emarginati; Legambiente; Save The Children; Energia per i Diritti Umani, che opera in Italia e Senegal; Come Un Albero, museo-bistrot nel quartiere romano Trieste che punta all’inclusione di giovani affetti da disabilità; Bimbi & co., un’associazione che supporta l’integrazione di bambini affetti da autismo. 15/11/2021

03 Novembre 2021

Fintech, diventare protagonisti della rivoluzione digitale e della ripartenza

Al via l'Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking di Luiss Business School Nel 2020 sono nate quasi 21 mila startup fintech in tutto il mondo. Già nei primi mesi del 2021 questo numero è cresciuto di oltre 6 mila unità. Nella sola area EMEA sono sorte più di 2 mila nuove imprese dedicate al settore fintech, che nell'immediato potrebbe rivelarsi un'ottima leva finanziaria per la ripresa economica. Basti pensare che secondo l’indagine condotta da ItaliaFintech nei primi 9 mesi del 2021 le piattaforme fintech hanno erogato finanziamenti alle piccole e medie imprese italiane per oltre 2,3 miliardi, passando a sostenere quasi 6.400 PMI nel 2021. Questo significa permettere alle aziende di cogliere nuove opportunità e continuare a crescere. Inoltre, nonostante la pandemia, il mondo fintech ha visto crescere i suoi ricavi del 30%. Luiss Business School dedica alla fintech un master di secondo livello, Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking. Il programma è rivolto a professionisti, manager e imprenditori che vogliono acquisire competenze innovative e digitali nel mondo finance. «Il digitale rappresenta un elemento di disruption in tantissime industrie, compresa quella bancaria, che negli ultimi anni, complice l'accelerazione impressa dalla pandemia, ha affrontato alcune delle rivoluzioni più importanti – spiega Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Director of MBA & Executive Education, Luiss Business School – Il nuovo progetto formativo che abbiamo sviluppato mira a offrire un'esperienza in grado di supportare l'upskilling o il reskilling di coloro che sono attualmente impegnati in quest'industria o che aspirano ad esserne i protagonisti. La nostra sfida è quella di disegnare un programma in linea con le esigenze della comunità e del settore». L’innovazione del mondo fintech: competenze, ruoli, mercati «All'interno di tutte le possibilità create nel mondo attuale dall’evoluzione del digitale, si colloca il mondo fintech, una parola che comprende molte realtà e si presenta come molto complicato – spiega Silvio Fraternali, Amministratore Delegato di Banca 5 del Gruppo Intesa Sanpaolo e membro del Comitato Scientifico del programma – Il percorso impostato con Luiss Business School si basa sulla parola consapevolezza, legata sia alle tecnologie connesse con questo settore sia all'importanza dell'execution, che è l'80% di ogni buona idea. Avere una visione, costruita insieme a dei professionisti e degli esponenti del mondo accademico, dà un senso concreto di quello che si può fare con quelle armi». Lavorare nella fintech è una parola bella, ma ermetica: riguarda diverse figure - l'imprenditore, che ha creato la fintech; chi ci lavora; il finanziatore; i clienti. Per funzionare, questo mondo deve vivere di ecosistemi. La visione degli altri ruoli può rendere maggiormente consapevoli di ciò che si vuole fare in questo ambito. In più, il mondo fintech è in grado di individuare nicchie e specificità che, oltre a fare sistema, potrebbero far ripartire intere zone del nostro Paese, proprio come è accaduto per la Silicon Valley, che ha creato una vera e propria economia territoriale. Dunque, qual è il ruolo che si vuole giocare sul mercato? Questa è la domanda da cui partire per fare un percorso consapevole nell'Executive Master in Accounting & Finance con Major in Fintech and Banking, che prevederà sia modalità in presenza che a distanza. Inoltre, per incoraggiare una maggiore presenza femminile nel settore, finora deficitaria, Luiss Business School ha pensato a borse di studio dedicate. La prossima edizione è in partenza! Scopri di più 3/11/2021

25 Ottobre 2021

Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per la formazione 2.0 delle imprese

Focus su innovazione e sostenibilità a supporto di imprenditori e manager Intesa Sanpaolo Formazione, la società di formazione del Gruppo Intesa Sanpaolo, e Luiss Business School hanno siglato una partnership per offrire alle imprese italiane percorsi di alta formazione focalizzati su temi di gestione d’impresa, innovazione e sostenibilità. L’Executive Programme in gestione e innovazione d’impresa, progettato e realizzato da Intesa Sanpaolo, Intesa Sanpaolo Formazione e Luiss Business School si rivolge a imprenditori, manager e responsabili di funzioni aziendali che desiderano rafforzare le proprie competenze per una gestione innovativa e sostenibile dell’azienda. Le prime edizioni partiranno rispettivamente il 23, 24 e 25 novembre in Lazio e Abruzzo, Veneto e Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Marche. L’Executive Programme in gestione e innovazione d’impresa è il nuovo percorso offerto dall’Academy per le Imprese, il programma di Intesa Sanpaolo nato per offrire alle aziende italiane corsi di alta formazione per aggiornare competenze di imprenditori e manager, a fronte di uno scenario di mercato completamente trasformato dalla pandemia. L’obiettivo è sostenere le PMI anche attraverso una formazione costante e continua nell’adottare nuovi modelli organizzativi ed economici e approcci innovativi per rendere sostenibile il proprio business. Il programma offre un percorso formativo in distance learning di 5 mesi, al termine dei quali è previsto un evento di networking in presenza: 10 moduli saranno dedicati a general management e orientamento strategico, per mostrare come ambiti classici di economia aziendale debbano essere oggi reinterpretati alla luce della pandemia, altri 4 invece si focalizzeranno su temi di innovazione, dall’open innovation all’industria 4.0 e intelligenza artificiale, dalla trasformazione digitale alla circular economy e ESG. Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: “La necessità di nuove competenze, per affrontare il mercato e la concorrenza, è diventato un fattore strategico per le imprese. In Italia, rispetto agli altri Paesi industrializzati, la formazione è spesso sottovalutata ed è in genere più richiesta e presente in grandi aziende rispetto a realtà più piccole. Ma per mantenere un alto livello di competizione, il tessuto industriale ha bisogno di tenersi aggiornato, pronto a conoscere nuove opportunità e cercare nuove frontiere di business. Come Gruppo Intesa Sanpaolo, siamo convinti che gli investimenti in formazione siano un importante motore di crescita e questo percorso che offriremo alle piccole e medie aziende insieme alla Luiss Business School nasce dalla convinzione che, anche grazie alle risorse messe in campo dal PNRR, abbiamo una grande opportunità di riposizionamento e rilancio dell’economia del Paese.” Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School: “Il tema della creazione di competenze è cruciale in questo momento storico per permettere e sostenere una ripresa ed una crescita strutturale del Paese, dopo la battuta d’arresto dovuta alla pandemia da Covid–19 e a fronte di un passato non particolarmente florido sotto questo punto di vista. Come istituzione preposta alla formazione dei leader di oggi e di domani, dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione, facendo leva sugli interventi europei e nazionali di Next Generation EU e PNRR e sfruttando gli assist di grandi partner, quale è Intesa Sanpaolo, per portare a casa il risultato: un Paese rinnovato con una crescita finalmente sostenibile.” RASSEGNA STAMPA Il Sole 24 Ore, Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per la formazione 2.0 delle impreseCorriere della Sera, Intesa e Luiss accordo per l'alta formazioneIl Messaggero, Intesa Sanpaolo. Formazione 2.0 con la LuissGazzetta di Parma, Da Novembre Luiss e Intesa Sanpaolo insieme per la formazioneMilano e Finanza, Intesa e Luiss accordo per l'alta formazioneIl Tempo, Intesa Sanpaolo, accordo con Luiss per la formazioneLibero, Intesa e Luiss sulla formazioneNuova Venezia, Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, La formazione delle PMI parte dal Veneto 25/10/2021

18 Ottobre 2021

Conoscenza e competenze, le chiavi per la ripresa

Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, pubblicato su la Repubblica Affari & Finanza, 18 ottobre 2021 Stiamo vivendo un momento inedito per l’umanità. Gli ultimi anni passeranno alla storia per le rapide e sconvolgenti trasformazioni che li hanno caratterizzati, imputabili in primo luogo alla pandemia che ha scompaginato le pagine di un libro che credevamo di conoscere, anche nel finale, e ci ha costretto a ripensarci e a confrontarci con un mondo nuovo, non dopo poche esitazioni. Il virus ha causato uno shock economico tre volte peggiore rispetto alla crisi del 2008 in termini di calo del PIL su base annua. La stessa pandemia, però, rappresenta un grande acceleratore della tendenza globale verso la digitalizzazione e un catalizzatore nel promuovere l'adozione e la diffusione di tecnologie quali il 5G, l'Internet of Things, il cloud computing, l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale. Stiamo assistendo, oggi, a una crescita dirompente che ci aiuterà, senza dubbio, a superare il ritardo accumulato e a intraprendere la strada per la ripresa, anche grazie agli interventi del Next generation EU e del PNRR. Allo stesso tempo, il momento attuale vede in discussione la maggior parte delle nostre convinzioni su economia, globalizzazione, mercato del lavoro e, più in generale, sulla società che nascono da un contratto sociale ormai obsoleto in quanto basato su regole pensate per un mondo che ormai non esiste più. E di questo non possiamo non tenerne conto. Anche la Scuola e l’Università sono state e continuano a essere messe a dura prova dalle trasformazioni di scenari sinora sconosciuti e sono chiamate, a loro volta, a dare risposte nuove. Per sviluppare azioni che permettano di guardare con fiducia al futuro, però, dobbiamo partire da un dato: il nostro Paese nel 2020 è stato il fanalino di coda nello European Skill Index per capacità di formare competenze professionali. Da qui deve riprendere il nostro discorso, da dove ci siamo fermati. Come Business School siamo in prima linea nel preparare i leader del futuro per navigare le nuove sfide globali. Abbiamo il compito di dotarli degli strumenti più adeguati e innovativi per permetter loro di governare un contesto mutevole, in cui insistono variabili sempre nuove e molto spesso insidiose. È un compito che si concretizza nella mission del PNRR, che vede tra i suoi obiettivi quello di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, e che prevede un investimento di più di 30 miliardi in istruzione, formazione e ricerca. Il ruolo delle Business School nel mondo post pandemico Come faremo ad affrontare questa sfida, partendo da una situazione di profondo svantaggio? E come le Business School possono dare il loro contributo?  Sicuramente, nell’ottica di un intervento strutturale e non emergenziale, puntando sul loro ruolo di produttori di conoscenza quale sinonimo di creatori di competenze: una conoscenza che però deve essere aperta, flessibile, pronta ad adeguarsi alle trasformazioni e declinata sul parametro dell’innovazione continua. Dobbiamo quindi seguire due direttrici: agilità e collaborazione. Il che significa  continuare a investire sull’utilizzo della tecnologia per creare una infrastruttura ancora più forte e in grado di far venir meno le disuguaglianze che caratterizzano il nostro Paese; fare dell’innovazione continua il nostro mantra, proponendo nuove soluzioni e strumenti quali un modello ibrido di apprendimento che preveda la formazione a distanza accanto a quella in presenza; ma anche  favorire il networking e lo scambio di conoscenze con lo scopo di generare un impatto sulla società. Il tutto mettendo al centro la sostenibilità che, nel nostro mondo, è sinonimo di inclusione, attenzione al mercato del lavoro e ai suoi bisogni e capacità di adattamento. È fondamentale, poi, ragionare in un’ottica glocal. La pandemia ci ha chiarito quanto la prospettiva globale non possa prescindere da quella locale: soltanto ascoltando il territorio avremo la capacità di adattare l’offerta formativa ai bisogni di un mercato con peculiarità geografiche. Come ripartire dalla formazione per i lavori del futuro D’ora in poi, nulla sarà più come prima. Le stime del WEF parlano chiaro: entro il 2022, per oltre il 54% dei dipendenti sarà richiesto un significativo processo di re-skilling e up-skilling, e molti dei lavori che la nuova generazione svolgerà ancora non esistono. La stessa declinazione di quelle che saranno le skill del futuro – quali pensiero analitico e innovazione, uso delle tecnologie e resilienza – ci chiama direttamente in causa in quello che è il nostro obiettivo fondamentale, plasmare i leader del futuro, e ci invita a non essere miopi e a mettere in campo azioni al passo con i tempi. Quelli descritti sono obiettivi ambiziosi che non possono essere raggiunti se non con un’azione congiunta e sinergica: solo facendo leva sul dialogo tra istituzioni, società civile e partner del settore privato riusciremo davvero a garantire un accesso universale all’apprendimento, a pensare e implementare azioni coordinate, e a sfruttare le potenzialità della tecnologia, per favorire una rinascita del Paese che non può prescindere dall’istruzione e dalla formazione. 18/10/2021

15 Ottobre 2021

Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziari

Dopo il successo della prima edizione al via oggi l’Executive Programme in “Governance, vigilanza e strategia degli intermediari finanziari” con focus su trasformazione digitale e finanza sostenibile Parte oggi la seconda edizione dell’Executive Programme in “Governance, Vigilanza e strategia degli intermediari finanziari”, il programma di alta specializzazione di Luiss Business School in collaborazione con Intesa Sanpaolo, indirizzato ad amministratori ed executive manager chiamati ad affrontare le nuove sfide imposte da un contesto bancario in continua evoluzione. Il percorso, che mira a rafforzare le competenze specialistiche in ambiti quali finanza aziendale, risk management, compliance, economia degli intermediari finanziari, si arricchisce quest’anno di approfondimenti dedicati ai temi più attuali di trasformazione digitale e finanza sostenibile: il primo sulla “Digital open banking” include la trattazione di PSD2, il ruolo del Fintech, la consulenza finanziaria automatizzata, big data, monete virtuali, applicazioni di intelligenza artificiale al settore bancario nella prospettiva di un mercato unico digitale; alle nuove regole di informativa societaria, l’impatto sulla governance bancaria nell’ambito della finanza sostenibile, quindi Green, Social and Sustainability Bond, è invece dedicato l’approfondimento di “Sustainable finance” nel contesto scaturito dal Green Deal europeo e conseguente Sustainable Europe Investment Plan. “La pandemia ci ha messo di fronte a nuovi rischi ma, allo stesso tempo, ha creato nuove opportunità. Siamo dinanzi a un qualcosa di inedito che deve essere necessariamente compreso per essere governato. Individuare la giusta chiave di lettura delle trasformazioni che interessano il mondo finanziario è per questo una delle nostre priorità. È nostro compito offrire a chi fronteggia queste trasformazioni gli strumenti più innovativi per farlo”, ha commentato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Direttore di MBA & Executive Education, Luiss Business School. “Il percorso di formazione proposto dall’Executive Program è espressione dell’impegno profuso da Intesa Sanpaolo per la crescita della cultura economica del management italiano e sono convinto che possa divenire sempre più catalizzante rispetto ai soggetti privati attivi in questo ambito, rappresentando nel tempo, un benchmark di riferimento anche a livello europeo” ha dichiarato Marcello Mentini, Head Group Regulatory Agenda Department, Intesa Sanpaolo L’attenzione ai nuovi scenari della regolamentazione finanziaria e dei sistemi di vigilanza e controllo, nonché un punto di vista analitico sulle trasformazioni del mondo bancario, caratterizzano da sempre la partnership tra Intesa Sanpaolo e Luiss Business School. La governance dell’Executive Programme si avvale di due codirettori: prof. Mirella Pellegrini, Ordinario Luiss e dr. Marcello Mentini, Intesa Sanpaolo, e di un comitato scientifico composto dal dr. Paolo Boccardelli, dr. Stefano Lucchini, dr. Stefano Del Punta, prof. Enzo Peruffo, avv. Laura Lunghi e prof. Paola Lucantoni. RASSEGNA STAMPA Il Sole 24 Ore, Intesa Sanpaolo e Luiss insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziariLa Repubblica, Intesa Sanpaolo con Luiss Business School per l'alta formazione su governance dei rischi finanziariAgenzia Nova, Finanza: Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l'alta formazione su governance rischiItalia Oggi, Luiss e Intesa San Paolo, formazione per ManagerLibero, La scuola dei Manager punta su digitale e sostenibilitàIl Messaggero, Con la Luiss la formazione sui rischi delle finanziarie

12 Ottobre 2021

Gerardo Gagliardo: «Io, CFO a 30 anni grazie a Luiss Business School»

Dopo una vita passata a sognare di lavorare in Ferrari e aver raggiunto il risultato, Gagliardo ha scelto l'MBA Full Time per andare oltre le proprie stesse aspirazioni. L'occasione giusta è arrivata durante l’Exchange Programme a Shanghai «Think big to achieve big»: è questo il motto di Gerardo Gagliardo, oggi Chief Financial Officer di Exein SpA, cresciuto con il mito di Enzo Ferrari. Il suo obiettivo era lavorare a Maranello e, dopo averlo raggiunto, si è accorto che non bastava: aveva bisogno di andare ancora più in alto. Per farlo, ha scelto di continuare a formarsi. L'MBA Full-time targato Luiss Business School gli ha permesso di alzare l'asticella e di diventare il CFO di Exein, la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. La società ha appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori internazionali. Gerardo Gagliardo, cosa ti ha spinto verso il MBA Full Time di Luiss Business School? Mi sono laureato alla Luiss Guido Carli con una tesi su Ferrari: il mio sogno era arrivare a lavorare lì. Ho inviato il mio testo al CFO dell'azienda e qualche giorno dopo ho ricevuto una telefonata che mi invitava ad un colloquio a Maranello. Dopo una serie di colloqui molto approfonditi, il giorno dopo la mia laurea Il sogno era diventato realtà. Mi trovavo molto bene in Ferrari, ma superato il primo momento di entusiasmo ho percepito una certa irrequietezza, come se avessi bisogno di alzare l'asticella. Così ho lasciato Ferrari e ho scelto l'MBA Full Time di Luiss Business School. Avevo fatto il mio percorso di laurea a Villa Blanc: continuare lì mi sembrava naturale. Miravi a qualcosa in particolare? Sì, in quel periodo ero affascinato dal mondo delle startup e volevo avere gli strumenti giusti per avvicinarmi e giocare le mie carte. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? La principale differenza con Luiss Guido Carli è stata l'età delle persone che ho incontrato e il rapporto con i professori, più vicino, più confidenziale, grazie anche alle classi più piccole. Ho incontrato persone che hanno già avuto esperienze lavorative. Ho partecipato a delle conferenze per scambiare esperienze con i ragazzi più grandi dell'Executive, utilissimo anche per fare network. Qual è il corso che ha avuto un maggiore impatto sulla tua carriera? Sicuramente Corporate Finance con il professor Oriani: per me è stato un ripasso perché l'ho seguito anche alla specialistica, ma è stato incredibilmente utile. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Durante l'Adventure lab ho avuto la possibilità di familiarizzare con pitch e concetti legati al mondo startup, che poi mi hanno aiutato anche nel percorso in Exein. Anche il corso di people management mi ha aiutato a capire come creare un team e gestirlo nelle sue diverse sfaccettature. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? La competitività è una soft skill che avevo già visto nelle mie esperienze lavorative in Ferrari: lì l’ambiente era davvero competitivo. Nell'Mba ho creato tante amicizie, c'era un bel clima. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Dall'MBA mi porto dietro tante relazioni: il 50% delle persone che ho incontrato lì, me le sono portate dietro anche nella mia vita quotidiana. Il vero valore del network che sperimenti in Luiss Business School si misura con l'aiuto che puoi dare alle persone: mi sono ritrovato ad aiutare compagne di corso nella preparazione dell'esame di Corporate Finance. L'esperienza è stata molto dura, ma il network era una delle parti migliori, anche perché mi ha insegnato a lavorare in team, cosa che oggi vivo quotidianamente nel mio lavoro. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Sicuramente l'Exchange Programme a Shanghai, il Cass Symposium di Londra, che ha rappresentato una grande occasione di contaminazione internazionale, e la Bocconi Finance Competition, a cui ho partecipato rientrando tra i 5 studenti selezionati da Luiss Business School per l'occasione. Ora sei Chief Financial Officer di Exein SpA: in cosa consiste il tuo ruolo e come l'MBA LBS ti ha aiutato in questa fase professionale? Siamo la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. Abbiamo appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori totalmente internazionali ed utilizzeremo questi soldi per espanderci globalmente.Sono entrato in Exein mentre ero in Cina per l'Exchange Programme previsto dal percorso Luiss Business School. Dal Career Service giungevano diverse proposte, grazie all’ottimo lavoro svolto dal Carreer Servici per prepararci ad affrontare al meglio i colloqui, ma nessuna mi entusiasmava: lasciando Ferrari, mettevo sempre tutto il resto a confronto, per scegliere l'occasione che mi avrebbe permesso di fare di più. Finalmente è arrivato il contatto con Exein e mi sono ritrovato a diventarne il CFO a soli 30 anni. Ero inizialmente spaventato dalle difficoltà, ma il rischio fa parte della mia indole. Così ho accettato, lasciando il programma a due mesi dalla fine: cercavano qualcuno che avesse un'esperienza internazionale che io avevo maturato proprio grazie all'MBA in Cina. All'epoca era una società appena nata: oggi siamo in 15 e prevediamo di arrivare a 30 dipendenti in poco tempo. Pandemia, dalla protezione dei dati al modo di lavorare: hai notato dei cambiamenti nel team building e rispetto al prodotto? La pandemia ci ha portato molta più traction. Prima, stando in azienda, si aveva la sicurezza di lavorare in un ambiente protetto. Con lo smart working siamo diventati più vulnerabili agli attacchi, dato che i dispositivi domestici non sono pensati per proteggere questi dati. Come avete cambiato il modo di lavorare in Exein? Da maggio abbiamo adottato un modello ibrido, che pensiamo di mantenere. Il lunedì e il venerdì si resta a casa, gli altri tre giorni siamo in ufficio. Questo ha migliorato la qualità della produttività del lavoro. Il mio team si impegna e non devo stare lì a controllarli: ho deciso di dare una gestione del lavoro libera, orientata alle scadenze, che responsabilizza le persone. La leadership è stato un passaggio che ho mutuato da MBA Luiss Business School. Sono entrato come una persona brava nel finance e ne sono uscito come un CFO, capace di gestire persone, relazioni e conflitti, anche tra altri C-level. Non ne sarei capace senza l'acquisizione delle Negotiation skills, altro risultato raggiunto durante l'MBA. Ad oggi ti sei pentito di aver lasciato il tuo posto in Ferrari? Dopo due anni, posso dire di aver fatto una scelta vincente. I miei genitori mi dissero che ero pazzo a lasciare quella posizione e di dire addio al sogno che avevo sin da bambino. Ma in Silicon Valley si dice «Go big or go home»: io ho un po' riadattato questo motto alla mia carriera., trasformandolo in «Go big or go big» perché per me non c'è un'alternativa al pensare in grande se vuoi arrivare al successo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Continuo a formarmi costantemente. Credo fermamente nella conoscenza e nel sapere. Ho speso tanto tempo negli anni universitari. Ho un bagaglio di conoscenze che oggi non vedo nelle nuove generazioni. Quando valuto nuove persone, che possono vantare un cv valido, poi trovo a volte lacune incredibili. La verità è che non si studia più per sé stessi, ma solo per superare un esame. Invece bisogna impegnarsi per avere basi, competenze e conoscenze reali, che rimangono anche dopo il voto. Oltre alla formazione, pensi di navigare verso nuovi lidi? In futuro mi piacerebbe continuare in Exein Spa perché mi trovo bene. Ora puntiamo a un'exit attraverso una quotazione in borsa: per me sarebbe un bel traguardo. Poi mi piacerebbe dedicarmi ad altre attività, magari creando una nuova startup magari anche con risvolti sociali. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Prima di tutto studiare, ma con interesse per sete di conoscenza e di sapere, e non per superare un esame. Il secondo consiglio è quello di rischiare e ricordarsi sempre “Go Big or Go Big”. Il terzo è quello di curare anche i più minimi dettagli, vista la competizione, chi cura i dettagli è colui che poi fa la differenza. 12/10/2021

05 Ottobre 2021

Bruna Giordano: «Soft skill, il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School»

Un background sempre più trasversale per le nuove professioni legali: Bruna Giordano, dopo la laurea in Giurisprudenza, ha scelto il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School e oggi è Risk & Compliance Analyst in Accenture Durante l'apprendistato in uno studio legale si possono capire tante cose sulla professione di avvocato e anche su sé stessi. È quello che è successo a Bruna Giordano quando, durante i mesi in Bouché & Partners, ha capito che la professione tradizionale non era più in sintonia con la sua curiosità e con il nostro tempo. Così ha scelto di attualizzare il bagaglio di conoscenze con il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School. Qui, oltre a familiarizzare con materie economiche, più orientate alla business transition aziendale ormai imprescindibile, ha scoperto che le soft skill sono l'arma più importante per fronteggiare le sfide del futuro. Hai iniziato il tuo percorso in “Consulente Legale d’Impresa” Luiss Business School durante l'apprendistato presso Bouché & Partners: cosa ti ha spinto verso questa scelta? La mia scelta è stata innescata dalla consapevolezza di non riuscire a ritrovarmi nella professione che stavo intraprendendo. Avevo studiato Giurisprudenza, cercando di laurearmi il prima possibile. Ma quando dalla teoria sono passata alla pratica, mi sono resa conto che ciò che facevo non mi dava la soddisfazione che ricercavo. Quindi mi sono guardata intorno e la figura del Consulente Legale d'Impresa ha attirato la mia attenzione. Come mai? Si tratta di una figura più moderna, con skill giuridiche, ma anche economiche. Queste caratteristiche mi hanno spinta a iscrivermi al percorso in “Consulente Legale d’Impresa" di Luiss Business School. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? Un ambiente estremamente stimolante, soprattutto durante i primi mesi di induction, quando abbiamo potuto studiare materie economiche, quindi estranee al mio background. Corsi come Risorse Umane, Organizzazione Aziendale, Marketing mi hanno dato spunti interessanti. In più, ho trovato molto dinamismo anche nel confronto con persone provenienti da ambiti diversi dal mio. Ho sentito la mia mente aprirsi. Nel tuo curriculum citi molti corsi come pietre miliari del tuo percorso in Luiss Business School. Qual è quello che ha cambiato maggiormente il tuo modo di lavorare? Sicuramente il corso in Diritto Bancario: era una materia che non avevo mai affrontato durante gli studi universitari e che poi mi ha avviato alla mia attuale professione, quella di Risk & Compliance Analyst in Accenture. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il percorso? Le soft skill sono state il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School: sul lungo termine mi hanno aiutato moltissimo nella pratica lavorativa. Abbiamo lavorato sulla gestione del tempo, delle scadenze, sull'atteggiamento proattivo e propositivo del lavoro individuale. Ma, più importante, ho capito cosa significasse lavorare in team prima ancora di entrare fisicamente in una squadra. Competitività, altra parola chiave nel mondo Luiss Business School. Senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso? Assolutamente sì, ho allenato la competitività in modo sano. Ho imparato che è fondamentale comprendere il valore di tutti gli elementi che fanno parte di un team, sottolineando allo stesso tempo le proprie caratteristiche e i propri valori. Ricordo sempre una frase che il professor Francesco Di Ciommo ci disse uno dei primi giorni: «È bene essere bravi, ma è fondamentale essere più bravi degli altri». Cosa ha significato per te questa frase? Che bisogna sempre investire su sé stessi, perfezionarsi e studiare sempre, non solo all'università o durante un master, ma anche sul lavoro. Il cosiddetto longlife learning innesca una competitività sana, che significa non il voler emergere sugli altri, ma il voler dimostrare e affermare il proprio valore. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Tutte le persone e le personalità che ho conosciuto durante il programma ho continuato a sentirle anche dopo, anche solo per chieder loro un consiglio. Penso all'esperienza del progetto GROW, dove ho conosciuto Tiziana Mennuti, direttrice delle risorse umane e del legal in RDS, che tuttora sento e mi ha dato consigli preziosissimi. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Tra i momenti più importanti c'è sicuramente il Leader4Talent, incontri organizzati con cadenza regolare in cui potevamo incontrare personalità di spicco nel mondo accademico o nel panorama aziendale italiano. È stata un'occasione di crescita molto importante e preziosa. Nel 2019 sei entrata in Nike Consulting – Junior Analyst, poi in Accenture come Senior nella stessa posizione: come il corso di alta formazione ti ha aiutato in questo salto di carriera? Quando ho terminato il corco si alta formazione, tramite il Career Service ho ottenuto un colloquio in Nike Consulting, una società di consulenza che si occupava dell'analisi regolamentare normativa in ambito finanziario. Il settore mi interessava molto: così ho colto l'occasione al volo e ho iniziato questa esperienza che è durata un anno e mezzo. Poi cos'è successo? Nike Consulting è stata acquisita da Accenture, quindi ora facciamo parte di una multinazionale. La Luiss Business School mi ha permesso sia di avere il mio primo posto di lavoro, ma anche nel mio salto di carriera perché tutto quello che ho imparato durante il percorso l'ho messo in pratica sul lavoro. Cosa ti ha aiutato di più in questo passaggio? Lo spirito di sacrificio e l'umiltà all'inizio, che mi hanno permesso di confrontarmi con un'azienda più piccola, con un ambiente di lavoro più ristretto, cosa che a me ha fatto bene. Perché? In questo ambiente più ristretto ho potuto sviluppare e far emergere le mie potenzialità. Quando è stato il momento per la mia azienda di fare il salto, insieme a lei l'ho fatto anche io. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? È una cosa che non escludo. Il mondo del lavoro sta cambiando e le competenze vanno attualizzate soprattutto in ambito digital. Da due anni lavoro da casa e ho dovuto acquisire tante skill digitali: vorrei continuare a formarmi soprattutto da questo punto di vista, aumentando la rivendibilità futura della mia posizione professionale. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Il mio primo consiglio è quello di fidarsi dei professori in aula e di tutto il team intorno al percorso. Poi bisogna sfruttare al massimo le possibilità di incontro e network, che sono il vero valore aggiunto di Luiss Business School. Si permette allo studente di confrontarsi con persone e personalità con quali in un altro ambiente si avrebbe più difficoltà a confrontarsi. In più, non ultimo e non meno importante, consiglio di essere molto ambiziosi, attitudine che ripaga sempre. ---- Lo Studio Legale Lener, Morrone & Partners mette a disposizione una borsa di studio per l'edizione 2021/2022 del programma, volta ad offrire un sostegno finanziario per favorire la partecipazione. Per maggiori informazioni è possibile scrivere a: masterluissbs@luiss.it o recruitmentluissbs@luiss.it SCARICA LA BROCHURE 5/10/2021

29 Settembre 2021

Ripensare lo store del futuro: la sfida di Prada al centro dell’MBA International Week

Come sarà lo store del futuro? I 40 studenti riuniti da Luiss Business School per l'edizione 2021 si sono sfidati per dare una risposta al colosso del mondo della moda In un mondo in cui possiamo comprare online in ogni momento, ovunque, qual sarà il ruolo del retail in futuro? È stata questa la domanda al centro dell’ultima edizione dell’MBA International Week 2021 organizzata da Luiss Business School. Ben 40 studenti provenienti dalle migliori business school del pianeta si sono sfidati per immaginare lo store del futuro di Prada Group. Ritorno in presenza L’MBA International Week, svolta interamente in presenza, ha offerto l’occasione agli studenti dell'edizione 2021 di partecipare a workshop tenuti dai manager Prada e dai docenti Luiss. “È stata una grande occasione per ripartire e ripartire alla grande facendo respirare un'aria internazionale al nostro campus”, ha spiegato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Director of MBA & Executive Education Luiss Business School. Lo store del futuro: i progetti Come sarà lo store del futuro? Gli studenti coinvolti nella sfida proposta da Prada Group sono partiti da questa domanda per lavorare sul concetto di store store del futuro. L’esperienza maturata nelle rispettive business school li ha portati a prendere in considerazione un approccio omni-channel, proponendo l’interactive advertising, vetrine digitali, campagne pubblicitarie immersive e l’utilizzo di smart mirror technology da utilizzare in negozio ma anche a casa. Occhio anche al benessere del cliente, sempre più Generazione Z, che deve comunque trovare un luogo fisico in cui entrare in empatia con il brand in modo rilassato. L’imperativo è riassunto in una frase: “Il digitale non rimpiazzerà l’esperienza dei consumatori, senza tralasciare i vantaggi della tecnologia”. Per farlo, al centro dei vari progetti sono emersi tre pillar: design, tecnologia, fattore umano. Grande importanza anche alla sostenibilità, valore centrale per il cliente del presente e del futuro. Il punto focale della sfida lanciata da Prada Group è stato capire come innovare i propri spazi di vendita al dettaglio e consolidare le relazioni con i propri clienti. Ma l’MBA International Week è stata anche un’occasione per selezionare nuovi talenti. “Noi come azienda puntiamo ad investire ovviamente sulla competenza tecnica ma ancora di più pensiamo che trovare delle risorse che possano poi rappresentare il futuro del nostro brand – ha spiegato la direttrice HR di Prada Group Cinzia Labbrozzi – anzi dei brand del nostro Gruppo, sia necessario trovare chi ha passione per il proprio lavoro chi ha passione per la nostra azienda, il nostro prodotto, il contesto ma soprattutto serve curiosità, flessibilità e spirito di adattamento”. 28/9/2021

28 Settembre 2021

Domenico Crescenzo: «Io, servant leader grazie all'MBA Luiss Business School»

Un percorso poliedrico e la voglia di mettersi alla prova al di fuori del proprio settore di competenza, l'ingegneria, hanno spinto il giovane startupper verso l'alta formazione Luiss Business School. Il risultato? Una nuova avventura e tante nuove frecce al proprio arco Domenico Crescenzo non è il classico ingegnere, certo solo delle sue conoscenze. Ma per comprendere questa personalità che in molti definirebbero “multipotenziale”, bisogna raccontare la sua storia dall'inizio. Domenico è prima di tutto un leader naturale. Il primo ruolo arriva prestissimo, durante gli anni della scuola militare aeronautica Giulio Douhet di Firenze, frequentata dai 16 ai 19 anni. Qui è stato capo corso di 40 cadetti: insieme alla fatica degli studi liceali, aveva anche la responsabilità dei coetanei del suo corso. Poi è arrivato il percorso accademico in ingegneria energetica (percorso Aspri, Alta scuola politecnica ricerca e innovazione) presso il Politecnico di Milano. Terminati gli studi, è stato il momento di un'esperienza all'estero, per la precisione a Stoccolma presso il Royal Institute of Technology (KTH), dove ha seguito un percorso di ingegneria della progettazione, specializzandosi nella branca legata alla combustione e motori a combustione interna. L'approdo in Scania, azienda leader nella produzione di veicoli industriali, sembra quasi scontato. In questa esperienza Domenico porta a compimento anche un brevetto legato a un algoritmo capace di misurare l'efficienza di iniezione del combustibile. Ma qualcosa non funziona nell'equazione della sua vita lavorativa: Domenico sente che la sua vera realizzazione è nel mondo imprenditoriale. Lancia la sua prima startup, ma le cose non vanno come dovrebbero: lui, giovanissimo, entra in un team fatto da amici, che però non condividono la stessa visione. Così inizia a frequentare il mondo imprenditoriale italiano, prima di approdare a Janssen, la divisione farmaceutica di Johnson & Johnson. Questo è stato l'inizio di continui contatti con tante realtà innovative, tra cui Keethings, startup in cui ha esplorato tutti i ruoli che è possibile ricoprire in un'azienda di questo tipo. Questa esperienza lo ha portato a capire che consolidare le conoscenze manageriali e imprenditoriali non era più una scelta, ma un imperativo. Da lì, la decisione di iscriversi all'MBA di Luiss Business School. Grazie all'ambiente fertile e stimolante, Domenico si è rimesso in gioco e ha consolidato le sue conoscenze. Durante il percorso, in piena pandemia, ha anche fatto nascere la sua seconda startup, Screevo, l'espressione finora più compiuta della sua voglia di essere imprenditore. Domenico Crescenzo, cosa ti ha spinto a scegliere l'MBA Luiss Business School in formula part-time? Mi piaceva molto il mio lavoro in Keethings e non volevo lasciarlo. Qui stavo lavorando su settori che non avevo mai toccato prima. Sono sempre stato un ingegnere, un tecnico, ma con una forte spinta verso l'imprenditorialità. Volendo portare le due cose in parallelo: studiare e mettere in pratica, la formula part-time, benché impegnativa, era adatta alla missione. Perché la Luiss Business School? Perché è uno dei programmi, se non il programma più importante d'Italia. Essendo a Roma, mi permetteva di costruire e fortificare la rete che già avevo in quest'area geografica. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? L'aggettivo che meglio esprime la mia esperienza in Luiss Business School è “diverso”. Prima di tutto, la mia classe era costituita da tantissimi profili diversi, un vero e proprio valore aggiunto: dal profilo corporate all'imprenditore, c'erano diversi tipi di persone. L'ambiente è informale, molto interessante, cosa che mi ha permesso di avvicinarmi e parlare facilmente con chiunque volessi. Sei il Co-Founder e CEO della startup Screevo. Quali competenze – hard e soft – acquisite durante l'MBA ti hanno aiutato e ti aiutano a svolgere questo ruolo importante? Sicuramente quelle legate alla parte economico finanziaria, come il budgeting e la capacità di sedersi e cercare di pianificare tutte le attività nel breve, medio e lungo termine. Abbiamo seguito corsi di imprenditorialità in cui ci hanno spiegato come fare una presentazione per gli investitori, come capire e cogliere gli aspetti principali di un mercato, oltre ad alcuni corsi di marketing in cui ci hanno insegnato a notare alcune cose. Sono corsi e materie così ampie che ti spingono ad approfondire le cose che contano di più per ogni singola persona. Per quanto riguarda le competenze soft, penso che quando si entra in un MBA, dopo aver seguito le lezioni, non si esce come delle persone completamente diverse. Accade solo se ti metti davvero in gioco durante il percorso. La serie di corsi sulla leadership, ad esempio, affiancati al coaching, vanno poi applicati affinché avvenga una vera trasformazione. Io avevo in mente una sfida. Quale? Quando parti con una startup e sei poco più di un ragazzo, con poche risorse, e chiedi a persone più senior di lavorare gratis per te, per seguire un sogno, in tempo di pandemia, senza vedersi mai, richiede una leadership importante. Dipende da me, ma anche dalla visione e da ciò che comunico alle persone che stanno davanti a me. L'obiettivo che avevo in mente era far sì che anche gli altri riuscissero a vedere ciò che vedevo io. Quindi la mia bravura doveva stare nella capacità di comunicare quel sogno e sento che l'MBA mi ha aiutato ad affinare gli strumenti per farlo. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Nel corso di leadership mi ha colpito molto una frase detta in classe: «It's not about you. It's about the others». La servant leadership, il mettersi a disposizione, l'essere il primo a prendersi gli schiaffi, creano quello spirito di trust che spinge tutto il team a mettersi in gioco. Davanti a grandi investitori ho preso molti schiaffi e il mio team mi ha ringraziato per questo! Sul coaching ho dovuto mettermi in gioco a 360 gradi: qui ho esplorato i miei limiti di persona e poi di professionista. In che senso? Nella mia esperienza, posso dire che i limiti del professionista sono strettamente legati a quelli della persona. Sono sempre stato un buon comunicatore, ma emotivamente piuttosto chiuso: in alcuni casi può diventare un problema anche sul lavoro. Quando non riesci a esprimere ciò che senti, in positivo e in negativo, possono nascere incomprensioni. Questo mio limite è stato un punto di attenzione, che mi ha costretto ad allenare questa caratteristica. L'MBA non è una serie di corsi, che puoi acquisire leggendo dei libri: richiede un rimettersi in discussione per ripartire da una base più solida. Nella tua posizione la leadership è una qualità fondamentale: cosa ci vuole per essere veri leader? Servire, ascoltare, affrontare. Per alcune persone affrontare discussioni difficili è molto complicato. Invece va fatto in modo repentino e chiaro. Bisogna essere trasparenti nei confronti di sé stessi e degli altri. Di conseguenza, bisogna affrontare ogni giorno questi temi per creare un clima di fiducia, che non va tradita. Un buon leader è una persona di cui i dipendenti e gli impiegati si fidano, per cui sono pronti a fare l'extra mile. Il tuo curriculum è molto ricco: in quale delle tue esperienze pensi che l'MBA Luiss Business School avrebbe potuto cambiare le tue performance? Credo che questo tipo di formazione avrebbe fatto la differenza in molti momenti. Nel mio percorso di ingegneria non sono mai stato esposto a questioni di business. Sono entrato all'università con l'idea di finire il prima possibile, ma al termine ho scoperto che ciò che avevo studiato non mi piaceva del tutto. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? Sono estremamente competitivo per natura, ma non verso gli altri. Nell'MBA non c'è competitività interna, ma si avverte la volontà di andare avanti uniti come un blocco. Le varie sfaccettature di ognuno concorrono a creare un corpo unico. Si ha la possibilità di cogliere il meglio di ogni componente della classe. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Sono ancora nel pieno del programma, mancano sei mesi alla fine. Ho avuto contatti con persone interessate alla mia startup Screevo. Ho lanciato un'iniziativa, Startup Group, in cui abbiamo organizzato una call: si sono presentati 60 ex alumni con idee innovative. Pandemia e corso: come hai vissuto la didattica a distanza? La didattica a distanza ha i suoi limiti. Ma è la prima volta per tutti. L'esperienza di networking ne ha risentito, ma sono sicuro che ci saranno occasioni per colmare questo gap. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Il futuro sarà su Screevo. Poi non lo so: coltivo il sogno di alimentare la mia passione per la didattica. Raccontaci cos'è Screevo. Si tratta di un assistente vocale per l'industria 4.0. Il settore manifatturiero è stato travolto da un'onda di digitalizzazione. Operatori e tecnici, che sanno lavorare con le mani, spendevano più tempo davanti al computer per inserire dei dati che sul campo per risolvere i problemi. Infatti, dopo aver aggiustato una macchina, va compilato un report. L'idea è che le mani di operatori e tecnici debbano tornare a essere libere di generare valore. Per questo il nostro pay off è “Free From Typing”. Con Screevo si può parlare mentre si lavora: quello che si dice viene trascritto in maniera automatica nei campi software del cliente. Screevo rimappa quello che viene detto e inserisce ogni risposta nei campi specifici previsti dal software. Screevo può aiutarci anche a prenotare un viaggio sul sito di Trenitalia. Posso prenotare un treno sul sito di Trenitalia utilizzando Screevo: lui sa quali campi compilare con le risposte che gli diamo. La startup ha vinto la competizione Boost your ideas, lanciata da Regione Lazio e ci è valsa l'ammissione all'incubatore della Luiss. Verso la seconda settimana del Luiss & Labs siamo stati contattati da un programma di accelerazione in California e ora stiamo per aprire una seconda sede lì. Open innovation e Millennial: quale ricetta per creare engagement? È importante che le corporate responsabilizzino i giovani a loro rischio e pericolo. Dentro J&J sono stato responsabilizzato e, nonostante la paura, mi sono sentito coinvolto. Un ragazzo laureato, con le sue ambizioni, che pensa di spaccare il mondo, ed entra a fare lavoro d'ufficio, dove vede poco valore aggiunto, dove non sente la pressione della responsabilità, si disingaggia velocemente. Si scappa o dalla pressione o dalla noia. È lì che bisogna lavorare: comunicare la visione per farli sentire parte di qualcosa. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? La chiave del successo – e parlo da chi sta affrontando questo percorso in prima persona – è il coraggio di prendersi dei rischi. E non è qualcosa che si fa solo da imprenditori. Si ha successo quando si spinge per cambiare, cosa che richiede coraggio, energie e rischio. Uno studente MBA che vuole cogliere le opportunità del percorso deve poter innovare perché è necessario per crescere, per cambiare il sistema, ma anche il Paese. Per innovare serve coraggio. Non lo si può fare solo seguendo le regole. A volte è necessario sapendosi muovere tra le regole, e questo comporta una parte di rischio. Il Messaggero, Screevo - Un fondo americato co-investe nella start-up di Luiss Enlabs, 17 settembre 2021 28/9/2021

23 Settembre 2021

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve la delegazione di “Global Family Business Management”

Oltre un quinto delle aziende familiari sta affrontando il passaggio generazionale. Per preparale alla transizione, Luiss Business School, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ha sviluppato il programma in “Global Family Business Management”, giunto alla quarta edizione Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto una delegazione di esponenti del progetto formativo "Global Family Business Management", un programma nato per rigenerare il tessuto imprenditoriale del Paese e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo. «Questo percorso mira a formare leader responsabili pronti a costruire una società più inclusiva – ha dichiarato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete – Sarà essenziale che le piccole e medie imprese sappiano rispondere alle sfide di un mondo globalizzato che ci chiede di diventare più grandi: strumenti e competenze saranno indispensabili per superare questo iato». Le aziende familiari rappresentano l’ossatura del sistema economico italiano: creano occupazione e partecipano attivamente al mercato azionario, di cui rappresentano oltre il 25% della capitalizzazione complessiva. La loro resilienza ha fatto sì che queste imprese resistessero alla pandemia, assicurando lavoro ed eccellenza imprenditoriale. In queste aziende il passaggio cruciale è sintetizzato da un dato: tra il 2013 e il 2023 oltre un quinto delle aziende familiari ha affrontato o affronterà il passaggio generazionale. Il processo può mettere a rischio il patrimonio di conoscenze acquisite in anni di esperienza e, per proteggerlo e trasmetterlo, Luiss Business School ha sviluppato – in collaborazione con Intesa Sanpaolo – il programma in “Global Family Business Management”. L'obiettivo è quello di dotare gli eredi delle dinastie degli strumenti conoscitivi idonei ad affrontare questa sfida in maniera consapevole, per garantire continuità alle imprese. Dopo il successo della prima edizione, lanciata nel 2017 con la partecipazione di 25 studentesse e studenti, figlie e figli di imprenditori di aziende familiari italiane, parte oggi la quarta edizione, che si avvale delle partnership con la IÉSEG School of Management di Parigi e la IE Business School di Madrid. Oggi la community degli alumni coinvolge 100 persone in tutto il mondo. «Il programma in “Global Family Business Management” è pensato per fornire ai partecipanti gli strumenti e le conoscenze che permetteranno alle aziende familiari di consolidarsi e crescere – ha spiegato Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Miriamo a formare una nuova generazione di imprenditori che sappia cogliere le opportunità della trasformazione digitale, per costruire un nuovo modo di essere industria italiana nel mondo, sinonimo di conoscenza, innovazione, eccellenza». Alla didattica si è affiancata nel tempo un’importante attività di ricerca accademica, volta a favorire ulteriormente lo sviluppo di innovazione e imprenditorialità. Se da una parte i contributi dei docenti hanno dato vita al volume “Il family business. Manuale di gestione delle imprese familiari”, dall’altro ha preso vita l’Osservatorio “Family Business Innovation”, che mira a rafforzare la competitività delle imprese familiari italiane. «Per le imprese, per i giovani, per il lavoro – ha spiegato Fabio Corsico, direttore scientifico del programma – è nostro compito dotare i talenti di strumenti concreti e innovativi, adeguati al momento storico che stiamo vivendo. Un programma che quindi vuole essere la chiave per rigenerare il tessuto imprenditoriale e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo». RASSEGNA STAMPA Quirinale.it, Il Presidente Mattarella ha ricevuto una delegazione della Luiss Business SchoolIlTempo.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAffariItaliani.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAgenziaNova.com, Quirinale: Mattarella riceve presidente Luiss Business School, AbeteBorsaItaliana.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione progetto Luiss Business SchoolCorr.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlMessaggero.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss BusinessEcoSeven.net, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business School LaSicilia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolLiberoQuotidiano.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolOlbiaNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolSardiniaPost.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlGiornaledItalia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business school 23/9/2021

22 Settembre 2021

PNRR, Paolo Boccardelli: «Riforme necessarie per rendere strutturale la crescita del Paese»

Durante l'evento “Riforma Italia” il Direttore Luiss Business School ha messo in evidenza la strada da seguire per una ripresa reale, capace di rendere attrattiva l'Italia anche per gli investimenti stranieri. Secondo un'analisi realizzata da Luiss Business School e EY il 92% dei dirigenti vede il Recovery Plan come occasione unica per il rilancio dell'Italia. Tuttavia, secondo l'opinione pubblica non saranno usate neanche il 50% delle risorse. Le aspettative legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza devono anche fare i conti con problemi strutturali ed endemici, che il governo proverà a sanare attraverso le 42 riforme in cantiere. Durante l'evento “Riforma Italia”, organizzato da Ey in collaborazione con Luiss Business School, tenutosi a Villa Blanc, Roma, si è discusso di come le riforme del PNRR impatteranno sul sistema economico e sociale del nostro Paese. «In Italia esistono degli ostacoli esogeni al sistema impresa dovuti, soprattutto, a un quadro normativo instabile, una giustizia lenta, un sistema fiscale complesso, una burocrazia farraginosa – ha spiegato in apertura dell'evento Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Il progetto di ricerca, coordinato dal professor Enzo Peruffo in collaborazione con Ey e altri ricercatori, aveva come obiettivo identificare i temi di qualità, di policy, di indicazione, senza dare ricette. Il punto essenziale della ricerca è capire come rendere strutturale la capacità di crescita di questo Paese. È prioritaria l’attuazione di un piano di riforme che stimoli la produttività nel medio e lungo termine, aumenti la competitività del tessuto produttivo e agevoli gli investimenti, per consolidare la crescita e renderla strutturale. Non si tratta solo di spendere bene i soldi del PNRR, ma anche di cogliere le sfide del futuro. Tra tutte c'è quella del cambiamento climatico, che il premier Draghi ha definito un'emergenza attuale. Dunque il partner pubblico deve diventare efficiente e moderno». Stefania Radoccia, Managing Partner dell’area Tax&Law di EY in Italia, in apertura dell’incontro ha commentato: «In questo particolare momento storico il mondo intero guarda al nostro Paese con grande attenzione, consapevole dell’opportunità di accelerazione che il PNRR costituisce. Gli impatti derivanti dall’attuazione delle misure contenute nel Piano sono stati valutati in termini di PIL fino al +3,6% nel 2026, ma è necessario convogliare le migliori risorse per rendere il Paese più attrattivo e competitivo a livello internazionale, ricreando un clima generale di fiducia. La nostra indagine ci dice che il 68% dei manager ha fiducia in come il governo sarà in grado di gestire l'attuazione del Piano. L’attuazione del PNRR è infatti la miglior garanzia di investimenti esteri futuri. Tutto questo parte dalle riforme e dalla interoperabilità di tutte le misure previste, pertanto come EY abbiamo fatto e faremo la nostra parte: siamo partiti dall’ascolto dell’opinione pubblica, manager e imprenditori per formulare idee concrete e proposte per ciascuno dei pilastri di riforma del Paese: semplificazione, fisco, giustizia e lavoro». Rendere strutturale la crescita passa anche dalla consapevolezza dell'enorme meccanismo messo in movimento con il Pnrr. Marco Buti, Capo di gabinetto del Commissario europeo agli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni, nell'offrire la prospettiva sull'Italia da Bruxelles, si focalizza su tre numeri: 25, i miliardi di prefinanziamento del 13% del Pnrr già ricevuti dall'Italia in agosto; 21, i miliardi che ci si aspetta di ricevere dopo la prima tranche, nei prossimi sei mesi; 42, le riforme e i provvedimenti sugli investimenti da approvare di qui a fine anno. «All'interno di questo ultimo numero ci sono grandi riforme da attuare, ma metterei l'accento anche su ciò che sembra più facile: i cambiamenti procedurali necessari per passare dalla pianificazione alla realizzazione». Al contrario di molti altri programmi europei, per la prima volta non c'è un pagamento a piè di lista, ma tarato sugli obiettivi, fondamentale per la riforma della pubblica amministrazione e per la ricostruzione della credibilità del nostro Paese anche per gli investimenti esteri. «Il Pnrr – ha aggiunto Buti – trasforma la credibilità personale del primo ministro Draghi in credibilità istituzionale. Per trasformarla in credibilità sistemica c'è bisogno che tutto avvenga davvero, e che ci sia un senso di ownership, di appropriazione da parte del sistema Paese, e soprattutto da parte dei giovani. Del resto Next Generation Eu è pensato per loro». Rendere strutturale la crescita significa comprendere i vari passaggi necessari per attuare le riforme. Come ha spiegato Franco Bassanini, Presidente CdA, Open Fiber, «le riforme costano perché bisogna fare investimenti. La digitalizzazione ne è un esempio. Per questo occorrono risorse per mitigare l'impatto nel medio termine. Oggi l'Europa ci vincola sui risultati, ma ci sono anche le risorse necessarie. Questo anno e mezzo sarà cruciale e la regia delle riforme non può che essere coordinata dal Presidente del Consiglio». «Il tema che penalizza l'Italia è la velocità di risposta alle riforme – ha aggiunto Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild – è una guerra contro il temo. Ci vuole uno sforzo tra grandi imprese e governo, che offrano soluzioni nel presente». C'è la percezione di essere in un momento in cui si potrebbe fare la differenza nelle vicende italiane: la stagione è propizia, non abbiamo un problema di risorse ma, nonostante tutto, speriamo di farcela. «Questo è un momento in cui bisogna fare riforme innovative, facciamolo guardando al futuro – ha dichiarato Laura Castelli, Viceministro dell’economia e delle finanze – Sul fisco, sulla giustizia, su tutti i temi non si è agito, abbandonando i temi a delle ideologie politiche. Oggi dobbiamo provare a far tutto questo senza ideologie, pensando alla necessità di spingerci in avanti. Ci sono le risorse per farlo, ma solo se riusciremo a raggiungere degli obiettivi intermedi. La stabilità politica del governo sarà fondamentale in questo processo». I dati Nel corso dell’evento “Riforma Italia” di EY e Luiss Business School sono stati presentati i risultati delle indagini sulle riforme – semplificazione, fiscale, giustizia e lavoro – che hanno sondato il grado di fiducia nella loro riuscita e ricaduta positiva tra manager e opinione pubblica. In materia di semplificazione, sia tra i cittadini che tra i manager oltre il 75% degli intervistati si aspetta una velocizzazione dei permessi ed una riduzione dei costi a carico delle aziende che operano con la Pubblica Amministrazione. Per quanto riguarda la riforma fiscale, si registra un forte scontento per la situazione attuale: la popolazione e i manager si aspettano soprattutto la riduzione della tassazione sul lavoro (44% e 45%) e una generale semplificazione del sistema impositivo (36% e 41%). La riforma della giustizia registra tra gli intervistati un giudizio negativo della situazione attuale, che genera la richiesta (circa 60%) di concentrarsi maggiormente nel percorso di riforma sugli aspetti di efficientamento del sistema giudiziario. Per quanto riguarda la riforma del lavoro, oltre il 50% di entrambi i campioni concorda sugli obiettivi da perseguire: crescita dell’occupazione, in particolare di donne e giovani, e riduzione del cuneo fiscale. RASSEGNA STAMPA La Repubblica, Pnrr, per il 92% dei manager è un'occasione unica per l'Italia: dubbi sull'utilizzo di tutte le risorseAdnKronos, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Il Sole 24 Ore, Recovery, Castelli: «Servono riforme innovative»Il Messaggero, Ruffini, PNRR occasione per grande riforma fiscaleEconomyMagazine.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"IlTempo.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Businesspeople.it, Pnrr occasione di rilancio per l’Italia: d’accordo 9 manager su 10Corrierecomunicazioni.it, Banda ultralarga, Web tax e PA digitale: le priorità degli italiani per l’execution del PnrrAnsa.it, Pnrr: report Ey, occasione unica, ma rischio uso risorse 22/9/2021

17 Settembre 2021

Chi sono i leader del futuro: la lezione del Graduation Day in Luiss Business School

Nella cornice di Villa Blanc gli studenti dei master 2018/2019 hanno celebrato la fine del proprio percorso formativo. «Né un punto di arrivo, né di partenza, bensì la tappa di un lungo viaggio», ha spiegato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete, dettando gli ingredienti necessari per essere leader del futuro «La formazione è qualcosa di più del semplice apprendimento: è crearsi un proprio modo di essere, di pensare, sia da un punto di vista progettuale sia critico, per arrivare ad agire come leader». Con queste parole Luigi Abete, Presidente Luiss Business School, ha aperto i Graduation Day dedicati agli studenti del master dell’edizione 2018/2019. Torna finalmente la cerimonia in presenza, che ospita inoltre gli speech degli studenti. I leader del futuro «Leadership significa avere un orizzonte più che una visione – ha spiegato Abete – Quest'ultima può essere anche un'utopia, mentre l'orizzonte è quel punto distante da noi, ma che riusciamo a vedere e a fotografare. È un punto che più gli camminiamo incontro, più si allontana, e che quindi non raggiungeremo mai. Ma è proprio questo il modo di essere leader: svolgere una professione, avendo progetti e programmi, sostenuti da quell'orizzonte, da tradurre in realtà». Nel salutare studenti e famiglie, ma anche coordinatori, professori e operatori, il presidente Luiss Business School ha sottolineato anche che «leader non significa avere il consenso di molti, ma avere idee e progetti da perseguire. Non ha paura del nuovo, del cambiamento, dell'andare in minoranza con le proprie idee perché sa che potranno realizzarsi portando cose positive per tutti. Il leader è un soggetto che ha la responsabilità – intesa come coscienza e conoscenza – come centro della propria modalità di agire». «I veri leader oggi non sono degli uomini solitari – ha concluso Abete – la leadership di un Paese moderno va costruita in modo collettivo. La storia è fatta da tante persone, in tempi moderni e meno moderni, in contesti talvolta difficili, ma la volontà degli uomini positivi, se riescono a fare un fronte comune, naturale, allora diventa leadership. La capacità di ciascuno di noi si vede nell'essere leader insieme agli altri». Essere testimoni attivi Terminato il proprio percorso di studio, gli studenti di Luiss Business School si trasformano in testimoni attivi che, attraverso la propria professionalità assicurano la prosecuzione della storia di formazione che ogni giorno si svolge a Villa Blanc, a Roma, e nelle altre sedi nazionali e internazionali della Scuola. Come ha spiegato Luca Pirolo, Direttore Area Master Luiss Business School, «se c'è una qualche battaglia che dovete combattere nel mondo del lavoro, dovete farlo essendo certi di avere tutti gli strumenti che avete acquisito durante questi mesi all'interno delle nostre aule. Ci piace pensare che quello che ogni studente attraversa nelle nostre aule non è un percorso di formazione, ma di trasformazione. Si cresce dal punto di vista personale, professionale e caratteriale perché il nostro percorso formativo si basa sullo sviluppo di hard e soft skill». A testimonianza di ciò l’Alumna, Francesca De Rosa, che ha frequentato il Major in Sustainability and Energy Industry del Master Master in International Management nell’hub di Milano alla sua prima edizione, ha raccontato la fatica, ma anche i traguardi raggiunti insieme al gruppo. «Quella valigia per Milano ci ha cambiato la vita – ha spiegato De Rosa – L'esserci spinti oltre la comfort zone e aver avuto il coraggio di raggiungere il risultato ci ha resi non solo più capaci e coesi tra noi, ma ha cambiato i nostri caratteri e le competenze di partenza, che si sono intrecciati in modo da poterli esprimere al meglio anche nell'aiuto ai propri compagni di avventure. Non ci serviva avere tutte le risposte all'inizio, ma l'importante era farsi le giuste domande nel percorso». «Se dovessi definire con una sola parola il percorso di formazione in Luiss Business School, quella parola sarebbe "unbelievable" – ha esordito Antonietta Costanzo, studentessa del master in Diritto Tributario. Ricordando le tappe e i successi del percorso ha raccontato i quattro ingredienti per una carriera di successo emersi durante l’incontro di Job Shadowing con Patrizia Rutigliano, Executive Vice President Institutional Affairs, ESG, Communication & Marketing di Snam, nell’ambito del progetto GROW-Generating Real Opportunities for Women: «Non precludersi mai un'occasione lavorativa, quella che a volte si considera la meno adatta si può rivelare la vostra migliore scelta; mettersi in gioco in primo piano, nessuno ti dà gratificazioni solo perché sei bravo; non crearsi mai problemi di mobilità; curare il network è bello, fare squadra». «Un’esperienza che non solo permette di acquisire gli strumenti necessari per trasformare un'idea in un progetto reale – ha precisato Carlotta De Simone, studentessa di Gestione della produzione cinematografica e televisiva – ma che ti forma come professionista, consentendo di acquisire consapevolezza dei tuoi punti di forza, e ti arricchisce grazie alla possibilità di confronto e dialogo, con colleghi ed esperti di settore». A questi, il presidente Abete ha aggiunto: «Ambizione e senso del limite sono due facce della stessa medaglia: l'ambizione è legittima se hai un progetto, mentre il senso del limite dà all'ambizione il senso della realtà». Nel concludere le cerimonie, il professor Pirolo ha augurato agli Alumni di non fermare mai la «sensazione di positività che state vivendo, continuate a guardare il futuro, abbiate fiducia in quello che avete appreso e andate avanti come persone e come lavoratori». 17/9/2021

20 Luglio 2021

Aziende come comunità: il futuro dello smart working

Formazione, leadership e senso per le persone: sono queste le nuove sfide per riconnettere le aziende ai propri dipendenti e creare un lavoro a distanza davvero intelligente, senza perdere il valore del ritrovarsi in presenza Lo smart working ha cambiato il modo di lavorare. Diventati più flessibili sul fronte spazio-temporale, i lavoratori sembrano non avere più motivi per ritornare in ufficio, sacrificando la socialità e la creatività collettiva che solo lo spazio condiviso può dare. Tre le direttrici su cui investire per riconnettere le aziende come vere e proprie comunità: formazione, leadership e senso per le persone. È quanto è emerso durante il webinar “Ri-connettersi: come riparte il lavoro smart dopo la pandemia. Persone, spazi, creatività” organizzato da Luiss Business School in collaborazione con Oracle – società leader nella tecnologia, che si è distinta anche recentemente per l’efficacia delle sue soluzioni cloud HCM (Human Capital Management) nella cura e gestione delle risorse umane, anche da remoto - e tenutosi il 15 luglio. Smart working: cosa è successo durante la pandemia Se in passato lo smart working era considerata una bizzarria da Silicon Valley, la pandemia ha messo faccia a faccia con tutti i suoi vantaggi e criticità. Superata la confusione tra remote working, home working e smart working, la popolazione ha sperimentato i lati positivi del lavoro da casa, dalla sostenibilità ambientale ai benefici in termini di work-life balance. Tra le insidie da superare c'è stato l'over working che alcune aziende hanno tenuto a bada con un'adeguata netiquette. A valle dei lunghi mesi in cui i processi organizzativi sono forzatamente cambiati per necessità, si è iniziato a parlare anche di working from anywhere, delle sue potenzialità e degli interventi a supporto per la sua realizzazione. «I lavoratori si sono scoperti molto produttivi, e spesso anche di più, anche fuori dagli uffici – ha spiegato Monica Parrella, Adjunct Professor Luiss Business School – Per questo i datori di lavoro hanno bisogno di far comprendere che esistono buone ragioni anche per tornare in parte a lavorare nelle ordinarie sedi di lavoro. Se è vero che il lavoro individuale si fa benissimo e forse meglio da casa, è soprattutto attraverso le interazioni  fisiche che si  innova,  si cresce, si impara gli uni dagli altri. Per questo vanno riprogettati gli uffici. Lo smart working è in transizione e non esiste una soluzione unica. La sfida è manageriale e di leadership». Pandemia, sanità e digitale: verso lo smart patient Un esempio delle grandi potenzialità legate allo smart working lo ha offerto il settore sanitario. Dall'inizio della pandemia sono state avviate visite d'emergenza su piattaforme online, lavori in team dislocati in più luoghi diversi e la stessa campagna vaccinale senza il digitale non avrebbe preso avvio facilmente. Abbiamo assistito anche alla nascita del problem networking, cioè la capacità di risolvere problemi in un network che non è più dentro l'organizzazione, ma fuori o anche a metà strada. Lo ha osservato Daniele Piacentini, Direttore Risorse Umane Policlinico Gemelli. «Per fare smart working ci sono quattro elementi essenziali: lo smart worker, ancora da costruire, lo smart office, gli smart leader, adattivi e inclusivi, ma soprattutto gli smart patient – ha sottolineato Piacentini, aggiungendo – Rendere emotivamente piacevole l’interazione digitale nella relazione con i pazienti sarà la prossima sfida della sanità». Leadership e formazione: strategie vincenti Ma la vera tecnologia restano le persone: cambiare mindset e attitudeè necassario per realizzare la digital transformation nell’organizzazione del lavoro. A dimostrare questa teoria durante la pandemia è stata la classe dirigente, soprattutto nei casi in cui dirigenti e i manager hanno esercitato prevalentemente la cultura del controllo e dell'over working per monitorare la produttività. In alcuni ambiti come la Pubblica Amministrazione, dove le carenze sulla digitalizzazione sono più ampie, c'è chi è stato lasciato indietro senza essere recuperato.  «Già prima della pandemia la Regione Lazio si è occupata di smart working, inquadrandolo nella trasformazione digitale, anche come organizzazione agile – ha spiegato Alessandro Bacci, Direttore Affari istituzionali, Personale e Sistemi Informativi della Regione Lazio – Ma durante la pandemia ci siamo trovati ad affrontare l'incapacità di alcuni nostri capi nel trattare i dipendenti a distanza. La formazione sarà indispensabile per realizzare il cambiamento che permetterà di superare la cultura dell’ufficio tradizionale e del modello comando-controllo». Condividere valori e obiettivi dell'azienda diventa cruciale per uno smart working efficace ed inclusivo. Ma non esiste smart working senza remote leadership. Nelle forme ibride di lavoro in presenza e da remoto saranno necessari capi team capaci di gestire persone in presenza e a distanza. «La leadership diffusa sarà fondamentale. Connettersi, ispirare e innovare sono i tre concetti chiave che guideranno il ritorno in ufficio. I leader dovranno essere dei community manager, animatori delle loro comunità. È in questo scenario che la formazione diventa indispensabile», ha sottolineato Rossella Gangi, Direttrice Risorse Umane WINDTRE. «In Terna abbiamo concepito un programma in sette cantieri per trasformare l'emergenza in cambiamento – ha sottolineato Emilia Rio, Direttore Risorse Umane e Organizzazione di Terna – nuova leadership, people care, metodo di ascolto, semplificazione, sostenibilità, digitalizzazione, riprogettazione degli spazi. Il digitale amplia i confini e può diventare disorientante: la nostra sfida è comprendere dov'è quel confine, cosa possiamo fare e permettere che le persone diventino consapevoli. In questo contesto abbiamo una grande opportunità di crescita responsabile delle nostre persone». Il futuro dello smart working La legislazione vigente sembra sufficientemente garantista sul fronte del diritto alla disconnessione e over working per gli impiegati. Le aziende si augurano che non ci siano interventi restrittivi per poter sfruttare appieno tutte le potenzialità dello smart working, impegnandosi a trasmettere una vision che faccia sentire tutelato il lavoratore dalle “invasioni” digitali nella sfera privata. «Le persone devono stare al centro – ha spiegato Andrea Langfelder, Human Capital Management Strategy Leader di Oracle Italia, che ha anche portato casi concreti di aziende che proprio grazie alle applicazioni Oracle Cloud hanno saputo rendere più semplice, piacevole e produttiva l’esperienza di lavoro delle proprie persone in questo periodo, come ad esempio illycaffè, Mondadori, Poste Italiane – Saranno sempre le persone a fare la differenza insieme alle capacità di leadership. La tecnologia è solo un facilitatore, che ci ha permesso di continuare a vivere e fare business, oltre a trovare un nuovo e migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata». RIVEDI IL WEBINAR 20/07/2020

18 Marzo 2021

Leader for Talent con Claudio Costamagna, Presidente esecutivo di CC & Soci

Claudio Costamagna, Presidente esecutivo di CC & Soci, banchiere e dirigente d'azienda italiano, Presidente di Cassa depositi e prestiti da luglio 2015 a luglio 2018 e attualmente Presidente esecutivo di CC & Soci, ha incontrato gli studenti dei master Luiss Business School nell’ambito della serie “Leader for Talent #L4T”. L’iniziativa mette a confronto a confronto i talenti in aula con i leader del nostro tempo, per un’opportunità unica di condivisione e apprendimento, in una cornice interattiva ed esclusiva. I fattori che determinano una carriera di successo e i cambiamenti culturali del capitalismo familiare italiano per la ripartenza del Paese sono stati i temi al centro dell’incontro. RIVEDI IL WEBINAR Costruire una carriera di successo: quali consigli? Sono tre i fattori imprescindibili per costruire una carriera di successo. Innanzitutto, la passione, in cui il ruolo dell’università è fondamentale per scoprirla e poi lasciarsi guidare nelle scelte professionali. Non è possibile dedicarsi bene al proprio lavoro senza passione. Avere passione significa anche mettersi in discussione quando si ha successo, ponendosi nuove domande per non dare risposte automatiche. Secondo fattore è la reputazione, che ci anticipa prima che le persone ci conoscano. Bisogna lavorare sulla reputazione sin da piccoli e fare scelte in base all’impatto che deriverà sulla reputazione. Terzo fattore è la fortuna, come attitudine alla vita. Ritenersi una persona fortunata porta la fortuna al proprio tavolo, favorisce la reputazione e aiuta a sviluppare le proprie passioni. Le grandi opportunità nascono dalle crisi: qual è la ricetta per la ripartenza del Paese? Abbiamo bisogno di un cambiamento culturale che riguarda specialmente il capitalismo familiare che caratterizza la nostra economia. Questa trasformazione è in realtà già in corso: se fino a 10 anni fa il passaggio generazionale era automatico, oggi questo automatismo non è più scontato e altri fattori diventano dirimenti nelle decisioni legate alla successione, come la passione e le competenze per diventare imprenditori. Questo cambiamento si concretizza inoltre in una maggiore apertura del capitale alla borsa e al private equity, per invertire la rotta da una crescita fatta sul debito, che non è sana. Queste trasformazioni permetterebbero al Paese di avere aziende più grandi e competitive, perché aprire il capitale è la strada per fare acquisizioni e investire in tecnologie. Qual è il futuro dei business model bancari? Il modello di business delle banche retail tende oramai ad essere superato dalle startup e dal fintech: la grande banca non sempre ha la capacità di evolvere in questa direzione e sviluppare al proprio interno queste soluzione è una grande sfida. I modelli delle banche di investimenti sono invece più flessibili, ma in generale tutto il sistema bancario dovrebbe fare una riflessione su come reinventarsi investendo in questi settori. A differenza dei Paesi vicini e con economie simili alla nostra, facciamo fatica a costruire una classe dirigente? Le nostre aziende avrebbero senz’altro bisogno di leader più coraggiosi, che ambiscano a diventare leader internazionali. Dal punto di vista manageriale invece, troviamo sempre italiani in posizioni di vertice all’estero: ciò dimostra che i nostri talenti non trovano possibilità di crescita nel Paese. Dovremmo quindi ripensare alle leve che ci permettano di valorizzare e trattenere questa classe manageriale, oltre che di giudicare diversamente il merito. RIVEDI IL WEBINAR 18/03/2021

09 Marzo 2021

Leader for Talent con Melissa Ferretti Peretti, AD American Express Italia

Melissa Ferretti Peretti, AD American Express Italia, ha incontrato gli studenti dei master Luiss Business School nell’ambito della serie "Leader for Talent #L4T". L’iniziativa mette a confronto a confronto i talenti in aula con i leader del nostro tempo, per un’opportunità unica di condivisione e apprendimento, in una cornice interattiva ed esclusiva. Le doti e le attitudini di leader e talenti, tra coraggio, ambizione e capacità di motivare, e come l’accelerazione digitale ha ridisegnato gli equilibri aziendali e l’esperienza dei clienti sono stati i temi al centro dell’incontro. RIVEDI IL WEBINAR Quali caratteristiche identificano un leader? Tra le caratteristiche principali di un leader c’è il coraggio, come forza di uscire dalla propria zona di comfort e affrontare nuove sfide. Un leader è pronto e determinato ad assumersi le responsabilità delle proprie decisioni affrontandone le conseguenze. Un leader inoltre non si sente mai arrivato, resta umile ed è sempre disposto a imparare. È fondamentale che un leader sappia motivare il proprio gruppo di lavoro: da questo punto di vista, credere nella mission aziendale rende anche più semplice riuscire a trasmetterla al team. Leadership al femminile: quali sono i tratti essenziali? A mio parere non ci sono tratti che caratterizzano una leadership femminile. Ci sono buoni leader e cattivi leader. Quali sono i tuoi consigli per raggiungere posizioni apicali in azienda? È indispensabile liberare la parola ambizione dalla connotazione tendenzialmente negativa che spesso la circonda, soprattutto tra le donne. Si pensa che l’ambizione sia un termine estremamente egoistico e autoreferenziale, invece avere fiducia in sé stessi ed essere consapevoli che si può arrivare dove si vuole è un motore fondamentale per chi vuole crescere. Per realizzare i propri sogni bisogna addentrarsi in territori sconosciuti: per questo è necessario non temere di cimentarsi in campi in cui non si è super competenti, chiedendosi cosa si può imparare. Come scegli un talento che possa entrare far parte del tuo team? L’aspetto fondamentale in un talento è il “grow mindset”. È una questione di attitudine: i professionisti che pensano di poter sempre imparare e non vedono l’ora di uscire dalla propria area di comfort per mettersi in discussione hanno senz’altro una marcia in più. In base alla tua esperienza, in che modo è possibile mantenere una posizione di leadership? Oltre a essere capaci di mettersi sempre in gioco, è fondamentale circondarsi di persone competenti in settori diversi, da cui poter imparare senza la paura che qualcuno ci possa scalzare. Un leader non deve necessariamente conoscere tutto, ma deve sicuramente saper motivare validi collaboratori e indirizzarli per riuscire a raggiungere gli obiettivi. Come si declina la trasformazione digitale per American Express in Italia? Nell’approccio alla trasformazione digitale, due sono le traiettorie in cui sta investendo e crescendo American Express in Italia.  Da un lato c’è lo sviluppo di tecnologie e servizi con l’obiettivo di migliorare il rapporto con i clienti, quindi investimenti per potenziare i processi di on boarding e partnership con nuovi player tecnologici per cogliere le opportunità dell’online banking. Ulteriori investimenti riguardano lo sviluppo di esperienze mobile first: l’Italia è il Paese con la penetrazione di smartphone più elevata in Europa e la direzione verso cui stiamo puntando è permettere a tutti i clienti di accedere in tempo reale a tutti i servizi tramite l’app American Express, in modo sicuro, semplice e immediato. L’altro aspetto è la digitalizzazione del lavoro in American Express, con l’accelerazione dovuta alla pandemia. American Express aveva già introdotto lo smart working nel 2015 e i nuovi investimenti sono stati necessari per garantire la sicurezza, mantenere inalterati gli standard del servizio e un livello di engagement molto alto, con un focus sulle priorità strategiche. È stata arricchita la formazione per i dipendenti e sono stati messi a disposizione servizi di well being e telemedicina. Questa evoluzione del modo di lavorare sarà uno degli effetti più duraturi della pandemia e sarà fondamentale trovare il giusto equilibrio tra interazione umana e smart working. RIVEDI IL WEBINAR 9/3/2021

07 Febbraio 2021

La sovranità nell’era del Covid-19: il webinar Luiss Business School

Come è cambiato il concetto di sovranità al tempo della globalizzazione e dei sovranismi? E cosa significa sovranità ai tempi del Covid, quando le restrizioni della libertà personale hanno materializzato “la presenza del Sovrano con tutta la forza dello ius imperii per penetrare con irruenza nelle nostre vite”? A partire dalle riflessioni del libro “La nuova sovranità. Un saggio” di Leonardo Bellodi se ne è discusso a un webinar organizzato da Luiss Business School per il ciclo “Appunti per l interesse nazionale”, in collaborazione con l Associazione “Davide De Luca – Una vita per l Intelligence”. A introdurre i lavori, Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School: “Io credo che, per la comunità Business School, questo tema della nuova sovranità e di come debba evolvere in un quadro di cooperazione internazionale nuova sia davvero un’area di grande interesse a cui guardare con attenzione”, ha sottolineato. Secondo il Presidente Onorario Associazione Davide De Luca, Gianni Letta, oggi è necessario un ripensamento dell’ordine internazionale dei rapporti multilaterali, non solo in campo economico: “Il cambiamento del concetto di sovranità, le tensioni internazionali e le nuove dimensioni delle globalizzazioni impongono un ripensamento del modo di intendere le relazioni tra gli stati e come coordinarle per un nuovo concetto di relazioni internazionali”. Oggi “c’è da riscrivere una formula di multilateralismo che non puo essere basata su teorie globaliste”, ha spiegato il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola: “La nuova sovranità si basa sulla presenza del concetto di interdipendenza come concetto fondamentale ma non può non lasciarsi alle spalle un principio di non interferenza che non ci porterebbe a riorganizzare un modello multilaterale interessante per il nostro interesse nazionale”. Parlando di sovranità oggi non si può non parlare di sovranismo. Secondo il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, “se i nazionalismi si trasformano in sovranismi e i sovranismi in egoismi, vuol dire che abbiamo fallito. In questo caso – ha spiegato – bisogna mettere in campo i nostri valori e le nostre radici e come declinarle nel contemporaneo”. “Da una parte il Covid ci ha dimostrato che i sistemi nazionali non sono sufficienti di fronte a un evento di simile portata, dall’altra dobbiamo rivolgerci al sistema di approvvigionamento nazionale”, ha spiegato Paola Severino, Vice Presidente Università Luiss Guido Carli. Per Giampiero Massolo, Presidente Fincantieri, oggi viviamo un paradosso: “Mentre cresce l’esigenza di avere Stati integri ed efficienti, come è successo col Covid, gli Stati si sgretolano sotto la spinta di attori che portano alla destrutturazione della sovranità”, ha spiegato. Secondo Leonardo Bellodi, “lungi dall’essere destinata all’estinzione la sovranità può uscire rafforzata ed esaltata dalla crisi d identità imposta dal virus, nel momento in cui si fa carico di un più vasto sistema di valori e di responsabilità nei confronti dell'umanità” RIVEDI IL WEBINAR   7/2/2021

13 Novembre 2020

Appunti per l’interesse nazionale: il nuovo atlante del mondo

Un webinar organizzato nell’ambito del ciclo "Appunti per l’interesse nazionale", con Franco Bernabè, Presidente Cellnex Telecom, Maurizio Molinari, Direttore la Repubblica, e Fabrizio Palermo, Amministratore Delegato e Direttore Generale Cassa Depositi e Prestiti. Introdurrà i lavori Gianni Letta, Presidente Onorario Associazione Davide De Luca – Una Vita per l’Intelligence. RIVEDI IL WEBINAR     Il 1 dicembre alle 17.30 con Franco Bernabè, Presidente Cellnex Telecom, Maurizio Molinari, Direttore la Repubblica e Fabrizio Palermo, Amministratore Delegato e Direttore Generale Cassa Depositi e Prestiti, si terrà un nuovo appuntamento dei webinar organizzati nell’ambito del ciclo "Appunti per l’interesse nazionale", in collaborazione con l’associazione "Davide De Luca – Una vita per l’Intelligence". Un’opportunità unica per confrontarsi sul futuro degli equilibri internazionali anche alla luce dell’esito del voto USA 2020 e sulle partnership nelle relazioni politiche, economiche e commerciali, per cogliere le opportunità del digitale e delineare nuove strategie di fronte all’evoluzione di una società globalmente connessa. Introdurrà i lavori Gianni Letta, Presidente Onorario Associazione Davide De Luca – Una Vita per l’Intelligence. AGENDA  Interventi istituzionali Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School Gianni Letta, Presidente Onorario Associazione Davide De Luca – Una Vita per l’Intelligence Ne discutono: Franco Bernabè, Presidente Cellnex Telecom Maurizio Molinari, Direttore la Repubblica Fabrizio Palermo, Amministratore Delegato e Direttore Generale Cassa Depositi e Prestiti Il webinar è gratuito, per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI  RIVEDI IL WEBINAR 13/11/2020

09 Luglio 2020

Il Piano Transizione 4.0: le nuove agevolazioni fiscali

Il credito d’imposta per ricerca, sviluppo, innovazione, design e per l’acquisto di beni strumentali RIVEDI IL WEBINAR   In collaborazione con il Ministero per lo Sviluppo Economico Il Piano Transizione 4.0 è il progetto del Ministero per lo Sviluppo Economico che disegna una nuova politica industriale per il Paese, in cui innovazione, investimenti green e sostenibilità, creatività e design sono imprescindibili motori per la ripartenza. La Legge di Bilancio 2020 contiene le misure del Piano e amplia in particolare le agevolazioni economiche a sostegno della trasformazione digitale delle imprese, rispetto al precedente piano “Industria 4.0”. Il webinar illustrerà le principali misure fiscali introdotte con il nuovo Piano e la legge di Bilancio e in che modo il credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design, il credito d’imposta formazione 4.0, il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali incentivano e supportano la crescita e la competitività delle nostre imprese. PROGRAMMA Introduzione dei lavori Luca Olivari, Adjunct Professor e Project Leader Business Consulting Area, Luiss Business School Interventi  Il credito d’imposta per i beni strumentali Marco Calabrò, Dirigente Divisione IV – Politiche per l’innovazione e per la riqualificazione dei territori in crisi, Direzione Generale per la politica industriale l’innovazione e le PMI, Ministero dello Sviluppo Economico La proroga del credito d’imposta per la formazione 4.0 Luca Fioravanti, Dottore Commercialista, Business Consulting Area, Luiss Business School Il credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design Luca Romanelli, Dottore Commercialista, Studio Puri Bracco Lenzi e Associati Modera: Luca Olivari, Adjunct Professor e Project Leader Business Consulting Area, Luiss Business School Q&A Per partecipare al webinar è necessaria la registrazione REGISTRATI RIVEDI IL WEBINAR Che cos’è il credito d’imposta 2020 e cosa prevede  Credito d’imposta per imposta per investimenti in beni strumentali: si propone di supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato Credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design: si propone di stimolare la spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica per sostenere la competitività delle imprese e favorire i processi di transizione digitale e nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale Credito d’imposta formazione 4.0: si propone di stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale sulle materie aventi ad oggetto le tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese.

02 Luglio 2020

Leadership e gestione remota nella nuova impresa digitale

Da people leader a “e-leader” di collaboratori remoti: un webinar per approfondire le best practice di Smart Working e le innovazioni necessarie per convertire l’esperienza dell'emergenza in una grande opportunità di trasformazione digitale del Paese. RIVEDI IL WEBINAR L’emergenza sanitaria ha dimostrato che le imprese più resilienti sono state quelle già organizzate per avvantaggiarsi subito delle potenzialità delle tecnologie digitali. Durante il lockdown questa condizione ha riguardato non più del 30% delle imprese italiane, coinvolgendo circa 8 milioni di italiani che hanno potuto continuare a svolgere la propria attività in sicurezza lavorando da remoto. L’insegnamento da trarre è che non si può e non si deve tornare indietro: nella fase di ripartenza i passi giusti da fare sono dunque quelli di estendere e completare i processi innovativi avviati. Implementare lo Smart Working significa mettere il lavoratore al centro dei processi produttivi, spostando la misurazione del merito dal quanto lavorato ai risultati, con la possibilità di un migliore bilanciamento tra vita privata e lavoro, in un circolo virtuoso con impatti importanti sulla crescita della produttività aziendale e sulla sostenibilità ambientale. Nel corso del webinar verranno presentati i risultati del rapporto dello Steering Committee "Competenze e capitale umano" di Confindustria Digitale e dell’indagine di Luiss Business School su "Smartworking durante la pandemia Covid 19". (Leggi la preview dell'indagine Luiss Business School su Il Sole 24 Ore, 15 luglio 2020) Programma Dalle esperienze delle imprese ICT alle strategie di e-leadership Conversazione tra:  Cesare Avenia, Presidente Confindustria Digitale Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School Stefano Venturi, Presidente Steering Committee Competenze e capitale umano Confindustria Digitale Una nuova cultura digitale nel lavoro Ne discutono: Laura Di Raimondo, Direttore Assotelecomunicazioni-Asstel Massimo Giordani, Marketing Strategist, Presidente "Associazione Italiana Sviluppo Marketing" Guelfo Tagliavini, Consigliere Federmanager   Dibattito   Conclusioni Cesare Avenia, Presidente Confindustria Digitale Per partecipare è necessaria la registrazione.  REGISTRATI  RIVEDI IL WEBINAR 2/7/2020 

03 Dicembre 2021

BT accelera su rete col laboratorio di robotica

Allo studio le tecniche di scavo usate dai mammiferi. Parla Howard Watson, Chief Technology Officer di Bt Nuove tecniche di locomozione robotica e di scavo ispirate ai mammiferi e agli insetti che passano buona parte della loro esistenza proprio a scavare. Sono tra gli studi che si stanno rivelando promettenti per la realizzazione delle infrastrutture di rete denominate “trenchless” e fanno parte del lavoro del laboratorio di test di robotica per le telecomunicazioni nel Regno Unito lanciato recentemente da BT che ha come obiettivo l’accelerazione della diffusione dell’infrastruttura di rete. Il laboratorio collabora con le università e altri servizi di pubblica utilità allo scopo proprio di sperimentare la nuova gamma di robotica sviluppata nel Regno Unito applicabile alle telecomunicazioni e alle sfide dell'ingegneria civile del settore dei servizi pubblici in tutto il mondo. L'obiettivo è di ridurre i costi medi di 'roll out' della rete Anche le tecniche robotiche magnetiche, di arrampicata e di attraversamento dei cavi stanno maturando, consentendo prove di proof-of-concept su pali di torri wireless e cavi aerei.  L’obiettivo, e l’auspicio, di BT è quello di riuscire quanto prima a impiegare le nuove tecnologie di robotica sviluppate nel laboratorio del Suffolk per ridurre i costi medi di “roll-out” della rete, che attualmente si attestano tra le 250 e le 350 sterline per stabile. L’iniziativa si inserisce nell’ambito dei piani di R&S di BT. Secondo quanto spiega a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) Howard Watson, Chief technology officer di BT, il gruppo «è uno dei principali investitori in R&S nel mondo delle telecomunicazioni, con una lunga storia di innovazione nelle telecomunicazioni che risale al 1837. I nostri investimenti in ricerca, nel campo della fibra ottica, del 5G, dell'intelligenza artificiale, della sicurezza informatica e in molti altri ancora, ci stanno aiutando a differenziarci sul mercato e a realizzare quello che è lo scopo della nostra azienda: we connect for good». Nel 2020-21 investiti 720 milioni di sterline in ricerca e sviluppo Nel corso del FY 2020/2021 BT ha investito in ricerca e sviluppo 720 milioni di sterline, depositando 109 domande di brevetto che si aggiungono all’attuale portafoglio di oltre 5.100 brevetti e domande di brevetto. Ma non è solo posa di fibra e di rete in fibra. L’incumbent britannico sta integrando il piano per connettere il Regno Unito con l’uso della tecnologia satellitare. Grazie alla realizzazione di un accordo con l’operatore Leo nel giro di un anno potrà integrare le divisioni consumer e business con questo tipo di tecnologia. I target di BT di copertura con la rete sono molti alti e si inseriscono in un contesto oggi molto competitivo. BT ha deciso di accelerare la copertura della rete: 25 milioni di edifici entro il 2026 La concorrenza tra operatori nella realizzazione delle migliori infrastrutture di rete fissa e mobile è, infatti, sempre più agguerrita. Oltre alla presenza di un incumbent come BT e un operatore come Vodafone, la fusione annunciata lo scorso anno tra O2 e Virgin Media, ha dato vita a un gruppo da 31 miliardi di sterline, ovvero 36 miliardi di euro e ha suscitato l'interesse di altre società come CityFibre, che ha un piano per collegare 8 milioni di edifici entro il 2025, e HyperOptic che punta a 5 milioni entro il 2024. Nell'ultimo anno fiscale (2020/21) Openreach, società della rete controllata da BT, ha superato il record di 2 milioni di edifici raggiunti con Fttp (Fiber to the Fiber-to-the-Premises, ovvero fibra fino allo stabile) e ora conta nel prossimo di poter raggiungere circa 4 milioni di edifici nel corso dell'anno. In considerazione del contesto politico, normativo ed economico, BT ha deciso di aumentare e accelerare la copertura totale della nuova rete Fttp passando da 20 a 25 milioni di edifici entro dicembre 2026. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 3/12/2021

03 Dicembre 2021

«Interesse dei fondi per la rete non è negativo ma rispettare regole e concorrenza»

Parla Rosario Pingaro, vicepresidente del Namex e ad di Convergenze L'interesse dei fondi per le infrastrutture di tlc, come quello di Kkr per Tim, «non è di per sé negativo, ma è importante che ci siano regole certe per l'utilizzo della rete, nel rispetto della libera concorrenza». È la posizione di Rosario Pingaro, vicepresidente del Namex, il maggiore Internet exchange point in Italia, nonché amministratore delegato di Convergenze, operatore di tecnologia integrato attivo nei settori tlc, energia ed e-mobility. Nel tratteggiare con DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School) le opportunità oggi sul tavolo per il futuro dell'infrastruttura, Pingaro sottolinea la sua contrarietà alla soluzione di creare una rete unica, obiettivo che si otterrebbe sostanzialmente mettendo assieme quella di Tim con Open Fiber. Un argomento tornato di attualità visto che a breve dovrebbe andare in porto l'operazione del passaggio di quote da Enel a Macquarie in Open Fiber e la contestuale ascesa di Cdp al 60 per cento della società della fibra. Tim, invece, è impegnata nell'analisi dell'offerta del fondo americano che, per estrarre valore dalla società vorrebbe dividere la rete dai servizi. «Rete unica? La partita non può essere giocata da un unico grande attore» «Il mercato libero, fatto di tanti piccoli operatori in concorrenza tra loro, ha generato innovazione e miglioramento continuo nell'offerta tlc in moltissimi Paesi del mondo, inclusa l'Italia. Per ciò che riguarda la rete unica, di cui tanto si discute come migliore soluzione per dotare il nostro Paese di un'infrastruttura digitale capillare e di ultima generazione, dal mio punto di vista, la partita non può essere giocata da un unico grande attore, ma dovrebbe prevedere il contributo delle telco di piccole e medie dimensioni presenti in tutta Italia, che perseguano la stessa finalità, ossia infrastrutturare le aree ancora affette da digital divide, in maniera molto efficiente e nel rispetto di regole certe e durature imposte dal legislatore». «Un piano di investimenti multiplo consentirebbe maggiore capillarità d'azione» Poste queste premesse, Pingaro ritiene che «un piano di investimenti multiplo permetterebbe in ogni caso una maggiore capillarità di azione, dando pari opportunità alle aree al di fuori dei grandi centri urbani, e velocizzerebbe allo stesso tempo la realizzazione dell'opera, grazie al contributo sinergico e su più fronti da parte di molteplici soggetti». Certamente, secondo il vicepresidente del Namex, «le forze in gioco sono tante, sicuramente è necessario un coordinamento e delle regole comuni, ma credo questa sia la via giusta per sfruttare quanto già fatto finora dalle telco nazionali e locali, in attesa di un vero e proprio piano per la rete unica, ancora dai contorni troppo sfumati. Inoltre, anche per quanto riguarda il discorso economico non ritengo fondamentale che gli investimenti facciano capo ad un'unica fonte: il caso di Convergenze dimostra al contrario come con un oculato piano di investimenti anche un piccolo operatore possa fare molto per cablare il territorio». «Per investitori internazionali il settore delle tlc è sempre più attrattivo e strategico» In conclusione, l'auspicio è che «gli stakeholder del settore tlc possano comprendere i vantaggi del mercato libero e che il Governo metta in campo proposte più concrete per agevolare gli operatori di telecomunicazioni a svolgere il loro lavoro in un contesto sempre più competitivo, affinché il processo di digitalizzazione del Paese possa continuare senza interruzioni, anche in assenza di un unico macro-operatore». Tornando quindi all'interesse dei fondi per le infrastrutture, «il recente rumor relativo all'offerta da parte del colosso indiano Reliance per comprare la big di telecomunicazioni inglese British Telecom, poi smentito dai diretti interessati, e anche l'interesse del fondo Usa Kkr su Tim, dimostra come il settore delle telecomunicazioni sia ritenuto sempre più strategico e attrattivo da parte degli investitori internazionali». Ed è in questo contesto che Pingaro chiede, di fronte all'interesse di fondi o player di grandi dimensioni internazionali, regole certe per l'utilizzo della rete, nel rispetto della libera concorrenza. «La diversificazione - conclude - rimane una prerogativa per il successo del processo di trasformazione digitale e per questo i Paesi dovrebbero dotarsi di normative e stabilire principi comuni per impedire che ci siano problemi di utilizzo e sviluppo della rete». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 3/12/2021

03 Dicembre 2021

«Sovranità digitale europea non è protezionismo, ma attenti a rapporti con Cina»

L'esperto Gerard Pogorel anticipa le linee del documento dell'European Libéral Forum, la Fondazione parlamentare del Gruppo europeo "Renew"  Autonomia strategica digitale europea: un obiettivo fondamentale da raggiungere che necessita di una serie di azioni e iniziative a livello politico e normativo. Lo spiega Gerard Pogorel, esperto internazionale di tlc e professore emerito di economia, che sta lavorando all'elaborazione di un documento da portare all'appuntamento di febbraio sulla sovranità digitale europea per conto del European Libéral Forum, la Fondazione parlamentare del Gruppo europeo "Renew" di cui fa parte anche il partito del presidente francese, Emmanuel Macron. Anticipando a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) alcune linee che saranno l'ossatura del documento da portare in Parlamento, Pogorel spiega che «la sovranità strategica digitale non significa essere protezionisti, tutt'altro, significa invece apertura». Per la sovranità strategica servono forti input di politica industriale Inoltre, la sovranità strategica «suppone input forti di politica industriale pubblica. È infatti importante che l'Europa si occupi, come sta cominciando a fare nell'ambito dei chip o dell'intelligenza artificiale, di politica industriale», ma sempre con un coordinamento forte con l'industria. Tutto questo non può prescindere «da un forte consenso internazionale dei partner e alleati», proprio nel contesto di apertura necessaria del concetto di autonomia strategica. Vanno prese in considerazione «tutte le tecnologie critiche, da qualunque parte provengano, con il minor numero di eccezioni possibili. Vanno, inoltre, garantite fortemente la privacy e la sicurezza, anziché la concorrenza». Serve un quadro chiaro di regole anche di fronte all'interesse per le reti Un capitolo a parte, aggiunge Pogorel, va dedicato alla Cina con la quale bisogna «puntare su rapporti di rivalità e di forza, in un delicato bilanciamento di potere, considerati gli ingenti scambi commerciali in atto con questo Paese». Inoltre l'autonomia digitale strategica implica «un quadro chiaro di regole» e un orientamento deciso «all'innovazione, rimuovendo o alleggerendo in caso, gli ostacoli normativi». Le linee che saranno parte fondante del documento dell'European Liberal Forum si inseriscono in un contesto di appetiti per le infrastrutture strategiche europee, che, dopo le torri, suscitano oggi i più forti interessi da parte dei fondi. Pensiamo, ad esempio, a Tim, per cui il fondo statunitense Kkr ha inoltrato una manifestazione di interesse, o alla britannica BT: i rumor, poi smentiti, hanno parlato di un'imminente offerta da parte del colosso indiano Reliance. Oltre all'opa, il gruppo del miliardario Mukesh Ambani, avrebbe valutato un'alleanza con Openreach, la controllata di BT per la fibra ottica. Testimoniando ancora una volta l'interesse per l'infrastruttura. «È evidente che l'interesse internazionale si è spostato sull'infrastruttura di rete che garantisce ritorni crescenti. Non si tratta anche in questo caso di fare protezionismo, ma servono regole chiare e bisogna tutelare - conclude Pogorel - l'autonomia strategica digitale europea in maniera aperta con obiettivi innovativi». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 3/12/2021

03 Dicembre 2021

Ibarra: «Puntiamo a diventare champion tech al 2025, poi valutiamo la Borsa»

Il CEO di Engineering traccia il percorso della società, tra prospettive del Pnrr, assunzioni e il progetto di cloud federata Le prospettive che si aprono con il Pnrr, vista la presenza di Engineering in tutti i settori industriali, assunzioni di 800-1000 dipendenti l'anno, e il progetto per partecipare al polo nazionale strategico per il cloud, con una proposta di «cloud federato» presentata assieme Fastweb. Passa anche da questi elementi il piano di crescita di Engineering, società attiva nel settore dei software e servizi It, in cui è arrivato di recente come amministratore delegato, e socio, Maximo Ibarra, già ceo di Sky Italia, l'olandese Kpn e di Wind L'obiettivo è di diventare nel 2025 «il tech champion digitale italiano, presente anche nei mercati esteri. Stiamo lavorando – spiega Ibarra nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) per disegnare questa traiettoria». Nel percorso delineato, la quotazione in Borsa «è una delle opzioni possibili per un'azienda delle nostre dimensioni con le ambizioni che abbiamo in questo momento». Per Engineering, che nel 2020 ha fatturato 1,24 miliardi e conta 12mila dipendenti, si tratterebbe di un ritorno visto che la società è stata quotata nel periodo 2000-2016, quando, al seguito del successo dell'Opa di Mic Bidco, è avvenuto il delisting. Che prospettive e progetti si aprono per Engineering con il Pnrr? Il Pnrr riguarda tutti i settori industriali in cui siamo presenti. Premetto che una delle caratteristiche di Engineering è proprio l'esperienza maturata in tutti i settori, dai trasporti ai media, alle telecom, alle PA, dal mondo della finanza alla difesa e all'automotive. Engineering può, dunque, assicurare vantaggi e valore aggiunto decisivi in tutti i comparti, relativamente alle diverse tecnologie, sia per la parte software sia per quella infrastrutturale. Stiamo affiancando i nostri clienti nell'identificare quali siano i progetti di sviluppo su cui puntare e che assicurino il massimo beneficio dal Pnrr, anche sfruttando le opportunità offerte dalle partnership pubblico-private. Una variabile del successo del Piano nazionale di ripresa e resilienza consiste nella conoscenza dei settori su cui impatta, e noi l'abbiamo. Vantiamo, infatti, una conoscenza molto approfondita dei clienti, conosciamo non solo i loro problemi attuali, ma anche il percorso da fare nei prossimi 5 anni. Tutto ciò ci consente di avere una visione molto chiara rispetto alla trasformazione digitale che devono compiere le aziende. C'è un tema strettamente legato al Pnrr, ovvero la mancanza di competenze digitali in Italia. Riguarda anche voi? La mancanza di competenze è un'emergenza mondiale emersa anche durante i lavori della task force del B20 per la Digital transformation che ho presieduto. Sicuramente noi siamo molto attrattivi rispetto al mondo dei giovani talenti. Abbiamo costruito un rapporto molto intenso con le principali università, abbiamo un asset distintivo, ovvero la nostra Academy, un vero e proprio campus con circa 100 docenti, interni ed esterni, persone che insegnano ai dipendenti che entrano in Engineering, o a quanti vanno riqualificati, gli aspetti più importanti delle diverse tecnologie in un'ottica di "long life learning". Inoltre, partecipiamo a un numero ingente di progetti di ricerca e iniziative internazionali, come Gaia X ad esempio, attraverso i quali tocchiamo con mano il futuro della tecnologia, e facciamo così attività di Ricerca e sviluppo pura che poi ci serve per capire in anticipo i passi da compiere. Lavoriamo quindi per alimentare costantemente la nostra attitudine all'innovazione, e mantenere così il forte posizionamento nella futura, inevitabile, guerra dei talenti. Attualmente incontrate difficoltà a trovare le competenze? No, al momento la situazione è sotto controllo e continuiamo ad assumere a ritmo molto elevato, 800-1000 persone l'anno, anche se constatiamo qualche tensione nella ricerca di persone con una certa esperienza nel mondo della tecnologia. Se ci fossero disponibili più risorse con un background tecnologico, le potremmo subito formare, attraverso la nostra Academy, per le esigenze del mercato. Le aree che necessitano maggiore ricerca sono il cloud, la cybersecurity, e i vari digital enabler come Iot, smart cities, la blockchain. Riguardo in particolare al cloud, avete avanzato una proposta al Mitd per il polo strategico nazionale assieme a Fastweb. Quali le caratteristiche? Abbiamo puntato su un'offerta non banale, non una semplice infrastruttura del cloud, visto che di fatto esistono tante strutture disponibili pubbliche e private. E' una proposta in cui crediamo molto. Non posso dare dettagli ma in generale la nostra caratteristica è quella di creare una federazione di infrastrutture, ossia di data center, molto sofisticata che offra tutte le garanzie dal punto di vista della sicurezza e qualità. In questo ci ha molto aiutato la partecipazione a progetti come Gaia X perché abbiamo previsto strumenti e metodologie già coerenti con i principi europei di governo del dato. Un altro aspetto importante riguarda la garanzia della facilità della migrazione da parte della PA e delle altre strutture strategiche dello Stato nel nuovo polo. Un ulteriore punto importante è quello della gestione del dato. I vari enti, istituzioni, dipartimenti della Pa lavorano su settori diversi, e visto che noi conosciamo tutti i comparti, siamo nelle condizioni di garantire la migliore e più sicura soluzione possibile. In sintesi, la nostra proposta punta su sicurezza, flessibilità, infrastruttura future proof, federazione di data center con livello di sofisticazione elevato, grande facilità nella migrazione e una gestione ecosistemica del dato. È un modello aperto ad alleanze? La struttura della nostra proposta ci consente di aprire anche ad altre eventuali collaborazioni. Non abbiamo costruito un design chiuso, al contrario è aperto. Siamo due aziende con un forte radicamento in Italia, siamo vissute e cresciute nel nostro Paese, abbiamo una storia solida e affidabile. Riteniamo che questo sia un altro aspetto rilevante. L' obiettivo ultimo è quello costruire un'infrastruttura future proof. Ci si aspetta che il bando sia definito entro le prime settimane del 2022 per realizzare il progetto entro la fine dell'anno. È una sfida importante ma noi abbiamo le competenze per poter dare esecuzione al progetto nei tempi indicati dal Ministro Colao. Come può il progetto Gaia X aiutare nella realizzazione del polo strategico? Il progetto Gaia X ha il vantaggio di mettere assieme le esperienze, le practice migliori. E' come avere un osservatorio privilegiato su quella che dovrebbe essere l'ideale infrastruttura cloud dal punto di vista della sua evoluzione. Far parte dell'iniziativa e di tutte quelle ad essa correlate ci permette di mettere un piede nel futuro e portare il nostro bagaglio di esperienze. La ricaduta pratica è che, come dicevo, gli aspetti che stanno emergendo da Gaia X sono già incorporati nella proposta che abbiamo presentato al Ministero. Nell'ottica della crescita e dello sviluppo del vostro business contemplate anche la quotazione in Borsa?Al momento siamo concentrati nel far sì che Engineering al 2025 sia l'azienda più innovativa, il tech champion digitale italiano, presente anche nei mercati esteri. Stiamo lavorando per disegnare questa traiettoria. È chiaro che un'Ipo è una delle opzioni possibili per un'azienda delle nostre dimensioni con le ambizioni che abbiamo in questo momento. Ma questo tema lo affronteremo successivamente, al momento siamo focalizzati affinché il progetto "Engineering 2025" prenda corpo. Abbiamo target molto ambiziosi riguardanti la crescita dei ricavi e della marginalità, una presenza più forte nelle tecnologie di oggi e del futuro e ovviamente anche una presenza internazionale che sia più robusta di quella che abbiamo oggi. Su quali Paesi punterete? Lo stiamo definendo. Puntiamo a rafforzarci dove siamo presenti e a trovare altri sbocchi, auspicabilmente in mercati attigui, europei per posizionarci come una Engineering fortissima in Italia e in Europa senza trascurare mercati in cui oggi siamo presenti. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 3/12/2021

19 Novembre 2021

«Governi e operatori mettano al sicuro le infrastrutture critiche dei cavi sottomarini»

Parla l'AD di Retelit, Federico Protto, tracciando una panoramica di come cambia il settore, tra nuovi modelli, rotte e punti di approdo Per il business dei cavi sottomarini si fanno strada nuovi modelli, nascono nuove rotte e nuovi punti di approdo. A tracciare una panoramica di un settore con sempre più importanti risvolti economici e geopolitici è Federico Protto, ad di Retelit, uno dei protagonisti italiani nel campo. In un'economia, come quella di cavi e data center rimodellata radicalmente dagli Hyperscaler tipo Google e Facebook, l'Italia può avere «un ruolo fondamentale» grazie alla sua posizione geografica. La Sicilia, Bari e la Liguria rappresentano secondo l'ad del gruppo italiano «i principali punti di approdo». Un apporto importante, per fronteggiare sabotaggi e spionaggio, va svolto dai Governi che assieme agli operatori devono assicurare che le infrastrutture critiche vengano messe al sicuro e monitorate. Come stanno cambiando i modelli di investimento nel business dei cavi? Grazie alle evoluzioni tecnologiche che permettono di supportare un maggiore numero di fibre rispetto a prima (oggi i nuovi cavi arrivano a supportare fino a 24 coppie di fibre) e la possibilità di poter avere degli apparati indipendenti per ogni coppia di fibra, le prospettive di sviluppo dei sistemi di cavi sottomarini si sono ampliate enormemente aprendo la strada a nuovi modelli. In questo contesto ai consorzi tradizionali dove più operatori condividono percentuali di uso dei cavi, si sono affiancati nuovi modelli in cui i proprietari del cavo di fatto sono proprietari di coppie di fibre che possono utilizzare in maniera indipendente. Questo nuovo modello ha stimolato l'investimento degli Hyperscaler vista anche la forte domanda di questi ultimi dovuta alla crescita di traffico. Infine, la nuova distribuzione del traffico, dovendo soddisfare requisiti di diversificazione, bassa latenza e resilienza, fattori molto meno critici nel passato, ha creato l'esigenza di nuove rotte e nuovi punti di approdo. Ad oggi Hyperscaler come Facebook, Amazon, Microsoft e Google stanno rimodellando radicalmente l'economia del settore dei cavi sottomarini e i data center.Questi sono presenti praticamente in ogni nuovo sistema di cavi transatlantico o transpacifico.Dal 2015 ad oggi il settore dei cavi sottomarini, dominato tradizionalmente dai monopolisti e dai Carrier, è cambiato radicalmente. Oggi, infatti, al fianco di questi soggetti ci sono operatori regionali come Retelit e gli Hyperscaler. Se prima i modelli consortili si basavano su modelli chiusi, in cui l'operatore che investiva era lo stesso che controllava l'infrastruttura sul territorio e quindi la Cable Landing Station, i servizi di Backhaul e la capacità, e lo Stato era azionista di controllo dell'operatore, oggi i nuovi modelli consortili introducono le open landing station e la spinta agli operatori regionali alternativi. In questo contesto, Retelit ha investito nel Consorzio AAE-1, creando un nuovo landing point a Bari, garantendo una diversificazione delle rotte, permettendo di raggiungere Francoforte (che è il più importante nodo di traffico IP al mondo) dall'Asia con la migliore latenza possibile. Inoltre, ha realizzato una rete di Backhaul da Bari all'Europa con nuove tecnologie (200 Gbps) adeguate agli importanti volumi di traffico. Ha inoltre investito anche in altri hub sottomarini (a Marsiglia e in Sicilia) creando possibilità di reti "meshed" tra i diversi sistemi e offrendo un'opzione per aumentare la resilienza degli stessi. Come ha inciso la pandemia di Covid, anche a livello indiretto, in questo business? Il Covid non ha impattato particolarmente sulla costruzione dei cavi sottomarini. Mentre sul business relativo alla vendita di banda, la pandemia ha avuto un impatto positivo dovuto alla crescita del traffico internet a livello globale – quest'ultima (fonte TeleGeography) è aumentata del 34% nel 2020 per poi tornare ai livelli medi di crescita degli ultimi dieci anni del 29% nel corso del 2021. I cavi sottomarini, tuttavia, negli ultimi anni hanno subito un cambio di utilizzo. Basti pensare che nel 2010 i cavi sottomarini venivano utilizzati per la quasi totalità per la distribuzione del traffico internet mentre solo il 10% veniva utilizzato dagli hyperscaler. Oggi la distribuzione del traffico sui cavi è totalmente cambiata ed il 60% dell'utilizzo dei cavi è fatto dagli hyperscaler ed è in costante crescita. Su quali aree punterà Retelit nei prossimi anni? Geograficamente, l'area che ha registrato la crescita più rapida di banda Internet comprende il traffico tra Europa e Africa e tra Europa ed Asia. L'Europa oggi si trova in una posizione privilegiata, al centro dello scambio globale e verso i continenti emergenti, tra cui appunto l'Africa e il Middle East, risultando il principale hub di approdo del traffico. E in questo Italia gioca un ruolo fondamentale: la Sicilia storicamente, poi Bari e infine oggi la Liguria rappresentano i principali punti di approdo dei cavi sottomarini nel nostro Paese. Retelit sin dal 2014 ha investito sulle infrastrutture di atterraggio di nuova generazione per attrarre verso l'Italia il traffico dei cavi. In particolare su Bari (costruendo una landing station di proprietà per atterrare il cavo sottomarino Asia Africa Europe-1 di cui è il membro Italiano del consorzio e un POP di rete ad alta velocità per connettere le altre landing station presenti a Bari tra le quali quella del cavo IG-1 (che collega la Puglia alla Grecia) per il quale recentemente è stato annunciato l'accordo con WIS per l'upgrade tecnologico a 400 Gbps del sistema. Inoltre, Retelit è socio di Open Hub Med, Data Center per collegare i cavi sottomarini che approdano in Sicilia, facilitando quindi la comunicazione tra cavi e il trasporto del traffico verso l'Europa dal Sud Italia. E più recentemente sulla Liguria dove Retelit ha costruito una piattaforma di atterraggio da Savona e Genova fino a Milano dedicata ai nuovi cavi provenienti dal Mediterraneo. Come fronteggiare le criticità riscontrate nel settore, come il sabotaggio e lo spionaggio? L' intercettazione dei cavi sottomarini potrebbe fornire ai leader stranieri informazioni preziose, mentre l'interruzione dei cavi potrebbe rallentare notevolmente le comunicazioni tra alleati. Le backdoor potrebbero anche essere inserite durante il processo di produzione dei cavi nei ripetitori o negli apparati all'interno delle Cable Landing Station per raccogliere informazioni sensibili. Esistono addirittura sottomarini in grado di "inserirsi" nei cavi di comunicazione sottomarini e ottenere i dati che vi transitavano senza manometterli. I Governi insieme agli operatori del settore devono assicurare che le infrastrutture critiche quali Cable Landing Station e i punti di approdo dei cavi vengano messe al sicuro e monitorate. Così come il monitoraggio dei fondali e della costa e sistemi di controllo delle interferenze sui cavi possono assicurare che la parte sott'acqua sia sicura da intromissioni. Non da ultimo è importante un efficace controllo sui fornitori di tecnologie per la trasmissione e la rigenerazione del segnale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

Studio Astrid: «Business dei cavi sottomarini cresce ma manca una strategia Ue»

Il 99% delle comunicazioni internazionali passa per l'infrastruttura che si estende per 1,3 milioni di chilometri. In 30 anni investiti quasi 50 miliardi Il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali avviene tramite cavi sottomarini, un'infrastruttura che si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri. Sono i numeri di un business in crescita che dal 1990 al 2020 ha registrato investimenti per quasi 50 miliardi di dollari. 120mila, 103mila e 116 mila: sono i chilometri in più che saranno costruiti nei prossimi tre anni. Nel periodo 2016-2020 si era registrata in media una messa in posa di circa 67mila chilometri aggiuntivi ogni anno. A scattare una fotografia dettagliata del settore è uno studio Astrid, firmato dai ricercatori Valerio Francola e Gordon A . Mensah, che mette, tra l'altro, in luce i problemi di sicurezza del settore e la necessità di un ruolo più rilevante della Ue che al momento sembra mancare di una strategia, nell'ambito della competizione Cina-Usa. Si aspetta una crescita significativa nelle Americhe, in Asia australiana ed Emea All'inizio del 2021 si contavano 426 cavi sottomarini in servizi in tutto il mondo; numero che si modifica costantemente, man mano che nuovi cavi entrano in servizio e i vecchi vengono smantellati. «Una crescita significativa della rete dei cavi sottomarini fino al 2023 avverrà nelle regioni delle Americhe, dell'Asia australiana e dell'Emea» ed è "stimolata dalle esigenze infrastrutturali dei fornitori di contenuti, ma anche dalla necessità di sviluppare nuove rotte e dalla sostituzione di infrastrutture obsolete nelle Americhe, in Europa e in Africa. L'implementazione di nuove infrastrutture diversificherà il traffico, in particolare tramite i collegamenti tra mercati in crescita in Sud America, Europa e Africa, consolidandone anche la struttura», precisano gli studiosi. 100 interruzioni l'anno al flusso di dati per incidenti naturali o causati dall'uomo Non sono trascurabili gli aspetti legati alla sicurezza. Un primo tipo di rischio è rappresentato dai danni accidentali provocati in prossimità delle coste, dove i cavi sottomarini sono esposti a eventuali danni provocati da ancoraggi di imbarcazioni o attività di pescherecci, nonostante i più recenti siano progettati secondo lo standard "cinque nove" che consente di raggiungere una percentuale altissima di affidabilità (99,999%). Gli incidenti naturali o causati dall'uomo generano una media di circa cento interruzioni all'anno sul flusso di informazioni e dati. Su questo versante, precisa lo studio, è in atto una discussione sulla necessità di creare perimetri di sicurezza nei tratti di passaggio dei cavi in prossimità delle coste. Da questo punto di vista «esistono molti dubbi sul fatto che i cavi siano adeguatamente tutelati dal diritto internazionale esistente». Si guarda a una nuova legge internazionale sui cyber attacchi I cavi sono, d'altronde, finanziati generalmente e controllati da consorzi di società di telecomunicazioni o dalle Big Tech, di conseguenza si tratta di infrastrutture non legate a una particolare nazionalità. Resta in ogni caso il tema degli attacchi alle infrastrutture informatiche, compresi appunto i cavi sottomarini. Ci sono diverse sollecitazioni che spingerebbero verso una nuova legge internazionale sui cyber attacchi in grado di porre un argine agli attacchi alle infrastrutture civili. C'è poi il rischio di intercettazione e va considerato che, in base alle informazioni emerse dal caso Snowden nel 2013, le intrusioni nelle linee di comunicazione non hanno più come obiettivo esclusivamente l'informazione classificate. Governi e agenzie di spionaggio sono sempre più coinvolti in una vasta raccolta di informazioni sulla popolazione in tutto il mondo. Non solo di metadati quindi, ma anche di contenuti. Nel Mediterraneo si nota particolarmente la mancanza di coordinamento europeo Il tema della sicurezza è legato al profilo geopolitico dell'industria. Stati Uniti e Cina si muovono in maniera diversa nel settore. I primi lavorano a livello globale per creare le migliori condizioni affinché le big americane, come Google e Facebook, possano operare. La seconda si impegna tramite il proprio modello di azienda statale e, come nel caso del produttore di cavi in fibra ottica Hengtong Group, per promuovere i propri interessi nazionali, non solo quelli delle imprese. In questo contesto l'Europa sembra in ritardo rispetto al rapido sviluppo di Stati Uniti e Cina. Nell'area del Mediterraneo, in particolare, si esemplifica la mancanza di coordinamento a livello europeo che impedisce il raggiungimento della cosiddetta "Sovranità strategica". È  evidente come vi sia una mancanza di strategia globale per il settore. «L'inerzia delle istituzioni europee - conclude lo studio - viene controbilanciata da iniziative di aziende di Paesi membri con maggiore esposizione, e interesse, verso la connettività con Africa e il Medio Oriente, spesso in consorzio con aziende di potenze concorrenti come la Cina. Di riflesso, negli ultimi anni, aziende come Huawei, Google e Facebook hanno aumentato la propria presenza nel mercato dei cavi sottomarini che collegano gli Stati europei e non europei del Mediterraneo a parti del mondo». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

«Per i cavi sottomarini limitare il predominio Big Tech e fronteggiare la Cina»

Parla Adolfo Urso, presidente del Comitato parlamentare. Attraverso l'infrastruttura passa il 99% delle comunicazioni internazionali Limitare il predominio delle Big Tech e fronteggiare la supremazia economica e tecnologica della Cina. Sono le priorità da affrontare anche in tema di cavi sottomarini, attraverso i quali passa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali. È la posizione di Adolfo Urso, presidente del Copasir, nell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Peraltro, nel settore dei cavi sottomarini, l'Italia per la sua posizione politica, economica e geografica, «proprio perché confine di ogni cosa, può essere al contempo vittima e protagonista». Occorre dunque, favorire le connessioni negli hub di Genova e Palermo, muovendosi «davvero e in modo consapevole e condiviso come un Sistema Paese in una logica europea e occidentale». Dai cavi sottomarini passa il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali e 10 miliardi di transazioni finanziarie ogni giorno. Come tutelare la sicurezza dei dati visto che ci sono casi di guasti o attacchi cyber? Gli aspetti inerenti alla "sicurezza" possono essere di due tipi: i cosiddetti "danni accidentali" presenti in ogni tipo di attività e quelli generati da attacchi esterni, "intenzionali". Nel primo caso la tecnologia usata è certamente ben più sicura di altre forme di trasmissioni. I perimetri di sicurezza sono elevati anche nei tratti di passaggio più critici, vicino alle coste, ancorché si può sempre migliorare. Quanto al secondo aspetto, che è poi quello che interessa il Copasir, vi è ancora molto da fare. È stato creato il "perimetro di sicurezza nazionale cibernetico" che va ovviamente implementato; è stato esteso l'ambito di copertura del "golden power", strumento che va a sua volta affinato per renderlo più efficace; è stata istituita, seppur con dieci anni di ritardo, la Agenzia nazionale per la cybersicurezza che sicuramente può aiutare anche a diffondere cultura e procedure di sicurezza in ogni ambito, ai fini della resilienza del Paese. È, però, necessario sviluppare pure una politica nazionale, tecnologica e industriale, che consenta all'Italia di meglio valorizzare le sue imprese e la sua posizione strategica nel Mediterraneo come asse di collegamento tra il Continente europeo, il bacino Atlantico con i due Continenti del futuro: Asia e Africa. Abbiamo la tecnologia e le aziende e la posizione geografica e geopolitica per svolgere un ruolo importante, con una strategia statale che in questo campo non può assolutamente mancare. Come ha detto recentemente il presidente del Consiglio alle Camere, "lo Stato deve essere presente sulla frontiera tecnologica". Di questo si tratta. Del futuro del Paese, non solo delle imprese. Nel business dei cavi sottomarini sono entrati gli Over the Top americani o le Big Tech, spesso non legati a una particolare nazionalità. Questo può creare problemi dal punto di vista dell'applicazione del diritto? Sicuramente sì, è un problema che si pone anche chiunque abbia una vera visione liberale, negli Stati Uniti come in Europa, e che certamente va affrontato in Ue e nei fori internazionali. Il tema della sicurezza dei dati è strettamente legato a quello geopolitico visto che la sfida tra Stati Uniti, Cina ed Europa si gioca anche sui cavi sottomarini. Alcuni Paesi, come Usa e Gran Bretagna, hanno espresso preoccupazione per la realizzazione di cavi da parte di aziende vicine al Governo cinese. Condividete questi timori? Il Copasir è già intervenuto sulla materia due anni fa nella Relazione al Parlamento sul sistema delle telecomunicazioni, durante la presidenza Guerini, quando io ero vicepresidente. Abbiamo indicato come procedere nell'uso della tecnologia straniera per evitare rischi per la sicurezza nazionale, indicando nello specifico quella cinese. È in atto una competizione globale tra sistemi, qualcuno, e non a caso, parla di "scontro di civiltà", i cui risvolti geopolitici sono ormai evidenti e di cui l'Italia può essere al contempo vittima o protagonista, proprio perché è confine di ogni cosa. Insomma: dobbiamo essere consapevoli che occorre nel contempo limitare il predominio di Big Tech, le cui dimensioni economiche possono superare persino i Pil degli Stati, e fronteggiare la supremazia tecnologica ed economica della Cina. In tal senso, il ruolo dello Stato riassume la sua rilevanza anche in Occidente, come garante delle libertà. In ogni caso, dobbiamo lavorare insieme con le altre democrazie occidentali, per preservare la nostra sovranità, come italiani e come europei. Qual è in questo contesto l'obiettivo che potrebbero porsi l'Italia e la Ue per realizzare la sovranità dei dati anche in un difficile contesto come quello dei cavi sottomarini? Sui cavi sottomarini vi è di fatto una competizione anche tra Paesi europei: la Germania ovviamente ha interesse a sviluppare l'hub di Francoforte, che negli anni ha assunto un ruolo decisivo, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, nei collegamenti con l'Est ed ora intende incrementare quelli con l'Asia, anche saltando il bacino del Mediterraneo, in connessione con l'Oman. Parigi punta su Marsiglia, di fatto aggirando la Penisola. Noi dovremmo favorire le connessioni negli hub di Palermo e Genova. Abbiamo aziende importanti e significative, che potrebbero svolgere un ruolo ancor più significativo se vi fosse una strategia Paese che tenga insieme tutto: gli attori, pubblici e privati. Non può sfuggire quanto accaduto con la rete Interoute, per la quale il Governo precedente non ha ritenuto di utilizzare i poteri speciali del "golden power". L'Italia può riaffermare un ruolo geopolitico, economico e industriale in Europa e nel Mediterraneo, ma occorre muoversi davvero e in modo consapevole e condiviso come un Sistema Paese in una logica europea e occidentale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

19 Novembre 2021

«Milano ha le carte per essere hub, non temiamo Hyperscaler, sono nostri clienti»

Parla Elisabetta Romano, AD di Sparkle (gruppo Telecom), illustrando le opportunità del settore per il sistema Paese nel contesto geopolitico  Il baricentro dei cavi sottomarini, infrastrutture dove passano il 99% del traffico delle comunicazioni internazionali e 10 miliardi di dollari di transazioni finanziarie ogni giorno, si sta spostando più a Sud. E questo rende l'Italia, che al momento non ha nessun hub internazionale, più centrale. In questo contesto, afferma Elisabetta Romano, ad di Sparkle, società del gruppo Telecom Italia, Milano «ha tutte le carte in regola» per diventare un hub a tutti gli effetti. Sparkle, presente in 32 Paesi nel mondo, non è nemmeno spaventata dall'avanzata nel settore degli hyperscaler che restano, dice Romano a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), tra i migliori clienti. L'Asia e il Sud America sono tra le frontiere su cui punterà Sparkle che proprio quest'anno festeggia il centenario dalla fondazione di Italcable di cui è erede. Quanto al rapporto con i competitor, il settore rappresenta la "coopetion": «il mondo delle tlc ha avuto sempre il difetto della chiusura, ritengo invece – chiosa Romano - che l'apertura sia un aspetto fondamentale per la trasformazione dell'industria». In quali aree concentrerete i vostri investimenti? Oggi la maggior parte dei dati passa attraverso i cavi sottomarini e i volumi raddoppiano ogni due anni richiedendo nuove infrastrutture per soddisfare la domanda crescente di connettività. Questo significa che bisogna continuare a investire in nuove infrastrutture, soprattutto nelle aree a forte crescita come in Asia e in Europa dove l'infrastruttura esistente è quasi satura. Per questo stiamo continuando a investire in nuovi cavi, come il sistema di cavi sottomarini Blue & Raman che dall'India va verso l'Europa. Ma stiamo investendo anche in Sud America, in Europa e in Africa. Come cambierà il business, considerato il contesto economico e geopolitico? I due decenni appena trascorsi sono stati caratterizzati da un'esplosione di dati, internet, digitale. Nel prossimo decennio il traffico continuerà ad aumentare e si sposterà nel Sud-Est del mondo: i maggiori sviluppi sono attesi verso l'Asia e l'Africa. Il baricentro delle infrastrutture internazionali si sposta dunque più a Sud e questo mette l'Italia al centro delle direttrici di traffico dati. Con la costruzione di Blue & Raman, realizziamo un'autostrada digitale tra l'Europa e l'Asia con un percorso assolutamente unico e alternativo rispetto ai cavi esistenti, un aspetto rilevante nelle telecomunicazioni per evitare colli di bottiglia. Basti pensare, facendo un parallelismo con il trasporto fisico, a quanto successo con la nave incagliata nel canale di Suez. Anche per i cavi, da un punto di vista tecnico e architetturale, è importante avere strade alternative e con Blue & Raman realizziamo una serie di primati: per la prima volta nell'ambito del Mediterraneo non si passa per il canale di Suez, ma si arriva in Giordania per via terrestre. Anche in Sicilia, per la prima volta, non si passa per il Canale di Sicilia ma per lo stretto di Messina. La terza cosa significativa è che arriviamo a Genova mentre finora tutti i cavi dall'Asia arrivano a Marsiglia e Parigi che sono, quindi, diventate due delle città più importanti. L'Italia potrà recuperare questo gap con la Francia e Milano diventare un hub internazionale? Se consideriamo i dieci hub internet più importanti nel mondo, sei sono città europee - due di queste sono per l'appunto francesi -, nessuno degli hub principali è italiano. È senz'altro positivo che in Europa ci siano sei hub, ciò dimostra la centralità del Vecchio Continente, ma la notizia meno buona è che tra questi non ci sia nessuna città italiana. Milano ha tutte le carte in regola per diventare un hub a tutti gli effetti. C'è già un buon ecosistema, sono presenti gli Hyperscaler come Google, con cui Tim sta lavorando, si sta iniettando traffico dall'Asia. Un discorso che vale, anche se in minor misura, per Genova dove stiamo creando un'infrastruttura di atterraggio molto capiente per attirare, oltre al Blue Raman, anche cavi sottomarini di altri operatori. In generale siamo orgogliosi di fare qualcosa di rilevante non solo per Sparkle ma anche per l'Italia. Quando un'azienda riesce a conciliare obiettivi di business con l'impatto positivo per il Paese a cui appartiene, penso sia un traguardo molto positivo.   L'ingresso massiccio degli Hyperscaler nel business dei cavi sottomarini vi crea preoccupazioni? No, non siamo assolutamente spaventati. Lavoriamo con Google, che è nostro partner, ma anche con gli altri. È vero che nell' ultimo decennio, se prima compravano da noi tutta la capacità di cui avevano bisogno, adesso costruiscono con noi l'infrastruttura, ma continuano comunque a comprare. Sono tra i nostri clienti più importanti perché hanno tantissima necessità di banda e di trasporto Internet che un solo operatore non può soddisfare. Gli hyperscaler sono stati in pratica costretti a entrare nel campo per costruire le loro infrastrutture, ma non è il loro core business. Ad esempio, consideriamo la partnership con Google per la costruzione di Blue & Raman molto costruttiva, ben riuscita, con ambiti di azione ben definiti. Come ci si può difendere al meglio dagli attacchi hacker? Per noi la sicurezza è un aspetto fondamentale di cui teniamo conto sin dalle prime fasi della progettazione. In Sparkle abbiamo un gruppo dedicato e un Soc, Security operations center nella nostra sede centrale ad Acilia. Ovviamente quando si parla di cybersecurity è un po' il gioco di ‘guardie e ladri' perché gli attacchi diventano sempre più sofisticati. Al G20 di Trieste abbiamo partecipato a una sperimentazione, con uno spin off del Cnr, applicando la fisica quantistica alla sicurezza direttamente sulla fibra. La tecnologia sta andando molto avanti, e la sicurezza diventa insita al mezzo. In vista dei progetti di incrementare gli investimenti e le infrastrutture pensate di aumentare l'occupazione? Sparkle conta oggi circa 750 persone, 500 in Italia e 250 sparse per il mondo. Dobbiamo crescere, soprattutto all'estero, seguendo le direttrici dove costruiremo le nuove infrastrutture, in Sud America, Africa, nel Medio Oriente. Inoltre, stiamo investendo molto sul comparto entreprise. In sostanza abbiamo tre tipi di clienti: operatori come noi, visto che nessuno nel nostro mondo ha tutto; Ott e hyperscaler che rappresentano come suddetto una fetta importantissima; clienti entreprise, ambito su cui Sparkle finora ha lavorato, ma in maniera timida. Quest'anno nel nostro piano industriale ci puntiamo molto di più, soprattutto partendo dal fatto che il 60% dei clienti di Tim in Italia ha sede all'estero. Siete aperti a nuove alleanze con i competitor? Noi rappresentiamo la "coopetion" alla lettera, lavoriamo con tutti gli operatori del mondo, Verizon, At&t, Deutsche Telecom, con Telstra in Australia, con gli operatori arabi e con quelli africani. In Italia siamo i primi service provider, e siamo tra i primi dieci nel mondo. Il nostro concetto di partenza è di apertura, collaboriamo anche con aziende italiane, come Retelit. Il mondo delle tlc ha avuto sempre il difetto della chiusura, ritengo invece che l'apertura sia un aspetto fondamentale per la trasformazione dell'industria. Sparkle ha abbracciato questo paradigma. Vedete un problema per l'Italia di tutela della sovranità nazionale sui dati che passano attraverso i cavi? Per definizione il concetto di sovranità è in contraddizione col nostro mestiere, noi gestiamo connettività che va oltre i confini nazionali. La sovranità nazionale vale per i service provider nazionali, non per chi, come noi, gestisce una rete internazionale. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 19/11/2021

05 Novembre 2021

Ruffinoni (Ntt Data Italia): «Pronti ad assumere 800 persone con profili Stem»

Java, cybersecurity, data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud tra le competenze più ricercate Servono al più presto 800 nuovi profili con studi Stem che Ntt Data Italia, società che si occupa di system integration, servizi professionali e consulenza strategica, ha difficoltà a trovare. La fame di competenze nel digitale riguarda un po' tutti i livelli del settore in un momento in cui si profila un nuovo modo di lavorare, «una terza via», dice l'ad Walter Ruffinoni, tra presenza in ufficio e lavoro totalmente da remoto, aprendo nuove opportunità. Tra le figure più ricercate, spiega il manager a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) sono ruoli con competenze Java, cybersecurity, data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud. Di quanti dipendenti in più ha bisogno oggi la vostra azienda? In Ntt Data le persone fanno la differenza, siamo un'azienda di persone costruita attorno alle persone. Ricercare, assumere e trattenere i talenti è una attività per noi cruciale: avere i migliori talenti ci permette di offrire i migliori servizi ai nostri clienti, che sono le medie e grandi aziende italiane e straniere. Nella mia visione di Italia 5.0 credo fortemente nella tecnologia come abilitatore di nuovi servizi e nuove esperienze che mettono l'uomo al centro. Abbiamo visto che la tecnologia ha anche abilitato nuovi modi di lavorare: l'esperienza di questi ultimi due anni ci sta insegnando che in futuro ci sarà una "terza via" al lavoro che non sarà totalmente in presenza in ufficio e nemmeno totalmente virtuale, ma un mix bilanciato tra i due e con anche la possibilità di usare nuovi spazi fluidi e dinamici condivisi da più aziende e gestite da nuove figure professionali. Queste nuove modalità di lavoro possono essere molto interessanti anche per i giovani che entrano nel modo del lavoro con la possibilità di coniugare la crescita professionale con la vita nei luoghi di origine. Il brand Ntt Data in Italia conta su 5.000 persone in otto città: Milano, Roma, Torino, Treviso, Genova, Pisa, Napoli e Cosenza e quest'anno cerchiamo almeno 800 profili con studi Stem. Che tipo di figure sono le più ricercate? Siamo focalizzati su laureandi e laureati in materie Stem (Scienze Tech Ingegneria e Matematica) nelle principali università italiane e straniere, ma la nostra attenzione si rivolge anche ai diplomati di istituti tecnici. Abbiamo infatti posizioni aperte per ruoli con competenze Java, cybersecurity, Data intelligence, esperti di piattaforme Sap e cloud per citarne alcune. Quest'anno con la nostra Excellence School abbiamo inoltre dato la possibilità per 80 studenti e studentesse in 4 facoltà dedicate alle professioni più ricercate, come programmazione, data intelligence, architetture cloud, cyber security e consulenza It della durata di 4 mesi, al termine dei quali, i partecipanti possono sostenere un esame di certificazione attinente alla faculty e hanno la possibilità di essere assunti in Ntt Data. L'Excellence School si rivolge sia ai giovani laureati dei corsi Stem triennali e magistrali, sia ai diplomati del settore informatico, è totalmente gratuita e costituisce una rilevante porta d'accesso al mercato del lavoro, fornendo non solo competenze tecniche e pratiche. Grazie a un mix di formazione da remoto, esperienze laboratoriali e un training on the job sotto la supervisione di tutor esperti, gli studenti potranno approfondire le proprie conoscenze teoriche, ma anche lavorare direttamente su sistemi e programmi. Ampio spazio anche per le soft skills attraverso laboratori di apprendimento innovativi, studiati appositamente per chi non ha esperienza nel mondo aziendale, e con l'obiettivo di inserire in azienda giovani professionisti con competenze a 360 gradi. Crediamo che la formazione debba essere valorizzata a tutti i livelli, e siamo impegnati da anni su questo fronte sia all'esterno sia all'interno. Che cosa si potrebbe fare per stimolare l'incontro tra domanda e offerta? La spinta verso la digitalizzazione dei servizi e dei prodotti se da un lato ha aiutato la nostra crescita, dall'altro sta generando uno skill gap che rende difficile trovare le risorse con competenze adeguate. Ogni anno siamo presenti in quasi tutte le Università sul territorio italiano e abbiamo anche docenze a diversi corsi universitari per raggiungere gli studenti più meritevoli. Con le università del territorio, infatti, il dialogo è molto stretto, e la popolazione aziendale beneficia periodicamente di programmi formativi pensati appositamente. Crediamo che la collaborazione aziende-università sia uno degli strumenti più efficaci per allineare la formazione delle competenze con le necessità delle aziende. Crediamo, inoltre, nell'educazione tecnologica sin da bambini: con il coding nelle scuole abbiamo portato il pensiero computazionale nelle primarie (oltre 2200 ore di lezione erogate dai volontari Ntt Data in oltre 100 istituiti in tutta Italia) e con progetti specifici dedicati all'utilizzo sicuro degli strumenti tecnologici per bambini e adolescenti.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

«Per fare le reti mancano 20mila persone, i migranti sono un'opportunità»

Parla Umberto Pesce, presidente di Psc, che chiede un tavolo ad hoc con sindacati, banche e istituzioni Migranti per fare le reti, e scuole tecniche ad hoc per favorire l'inserimento dei giovani, anche stranieri nel mondo del lavoro, già dopo un primo biennio. È il mix di soluzioni che propone Umberto Pesce, presidente del gruppo di impiantistica Psc. All'appello, secondo Pesce, mancano 20mila persone specializzate, tra reti di tlc ed elettriche. Di fronte a questa necessità, condivisa negli ultimi giorni da vari membri del Governo, per mettere in grado le aziende del settore di far fronte alla richiesta del mercato, «occorre aprire al più presto – dice Pesce, recentemente nominato Cavaliere del Lavoro, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) - un tavolo con istituzioni, banche e sindacati». L'obiettivo posto dal ministro dell'Innovazione e transizione digitale, Vittorio Colao, è infatti, quello di cablare l'Italia entro il 2026 e, dunque, la necessità di competenze, si farà sentire molto presto, una volta assegnate le gare. Come si può risolvere il problema della mancanza di risorse umane per costruire le reti in fibra e 5G? Quale ruolo può giocare il Governo? Il sistema Italia si è sempre basato su micro, piccole e medie aziende, dall'artigiano alle imprese fino a 50milioni di euro di ricavi. Questa spina dorsale del sistema è sparita, e le poche aziende rimaste sono in grande difficoltà economica. Per affrontare il mutato scenario e il bisogno di competenze, occorre, dunque, innanzitutto il supporto dello Stato. Occorre, ad esempio, semplificare il sistema degli appalti pubblici, risolvendo anche il problema dei continui ricorsi al Tar che bloccano i lavori. Si potrebbe prevedere che, una volta aggiudicato il lavoro e stipulato il contratto, qualora il Tar dovesse dar ragione alla società ricorrente, quest'ultima venga risarcita per il mancato utile raggiunto, senza bloccare i lavori. Oltre agli interventi dal punto di vista degli appalti, occorre un piano che riguardi l'assunzione e la formazione del personale. Tra reti tlc ed elettriche mancano infatti circa 20mila persone specializzate. Come formare in tempi brevi i lavoratori necessari? Occorre un'azione di concerto con i ministeri del Lavoro, Istruzione, della Pa, dell'Innovazione e della Trasformazione digitale, predisponendo delle scuole ad hoc che, dopo un primo biennio, formino già i ragazzi per un impiego specialistico, prevedendo, anche durante gli studi, il tirocinio in azienda. Un nodo fondamentale è poi dove reperire i giovani che vogliano fare questo percorso. Visto che in Italia c'è una mentalità molto progredita per cui le nostre famiglie desiderano per i propri figli un percorso di istruzione quanto più completo, si potrebbe ricorrere ai giovani stranieri. Abbiamo tanti giovani stranieri in Italia, migranti di buona volontà, ma sfruttati tante volte con il caporalato. Noi abbiamo bisogno della migrazione, per noi la migrazione è un'opportunità, e questo momento storico potrebbe essere una buona occasione per formare le persone e farle lavorare. Una specializzazione tecnica di cui potrebbe farsi carico lo Stato che poi recupererà con le tasse pagate da questi lavoratori una volta acquisito un contratto. Un altro problema che bisogna risolvere è quello della patrimonializzazione delle imprese del settore che non sono attualmente in grado di far fronte alla formazione di nuove competenze da sole. Occorre dunque, oltre a quello del Governo, il supporto delle banche, visto che non ci sono aziende che, senza aiuto, riescono a fare investimenti dei livelli richiesti. Una volta inserite le persone in azienda e realizzate le reti, al 2026 queste persone potrebbero essere utilizzate in diverso modo, ad esempio per la manutenzione dell'infrastruttura? Oggi stiamo facendo il passaggio dal rame alla fibra, ma il rame richiede molta manutenzione, il sistema della fibra ottica è, invece, completamente diverso. Una volta finita la rete, dunque, ci sarà il problema della sostenibilità per le imprese delle 20mila persone assunte. Per questo chiediamo un incontro, un tavolo con istituzioni, mondo bancario e sindacati al fine di individuare tutte le soluzioni. È un intervento che va concertato assieme. D'altronde dobbiamo preparare l'Italia al boom economico al quale non siamo più abituati, l'ultimo boom è stato nel dopoguerra e, secondo me, questo che stiamo vivendo è un "dopoguerra". SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

Italtel e Sirti a Colao: «Per realizzare il Pnrr servono 80% di occupati in più»

Nel documento preparato dalle due aziende si chiedono anche contratti pluriennali e adeguato livello dei prezzi Contratti pluriennali in linea con gli investimenti, meccanismi premianti per il ri-uso delle infrastrutture esistenti, obbligo di apertura a tutti gli operatori non solo a quelli con significativa forza di mercato, quadro normativo semplificato e adeguato livello dei prezzi. Sono tra le richieste che Sirti e Italtel hanno messo nero su bianco, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) in un documento consegnato al ministero dell'Innovazione e della Transizione digitale, guidato da Vittorio Colao. Il nodo è come reperire le oltre 10mila figure mancanti Per realizzare gli investimenti in fibra e 5G è necessario, spiegano le società, l'80% in più dell'attuale livello occupazionale delle aziende di rete. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, d'altronde, destina il 27% delle risorse alla transizione digitale, ovvero 6,7 miliardi per la strategia italiana per la banda ultra larga entro il 2026. Di recente Colao ha annunciato che da gennaio prossimo partiranno le gare per la fibra, e subito dopo quelle per il 5G; ne seguirà, ha detto il ministro, la creazione, appunto, di 10-15 mila nuovi posti di lavoro per la realizzazione dell'infrastruttura. Il nodo ora è come creare questa occupazione e, secondo quanto spiegano gli addetti del settore, come utilizzare poi l'80% di occupazione in più, una volta realizzati gli investimenti. Delle due società, l'una, Italtel, oggetto del salvataggio da parte del gruppo Psc, l'altra controllata dal fondo Pillarstone che intenderebbe valorizzarla, hanno presentato al Ministero dei numeri precisi: le risorse richieste nel campo della progettazione sono attualmente circa mille; i piani cumulati degli operatori assieme a quelli previsti dal Pnrr richiedono la disponibilità di circa 800 persone aggiuntive. Per la realizzazione delle reti l'attuale disponibilità di personale specializzato è pari a 12mila unità: la necessità per i prossimi anni è di altre 10mila persone, con un incremento, per l'appunto, pari all'80 per cento. Occorre un quadro amministrativo, normativo e di mercato che consenta di assumere Ma non basta avere il personale per realizzare le infrastrutture, occorre inoltre, secondo le aziende, un quadro normativo, amministrativo e di mercato che consenta alle imprese di assumere e investire. Innanzitutto le società chiedono contratti pluriennali che siano in linea con l'estensione temporale dei piani al fine di consentire alle imprese gli opportuni investimenti in competenze e strumenti che assicurino la realizzazione degli stessi. Ridurre il numero di pratiche amministrative e tempi di attesa Bisogna inoltre ridurre il numero delle pratiche amministrative e i relativi tempi di attesa per il loro espletamento che hanno impatti negativi sul raggiungimento delle milestone previste, pena la perdita del finanziamento. Anche le imprese di rete, come le telco ultimamente, toccano il tema dei prezzi. Temi peraltro correlati perché coi prezzi più alti praticati dalle telco, e ricavi maggiori, probabilmente anche le gare per le aziende di rete presenterebbero prezzi più alti. Di recente Luigi Gubitosi, ad di Tim, ha annunciato l'intenzione del gruppo di alzare i prezzi offerti ai clienti e il ministro Colao, all'evento Asstel-Telecomunicazioni sul quadro del comparto, ha invitato i vertici delle società a «guardarsi negli occhi» visto che «i prezzi non li fanno i politici né i regolatori». Evitare le gare al massimo ribasso Di fronte a questo scenario, le aziende di rete chiedono dunque un adeguato livello dei prezzi, evitando approcci al massimo ribasso e offerte anomale, per preservare la remunerabilità degli investimenti richiesti all'industria, come ad esempio il reclutamento e la formazione di nuovo personale, l'aumento dei costi delle materie prime e della componentistica. Un'ultima richiesta riguarda il tema della fatturazione e dei pagamenti: le imprese suggeriscono su questo fronte l'allineamento agli standard europei, sia per quanto attiene al valore riconosciuto all'industria sia per quanto riguarda i tempi di fatturazione e pagamento che seguono la progressione delle opere. In Francia, ad esempio, ricordano Sirti e Italtel, ci sono prezzi superiori in media del 25 per cento. Tutto ciò per farsi trovare pronti nel secondo semestre del 2022 quando verranno assegnati i bandi delle gare previste dal Pnrr e saranno avviate le fasi di implementazione dei progetti e lo sviluppo dell'infrastruttura in banda ultra larga.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

«Formazione sia continua, anche attraverso piattaforme ispirate all'entertainment»

Parla Elisa Zambito Marsala, ad di IntesaSanpaolo Formazione, a DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School Da elemento straordinario della vita professionale a elemento imprescindibile e continuo. Così è cambiata la formazione, soprattutto nel post pandemia, secondo quanto sottolinea Elisa Zambito Marsala, ad di IntesaSanpaolo Formazione, realtà che nel corso della sua attività ha coinvolto oltre 19mila tra giovani e professionisti e più di 4500 aziende con l'erogazione di oltre 660mila ore formative. Oggi la formazione va erogata con modalità sempre nuove, comprese le piattaforme ispirate a quelle dell'entertainment tipo Netflix, accessibili da ogni device, che garantiscono una modalità immersiva. In Italia nel 2020 investimenti inferiori rispetto alla media europea «In passato – spiega l'ad a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) – gli investimenti in formazione effettuati in Italia sono stati inferiori rispetto al contesto europeo: nel 2020 il 4% del Pil rispetto al 4,6% della media dei Paesi europei. Oggi la formazione è una priorità per il Paese, abilita il cambiamento e supporta le imprese nel rendere sostenibile il business in mercati in continua evoluzione. Come gruppo proponiamo una nuova filosofia di formazione, costante e continua, lavorando in partnership con eccellenze italiane, università, associazioni. Attiviamo collaborazioni per percorsi formativi di qualità proponendoli a imprenditori e manager, facilitandone l'accesso sia in termini economici sia di modalità di fruizione, facendo squadra con l'ecosistema nei diversi territori». Importanza della formazione riconosciuta nel Pnrr, per Italia momento magico L'importanza della formazione è riconosciuta e sottolineata anche a livello di Pnrr. «Sono previsti circa 17 miliardi a supporto di istruzione, formazione, ricerca. Il Paese ha, quindi, una grossa opportunità per poter approcciare la formazione secondo un nuovo modello, vivendola in maniera più integrata con la vita professionale, con nuove modalità di fruizione». In particolare, il Pnrr ha identificato, ricorda l'ad, vari ambiti, dalla digitalizzazione alla sostenibilità. Occorre, dunque, stimolare la progettazione e individuare nuove forme di offerta per le imprese. Big data e Ai tra gli ambiti per cui c'è maggior bisogno Gli ambiti sui quali c'è maggiore bisogno di competenze sono quelli tecnologici, con big data e intelligenza artificiale in primis, ma anche quelli legati alle soft skillls, come comunicazione, evoluzione della leadership, sostenibilità, economia circolare e poi principi Esg, project management e decision making.Dal canto suo, Intesa Sanpaolo Formazione nel primo semestre 2021 ha promosso 22 corsi, con circa 500 aziende coinvolte e oltre 2500 ore di formazione erogate. Inoltre, grazie alla partnership con Luiss Business School prenderà il via l'Executive programme in gestione e innovazione d'impresa rivolto a imprenditori, manager e responsabili di funzioni aziendali che desiderano rafforzare le proprie competenze per una gestione innovativa e sostenibile dell'azienda. Per fine novembre partiranno le prime edizioni. «L'offerta con la Luiss Business School prevede 14 moduli, dura 5 mesi, e contempla anche testimonianze aziendali. Viene erogata – spiega Zambito Marsala - in modalità digitale, ma prevede momenti in presenza, importanti a dare valore al network, da sempre plus dei corsi di alta formazione». Imprese più recettive rispetto al passato Di fronte alle nuove offerte formative, le aziende oggi sono più ricettive che in passato. «Registriamo una risposta importante, è cambiata la percezione, ed è cambiata – aggiunge la manager - la modalità di erogazione della formazione». A questo proposito Intesa Sanpaolo investe nelle nuove piattaforme, che si ispirano a quelle di entertainment «applicate all'education. L'esperienza educativa deve essere sempre più immersiva, appealing, integrata nella vita delle persone. Vi si può accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. Attraverso un portale, prima dell'estate scorsa, abbiamo lanciato una nuova versione della piattaforma Skills4Capital per le imprese, che garantisce un elevato livello di personalizzazione, esperienza multicanale e contenuti digitali sempre aggiornati». In generale, in ambito formazione, Intesa Sanpaolo continua «a progettare, indirizzare nuovi percorsi, guardare ai nuovi trend internazionali». Nella certezza che la formazione, conclude Zambito, è diventata parte integrante della vita di ogni professionista. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

05 Novembre 2021

Condivisione degli investimenti e formazione per cablare l'Italia entro il 2026

Esperti e manager dicono la loro sulla necessità di reperire oltre 10mila persone per realizzare le infrastrutture Davanti alla deadline ravvicinata del 2026, c'è la necessità di reperire le competenze necessarie per costruire le reti di tlc, pensando anche a come impiegarle, in maniera diversa, una volta cablata l'Italia. Esperti, manager e imprenditori condividono la necessità di dare una risposta di sistema al bisogno di reperire oltre 10mila figure specializzate per stendere la fibra e realizzare le reti 5G. «Una problematica – spiega Stefano da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la Competitività - è quella di trovare persone con le competenze adatte alle sfide che si stanno affrontando, un numero di figure tecniche che deve aumentare nel giro di pochissimo. Inoltre, bisogna prepararsi, una volta formate le persone e fatti gli investimenti, alla fase di rallentamento che tra qualche anno, post Pnrr, si prevede, cominciando sin da ora a immaginare come utilizzare le competenze che potrebbero tornare utili anche nella fase successiva». Da Empoli (I-Com): puntare sulla condivisione delle opere Per risolvere la prima questione, da Empoli suggerisce di puntare sugli accordi tra gli attori del sistema, sulla condivisione delle opere, in modo tale da ridurre la domanda di figure specializzate. Per il secondo tema propone di «incentivare i percorsi di reskilling e upskilling all'interno delle aziende» e immaginare un potenziale assorbimento di una parte delle competenze che risultasse in eccesso in settori affini come quello della transizione ecologica. «Le aziende, in ogni caso, vanno aiutate, perché viene loro richiesto uno sforzo ingente con deadline ravvicinata». Per Opilio (Fondo Cebf) occorre un modello simile a quello adottato per l'energia La soluzione secondo Roberto Opilio, ex capo della rete di Tim e oggi director Italia e Sud Europa del Fondo Cebf, passa anche dall'evitare «la duplicazione degli investimenti da parte di Tim e Open Fiber, ragionando quindi sui co-investimenti. Duplicare gli investimenti, infatti, penalizza il piano di capacità produttiva, e bisogna anche tener conto che Open Fiber sulle aree bianche è già in ritardo. Il Governo potrebbe dunque adoperarsi invitando i due maggiori competitor a scegliere un modello di suddivisione degli investimenti, come nel campo dell'energia. D'altronde alle aziende di rete non va bene un picco di investimenti che finisce nel 2026 perché temono di dover formare migliaia di persone che poi, a fine piano, si ritroveranno sul groppone». Caroppo (Solutions 30): «Basta alle gare al massimo ribasso» Solutions 30, una delle aziende di rete presente in Italia con circa 700 dipendenti, è pronta, qualora ci fossero le condizioni, a fare investimenti. Secondo Antonio Caroppo, una carriera in Sirti e in altre aziende del settore, oggi presidente di Solutions 30 Italia, per mantenere in piedi il comparto occorre innanzitutto dire «basta alle gare al massimo ribasso. Solutions 30 ha in programma di investire molto in Italia, ma ci devono essere le condizioni. Al momento abbiamo assunto 300 dipendenti in sette mesi, ne avevamo 400, e siamo arrivati dunque a 700 dipendenti. Solo relativamente al contratto da 200 milioni firmato con Telecom per cablare Piemonte e Valle d'Aosta in associazione con un gruppo spagnolo, abbiamo bisogno di 300 persone e non sappiamo dove trovarle». Un altro problema grosso è la difficoltà a reperire personale che dal Sud si trasferisca al Nord dove c'è il deficit più forte. «Si fa fatica – spiega il manager - per due ragioni: le attività sono partite in tutta Italia, anche in campo elettrico con società come Enel, Terna, e la gente, dunque, avendo il lavoro a casa non ha necessità di spostarsi. Un altro deterrente è il reddito di cittadinanza che, pure necessario, scoraggia le persone a trasferirsi». Se a tutto ciò si aggiunge la difficoltà di trovare giovani italiani da impiegare nella costruzione delle reti, per Caroppo «va valutata l'ipotesi di ricorrere ai migranti e di lavorare in stretta connessione con università e istituti tecnici per formare i giovani». In conclusione, considerata la difficoltà a reperire i materiali sempre più costosi a causa dell'aumento del costo delle materie prime, «occorre aprire un tavolo con i ministeri coinvolti e gli esperti delle aziende di rete al fine di trovare una soluzione complessiva. Se non si fa tutto questo, non si riuscirà a centrare l'obiettivo del 2026 fissato da Colao per la realizzazione dell'infrastrutturazione in fibra». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

22 Ottobre 2021

Asstel: per rilanciare le telco «puntare su servizi digitali e nuovi mercati»

L'intervista al presidente dell'associazione, Massimo Sarmi Puntare su nuova progettualità e produzione di servizi digitali per rilanciare la crescita del settore telco; più semplificazione, in vista dei nuovi bandi, per velocizzare la costruzione delle reti ad alta capacità; e l'auspicio di un aiuto esterno, pubblico, per il fondo bilaterale del settore finalizzato a formazione e riqualificazione. Sono i messaggi chiave dell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di Massimo Sarmi, presidente di Asstel, associazione della filiera delle telco, al fine di realizzare il cambio di passo di un comparto che dà lavoro a circa 130mila dipendenti, ma che sta soffrendo il calo dei ricavi. Secondo gli ultimi dati del rapporto Mediobanca, nei primi sei mesi del 2021, il fatturato dei gruppi italiani di tlc è sceso di 320 milioni rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In vista del Forum nazionale delle telecomunicazioni organizzato per il 28 ottobre, Sarmi rimarca inoltre che, di fronte alla necessità di nuove competenze e investimenti «è necessario pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore». Il settore delle tlc sta affrontando una serie di investimenti legati alla digitalizzazione, tra ricavi in sofferenza e competizione crescente. Come rilanciare la crescita? Che ruolo può giocare il Pnrr? La pandemia ha rafforzato il bisogno di connettività, quale fattore essenziale e strategico per il Paese. Un uso maggiore della rete non ha però coinciso nel 2020 con un aumento di ricavi per l'industria delle telecomunicazioni, che risentendo degli effetti connessi a una forte competitività tra i numerosi attori coinvolti, ha registrato, nel tempo, una progressiva flessione dei ricavi. Nonostante ciò, gli investimenti infrastrutturali realizzati dalla filiera, restano significativi. Un impegno in linea con la sfida che il nostro Paese ha accolto con il Pnrr e che passa dalla realizzazione di infrastrutture, dagli investimenti a sostegno dell'innovazione e da un rapido sviluppo di nuove generazioni di servizi concreti a supporto di imprese e cittadini. Per far sì che il processo di digitalizzazione rappresenti un'occasione di crescita per un'Italia che vuole tornare a essere leader in Europa e nel mondo, bisogna intervenire su fattori prioritari, capaci di far evolvere l'intera struttura sociale del presente e, soprattutto, del futuro. E in questa direzione è necessario riattivare il circuito virtuoso tra competenze, innovazione, investimenti, servizi, generazione e ridistribuzione della ricchezza. L'obiettivo è di puntare su una progettualità nuova e sulla produzione di servizi digitali per rendere più efficaci ed efficienti i processi interni, ma anche aprire a nuovi business e a nuovi mercati. La formazione delle persone al digitale è uno degli elementi più importanti per stare al passo con le richieste del mercato. A che punto è il lavoro delle aziende? Nel 2020 la filiera delle telco ha coinvolto in attività formative il 100% delle dei suoi lavoratori, per una media di 5-6 giornate che nel 2021 sono salite a circa 9, puntando a un aumento progressivo anche nei prossimi 4-5 anni. Si tratta di interventi formativi a beneficio di oltre 100.000 dipendenti con una spesa di circa 100 milioni di euro fino al 2025, per un investimento complessivo legato al ricambio generazionale e per le attività di formazione superiore a un miliardo di euro. È necessario, quindi, pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore. La scuola e l'istruzione universitaria sono indiscusse protagoniste, ma il futuro richiede un processo di aggiornamento dei modelli educativi - con particolare attenzione agli istituti tecnici ed agli istituti tecnici superiori, nonché ai corsi di laurea universitari, triennali e magistrali, delle facoltà scientifiche (Stem) e dei politecnici - che rispondano velocemente ai mutamenti, determinati dalla trasformazione digitale, del contesto economico e sociale del Paese. Per questo sarebbe importante sviluppare e impartire programmi didattici su vasta scala di "Innovazione Digitale" sin dalla scuola primaria per avere cittadini pienamente e consapevolmente digitali. Il settore è in evoluzione e così le professionalità richieste; servono dipendenti specializzati, come i giuntisti, per la stesura delle reti. Come risolvere questa situazione? Bisogna sostenere l'innesto di giovani all'interno delle nostre imprese, sia laureati in ambito Stem, sia di periti e figure tecniche come appunto i giuntisti. In Italia il numero di laureati rimane tra i più bassi in Europa, con un evidente mismatch tra domanda e offerta. Molto importanti, dunque, gli investimenti previsti dal Pnrr volti a rafforzare l'istruzione professionale. Una risposta concreta è fornita da Asstel insieme con le organizzazioni sindacali, nell'accordo di rinnovo del contratto collettivo nazionale delle Tlc, con la previsione del fondo di Solidarietà bilaterale per la filiera delle telecomunicazioni che, nell'ambito di uno schema di co-finanziamento imprese-lavoratori, potrà contribuire al riequilibrio della filiera offrendo anche agli interventi contingenti una prospettiva non più emergenziale, ma di risoluzione strutturale dei processi di trasformazione e transizione verso lo sviluppo tecnologico a beneficio di imprese e lavoratori. Il nostro auspicio è di un supporto economico esterno, aggiuntivo al finanziamento da parte di imprese e lavoratori, che ne acceleri, soprattutto in fase di avvio, la piena operatività. A breve si entrerà nel vivo delle gare per la realizzazione della banda ultra-larga nelle aree grigie e per il 5G. Quali suggerimenti può dare Asstel al Governo per quanto riguarda la preparazione dei bandi, visti i ritardi nell'infrastrutturazione soprattutto nelle aree bianche? Per rispondere alla sfida dell'innovazione è necessario assicurare la disponibilità di reti Vhcn (very high capacity network, ovvero ad alta capacità, ndr), come Ftth, Fwa e 5G nei tempi previsti per la realizzazione dei progetti di trasformazione digitale contemplati dal Pnrr stesso. Il nostro suggerimento alle istituzioni è di proseguire nel dialogo intrapreso per portare a compimento la missione di digitalizzare il Paese attraverso, in particolare, lo sviluppo di un'infrastruttura ultrabroadband ad altissima velocità fissa e mobile nel minor tempo possibile e di favorire il processo di semplificazione del sistema di norme che regola il settore, in passato abbiamo assistito a interventi di semplificazione normativa rimasti disattesi. È importante che le ultime norme di semplificazione vengano recepite concretamente sul territorio, per velocizzare l'apertura dei cantieri e consentire una realizzazione rapida delle infrastrutture SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

Consorzio Italia Cloud: «Interessati alla Nuvola di Stato, con noi anche Insiel»

L'intervista a Marco Bruni, ad di Sourcesense e amministratore di Consorzio Italia Cloud Il Consorzio Italia Cloud è ancora nella partita della Nuvola di Stato. E, nonostante non abbia presentato la proposta entro la scadenza del 30 settembre, ha continuato e continuerà a dialogare con il ministero dell'Innovazione guidato da Vittorio Colao nell'ottica di presentare una proposta. Inoltre, come racconta Marco Bruni, presidente e amministratore delegato di Sourcesense, nonché consigliere di amministrazione del consorzio, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), nella compagine è appena entrata la prima società in-house, Insiel, che progetta, realizza e gestisce servizi informatici per conto della Regione Friuli-Venezia-Giulia in collaborazione e sinergia con il territorio. Altri ingressi sono previsti nella compagine di cui fanno già parte oltre a Sourcesense, Seeweb, Infordata, Babylon Cloud, Eht e NetaliaIl.  «Giochi ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione» Dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla procedura che sarà seguita e sulla possibilità di partecipare ancora, il consorzio, che non aveva presentato una proposta entro la scadenza poiché non aveva ancora chiare le caratteristiche della gara, ha deciso di andare avanti. Entro il 30 settembre sono state, ivnece, presentate due proposte, quella di Almaviva- Aruba e quella di Tim, Sogei, Leonardo e Cdp. «In realtà – spiega Bruni – i giochi sono ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione in corso sul modello da adottare. E riteniamo molto importante l'adesione al consorzio della società in house, così come le adesioni che auspichiamo seguiranno nell'ottica di una proposta alternativa e praticabile». D'altronde, prosegue Bruni, «è emerso uno scenario più aperto di quanto apparisse inizialmente quando sembrava si sarebbe scelta una proposta e il proponente si sarebbe trovato in pole position. In realtà non è così». «Occorre prendere in considerazione le infrastrutture già esistenti» Secondo il consorzio, il modello da utilizzare non dovrebbe basarsi sulla creazione di un'infrastruttura ex novo, ma sulla federazione delle infrastrutture e dei servizi già esistenti. «Non bisogna considerare l'opportunità della gara come la realizzazione soltanto di una nuova infrastruttura con certe caratteristiche, ma bisogna prendere in considerazione le infrastrutture certificate che ci sono già. Secondo noi, cioè, dovrebbe essere posto l'accento sulla federazione di servizi già esistenti, facendo molta attenzione al valore effettivo dei dati che il cloud andrà a gestire. Si tratta, infatti, dei nostri dati, dati importanti che hanno anche un valore economico rilevante e dobbiamo proteggerli, evitando di farli andare in mano agli hyperscaler americani che hanno già tanti nostri dati, e che acquisterebbero così anche quelli sensibili». Da una parte, dunque, bisogna prestare molta attenzione «alla fase di categorizzazione dei dati», dall'altra occorre «considerare che ci sono già tante, forse troppe, infrastrutture cloud; bisogna, invece, sfruttare bene quello che c'è e ha già i giusti livelli di sicurezza». «Importante che la giurisdizione dei gestori del cloud sia quella italiana» L'interrogativo, infine, riguarda il fatto se «valga la pena di mettersi nella condizione di affidare i nostri dati a soggetti che giuridicamente non rispondono al nostro Stato; è importante, cioè, che la giurisdizione a cui sono sottoposti i gestori del cloud sia quella italiana, non estera. Oggi ci sono già leggi estere che consentono di acquisire i dati, come il Cloud Act americano, e ce ne potrebbero essere altre. Inoltre, quando parliamo di hyperscaler pensiamo ai big americani, ma sono da considerare anche i cinesi. In conclusione, qualunque Stato sovrano può cambiare le proprie leggi e imporre ai soggetti che sono nelle loro legislazioni di adempiere a certe richieste: è il rischio più grande, da evitare, che si corre con il cloud». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

«La regolazione può favorire gli investimenti delle tlc, per Ott servono nuove norme»

A fare il punto è Elisa Giomi, commissaria Agcom. Intanto la prima grande mappatura dell'ecosistema digitale slitta al 2022 Per il settore delle telco, i cui ricavi sono in calo, la regolazione può «porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber». E mentre la conclusione della prima indagine per mappare l’intero ecosistema digitale è slittata al 2022, nei confronti degli Over the top «l’adozione di nuove norme ci dovrebbe consentire di intervenire» in situazioni che «per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi». A fare il punto su alcuni dei grandi temi trattati oggi dall’Agcom, è la commissaria Elisa Giomi, nei mesi scorsi, tra l’altro, nominata rappresentante del ‘Chapter’ italianio dell’Iic, associazione internazionale che riunisce regolatori, istituzioni e operatori. Da questo punto di osservazione la commissaria vede «grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online», come spiega nell’intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Commissaria Giomi, come sta cambiando l’uso della comunicazione a livello italiano ed europeo? Quanto ha inciso e sta incidendo la pandemia e quali i rischi maggiori? Mi sembrano molto interessanti i dati presentati questa settimana dal Censis nel rapporto “La digital life degli italiani”, che raccontano di un Paese in cui il 71,7% degli utenti svolge ovunque le proprie attività digitali, arrivando al 93% quando parliamo di giovani. A livello mondiale, l’Italia risulta al 10° posto per digital divide e al 5° posto in Europa (fonte: The Inclusive Internet Index). Per le reti o nell’uso della comunicazione non vedo rischi significativi causati dalla pandemia. Piuttosto vedo grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online. A inizio anno l’Autorità ha avviato una ricognizione sistematica delle criticità che emergono dall’evoluzione continua dei servizi erogati dalle piattaforme online, indagine di cui lei è relatrice. A che punto siamo? La disciplina che applichiamo oggi ha come presupposto una direttiva del 2000, decisamente datata, e ci sono state solo delle misure episodiche. Dunque, abbiamo avviato un’indagine conoscitiva con una formula innovativa che mapperà l’ecosistema digitale in tutte le sue componenti. La sfida è di individuare tutte -le principali problematiche e benefici che le piattaforme possono generare alla collettività per fornire un quadro utile all’adozione di eventuali correttivi normativi mirati e proporzionati. Abbiamo concluso la fase di individuazione dei servizi infrastrutturali e stiamo per concludere quella di individuazione delle misure legislative vigenti. La conclusione dell’indagine inizialmente prevista per la fine del 2021 subirà uno slittamento al 2022. L’Autorità ha gli strumenti necessari per gestire le sfide regolatorie alla luce del nuovo assetto dell’ecosistema digitale che si sta delineando e del sempre più importante ruolo degli Over The Top come Google, Facebook o Amazon? Disponiamo di una pluralità di competenze difficilmente replicabili, ma il punto è piuttosto garantire che queste competenze siano aggiornate. Non si può negare che se le norme non sono adeguate, una risposta incisiva è difficile da mettere in campo. Dunque, se per alcuni aspetti mi sento di dire che siamo già pronti, per altri ritengo necessario attendere innanzitutto il recepimento delle direttive europee in discussione in Parlamento. L’adozione di nuove norme ci dovrebbe poi consentire di intervenire nei confronti dei soggetti Over The Top che per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi, anche in termini di competenza territoriale delle autorità nazionali. Il settore delle telco mostra ricavi complessivi ancora in calo, come mostra l’ultima indagine di Mediobanca e, al contempo, le società sono chiamate a ingenti investimenti per l’infrastrutturazione. Di fronte a questa situazione che ruolo può giocare la regolazione? Non sono convinta che una riduzione dei ricavi sia necessariamente un segno di sofferenza del settore e neanche che la concorrenza sui prezzi tra imprese possa avere effetti così negativi come paventato. In questo senso, i fattori che concorrono a determinare la riduzione dei ricavi possono essere positivi. Si pensi alla riduzione dei ricavi che segue a una diminuzione regolata dei costi degli input di produzione, oppure alla riduzione dei prezzi per effetto delle dinamiche concorrenziali, con evidenti benefici per i consumatori. Osservo comunque, a dimostrazione dell’alto livello di concorrenza presente nel nostro Paese e dei suoi effetti sul mercato, che da una lettura attenta dei dati, la riduzione dei ricavi non ha riguardato i nuovi operatori entranti e neanche quelli che più hanno investito. La regolazione non può e non deve certo avere un ruolo di riequilibrio dei ricavi degli operatori ma può invece porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber. Durante la pandemia l’Agcom ha monitorato la tenuta delle reti di telecomunicazioni con l’obiettivo di assicurare la massima copertura possibile nel Paese. Il digital divide non è però ancora stato eliminato, che cosa può fare ora l'Autorità? È chiaro che quando si affrontano cambi tecnologici così radicali, come il passaggio dalle reti in rame alle reti in fibra ottica e dalle varie tecnologie di rete mobile alla rete 5G, si possono creare nuove forme di digital divide, ma dato lo scenario attuale e quello prospettico, si può ragionevolmente ipotizzare che le future generazioni, rispetto a quelle passate, soffriranno meno le problematiche legate all’esclusione sociale derivanti dalla carenza di connettività. Come società credo che non siamo riusciti a interiorizzare i nuovi modelli di vita e di lavoro che abbiamo dovuto faticosamente improvvisare con il lockdown. Lo smart working, ad esempio, si è rivelato misura funzionale alle esigenze delle imprese e confido che sarebbe capace, opportunamente regolato, di migliorare la vita individuale e collettiva, facilitando il work-life balance, contribuendo a riequilibrare le disuguaglianze di genere nella divisione del lavoro domestico e di cura, riducendo il traffico e quindi l’inquinamento. Altrettanto vale per la didattica a distanza, che dopo l’investimento economico di famiglie e scuole nella dotazione tecnologica e dopo l’impegno di docenti, studenti e genitori nell’apprenderne il funzionamento, adesso dovrebbe essere misura attivabile all’occorrenza per aiutare chi per varie ragioni, si trovi impossibilitato ad andare a scuola, in università o a fare lezione. Certo, queste sono scelte politiche che trascendono Agcom ma che ci vedrebbero pronti a dare il nostro contributo, e che già ci trovano impegnati in prima linea attraverso i Co.re.com., nostre emanazioni territoriali attivissime nella alfabetizzazione mediale e nella sensibilizzazione di scuole e famiglie.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

26 Novembre 2021

La moda di seconda mano ancora non conquista l'Italia, il vintage è di nicchia

La fotografia nell'indagine di Kearney Italia. Eppure qualcosa sta cambiando, complici le app Il vintage ancora non conquista gli italiani e se lo fa è per motivi di convenienza e non di scelte etiche. Eppure qualcosa sta cambiando, complici le app. Emerge dall'indagine di Kearney Italia, parte della multinazionale statunitense di consulenza strategica, che confronta l'Italia con Francia, Germania e Stati Uniti secondo due dimensioni: la quota di consumatori che hanno acquistato prodotti di seconda mano negli ultimi 12 mesi e i motivi dello shopping ‘vintage'. La quota di consumatori italiani che acquista l'usato è la metà rispetto agli altri Paesi (solo il 20% degli intervistati contro una media del 38% negli altri Paesi). Il segmento più incline all'acquisto è tra i 45-55enni con il 33% (il 43% delle donne contro un 28% di uomini), mentre in altri Paesi le generazioni più giovani mostrano più interesse. In tutti i Paesi analizzati, il motivo principale per l'acquisto è "risparmiare denaro"; in Italia pesa il 31%, principalmente per le donne (34% contro il 30% dei maschi) e nella popolazione più anziana (48% per +55anni). Gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese più attento ai costi con il 54% degli intervistati che cercano di "risparmiare", la Francia con il 31% è il Paese con la più alta attenzione all'ambiente e alla sostenibilità, seguita da Germania (22%) e Italia (20%), mentre ultimi sono gli Stati Uniti (5%). I consumatori italiani non hanno una visione chiara dell'usato rispetto ad altri Paesi (il 22% risponde a ragioni "altre" contro il 5% di altri Paesi). I consumatori del Sud Italia mostrano più interesse per l'usato (26% vs 20% altrove) e insieme ai consumatori del Centro Italia sono a caccia di affari, mentre i consumatori del Nord Italia mostrano driver di acquisto diversi. « Il vintage è stato finora un business ‘di nicchia', soprattutto in Italia dove la maggioranza dei giovani, per esempio, continua ad amare le novità (80%) rispetto ai coetanei tedeschi (55%) e americani (52%) molto più attratti dal second hand», spiega Dario Minutella, senior manager di Kearney a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. «La Germania tra le scelte d'acquisto di capi seconda mano ha come priorità il sostegno al business locale, mentre la Francia è l'unica che realmente mostra una sensibilità etica. Da noi il tema della sostenibilità resta ancora fuori dalle ragioni di acquisto del vintage, se lo facciamo è per trovare il risparmio, l'affare. Eppure, il mercato segna un trend di crescita interessante, soprattutto grazie allo sviluppo di applicazioni per vendere e scambiare prodotti usati che hanno creato un nuovo segmento di mercato destinato a crescere nel tempo. Un business che vale 40 miliardi ma che è ancora lontano dall'idea del vintage come volano per sostenere scelte etiche. Prevale appunto la motivazione della convenienza, che non per forza è negativa e che può comunque spingere la moda verso una maggiore circolarità del business». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Gucci: «Raccontiamo un approccio autentico del lusso sostenibile. E la cooperazione è vincente»

Antonella Centra, executive vice president, general counsel, Corporate Affairs & Sustainability di Gucci parla del percorso del marchio icona del lusso made in Italy «Il lusso è per sua vocazione sostenibile ma quello che fa la differenza è tradurre i buoni propositi in fatti concreti». Un marchio icona del lusso made in Italy come Gucci, che quest'anno ha festeggiato i 100 anni, "racconta" un percorso autentico e rigoroso che lo vede carbon neutral dal 2018. Antonella Centra, executive vice president, general counsel, Corporate Affairs & Sustainability di Gucci parla, in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il sole 24 Ore Radiocor e Luiss  Business School, della strategia basata su due pilastri: pianeta e persone. Ma anche del lavoro sui materiali con l'ultima novità, Demetra, un materiale animal-free, derivante da fonti sostenibili, rinnovabili e bio-based, utilizzando gli stessi processi impiegati per la concia e che sarà messo a disposizione di altri brand. E dell'attenzione all'intera filiera e della decisione di adottare, per primi nel settore privato in Italia, il bilancio di genere. E nella sostenibilità, aggiunge, non ci deve essere concorrenza. Gucci ha delineato da tempo un percorso green, eppure si fa fatica ad immaginare il connubio tra lusso e sostenibilità. Come si concilia il mondo fashion con la generazione di valore? «In realtà il lusso è per sua naturale vocazione sostenibile, perché crea prodotti destinati a durare e a mantenere il proprio valore nel tempo. Partendo da questo assioma, quando si segue un approccio rigoroso e autentico lungo tutta la catena di fornitura, dalla fase di progettazione creativa alla ricerca e selezione dei materiali fino ai processi produttivi, la sostenibilità diventa un eco-sistema in grado di generare valore. Quello che fa davvero la differenza per tradurre i buoni propositi in fatti concreti, è l'approccio con cui un'enunciazione di principio diventa parte di un'intera visione e strategia aziendale. Nel nostro caso, ci siamo dati un obiettivo specifico di riduzione dell'impatto ambientale ad una certa data, potendo contare su un sistema scientifico di misurazione e, mentre facciamo progressi significativi in questo percorso di riduzione, ci siamo "autotassati" per la parte di emissioni residue, investendo in iniziative che mirano alla protezione della natura, delle biodiversità e in programmi di agricoltura rigenerativa. In questo modo restituiamo, creando un circolo virtuoso, anche in termini di occupazione e di ricadute positive sul territorio e sul valore del Made in Italy. In Gucci abbiamo iniziato a comunicare esternamente e internamente solo dopo essere stati certi di avere qualcosa di autentico da raccontare. Per noi la strategia sostenibile è infatti un percorso di continuo miglioramento». Avete lanciato Gucci Equilibrium che oltre ad un modo di pensare sostenibile si traduce in azioni e risultati concreti. Ce ne parla? «Gucci Equilibrium è la naturale conseguenza del nostro percorso sostenibile basato su due pilastri: il pianeta e le persone; è il racconto dei principi in cui crediamo e delle azioni concrete che perseguiamo per generare un cambiamento positivo attraverso un approccio scientifico. Ogni anno misuriamo e monitoriamo infatti le prestazioni ambientali dei nostri uffici, negozi e magazzini di tutto il mondo attraverso un vero e proprio conto economico ambientale. Dedichiamo molta cura nella scelta delle materie prime presenti nelle nostre collezioni, dall'adesione a rigorosi e ambiziosi standard che garantiscono un approvvigionamento e metodi di lavorazione sostenibili, alla tracciabilità e ricerca di soluzioni innovative; e infatti quest'anno abbiamo lanciato Demetra – un materiale realizzato con materie prime animal-free, derivanti in larga parte da fonti sostenibili, rinnovabili e bio-based, utilizzando le stesse competenze e processi impiegati per la concia. L'attenzione per il pianeta non può prescindere però dall'attenzione verso le persone, dal rispettare e preservare l'eco-sistema dell'eccellenza manifatturiera italiana fatta di piccole e medie imprese che per Gucci rappresentano circa il 95% dei fornitori. Un modo di agire sostenibile funziona infatti solo se applicato lungo tutta la filiera ed è per questo che condividiamo attivamente con i nostri fornitori i nostri valori, le nostre buone pratiche e spesso anche il nostro know-how trasversale. Ne è un esempio il Programma Sviluppo Filiere attuato con Banca Intesa, un programma in essere dal 2015, ma che prima a causa dell'emergenza sanitaria e poi grazie alle opportunità offerte dal Pnrr, abbiamo rinnovato affinché si adattasse velocemente alle nuove esigenze dei fornitori fornendo inizialmente supporto per superare l'emergenza causata dalla pandemia da Covid-19 e avviare piani di rilancio e di crescita e ora per sostenerli lungo la transizione ecologica». L'aver raggiunto in anticipo alcuni target pone altri obiettivi? Quali saranno i prossimi progetti? «I  risultati raggiunti ci dicono che stiamo proseguendo sulla giusta strada ma dobbiamo andare avanti, cercando anche di anticipare alcuni obiettivi. Le questioni emerse dalla Cop26 e dal Summit del G20 sono chiare e le soluzioni non possono più attendere piani di lungo periodo: c'è urgenza di intervenire ora. Con la nostra campagna globale per l'uguaglianza di genere ‘Chime For Change' abbiamo contribuito, in meno di dieci anni, ad oltre 442 progetti e iniziative a favore delle donne in 89 Paesi; solo per fare un esempio, supportiamo attivamente 'I was a Sari', un'impresa sociale che sostiene un gruppo di donne lavoratrici provenienti dalle comunità svantaggiate di Mumbai nel diventare artigiane di prim'ordine e raggiungere l'indipendenza economica. Ma possiamo fare ancora di più per rendere Gucci e la nostra comunità più equi ed inclusivi. Con lo stesso approccio scientifico con cui rendicontiamo i nostri risultati ambientali e in linea con gli Obiettivi dell'Agenda Onu 2030 e della Strategia Nazionale per la parità di genere, abbiamo infatti deciso di intraprendere un percorso di analisi di genere anche all'interno della nostra realtà, adottando per primi, nel settore privato in Italia, il bilancio di genere. Vogliamo infatti fotografare la nostra situazione in tema di gender equality, ma soprattutto analizzare le basi su cui costruire la nostra strategia relativamente alle politiche di genere. L'obiettivo resta sempre quello di far meglio e di più». Dai materiali agli store, Gucci punta a diventare il luxury brand italiano più sostenibile? Siete un marchio iconico, potete essere d'esempio per il mercato e i clienti? «Non la metterei in termini di primato a meno che non si intenda come stimolo al miglioramento per altri che sono più indietro nel percorso. La sostenibilità è un ambito in cui non ci deve essere concorrenza perché "l'unione fa la forza" e le sinergie consentono di fare progressi nell'ambito della innovazione, nella scalabilità delle soluzioni e nell'adozione delle migliori pratiche nel rapporto con i propri fornitori. Per questa ragione, ad esempio, abbiamo messo a disposizione di tutto il mercato l'innovazione introdotta con Demetra. Un materiale nato grazie al connubio tra il know how degli esperti della nostra produzione e quello delle concerie. Un processo, quello della concia, tradizionalmente applicato alla pelle, applicato - invece - ad un materiale bio-based. Il risultato è talmente sorprendente che non ci siamo sentiti di "tenerlo" solo per noi. La decisione del nostro presidente e ceo Marco Bizzarri di diventare ‘carbon neutral' nel 2018, lanciando quindi con il ‘Ceo Carbon Neutral Challenge' l'appello ad altre aziende di ogni settore ad unirsi, ha accelerato il raggiungimento degli obiettivi anche grazie al fatto che si è raggiunta una maggiore chiarezza e consapevolezza da parte di tutti i nostri dipendenti e un loro ingaggio a contribuire. Se questo è avvenuto a livello interno possiamo anche immaginare che il circolo virtuoso si possa instaurare all'esterno e che si realizzi sia tra aziende dello stesso settore che tra appartenenti a settori diversi. La parola chiave è quindi apertura: sia in termini di atteggiamento mentale, affinché la sostenibilità divenga prassi quotidiana nei comportamenti individuali, sia in termini di atteggiamento cooperativo, con lo scopo di identificare e scalare soluzioni vincenti». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Yamamay: «Nella sostenibilità l'impegno va misurato. La nostra sfida è rendere i consumatori più sensibili»

Barbara Cimmino, Csr director di Yamamay, racconta il lavoro, dai costumi circolari all'intimo a impatto zero Dai costumi circolari all'intimo a impatto zero. Per Yamamay, leader italiano nella produzione e distribuzione di prodotti di intimo, lingerie e moda mare, presente in 44 Paesi con 603 negozi, la sostenibilità è una sfida vissuta con impegno. Barbara Cimmino, Csr director di Yamamay (Gruppo Pianoforte cui fanno capo i brand Yamamay e Carpisa, controllato dalle famiglie Cimmino e Carlino), racconta a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, l'esperienza in un mondo ancora poco virtuoso. E lancia le sue sfide: sensibilizzare i consumatori e produrre meno ma vendere di più. Forte nel 2020 di incassi retail pari a 299,9 milioni di euro per 19,5 milioni di pezzi venduti. E soprattutto l'attenzione alle metriche, «la chiave di svolta per il settore». Il tema dell'attenzione all'ambiente trova sempre più spazio nel mondo della moda. Si conciliano i temi della sostenibilità con il fashion e il retail? «Dal post pandemia in poi l'argomento è diventato molto forte e le aziende del settore fashion sono effettivamente impegnate in un percorso di sostenibilità che, a mio avviso, deve necessariamente confrontarsi con le misurazioni degli impatti sia sull'ambiente che sulle persone. Noi abbiamo deciso volontariamente, perché non siamo una società quotata, di pubblicare il bilancio di sostenibilità e intendiamo più che conciliare, inserire la sostenibilità nel nostro piano strategico. La nostra, volontaria ed in tempi non sospetti, è stata una decisione dettata dal voler modificare gli obiettivi di crescita con un occhio molto preciso e puntuale agli impatti che il fashion ha sull'ambiente e sulle persone. Ci sono dati scientifici incontrovertibili che la moda è la quarta industria al mondo per inquinamento. Non è più tempo di conciliare ma è arrivato il momento di agire. Noi, come Yamamay, abbiamo due motivazioni molto forti per farlo perché crediamo che questo migliori l'efficienza aziendale e già abbiamo dei Kpi molto positivi: la prima leva è legata alle banche perché è chiaro che, oggi, le banche finanziano soltanto le aziende che sono impegnate sul fronte della sostenibilità in modo formale; la seconda leva, molto importante, è rappresentata dai consumatori». Vorrei soffermarmi sui consumatori per chiederle proprio che tipo di risposta riscontrate e qual è la sensibilità? «Noi siamo retailer e, quindi, a differenza di altre aziende del settore fashion, che hanno diversi canali distributivi e attingono alle informazioni del mercato a distanza di tempo, sappiamo cosa pensano i nostri clienti molto velocemente. E, oggi, riscontriamo un gap che vogliamo assolutamente colmare: il consumatore fa delle dichiarazioni di buoni intenti relativamente alla scelta di prodotti di abbigliamento, che siano etici piuttosto che innovativi o circolari, ma poi nelle decisioni di acquisto si comporta in modo diverso. Vogliamo colmare questo gap per acquisire anche un vantaggio competitivo. Se non riusciamo a colmarlo avremo sempre fasce molto consumistiche e, quindi, orientate al prezzo. Che il prodotto sia sostenibile o non sostenibile, al dunque, interessa poco e quello che conta è il prezzo: è questa l'enorme sfida del momento da affrontare». Il percorso di sostenibilità del vostro gruppo passa anche per progetti molto concreti e collezioni orientate all'economia circolare e all'eco-design. Ci parla dei progetti attuali e futuri? «Tengo a sottolineare che, per noi, i progetti sono stati un modo per capire come misurarci e ne abbiamo attivati tantissimi, già dal 2014, che ci hanno permesso di cambiare il modo di lavorare in azienda e favorire il dialogo con aziende che fanno componenti e università. È del 2014 il nostro primo progetto di eco design con la serie Sculpt che ora ha registrato l'ultima novità, Sculpt Zero, una linea di intimo modellante che compensa le emissioni di carbonio. È prodotta in Sri Lanka con tessuti italiani e, per compensare le emissioni, Yamamay ha sostenuto un progetto di sviluppo di energia rinnovabile nel Paese. Molto importante è stata l'iniziativa della linea di costumi ‘Edit' perché, in Italia, il tema dell'economia circolare nel fashion è ancora molto destrutturato: c'è la volontà di progettare indumenti che siano circolari ma poi per fine vita non si sono ancora costruiti gli hub. Con questa serie di costumi abbiamo fatto un esercizio virtuoso, che completeremo, poi, nel 2022 con il progetto di take-back. Si tratta di una serie di costumi da bagno e di accessori tutti fatti con un polimero di poliestere riciclato e riciclabile. Qui abbiamo avuto una certificazione da Ergo Team dell'80%, un punteggio che si ottiene dopo anni di messa a punto e testimonia il fatto che nei nostri uffici stile il ragionamento su come disegnare un prodotto circolare è già acquisito. E poi abbiamo un caso di questi giorni con le scorte che sono andate esaurite a due settimane dal lancio: è il caso di Principessa Super Bra, un reggiseno che mira a un altro tipo di sostenibilità che è quella di produrre meno e vendere di più. Grazie ad un lavoro di carattere scientifico sui big data con l'ottimizzazione delle taglie siamo riusciti, con tre misure, a coprire ben 25 taglie di reggiseno: è estremamente inclusivo. Questa è una strada in cui credo tantissimo e che aiuterà a sostenere una crescita felice. Non dobbiamo vendere meno ma produrre meno e vendere di più: questo è il vero tema che la nostra industria deve affrontare e del quale poco si parla perché è difficile». Quindi un futuro sempre più circolare e inclusivo nei vostri programmi? «Noi faremo un 2022 molto orientato alle misurazioni verso la supply chain, chiederemo ai nostri fornitori di misurarsi insieme a noi e probabilmente un numero minore di progetti ma tanta più attenzione al tema delle metriche perché questa è la chiave di svolta del nostro settore. Con le metriche è possibile cominciare a sviluppare dei ragionamenti che portino ad una sostenibilità maggiore. Senza, diventano discorsi dubbi. Non credo più alla sostenibilità raccontata a livello di marketing ma ad aziende seriamente impegnate e che misurano realmente i Kpi e ne rendono conto agli stakeholder. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

26 Novembre 2021

Benetton: «Sostenibili nel dna. Il nostro lavoro per le collezioni e gli store green»

ll ceo, Massimo Renon, parla dell'impegno storico del gruppo per la sostenibilità e il rispetto sociale e ricorda l'impegno sulle materie prime e il target del 100% di cotone sostenibile entro il 202 La sostenibilità, l'attenzione agli sprechi e il rispetto sociale sono connaturati nella storia di Benetton che da oltre mezzo secolo è focalizzata su principi etici e ambientali. "Sono parti integranti del dna", spiega a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, il ceo Massimo Renon. Che racconta il lavoro dell'azienda di moda italiana sulle collezioni, dai capi monofibra ai materiali naturali e riciclati con l'obiettivo di arrivare al 100% di cotone sostenibile entro il 2025. E sottolinea anche l'impegno sul risparmio energetico e gli store green. Perché, osserva, "produrre in maniera sostenibile sarà il solo modo di produrre in futuro". Ci vorrà del tempo ma deve essere e sarà il modello dominante dei prossimi anni. Da sempre Benetton, accanto all'avanguardia nell'abbigliamento ha sposato un'attenzione al sociale e all'ambiente. Dai materiali alla catena di fornitura al packaging ci parla della strategia del gruppo? «Pensando a Benetton, l'espressione 'sostenibile' è da sempre connaturata alla sua storia. Storia iniziata oltre mezzo secolo fa, nel 1965, della quale 30 anni focalizzati oltre che su campagne di comunicazione con attenzione  alla difesa dei diritti umani, anche su un costante controllo della supply chain, basato non solo su criteri di competitività e trasparenza, ma anche su principi etici e ambientali. Benetton è sempre stata attenta ai cambiamenti della società con uno sguardo proiettato in avanti. Sostenibilità, attenzione a sprechi, etica e rispetto sociale sono sempre stati e continueranno ad essere parti integranti del nostro Dna. Oggi la sostenibilità permea tutta l'attività dell'azienda con lo scopo di diventare cultura condivisa. Dal risparmio energetico alla raccolta differenziata, Benetton Group e i suoi dipendenti collaborano quotidianamente per rendere le proprie sedi luoghi sempre più virtuosi e rispettosi dell'ambiente. Si sta conducendo un enorme lavoro sulle materie prime, impiegando materiali naturali, riciclati, rigenerati o certificati da autorità globali nel campo della sostenibilità. Si realizzano prodotti in cui l'80% delle fibre è di origine naturale, capi monofibra. Vengono impiegati cotone e ovatta riciclati, cotone BCI e cotone biologico e si punta ad avere entro il 2025 il 100% del cotone sostenibile». Avete anche lanciato degli store green. Quali sono i prossimi passi e i progetti?  «La nostra è una strategia di sostenibilità a 360 gradi, declinata alle collezioni, alla supply chain e al punto vendita. A marzo 2021 è stato presentato a Firenze un nuovo Store Concept a basso impatto ambientale, caratterizzato da impiego di materiali riciclati e sostenibili, tecnologia all'avanguardia per la gestione dell'energia e capi con elevate performance di sostenibilità. Il negozio di Firenze rappresenta il punto di riferimento per il retail del futuro. E' un concept unico a livello mondiale studiato per dare l'avvio ad una nuova fase della nostra azienda, un progetto in cui crediamo fortemente. Sempre quest'anno, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, Benetton Group ha presentato 'Green B', una manifestazione esplicita da parte dell'azienda nell'ambito della sostenibilità, una visione a 360° che mette a sistema l'impegno per l'ambiente e le persone. Nei prossimi anni, le attività del Gruppo vedranno un impegno incrementale per avere prodotti ancora più sostenibili, una catena di fornitura ancora più rispettosa dell'ambiente e dei diritti dei lavoratori, e sedi e negozi ancora più efficienti dal punto di vista energetico e della gestione degli sprechi». Un forte impegno, quindi, in termini di circolarità e impatto ambientale? «Come dicevo, l'utilizzo di nuove fibre riciclate e rigenerate nei prodotti e la selezione di tessuti in monofibra, più facili da riciclare, è in progressivo aumento. Il nostro impegno è serio, costante e rivolto al futuro, su tutti i fronti, e lo dimostrano gli importanti riconoscimenti internazionali che abbiamo ricevuto. Quelli legati all'utilizzo dei materiali. Come per la lana eccellente: dal 2017 Benetton è parte di Iwto, International Wool Textile Organization, mentre i filati italiani 100% lana merino extrafine e Shetland vengono certificati da Woolmark, la massima autorità nel campo della lana. Riguardo al cotone, sempre dal 2017 Benetton è nel programma Bci, Better cotton initiative (cotone dal minimo impatto ambientale) ed, entro il 2025, l'obiettivo è quello di realizzare le collezioni con il 100% di cotone sostenibile. Nel 2020, per il secondo anno consecutivo, il report Fashion Trasparency Index ha attestato la credibilità delle informazioni comunicate da Benetton, mentre Greenpeace ci ha inseriti tra le quattro aziende di moda che guidano il cambiamento verso l'eliminazione di sostanze inquinanti nei processi produttivi». I clienti italiani sono ‘viziati' dal bello e dal made in Italy. Che tipo di risposta vedete di fronte ad un approccio più sostenibile? «Nella strategia di Benetton Group il consumatore finale e tutte le sue esigenze sono al centro della traiettoria. E per il consumatore contemporaneo, in particolare quello più giovane, la sostenibilità è un asset importante. Quindi esiste già una grande consapevolezza da parte del pubblico. Il cliente vuole avere informazioni sui capi che acquista, sapere da dove provengono e controllare l'etichetta. I cartellini dei nostri capi sostenibili sono dotati di un QR code che rimanda alla sezione sostenibilità del sito Benetton». Voi destinate al green una fetta di investimenti. Si concilia la visione sostenibile con la gestione e il profitto aziendale? «Produrre in maniera sostenibile sarà il solo modo di produrre in futuro; tutto il mondo economico si sta muovendo in questa direzione. Non si tratterà di una trasformazione immediata, ci vorrà del tempo ma inevitabilmente questa deve essere e sarà il modello dominante dei prossimi anni». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 26/11/2021

12 Novembre 2021

Pompei (Deloitte): «Sulla finanza sostenibile sfida epocale. Il valore delle imprese può crescere»

Necessario tenere in considerazione l'impatto del climate change sul business, spiega il ceo di Deloitte Italia che racconta l'impegno della prima azienda al mondo di servizi di consulenza e revisione che punta a zero emissioni nette al 2030 Siamo di fronte a una sfida epocale destinata a caratterizzare i prossimi anni. Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor Plus e Luiss Business School, parla della necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica ma di misurare anche i criteri Esg e di tenere in considerazione l'impatto dei cambiamenti climatici sul business. E anche per i prodotti e gli strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire. Quanto a Deloitte, spiega, «vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030». Quanto peso ha la sostenibilità nel mondo della finanza e delle imprese? E le decisioni aziendali sui temi Esg si conciliano con i risultati? «Negli ultimi mesi si è delineato uno scenario integrato delle diverse possibilità di sviluppo, che passano dalla necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica e che mettono sul medesimo piano tematiche di sostenibilità e responsabilità d'impresa. Oltre all'impatto che le singole aziende generano sull'ambiente, è diventato sempre più chiaro che per le stesse aziende i rischi legati al cambiamento climatico sono ingenti. Come emerso dal nostro report "Italy's Turning Point- Accelerating New Growth On The Path To Net Zero", nei prossimi 50 anni il mancato contrasto ai cambiamenti climatici potrebbe causare all'Italia fino a 1,2 trilioni di euro di danni economici, oltre che 21 milioni di posti di lavoro in meno. Sempre più sollecitate dal mercato e dalle nuove normative, le imprese stanno prendendo coscienza dell'impatto del cambiamento climatico sul proprio business e si stanno allineando alle linee guida europee. Sempre più realtà imprenditoriali stanno facendo propri i valori della transazione ecologica, sia in termini di maggiore efficienza energetica, de-carbonizzazione e utilizzo di risorse alternative, sia di sviluppo di modelli di economia circolare. Una sfida epocale, destinata a segnare i prossimi anni».L'attenzione sulla responsabilità ambientale e sociale nei processi di investimento e nei modelli operativi incide sulla valutazione degli investimenti. Qual è la vostra visione e che tipo di risposta vedete? «Con il documento presentato da Deloitte e Impact Management Project al World Economic Forum all'inizio del 2021 abbiamo accelerato la creazione di uno strumento universale per misurare gli impatti dei criteri di sostenibilità Esg sul valore economico delle aziende. Un'integrazione sempre più stretta di informativa finanziaria e non finanziaria, con un'attenzione specifica ai rischi e alle opportunità legate alla sostenibilità e, in particolare, al cambiamento climatico. L'obiettivo è riuscire a quantificare e comunicare gli effetti di questi fenomeni sulla generazione o sull'erosione di valore per le imprese. Inoltre, nell'ambito del B20 assieme a Confindustria, abbiamo presentato ‘The Goal 13 Impact Platform', una piattaforma realizzata per valorizzare le best practice ambientali e renderle note al mondo imprenditoriale e favorire così processi sempre più virtuosi, sia per quanto riguarda la riduzione delle emissioni sia per quanto riguarda le strategie di adattamento al cambiamento climatico. Si tratta di uno strumento ideato per accelerare il processo di transizione ecologica delle imprese, facilitando la collaborazione tra le aziende». Si assiste a una crescita sempre più significativa di prodotti e strumenti finanziari sostenibili. È una moda o un cambiamento strutturale? «Stiamo parlando di una crescita e nei prossimi mesi ci aspettiamo importanti cambiamenti e impatti significativi. Per esempio, il cambiamento climatico è entrato a tutti gli effetti nei bilanci delle società quotate: in un nostro studio abbiamo analizzato i bilanci di 226 società quotate in Borsa Italiana e il 42% delle relazioni finanziarie analizzate includeva un'informativa climate, seppur con livelli di dettaglio molto diversificati tra loro. Dallo studio condotto traspare un buon grado di consapevolezza, soprattutto per le società appartenenti a settori caratterizzati da fattori di rischio più rilevanti, rispetto al fatto che il climate change costituisca un elemento rilevante nel contesto dei rischi aziendali e in quanto tale necessiti di essere incorporato nella strategia di gestione dei rischi e quindi nella relativa informativa di bilancio Su questo fronte il sistema finanziario può fornire un contributo rilevante attraverso settori strategici e strumenti adeguati, per creare valore non soltanto nell'ottica degli azionisti, ma anche per un benessere sociale più esteso, per contrastare l'impatto dei cambiamenti climatici e i relativi rischi per il settore finanziario. Nello specifico la finanza può favorire traiettorie di sviluppo sostenibile in tutto il pianeta e promuovere impatti positivi significativi a livello globale, come per i finanziamenti verso le attività di conservazione e gli incentivi alle pratiche virtuose, ripensando le logiche di allocazione e la strutturazione dei portafogli. Anche per prodotti e strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire durante la lunga ripresa che ci attende». Parlando di Deloitte, quali sono i target e le strategie di business in tema di sostenibilità? «Il nostro network sta accelerando per aggiornare le policy che ci consentiranno di diminuire l'impatto ambientale, nell'ambito della più ampia strategia World Climate con cui vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030. Oltre a questo, a inizio agosto abbiamo lanciato il nuovo programma di ‘learning' sul clima indirizzato a tutti i nostri 330 mila professionisti, progettato per rendere consapevoli e ispirare ad agire le nostre persone - e di conseguenza i nostri stakeholder e clienti - sull'impatto del climate change. In più Deloitte Legal ha lanciato il Manifesto dello Studio Legale Sostenibile per il mondo delle professioni legali perché la sostenibilità va declinata non solo in chiave ambientale, ma anche etica e sociale. Speriamo questi siano solo i primi esempi di un trend diffuso all'interno di aziende e istituzioni. Come sempre, cultura e conoscenza sono indispensabili per acquisire consapevolezza e solo con l'impegno di tutti potremo essere all'altezza della sfida ambientale che abbiamo davanti».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Ubs: «Gli investitori italiani sempre più attratti da portafogli sostenibili. Capitali verso i più virtuosi»

Paolo Federici, Market Head di Ubs Gwm in Italia  parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020 La sostenibilità non è solo una moda o un trend passeggero ma una priorità per il settore finanziario. Ne sono consapevoli gli investitori italiani che sempre più scelgono di inserire nel proprio portafoglio investimenti sostenibili. Paolo Federici, Market Head di Ubs Global Wealth Management in Italia racconta a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, come gli investitori italiani sono attratti da portafogli green: secondo l'ultimo Investor Sentiment Survey l'85% considera gli investimenti sostenibili una componente rilevante da inserire nel proprio portafoglio. Federici parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020. Cosa significa essere sostenibili nel mondo della finanza e quali sono i vantaggi? «Oggi più che mai la sostenibilità rappresenta un elemento guida nelle nostre scelte di vita quotidiana ed è chiara la rilevanza che ha assunto anche nel mondo della finanza, in particolare nel campo degli investimenti. Sempre più imprenditori e investitori privati stanno infatti orientando le scelte di allocazione dei portafogli verso la sostenibilità, con sempre maggiore attenzione verso scelte che coniughino la ricerca di rendimento con un impatto positivo per il pianeta. Le scelte che ne derivano vanno così ad accelerare l'afflusso di capitali verso le società più virtuose in termini di impatto ambientale e di soluzioni sostenibili. Un meccanismo in grado di influenzare anche l'economia reale, facilitando l'accesso al mercato dei capitali e le capacità delle aziende più virtuose di finanziarsi a tassi più vantaggiosi fino ad interessare la valutazione stessa di tali aziende E' evidente dunque come la sostenibilità non possa più essere considerata semplicemente una moda o un trend passeggero ma, piuttosto, una priorità per l'intero settore finanziario, tema su cui il nostro gruppo è attivo da tempo e a livello globale». A questo proposito ci parla dell'esperienza di Ubs? A che punto siete in termini di portafogli e investimenti sostenibili? «Gli investitori italiani dimostrano di comprendere l'importanza di inserire nel proprio portafoglio sempre più investimenti sostenibili, rafforzandoci nella nostra convinzione al riguardo. Ubs è stata, infatti, una delle prime banche globali a realizzare l'importanza degli investimenti sostenibili, intercettando la rivoluzione di pensiero che si prospettava fino a renderli la proposta di riferimento per coloro che desiderano costruire portafogli a prova di futuro. Siamo e vogliamo essere partner credibili per i nostri clienti con i quali lavoriamo continuamente accrescendo la loro sensibilità sui temi green. Come lo facciamo? Fornendo sempre maggiori informazioni e analisi sugli investimenti sostenibili, su rischi e opportunità connesse al clima, nonché assistendoli nella transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, che consentirà una sempre maggiore efficacia nell'accesso al mercato dei capitali. Infine, a livello di Gruppo abbiamo fissato standard di finanziamento sempre più rigorosi: la nostra esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio è già estremamente bassa, meno del 2% a fine 2020. Stabiliremo obiettivi di ulteriore allineamento del nostro portafoglio di finanziamenti sulla base dei parametri dell'accordo di Parigi e stiamo apportando infine modifiche al nostro modello ESR per ridurre ulteriormente la propensione al rischio per gli asset legati al carbonio». Avete di recente pubblicato la nuova edizione dell'Investor Sentiment di Ubs. Che quadro emerge? Ce ne parla? «L'ultima edizione dell'Investor Sentiment Survey, la ricerca che analizza la fiducia degli investitori facoltosi in tutto il mondo, evidenzia il ruolo chiave degli investimenti sostenibili nelle scelte degli investitori. Dalla ricerca emerge infatti che gli investitori globali continuano a vedere sempre più vantaggi dall'inserimento degli investimenti sostenibili nei loro portafogli e, nello specifico, l'85% degli investitori italiani li ritiene già una parte fondamentale della strategia di portafoglio orientata da valori e rendimenti. In aggiunta, il 59% si aspetta che i rendimenti generati dagli investimenti sostenibili arrivino a superare quelli generati dagli investimenti tradizionali, il che ne aumenta ulteriormente l'attrattività». Quindi che tipo di risposta state riscontrando negli investitori italiani? «Negli ultimi 3 mesi la predisposizione da parte degli investitori italiani verso gli investimenti sostenibili ha registrato un balzo in avanti, come evidenziato dalla nostra ricerca. E' contestualmente aumentata anche la necessità di consulenza da parte dei nostri clienti per rivedere l'allocazione del proprio portafoglio a favore di temi ‘green': ben il 74% degli investitori italiani è interessato a ricevere una consulenza dedicata e su misura. Questa tendenza conferma ancora una volta che la direzione intrapresa da Ubs Global Wealth Management negli ultimi anni è quella vincente. Sostenibilità e consulenza davvero su misura sono i nostri tratti distintivi ormai da tempo, uniti a solidità ed esperienza uniche sul mercato».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Algebris: «Il trend del mercato è verso l'Esg. Lavoriamo a portafogli a emissioni zero»

L'etichetta green è ormai un must, spiegano Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund Sia a livello italiano che internazionale, il mercato si muove attivamente in direzione di una finanza sempre più green perché l'etichetta Esg più che un plus sta diventando un must e dall'equity sta coinvolgendo tutti gli strumenti e gli attori del mercato. È la visione di Algebris, una delle principali società di gestione del risparmio. In un'intervista a due, Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund, parlano anche del percorso che ha portato alla linea di business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale e dell'impegno per raggiungere le zero emissioni nette per le attività in gestione entro il 2050. Si parla sempre più di finanza green e l'offerta cresce giorno per giorno. Che tipo di risposta riscontrate? Con un focus in particolare sul mercato italiano «Ovviamente il tema della finanza green è molto sentito. Il mercato nell'ultimo anno, sia a livello italiano che a livello internazionale - risponde Gabriele Foà - si è mosso decisamente in questa direzione e il trend è chiaro, sia sul fronte dell'offerta che della domanda. Mentre prima avere il label Esg o label 'green' era un plus di molti fondi, adesso è diventato un must perché l'attenzione del mercato è molto più ampia e, coinvolge tutti gli attori, a monte e a valle della catena produttiva. Tra l'altro, negli ultimi 6-9 mesi il mercato ha visto la nascita più frequente di fondi "article 9", ovvero che hanno come obiettivo l'investimento sostenibile. Questi fondi fanno dell'aspetto "green" non solo un vincolo, ma un vero e proprio obiettivo di investimento e devono essere per mandato attenti a promuovere tematiche sociali e ambientali. Inoltre, questo trend, partito su delle asset class specifiche - ovviamente l'equity - si sta espandendo decisamente sia verso i bond, sia verso asset meno liquidi, come il private equity. E non è un caso, anche, che gli emittenti si siano adeguati. Guardando, per esempio, al mercato dei bond, vediamo un'attenzione sempre più alta a emettere bond 'green', e un premio importante sul mercato associato a questi ultimi. Questo fattore è molto importante perché crea un incentivo per gli emittenti attivi in settori non propriamente Esg a esplorare progetti sostenibili». Parlando di Algebris, è stata creata la linea di Business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale. Come influisce questo percorso nelle vostre scelte di investimento? «È lo sbocco di un processo più lungo, che abbiamo iniziato già da tempo, di una strategia dedicata specificamente alla transizione energetica. Da circa due anni – spiega Silvia Merler - stiamo lavorando, con grande impegno, proprio sui nostri portafogli finanziari per una stima delle emissioni finanziate dalle banche che abbiamo in portafoglio. Dal momento che non c'è ancora un obbligo regolamentare per i soggetti bancari di fare informative, è tutto un lavoro di stima basato su dati parziali e su nostre analisi dei bilanci. Adesso si sta concretizzando in una serie di disclosure di metriche non finanziarie e carbon footprint di emissioni finanziate, che ci ha, naturalmente, portato a integrare sempre di più i criteri di sostenibilità ambientale all'interno di tutti i vari portafogli ed è, poi, sfociato in questa nuova strategia. Poi, chiaramente, avere, adesso, anche un team con competenza industriale ci dà un vantaggio dal punto di vista delle competenze». Parlando, quindi, di costruzione del portafoglio fondi quali saranno i prossimi passi? «Per ora l'obiettivo – prosegue Silvia Merler - è integrare i fattori di sostenibilità in tutte le strategie, in maniera organica, all'interno del processo di investimento e, poi, avere anche un reporting, sia per gli investitori che pubblico, su metriche non finanziarie. Abbiamo iniziato con i fondi finanziari perché lì si concentra il grosso delle masse gestite, ma ci espanderemo anche agli altri fondi; ovviamente è un'integrazione che procede in modo diverso, in base alle diverse strategie e agli strumenti. Ad esempio, abbiamo la nostra strategia di equity italiana che è principalmente focalizzata su piccole medie imprese e fare questo lavoro è molto più difficile. Da gestore – aggiunge Gabriele Foà – posso dire che, da un lato, sulle strategie esistenti abbiamo messo dei paletti ulteriori e, dall'altro, c'è un'attenzione più alta alle caratteristiche dell'emittente; un'attenzione che ovviamente è sempre verso il rendimento e il ritorno ma guarda anche ad altre caratteristiche. Per quanto riguarda le nuove idee ovviamente c'è un cantiere aperto sulle strategie green sia sui prodotti esistenti che su prodotti nuovi». Algebris è firmataria dei Principi per l'Investimento Responsabile delle Nazioni Unite ed avete aderito all'iniziativa 'Net Zero Asset Managers', il progetto che vuole promuovere investimenti responsabili per raggiungere le zero emissioni nette per tutte le attività in gestione entro il 2050. A che punto siete? «Siamo entrati nell'iniziativa quest'anno, a marzo – spiega Silvia Merler - e abbiamo un anno per fare valutazioni internamente e poi pubblicare un target di masse che ci impegniamo a gestire in allineamento con il target ‘zero by 2050' e target intermedio al 2030. Il lavoro, in realtà, è già molto avanzato e, quindi, contiamo di completarlo prima di quella che sarebbe la deadline, appunto, di marzo 2022. In questi mesi, partendo dai portafogli finanziari, abbiamo stimato anche la temperatura implicita del portafoglio per capire se effettivamente, a breve, medio e lungo periodo sia compatibile con un percorso che tenga l'aumento della temperatura sotto 1,5-2 gradi. Dal nostro impegno per emissioni zero viene anche la volontà di avere una politica di tutti i combustibili fossili, non solo del carbone, che sia in linea con gli obiettivi dell'iniziativa».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

«Italia al top per finanza sostenibile. Ora accompagnare la ripresa e la giusta transizione»

ll Forum per la Finanza sostenibile celebra 20 anni e apre il consueto appuntamento con la Settimana Sri. Il segretario generale, Francesco Bicciato parla delle prossime a SustainEconomy.24 L'Italia è uno dei Paesi con la tradizione più consolidata nella finanza sostenibile che è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Il Forum per la finanza sostenibile celebra i suoi primi 20 anni e in occasione, della consueta Settimana Sri, il segretario generale Francesco Bicciato traccia un bilancio e parla delle sfide future in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Cita i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, che mostrano come nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Ma, afferma, ora le sfide da affrontare riguardano il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione. Finanza sostenibile. Se ne parla tanto ma a che punto siamo in Italia? Come procede l'integrazione dei criteri Esg nei prodotti e nei processi finanziari? «L'Italia è uno dei Paesi con una tradizione più lunga e consolidata nella finanza sostenibile. Quest'anno il Forum celebra i suoi 20 anni di attività: in questi due decenni, la finanza sostenibile è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Negli ultimi anni la crescita è stata significativa, sia relativamente agli investitori istituzionali, sia anche nel mercato retail. Lo dimostrano anche i risultati della ricerca sugli orientamenti dei risparmiatori che presentiamo in apertura della Settimana SRI, quest'anno dall'11 al 25 novembre. Questa evoluzione si riflette anche nella crescita del Forum, che negli ultimi anni è passato da alcune decine di soci agli attuali 130 associati». A livello di normativa c'è ancora molto da fare. O le recenti direttive rappresentano un passo avanti? «Senza dubbio i provvedimenti normativi europei degli ultimi anni rappresentano significativi passi in avanti. Con il Piano d'azione sulla finanza sostenibile del 2018, la Commissione Europea ha fissato una serie di priorità determinanti per l'evoluzione del mercato degli investimenti responsabili. Uno dei punti fondamentali su cui si sta intervenendo è la trasparenza: attraverso la Sustainable Finance Disclosure Regulation, si chiede agli operatori e ai consulenti finanziari di comunicare come tengono in considerazione rischi e impatti ambientali, sociali e di governance. Inoltre, l'Unione Europea sta costruendo un sistema di classificazione delle attività sostenibili, la "tassonomia", utile per guidare gli investitori nelle loro decisioni. Si sta anche lavorando sul versante della trasparenza delle imprese investite: la nuova Corporate Sustainability Reporting Directive dovrebbe portare a un allargamento della platea delle società che devono presentare una rendicontazione non finanziaria». Si apre la decima edizione della Settimana dell'Investimento Sostenibile e Responsabile. Quali sono le novità di quest'anno e cosa vi aspettate? «Le novità sono molte. La prima, a cui teniamo particolarmente, è che la Settimana SRI, pur senza abbandonare l'online, torna in presenza. Dopo l'edizione 2020 svoltasi solo in forma digitale, pur dando la possibilità della diretta streaming per tutti gli eventi, abbiamo voluto tornare a incontrarci. Quest'anno saranno presentate cinque ricerche. Una fa il punto sul mercato SRI in Italia, aggregando dati già pubblicati di diverse fonti autorevoli. Le altre approfondiscono gli orientamenti di risparmiatori, Pmi, investitori istituzionali come piani pensionistici e Fondazioni di origine bancaria. Questi attori, con le loro scelte finanziarie, possono dare un contributo significativo a un processo di ripresa e transizione verso un'economia a zero emissioni nette, che salvaguardi la giustizia sociale ed eviti il sorgere di nuove disuguaglianze. Uno degli eventi a cui teniamo molto è quello di chiusura della Settimana SRI, che si svolgerà il 25 novembre a Milano: sarà l'occasione per celebrare i 20 anni di attività del Forum, fare il punto sulla strada percorsa finora e sulle sfide da affrontare, con l'ambizione di anticipare sempre le evoluzioni di un settore molto dinamico». Guardando proprio al ventesimo anniversario di attività del Forum, ci traccia un bilancio dell'evoluzione degli investimenti sostenibili in Italia? E quali sono le sfide future? «Nel primo studio sul mercato SRI in Europa realizzato nel 2003 l'Italia rappresentava lo 0,1% del mercato europeo con 240 milioni di euro di masse, riferite ai soli investitori istituzionali. La situazione oggi è molto diversa. A livello europeo, secondo le rilevazioni di Morningstar, si è passati da meno di 400 miliardi di asset gestiti nel 2017 agli oltre 1.100 miliardi del 2020. Il nostro Paese rappresenta una quota significativa: i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, mostrano che nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Le sfide da affrontare sono diverse e riguardano, da un lato, il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione: da sole le risorse pubbliche non sono sufficienti, gli investimenti privati saranno fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici e ridurre di pari passo emissioni e disuguaglianze. In questo ambito, opportunità interessanti potranno arrivare dalle partnership pubblico-privato. Un'altra sfida riguarda la trasparenza e la sensibilizzazione dei risparmiatori verso l'importanza di fare scelte di investimento sostenibili». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

29 Ottobre 2021

Realacci (Symbola): «Dalla sfida climatica un'economia più forte. L'Ue pensi a dazi»

Di fronte alla sfida climatica basta slogan e dilettanti. In Italia imprese e società sono più avanti della politica A pochi giorni dall'aperura di Cop26 le sfide sono tante ma la situazione è migliore rispetto a qualche anno fa, complici la svolta green dell'Ue e il cambio di amministrazione negli Usa. Ne è convinto Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola e presidente onorario di Legambiente che, in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, esorta a cogliere la sfida perché fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione di costruire un'economia più forte. A partire da dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. E di fronte alla tempesta che abbiamo davanti, basta dilettanti e slogan. Quanto all'Italia, sui temi ambientali, dice, le imprese e la società sono più avanti della politica e possiamo essere protagonisti della sfida. Tra pochi giorni si apre la Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Cosa si aspetta e quali dovrebbero essere le tematiche da portare avanti? «I temi sono tanti ma si parte da una situazione migliore rispetto a quello che si poteva pensare solo qualche anno fa. Migliore per due motivi. Da un lato, c'è l'Europa che ha scelto con nettezza la sua strada. Dall'insediamento della presidente Ursula Von der Leyen si disse subito che il tema del Green new deal era la chiave per il futuro dell'Europa e qualcuno ha pensato – e forse anche sperato – che la crisi prodotta della pandemia potesse rallentare questo percorso. Al contrario l'Europa ha scelto con grande forza di indirizzare il grosso delle sue risorse, intelligenze ed energie creative proprio su questo tema, assieme alla coesione e al digitale. Quindi è un'idea di Europa che non è legata solo a fronteggiare pericoli legati alla crisi climatica o a dare risposte alla generazione Greta, ma l'idea di un'Europa che cerca un suo posto nel mondo, una sua missione e vuole un'economia forte ma più a dimensione umana. Dall'altro, poi, c'è stato anche il cambio di amministrazione negli Usa, con l'amministrazione Biden, e questo è un altro punto che può giocare un ruolo positivo. Poi i problemi sono tantissimi. Credo che un terreno importante in futuro sarà quello, che la stessa Europa pone, di prevedere dei dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. L'Europa è il più grande mercato del mondo e se si mette in movimento e fa questa operazione, non solo difende la propria economia, ma spinge gli altri a fare passi avanti. È chiaro che non c'è una soluzione definitiva al problema ma fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione per costruire un'economia più forte». Sono molteplici gli allarmi su un mancato rispetto dei target dell'accordo di Parigi. Ci si può arrivare o la strada è difficilissima? «La strada non sarà sicuramente facile ma al tempo stesso, in molti campi, si vede che chi si incammina su questa strada ha dei vantaggi economici; insomma è vero che il problema c'è e affrontarlo sarebbe oneroso, ma, in realtà, non affrontarlo sarebbe ancora più oneroso, perché come dimostrano tantissimi settori produttivi, chi non va su quella strada perde. È una strada che può rafforzare sia i grandi che i piccoli. Del resto, quel terzo di imprese, oltre 400 mila, come dice il Rapporto Greenitaly presentato qualche giorno fa da Fondazione Symbola e Unioncamere, che hanno investito negli ultimi 5 anni in campo ambientale, performano meglio perché rinnovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. Le difficoltà ci saranno ma si possono affrontare. A me piace molto la frase del regista Frank Capra, ‘i dilettanti giocano per piacere quando fa bel tempo, i professionisti giocano per vincere mentre infuria la tempesta'; ecco, rispetto alla tempesta che abbiamo davanti non è tempo per dilettanti, basta propaganda, basta parole vuote, è il momento della concretezza e della visione». Anche alla luce del rapporto che avete presentato, nel nostro Paese vede una buona risposta sia a livello di imprese che a livello di cittadini?  «Io penso che in Italia una parte delle imprese e una parte della società siano più avanti della politica. Perché la politica, che poi è orientata fortunatamente dalle scelte che ha fatto l'Europa, a volte sembra discutere di altro, non capisce che proprio quei tre assi che l'Europa ci indica – coesione, transizione verde e digitale - sono anche quelli che consentono di affrontare tanti nostri problemi. Nel mondo dell'economia tanti si sono messi in moto e l'incrocio di questi fattori fa la forza del Paese; penso al legno-arredo, alla meccatronica all'agricoltura. Allora il problema è aiutare chi si è incamminato e anche superare un senso di minorità degli italiani che pensano di essere dei Calimeri. Noi abbiamo enormi problemi e spesso non siamo in grado di affrontarli, ma abbiamo anche dei grandi punti di forza, basti pensare all'economia circolare e altri in cui siamo all'avanguardia, e possiamo essere protagonisti di questa sfida». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Fridays For Future: «Serve una giustizia climatica. Le persone vogliono il cambiamento»

Una delle portavoci del movimento dei giovani per il clima parla delle priorità in vista della Cop26 e spiega la mobilitazione di piazza perché serve consapevolezza, mentre dalle conferenze non arrivano le risposte A pochi giorni dall'avvio della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop26, i giovani di Fridays For Future rimarcano le loro priorità: trattare la crisi climatica come un'emergenza, sbloccare il fondo da 100 miliardi annui per i Paesi in via di sviluppo e abbandonare immediatamente i carburanti fossili. Laura Vallaro, una dei portavoce di Fridays For Future Italia parla in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School delle richieste di cambiamento per una giustizia climatica e più equità. In occasione del G20 il movimento sarà ancora in piazza perché c'è un aumento della consapevolezza tra i cittadini. E perché le risposte, dice, non arriveranno dai parlamenti e dalle conferenze.  Mancano pochi giorni all'inizio di Cop26, per voi quali sono le priorità? «Prima di tutto serve che la crisi climatica venga trattata realmente come una crisi e questo, come ci ha mostrato anche la pandemia, continua a non accadere perché viene trattata come un problema ma non come l'emergenza che minaccia le nostre vite. Dovrebbe essere il primo passo per poter reagire nel modo giusto. In vista di Cop26 si parla tanto di dare ai Paesi in via di sviluppo il fondo dei 100 miliardi annui, ma, anche in questo caso, una recente analisi ha dimostrato come, ancora quest'anno, probabilmente non si riuscirà a rispettare questo impegno e, se continuiamo così, lo rispetteremo soltanto nel 2023. Si ignorano le responsabilità che i Paesi occidentali hanno e dovrebbe essere il minimo indispensabile. L'altro obiettivo davvero importante è quello di uscire dal carbone immediatamente ma anche da tutti i combustibili fossili, il petrolio e il gas. Il recente rapporto dell'Unep dice proprio che la produzione pianificata di combustibili fossili dai Paesi del mondo per il 2030 è ancora più del doppio di quello che sarebbe compatibile con un percorso per mantenere il riscaldamento nei limiti stabiliti dall'Accordo di Parigi. Poi i temi sono molteplici ma soprattutto serve focalizzarsi sul principio di giustizia climatica ed equità». Sarete di nuovo in piazza in occasione del G20, perché non vedete fatti concreti. State valutando anche altre forme di mobilitazione o comunque di sensibilizzazione? «Questo fine settimana ci sono delle mobilitazioni in occasione del G20 perché, tra l'altro, i Paesi del G20 sono responsabili per l'80% delle emissioni globali e la cosa positiva di queste mobilitazioni è che raccolgono e uniscono gran parte della società, non soltanto i giovani che scendono in piazza per il clima. Credo che in questo momento sia importante proprio questa mobilitazione delle persone». Riscontrate una risposta maggiore dai cittadini? «Non è ancora quello che sarebbe necessario, ma c'è un aumento nella consapevolezza e, soprattutto, le persone continuano a chiedere il cambiamento. Questo è positivo perché, sicuramente, dai parlamenti e dalle conferenze non arriveranno le azioni necessarie nel tempo che abbiamo. Serve realmente che le persone prendano posizione facciano un passo avanti, scendano in piazza e chiedano ai politici di agire e questo sta accadendo». Non vi aspettate, quindi, grandi risultati da queste riunioni? «No, sicuramente è un momento in cui serve farci sentire come popolazione, mettere pressione e far vedere che stiamo osservando le scelte che vengono fatte e che nei nostri confronti hanno delle responsabilità che finora stanno ignorando. E' importante scendere in piazza perché, nonostante non ci saranno le risposte necessarie da queste sedi, la pressione che facciamo serve a cambiare la percezione pubblica di questa crisi e a far vedere che le persone vogliono il cambiamento». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Dialuce: «Enea gioca un ruolo di primo piano per cambiare il paradigma culturale. L'impegno per l'idrogeno»

Il presidente di ENEA parla a SustainEconomy.24 anche di Pnrr e degli investimenti per la ricerca Gli impegni dei Paesi per contenere le emissioni non sembrano ancora compatibili con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. A pochi giorni dall'avvio di Cop26, il presidente di Enea, Gilberto Dialuce, a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, auspica il rafforzamento della collaborazione internazionale ed impegni economici concreti. Enea sta portando avanti il suo impegno e gioca un ruolo di primo piano "per cambiare il paradigma culturale". E guarda alle risorse e agli obiettivi del Pnrr e agli investimenti in ricerca che vedono l'Italia ancora distante dagli altri Paesi. E racconta l'impegno sulla filiera dell'idrogeno a partire dalla Hydrogen Valley. Si sta per aprire la Cop26. Da più parti arrivano allarmi sulla difficoltà di rispettare gli accordi di Parigi. Cosa si aspetta? E quali direzioni andrebbero privilegiate dal suo punto di vista? «Obiettivo degli Accordi di Parigi era limitare l'aumento della temperatura media del pianeta entro i 2°C, perseguendo ogni sforzo per contenere tale crescita entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L'ultimo report Ipcc ha, però, rilevato che la temperatura media della Terra è già aumentata di 1,1°C, quindi contenere questo incremento entro 1,5°C diventa arduo senza un dimezzamento delle emissioni mondiali di gas a effetto serra entro il 2030 e il raggiungimento della cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050. Purtroppo, però, ad oggi gli impegni dichiarati dai singoli Paesi per contenere le emissioni, proteggere i territori e mettere a disposizione finanziamenti congrui non sembrano ancora compatibili con tale obiettivo. A Glasgow ci si aspetta che Paesi industrializzati e grandi emettitori di gas serra implementino i loro percorsi di decarbonizzazione mobilitando, come previsto, i 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2025 per rispondere ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo, e che vi sia un chiaro impegno per la cessazione dell'uso del carbone nella generazione elettrica. In Enea siamo fortemente impegnati nello sviluppo e nel trasferimento delle tecnologie di mitigazione e adattamento, sia nel nostro territorio che nei Pvs e seguiamo con particolare attenzione i lavori del Meccanismo Tecnologico istituito dalla Convenzione sul Clima. Le direzioni privilegiate da intraprendere a Glasgow sono legate al rafforzamento della collaborazione internazionale e agli impegni economici concreti per rendere operativo l'Accordo di Parigi e conciliare gli obiettivi di decarbonizzazione e resilienza seguendo principi quali il 'building back better' e 'non lasciare nessuno indietro'». Si parla tanto di clima, ambiente e sostenibilità. Arriverà una spinta dai fondi del Pnrr? Anche per la ricerca? «Il Pnrr mostra una straordinaria sensibilità verso questi temi. È un'occasione unica per il nostro Paese, così vulnerabile e così esposto ai rischi climatici sia per le caratteristiche del suo territorio sia a causa degli abusi commessi nel tempo. Il Piano mette a disposizione ingenti risorse economiche per intraprendere la strada della transizione ecologica. La Missione 2 "Rivoluzione Verde e Transizione ecologica" prevede uno stanziamento di 59,47 miliardi di euro: 5,27 miliardi per economia circolare e agricoltura sostenibile, 23,78 miliardi per energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, 15,36 miliardi per efficienza energetica e riqualificazione degli edifici e, infine, 15,06 miliardi per tutela del territorio e della risorsa idrica. Con gli investimenti su idrogeno e batterie avanzate, il Pnrr guarda anche agli obiettivi di neutralità climatica al 2050 oltre che a quelli al 2030. Sul fronte delle rinnovabili, il Piano prevede risorse per incentivare circa 4,2 GW di potenza elettrica, che dovranno contribuire al raggiungimento del target italiano previsto in circa 70 GW e per il quale si dovrà intervenire sulle barriere burocratiche e i complessi processi autorizzativi. Le riforme previste potranno anche dare un importante contributo in tal senso. Sugli investimenti in ricerca, l'Italia rimane ancora distante dagli altri Paesi (1,4% del Pil nel 2018, rispetto alla media Ocse del 2,4%). Fortunatamente questo gap sembra destinato a ridursi grazie anche alle risorse del Pnrr che, con la Missione 2 stanzia importanti risorse per la ricerca applicata e la sperimentazione sull'idrogeno e con la Missione 4 "Dalla Ricerca all'impresa", che stanzia 11,44 miliardi di euro per rafforzare la ricerca di base e applicata in sinergia tra università e imprese». Lei ha assunto la guida di Enea da qualche mese. Quale sarà il ruolo di Enea nella transizione energetica ed ecologica? «In fatto di transizione energetica, lotta al cambiamento climatico e riduzione di emissioni di CO2, il Paese ha di fronte obiettivi estremamente complessi da raggiungere in meno di dieci anni e per i quali, come Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, siamo chiamati a giocare un ruolo di primo piano, anche per favorire un cambio di paradigma culturale. Questo a partire dal contributo che possiamo fornire alle attività comprese nel Pnrr e in forza del nostro posizionamento su temi inerenti sostenibilità, energia, ricerca e trasferimento di competenze a Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini. Penso al settore dell'efficienza energetica e all'importanza che ricopre proprio in questo periodo segnato da un aumento rilevante dei prezzi dell'energia. Enea sarà protagonista dei programmi volti a riqualificare e a migliorare la sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato e si troverà in prima linea anche nella comunicazione dell'importanza dell'efficienza energetica, con un programma di formazione e informazione per contribuire ad accrescere gli investimenti nel settore civile. Saremo impegnati anche nell'applicazione e la dimostrazione di tecnologie energetiche innovative, così come nella promozione delle smart communities, una sorta di nuova frontiera per cercare di portare l'energia più vicina ai cittadini. Continueremo inoltre a dare vita a strumenti in grado di favorire la promozione delle politiche in chiave sostenibile, supportare modelli circolari di produzione, l'eco-innovazione nei cicli di vita e lo sviluppo di tecnologie, metodologie e strumenti che favoriscano l'integrazione di competenze diverse e il cambiamento degli stili di vita che dovranno necessariamente essere rivisti in chiave più sostenibile». Una delle principali sfide future, in campo energetico, sarà rappresentato dall'idrogeno. Ci parla della strategia di Enea? «Nel nostro Centro Ricerche Casaccia stiamo lavorando alla realizzazione dell'Hydrogen Demo Valley, un incubatore tecnologico nazionale finanziato dal Ministero della Transizione Ecologica nell'ambito dell'iniziativa Mission Innovation, che riguarderà l'intera filiera dell'idrogeno, dalla produzione con fonti rinnovabili alla distribuzione, dall'accumulo agli usi finali, in collaborazione con aziende, associazioni di categoria, enti di ricerca e università. Questa piattaforma di ricerca consentirà anche la sperimentazione di nuove tecnologie legate, ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti, al recupero di sottoprodotti industriali e al calore rinnovabile ad alta temperatura ottenuto in impianti solari a concentrazione. Ma questo è solo un piccolo spaccato di ciò che faremo all'interno dell'incubatore Enea. E tutto ciò sarà favorito dal Pnrr che ha stanziato per l'idrogeno 3,7 miliardi di euro, di cui 2 per decarbonizzare i settori "hard to abate", con iniziative volte a sperimentare nelle imprese che utilizzano gas per uso termico (quindi non elettrificabili) un utilizzo fino al 90% di idrogeno in miscelazione col metano, e all'uso in prospettiva dell'idrogeno anche in altri settori, come quello siderurgico. Ma il suo raggio d'azione riguarderà anche la mobilità (pesante su gomma e tratte ferroviarie non elettrificabili), la creazione di Hydrogen Valley in alcune Regioni e la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie che garantiscano sicurezza e sostenibilità economica e ambientale di tutta la filiera dell'idrogeno, incluso il trasporto e lo stoccaggio». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Carrozza (Cnr): «Serve un piano strategico per la ricerca. La transizione va accompagnata»

La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche nell'intervista a SustainEconomy.24, parla anche di Cop26 e del Pnrr Siamo tutti chiamati ad una vera e propria rivoluzione culturale per affrontare le grandi sfide di questo momento storico. E per i ricercatori questo comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Ma per avere chance di successo la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali. La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Maria Chiara Carrozza, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School chiede un piano strategico per la ricerca. Perché la transizione e il cambiamento vanno accompagnati. E perché la ricerca, come quella del Cnr, può rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano. Con risorse, ma anche con un cambiamento di sistema. E in vista di Cop26, la presidente Carrozza si aspetta «decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti" perché «non c'è scelta». Il Pnrr, aggiunge, è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese. Le principali sfide per un futuro sostenibile sono i cambiamenti climatici, l'ambiente e il post-pandemia. Presidente, quale percorso va tracciato? «Cambiamenti climatici, transizione digitale, salute, formazione sono le grandi sfide di questo momento storico e per affrontarle siamo chiamati a compiere una vera e propria rivoluzione culturale. Se non interveniamo immediatamente e decisamente, come comunità scientifica, come cittadini e come istituzioni, ci troveremo sempre più spesso in situazioni in cui dovremo affrontare le emergenze sanitarie, ambientali e socio-economiche in tempo reale, con tutte le difficoltà che abbiamo sperimentato in questi ultimi anni. Per i ricercatori questa sfida progettuale comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Il percorso della scienza è infatti quello di un impegno costante e progressivo nella conoscenza che però ha tempi non sempre ponderabili e margini di incertezza forti, pertanto è difficile e non scontato raggiungere nuovi avanzamenti concreti, quelli che si traducono nel benessere materiale, pratico degli individui e della collettività. Per stringere i tempi e aumentare le chance di successo, la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali che sostengano il lavoro quotidiano. Faccio un esempio: oggi quasi tutti capiscono l'importanza dei vaccini e apprezzano che quello per il Covid-19 sia stato sviluppato così rapidamente, ma se abbiamo ottenuto questo successo è perché prima c'è stata una ricerca di base importante in biologia molecolare, in immunologia, in virologia. Senza questa ricerca fondamentale non sarebbe stato possibile affrontare la pandemia, con questi fondamentali presidi, in meno di un anno». Si sta per aprire la Cop 26. Sostenibilità, energia, inquinamento e clima. Cosa si aspetta? E quali decisioni andrebbero prese?  «La sostenibilità è una parola chiave del prossimo futuro. Dalle istituzioni competenti, dagli organismi decisionali mi aspetto decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti. Altrimenti non saremo in grado di imprimere quel cambiamento di cui il pianeta ha bisogno per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. In senso più ampio, siamo davanti a una svolta che riguarda il futuro delle nuove generazioni nel senso dell'equità, tra aree del pianeta, fasce sociali e generazioni più e meno fortunate. Davanti a noi abbiamo quest'opzione, oppure quella dell'aumento dei divari socio-economici e degli impatti climatico-ambientali. In realtà non c'è scelta, lo capiamo bene». Quali sono gli impegni del Cnr in tema di ricerca per l'ambiente e il clima?  «Serve un piano strategico per la ricerca in cui la sostenibilità sarà un pilastro fondamentale e in questo ambito le risorse multidisciplinari e territoriali del Cnr sono fondamentali. Ricordo intanto che nel primo working group del VI Rapporto Ipcc figurano tre nostri ricercatori, ma in generale la sostenibilità si fonda su competenze e conoscenze scientifiche precise quanto complesse. Il cambiamento e la transizione sono processi da seguire, accompagnare, prevedere, che rappresentano anche opportunità e prospettive di grande trasformazione industriale, economica, culturale. Al Cnr studiamo dalle scienze polari al rischio idrogeologico, dal monitoraggio del suolo alla biologia marina, dal monitoraggio dei dati alla modellistica previsionale, dalla chimica verde ai beni culturali. Per questo riteniamo di poter rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano». Si parla tanto delle risorse del Pnrr. Quanto è importante investire in ricerca?  «Il Pnrr è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, non abbiamo precedenti di un finanziamento del genere per la ricerca in Italia. Ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese, in qualunque fase storica. La scienza deve mettersi sempre di più al servizio della società ed essere messa in condizioni di servirla, mirando a raggiungere gli obiettivi da cui dipende il miglioramento della vita delle persone. Si deve fare molto sul reclutamento, sulle progressioni di carriera, sui livelli retributivi, bisogna facilitare i brevetti, sostenere le certificazioni, i trial sperimentali, fornire assicurazioni, strumenti legali, agevolare il passaggio dalla scienza di base all'applicazione tecnologica. Le risorse finanziarie sono importanti ma serve un nuovo modello, un cambiamento di sistema». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

15 Ottobre 2021

Cipolletta (Febaf): «La finanza è motore della transizione, al lavoro con le imprese»

Il presidente della federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly’, il progetto lanciato con Borsa Italia e Forum per lo Sviluppo sostenibile Tutto il mondo della finanza è presente in prima linea per promuovere lo sviluppo sostenibile consapevole dell'importanza, anche competitiva di configurarsi come motore di questa transizione. Innocenzo Cipolletta, presidente di Febaf, la federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly', il progetto lanciato con Borsa Italiana e Forum per lo Sviluppo sostenibile. Ma anche del ruolo cruciale della finanza per promuovere una ripartenza solida e duratura. Parliamo di attenzione ai temi ambientali e della sostenibilità. A che punto sono le banche, le assicurazioni e le istituzioni finanziarie italiane? «L'attenzione non è nuova. Ci avviciniamo ormai ai 10 anni della 'Carta dell'Investimento Sostenibile e Responsabile della finanza italiana' promossa, sin dalla sua costituzione, da Febaf, in cui si indicavano i principi comuni: valorizzazione dei criteri Esg, trasparenza e ottica di medio-lungo periodo. Le imprese della finanza, da tempo, mettono in atto pratiche rispettose del trinomio Esg, aderendo volontariamente a codici e principi di responsabilità sovranazionali (come i principi delle Nazioni Unite), applicando linee guida relative ai prodotti come obbligazioni green, social e sostenibili, promuovendo la formazione delle proprie reti e la conoscenza da parte della propria clientela. Anche le realtà che si sono affacciate al tema della sostenibilità più di recente hanno già raggiunto una piena consapevolezza dell'importanza strategica di governare la transizione in atto e di configurarsi quale motore di sviluppo sostenibile, anche come fattore competitivo. Tutto il mondo della finanza italiana è presente in prima linea, ed ai tavoli di discussione, per promuovere uno sviluppo sostenibile». Servono dei cambiamenti, anche a livello normativo, per facilitare questo percorso verso una finanza sempre più sostenibile? «Quello che è maturato negli ultimi anni rispetto alla sostenibilità è da un lato l'attenzione mediatica – per effetto positivo dei movimenti di opinione ma anche purtroppo come riflesso dell'aumento di frequenza e intensità dei disastri naturali generati dal cambiamento climatico – e dall'altro proprio l'attenzione dei legislatori e regolatori che negli ultimi anni, in particolare a partire dall'Action plan della commissione europea del 2018, hanno creato un vero e proprio corpus normativo. Riteniamo sia di fondamentale importanza che venga garantita la piena coerenza tra tutte le discipline, in particolare tra la Taxonomy Regulation, la Corporate Sustainability Reporting Directive, la Sustainable Finance Disclosure Regulation, i lavori sugli standard di sostenibilità e le iniziative in materia di Corporate Governance Sostenibile. Ciò al fine di evitare potenziali sovrapposizioni nei requisiti normativi/di reportistica nonché disallineamenti temporali, che avrebbero l'effetto di moltiplicare gli oneri e la complessità a carico degli operatori finanziari. Sono inoltre cruciali: la disponibilità e accessibilità di dati chiari e comparabili delle aziende, l'introduzione di alcuni incentivi per l'adozione degli standard europei sui green bond, l'opportunità di valorizzare una finanza di transizione (transitional bonds e transitional loans), il principio di proporzionalità del quadro normativo, la necessaria partnership tra pubblico e privato. Da ultimo, è bene ribadire che sugli operatori finanziari non possono ricadere oneri e responsabilità che vanno oltre il proprio ruolo, imponendo obblighi e controllando abusi. Piuttosto crediamo nella necessità di lavorare con le imprese, e come Febaf ne siamo forti sostenitori e continuiamo a farlo». Per consolidare il ruolo attivo dell'Italia nella finanza sostenibile a livello globale, avete lanciato ESGeneration Italy, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile. Ce ne parla? «Uno degli aspetti che più possono contribuire allo sviluppo della finanza sostenibile riguarda la condivisione di analisi e di buone pratiche. Aderire a reti globali in questo senso è essenziale. ESGeneration Italy, presentato lo scorso primo ottobre, nasce anche per questo. Intendiamo essere presenti – come finanza sostenibile italiana - nei consessi globali come l'International Network of Financial Centres for Sustainability a cui abbiamo aderito. Il nostro impegno, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile, farà leva sulle esperienze specifiche di ciascuna organizzazione, non andando a sostituirsi a quanto singolarmente continueremo a fare, ma volendo piuttosto creare un moltiplicatore di energie e un punto di riferimento unico per i nostri partner globali. Il nostro gruppo promotore ha inteso dare l'avvio ad un ‘National Network for Global Sustainable Finance', rimanendo aperto alla collaborazione con altri soggetti in futuro». Una delle parole più usate in questa fase è ‘ripartenza' e i prossimi anni saranno decisivi per il Paese. Quale sarà il ruolo delle vostre associate? «In una parola? Sostenerla. Noi riteniamo che la finanza abbia un ruolo cruciale per promuovere una economia solida e una crescita del tessuto produttivo duratura. Lavoriamo – in tutte le sedi opportune, come il B20 a guida italiana appena concluso - per valorizzare e rafforzare il binomio finanza e imprese, certi che un adeguato accesso ai canali di finanziamento sia un fattore abilitante. Parlo di sostegno alla capitalizzazione delle imprese, di rafforzamento dei sistemi di garanzia per l'accesso al credito bancario, di miglioramento della partnership pubblico-privata, di potenziamento dei Pir ordinari e alternativi, di valorizzazione del risparmio previdenziale anche di matrice assicurativa, di supporto agli investimenti sostenibili e a quelli in infrastrutture. In questa fase di ripresa, dopo la crisi pandemica e grazie anche alle ingenti risorse dispiegate con il Pnrr, è ancora più pressante l'esigenza di lavorare su questi fronti assieme alle istituzioni che potrebbero predisporre adeguati incentivi, anche sul piano fiscale, per favorire questi processi. Il tutto, nel contesto europeo della capital markets union e della transizione digitale e sostenibile». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Abi: «Le banche sono in prima linea per la sostenibilità ma la responsabilità sia condivisa»

Il direttore generale, Giovanni Sabatini, parla del ruolo centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità ma chiede di non scaricare sulle banche un onere eccessivo (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le banche sono in prima linea per la sostenibilità e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione anche attraverso l'evoluzione dell'offerta degli strumenti finanziari. Ma occorre che la responsabilità sia condivisa perché non può essere scaricato sulle banche un onere eccessivo e sproporzionato. Lo indica il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. L'associazione che riunisce le banche italiane vede un ruolo sempre più centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità e assieme alla Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui requisiti minimi patrimoniali, un meccanismo che, a fronte di condizioni virtuose, consenta di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti. Da più parti c'è il richiamo a impegnarsi tutti verso un'economia più sostenibile. Qual è e quale può essere il contributo delle banche? «Le banche in Italia sostengono l'impegno delle istituzioni europee per lo sviluppo della Finanza Sostenibile. Sono chiamate a svolgere un importante ruolo di facilitatore verso una economia sostenibile sotto i profili ambientali, sociali e dei modelli di governance e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione, anche attraverso l'evoluzione dell'offerta di strumenti finanziari. Sul settore non può però ricadere un onere eccessivo e sproporzionato, non può essere scaricato sulle banche un impegno che deve essere di tutti. La mitigazione del cambiamento climatico, insieme alla spinta per uno sviluppo sempre più sostenibile, richiede infatti importanti politiche pubbliche anche per garantire una transizione equa e che non penalizzi e non lasci indietro nessuno. Il contesto in cui ci troviamo è tale da richiedere un forte coordinamento da parte delle istituzioni pubbliche non soltanto a livello nazionale, perché è dall'impulso delle politiche economiche e industriali che sarà impresso alla transizione che dipenderà la velocità di realizzazione e gli effetti che determinerà. L'Abi, direttamente e attraverso le posizioni della Federazione Bancaria Europea (EBF), ha rappresentato alle istituzioni nazionali ed europee il proprio supporto verso un modello economico sempre più sostenibile fornendo il suo contributo di riflessioni e proposte». Servono anche normative in grado di promuovere i percorsi virtuosi di transizione. L'Abi ha indicato che occorre rivedere i requisiti prudenziali di capitale incorporando anche gli obiettivi di sostenibilità. Cosa chiedete? «La trasformazione verso una economia più sostenibile deve essere supportata da una visione globale, che valorizzi la cooperazione tra settore pubblico e privato, e da normative in grado di promuovere e facilitare i percorsi virtuosi di transizione intrapresi da banche e imprese. Sulla tutela dell'ambiente e sul cambiamento climatico, come settore bancario, ci aspettiamo un quadro equilibrato, ambizioso e robusto, sotto il profilo legislativo e regolamentare, che definisca chiaramente ciò che possa essere considerato socialmente sostenibile nel fare impresa. Gli incentivi alla transizione verso nuovi modelli di business più sostenibili possono essere di varia natura, quali ad esempi quelli fiscali. In aggiunta, l'Abi con la Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui Requisiti minimi patrimoniali - il Sustainable Finance Supporting Factor - un meccanismo che, al ricorrere di determinate condizioni virtuose, consente di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti». Le banche italiane si dichiarano molto attente ai temi della sostenibilità. Che tipo di risposta riscontrate nelle vostre associate? «Dall'ultima rilevazione BusinEsSG, realizzata sulle Dichiarazioni non finanziarie pubblicate dalle banche nel 2020 rispetto alle attività svolte nel 2019, emerge quanto prontamente e proattivamente le banche stiano incorporando nei loro piani strategici le richieste di cambiamento verso un'economia sostenibile. Il quadro delle risposte è particolarmente rappresentativo, pari al 94% del totale attivo del settore. In particolare, secondo l'indagine, la formalizzazione di orientamenti strategici che includono i fattori ambientali, sociali e di gestione d'impresa nel piano industriale o con specifici piani di sostenibilità riguarda banche rappresentanti quasi il 66% del totale attivo del settore. Inoltre, banche pari a circa l'82% in termini di totale attivo di settore rendicontano iniziative coerenti con il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità dell'Agenda 2030 promossa dall'Onu. Le banche rappresentative del 76% circa del totale attivo del settore già rendicontano iniziative per promuovere la migliore gestione dei rischi delle imprese clienti correlati al cambiamento climatico». Come vede il futuro della finanza sostenibile nel nostro Paese? «Il settore finanziario sarà chiamato a svolgere un ruolo sempre più centrale nell'ambito della sostenibilità, questo in relazione sia agli obiettivi del Piano di ripresa economica dopo la pandemia da Covid che pone al centro ambiente e clima, sia nel finanziamento alle piccole e medie imprese che investiranno per migliorare le proprie performance in termini di sostenibilità. Rispetto al Pnrr, le grandi e medie opere meritevoli dal punto di vista ambientale e climatico dovranno essere individuate ex ante dalle Pubbliche Amministrazioni,in coerenza anche con la Tassonomia definita a livello europeo ed è necessario un quadro giuridico certo che elimini i cosiddetti rischi amministrativi. Sul versante delle pmi il ruolo delle Associazioni di categoria delle imprese non finanziarie è fondamentale per supportare la diffusione della consapevolezza e stimolare rendicontazioni strutturate e coerenti con gli standard». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Sella: «Banche abilitatori di sostenibilità, noi raggiunto il target di impatto zero»

Il ceo del gruppo, Pietro Sella parla del traguardo, annunciato oggi, della 'carbon neutrality' e del ruolo primario in un percorso sostenibile La sostenibilità per un'impresa è una condizione necessaria e i risultati economici non possono essere disgiunti dall'impatto positivo su comunità e ambiente. Per Pietro Sella, ceo del Gruppo Sella, le banche e la finanza hanno un ruolo primario, di ‘abilitatori della sostenibilità'. Un ruolo condiviso dal gruppo, tra i primi del settore bancario italiano ad aver raggiunto, come appena annunciato, la cosiddetta ‘carbon neutrality', in anticipo sui target, e con un impegno che continua con l'adesione al progetto "Impatto Zero" di LifeGate. Un percorso, aggiunge Sella in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, che non può prescindere dall'innovazione. Un connubio, quello tra sostenibilità e innovazione imprescindibile e che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Qual è il ruolo che le banche e la finanza possono avere per la sostenibilità? «La sostenibilità, specie quella ambientale, è una priorità per tutti, senza la quale non c'è futuro. Per un'impresa si tratta di una condizione necessaria, poiché senza sostenibilità non vi sarà alcun business in futuro. I risultati economici, quindi, non possono essere disgiunti dall'impatto positivo sulla comunità e sull'ambiente e dobbiamo fare in modo che lo sviluppo dell'economia – che in questo periodo sta vivendo una buona ripresa – sia duraturo, equo, inclusivo e appunto sostenibile. Oggi finalmente c'è consapevolezza di questa priorità, grazie a dati e fatti che dimostrano in modo inequivocabile che senza una decisa inversione di rotta, fattori critici come il depauperamento delle risorse del pianeta e il riscaldamento globale ci porteranno al disastro. In questo quadro, le banche e la finanza hanno un ruolo importante, come 'abilitatori di sostenibilità'. Esse possono supportare e favorire investimenti e progetti, propri e dei propri clienti, che creano valore per l'intera società e promuovono la transizione verso attività economiche e comportamenti a impatto Esg positivo. Farlo è un dovere, ma anche una opportunità da cogliere a vantaggio di tutti». Cosa significa essere sostenibili per il gruppo Sella e cosa state facendo concretamente? «Abbiamo avviato un "progetto sostenibilità" con l'obiettivo di migliorare costantemente le nostre performance sociali e ambientali e promuovere un'economia sostenibile. Ovviamente si tratta di un processo in divenire, perché perseguire la sostenibilità vuol dire anche ricercare, apprendere, implementare e migliorare continuamente. Il primo passo, per una questione di coerenza, è stato agire su noi stessi, sui nostri comportamenti e sul nostro footprint. Abbiamo per prima cosa messo in cantiere e raggiunto un obiettivo importante, azzerando l'impatto delle nostre emissioni di CO2 in anticipo rispetto al piano fissato per il 2024. Grazie a questa iniziativa siamo tra i primi gruppi del settore bancario italiano a raggiungere la cosiddetta "carbon neutrality". Per farlo siamo partiti dal calcolo e dall'analisi delle nostre emissioni di CO2 prodotte nel 2019, prima della pandemia, e abbiamo avviato da un lato un percorso triennale di riduzione del nostro impatto ambientale e dall'altro l'immediata compensazione delle emissioni esistenti. Tale compensazione è stata ottenuta finanziando progetti internazionali di assorbimento di CO2, di tutela ambientale, di economia circolare e di supporto alle comunità locali. In collaborazione con il progetto "Impatto Zero" di LifeGate, abbiamo individuato tre iniziative in Europa, Africa e America centrale, certificate da enti internazionali. Ovviamente questo offsetting non sarà un motivo per non continuare e ridurre alla fonte la nostra impronta. Inoltre, una volta agito su noi stessi, il nostro obiettivo è di supportare i nostri clienti, sia per i loro investimenti, sia nel finanziare i loro progetti, nel percorrere lo stesso cammino». E quali sono le iniziative di mitigazione che avete realizzato? «Da diversi anni abbiamo intrapreso molte iniziative. Tra le più significative c'è il fatto che la totalità dell'energia elettrica utilizzata dal nostro gruppo in Italia deriva da fonti rinnovabili certificate e contribuiamo al nostro fabbisogno energetico con 17 impianti fotovoltaici installati in sedi e succursali. Puntiamo poi sulla formazione delle persone, per contribuire a promuovere idee e comportamenti virtuosi. Abbiamo in programma di proseguire questo percorso anche attraverso altre iniziative, per integrare sempre di più la sostenibilità nella cultura aziendale e nel nostro operato. Per stimolare comportamenti migliori, inoltre, stiamo integrando gli indicatori di business con parametri in grado di dare informazioni sull'effettivo contributo alla sostenibilità delle iniziative intraprese». Si parla tanto del binomio tra sostenibilità e innovazione: che ruolo può giocare quest'ultima, di cui Sella è da sempre uno dei promotori? «È un connubio imprescindibile, perché si tratta di due grandi trasformazioni e transizioni, che la pandemia ha ulteriormente accelerato, che convergono su un obiettivo comune: contribuire alla realizzazione di un ecosistema finanziario aperto e innovativo che rappresenta una spinta per lo sviluppo sostenibile e inclusivo dell'economia e della società. Crediamo che l'innovazione, se gestita correttamente e consapevolmente, possa aiutare molto la sostenibilità sotto tutti i suoi profili, dall'ambiente all'inclusione. Stiamo vivendo un momento di grandi trasformazioni, di discontinuità, che offre anche grandi opportunità. Studi recenti dimostrano che il digitale può abbattere di diversi punti le emissioni di CO2, che le aziende digitalizzate sono più produttive di quelle che ancora non hanno attuato questa trasformazione e che le nuove soluzioni sono un volano di inclusività e pari opportunità». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021