News & Insight | Luiss Business School - School of Management - Part 2
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27 Ottobre 2021

Analisi della proposta di Regolamento ‘Digital Services Act’ sotto il profilo della protezione dei diritti di Proprietà Industriale

In occasione della Settimana Anticontraffazione 2021, si terrà domani 28 ottobre a partire dalle ore 10.00 il webinar “Un’analisi della proposta di regolamento ‘Digital Services Act’ sotto il profilo della protezione dei diritti della Proprietà Industriale”, organizzato da DGTPI-UIBM del MiSE in collaborazione con Luiss Business School.  Durante il webinar sarà presentato il rapporto realizzato dall’Università Luiss per UIBM, sull’impatto della proposta di Regolamento “Digital Services Act” della Commissione Europea, a partire dalla disamina del quadro regolamentare vigente. Il webinar permetterà di approfondire le disposizioni più innovative e rilevanti contenute nella proposta, in tema di tutela della Proprietà Industriale online, evidenziando le principali questioni aperte e le possibili ricadute sul sistema delle imprese.  AGENDA  Ore 10:00  Saluti istituzionali  Anna Ascani, Deputata e Sottosegretaria, MiSE  Matteo Giuliano Caroli, Associate Dean per l’Internazionalizzazione, Luiss Business School  Presentazione del Rapporto  Maria Isabella Leone, Professoressa associata, Direttrice Master Open Innovation & IP, Luiss Business School Silvia Scalzini, Ricercatrice, Università di Parma; collaboratrice, Luiss Business School  Ore 11:00  Interventi  Valeria Falce, Professore ordinario di Diritto dell’economia, Università Europea di Roma Luca Vespignani, Segretario Generale Fimi, DCP Daniele Vaccarino, Presidente, CNA Antonio Matonti, Direttore Affari Legislativi, Confindustria Bianca Terracciano, Direzione Servizi Digitali, AGCOM  SEGUI LA DIRETTA 27/10/2021

25 Ottobre 2021

Mangia’s Resorts e Luiss Business School insieme per il Major in Tourism Management

Nasce la borsa di studio “Antonio Mangia”, in omaggio al fondatore del Gruppo Aeroviaggi Spa Una borsa di studio per giovani brillanti che vogliono intraprendere una carriera internazionale in ambito turistico e l’avvio di tirocini per gli allievi più meritevoli. Sono questi i pilastri su cui si fonda la partnership strategica siglata da Aeroviaggi S.p.A. - prima catena alberghiera italiana per room market share di proprietà nel 2019 e seconda catena italiana specializzata in località di mare (Sun & Beach1 Destinations), proprietaria del brand globale MANGIA'S Resorts - e Luiss Business School che vede la collaborazione in esclusiva nell’ambito del Major in Tourism Management. Nel Major, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, MANGIA’S Resorts e Luiss Business School cooperano in maniera sinergica per raggiungere un obiettivo comune, quello della formazione di giovani eccellenze in grado di orientarsi in un mondo rinnovato, nel nuovo contesto di new normal. Nell’ambito della partnership, MANGIA’S Resorts collabora con Luiss Business School alla Challenge conclusiva del major: un vero e proprio banco di prova che permette agli studenti di confrontarsi, già in aula, con la realtà concreta dell’azienda; si tratta di un momento per testare competenze, capacità, attitudini e conoscenze apprese sul campo durante il percorso formativo. Inoltre, MANGIA’S Resorts contribuisce attivamente all’inserimento nel mercato del lavoro con l’avvio di tirocini per gli allievi più meritevoli. Gli stage saranno svolti nei 14 esclusivi resorts & clubs della Collection Aeroviaggi sotto lo sguardo attento dei tutor, con l’obiettivo dell’inserimento all’interno del Gruppo. La partnership, che vede l’istituzione della borsa di studio “Antonio Mangia” in nome e in onore del fondatore emerito di Aeroviaggi Antonio Mangia, testimonia l’attenzione attiva del Gruppo verso i giovani, i valori della formazione e il mecenatismo che permea la storia del brand. “Siamo orgogliosi di avviare questa partnership con Luiss Business School, un’istituzione nel campo della formazione universitaria, con cui condividiamo approccio e valori” - ha commentato Marcello Mangia, Presidente del Gruppo Aeroviaggi S.p.A. “In continuità con l’esempio di nostro padre Antonio Mangia e coerentemente con la missione della Fondazione Antonio Mangia, puntiamo sui giovani e condividiamo con Luiss Business School l’obiettivo di formare talenti e prepararli alle nuove professioni e alle nuove sfide che caratterizzeranno il comparto turistico mondiale nei prossimi anni” – ha affermato Giuseppe Mangia, Presidente della Fondazione Antonio Mangia. “La collaborazione con Luiss Business School rappresenta un altro traguardo nel percorso di crescita e sviluppo internazionale del brand MANGIA’S. Per il 2022, formeremo i giovani, riporteremo in Italia professionisti di talento e diventeremo un esempio di inclusione per il nostro mercato. La Borsa di studio Antonio Mangia è l’inizio di un progetto lungo e ambizioso” – ha dichiarato Luca Di Persio, Global CMO & Revenue Director di Mangia’s Resorts. “Con il major in Tourism Management ci poniamo obiettivi ambiziosi. La partnership con le eccellenze del settore, quali quella con MANGIA’S Resorts, non può che essere un volano per la nostra mission: creare competenze specialistiche, in linea con le esigenze del mondo contemporaneo, e fornire gli strumenti più utili e innovativi per affrontare le sfide che caratterizzano i vari settori”: così Luca Pirolo, Head Area Master, Luiss Business School. 25/10/2021

20 Ottobre 2021

La spesa sanitaria come investimento

Ripensare la sanità non più come un costo, ma come un investimento volto a rafforzare l'uso della tecnologia, per migliorare la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento delle malattie. Ne discuteremo il 26 ottobre durante il webinar organizzato dall’Osservatorio Welfare Luiss Business School, in collaborazione con #VITA (Valore e Innovazione delle Terapie Avanzate). Iscriviti!  Un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, dell'università e della società civile, per discutere su un nuovo approccio alla spesa sanitaria, con particolare riferimento alle terapie avanzate. In un contesto come quello attuale in cui accedere a cure innovative è sempre più centrale per un numero crescente di pazienti, è fondamentale ripensare le regole contabili alla base dei sistemi sanitari, nell'ottica di una prospettiva sociale più ampia e per una nuova sostenibilità economica.  AGENDA  16:45 Registrazione e welcome coffee 17:00 Saluti istituzionaliMatteo Caroli, Associate Dean for Internationalization, Luiss Business SchoolAnnamaria Parente, Presidente Commissione Igiene e sanità, Senato della RepubblicaGiovanni Leonardi, Segretario generale, Ministero della Salute 17:30   Tavola Rotonda: Gli investimenti in sanitàCoordina Enzo Peruffo, Associate Dean for Education, Luiss Business SchoolIntervengono:Americo Cicchetti, Direttore, ALTEMS - Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi SanitariAnna Lisa Mandorino, Segretaria generale, CittadinanzattivaMauro Marè, Direttore Osservatorio sul Welfare, Luiss Business SchoolNarciso Mostarda, Commissario straordinario, ASL Roma 6*Fabio Pammolli, Professore ordinario Economia e Management, Politecnico di Milano 18:30   Tavola Rotonda: Le regole contabili e le ATMP come spese di investimentoCoordina Mauro Marè, Direttore Osservatorio sul Welfare, Luiss Business SchoolIntervengono:Giorgio Alleva, Professore ordinario Scienze Statistiche, Università La Sapienza di RomaOn. Vanessa Cattoi, Membro Commissione bilancio, Camera dei DeputatiRenato Loiero, Direttore Servizio bilancio, Senato della RepubblicaOn. Daniele Manca, Membro Commissione bilancio, Senato della Repubblica 19:00   ConclusioniGiuliano Amato, Vice Presidente, Corte Costituzionale *tbc Il webinar è gratuito, per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI 20/10/2021  

12 Ottobre 2021

Alumni Talk – Executive Education

Giovedì 21 ottobre a partire dalle ore 18.00 laLuiss Business School ti invita a partecipare virtualmente all’Alumni Talk che vedrà la partecipazione di due ex allievi dei Programmi Executive in Digital Marketing e Food & Beverage Management. I nostri Alumni racconteranno la loro esperienza di studio presso il Milano Luiss Hub e l’impatto che i due programmi hanno generato sui loro percorsi professionali e personali. Sarà inoltre possibile interagire in un Q&A durante il quale risponderanno a tutte le domande e curiosità dei partecipanti connessi. Saranno presenti i nostri ex studenti: Roberta Boggian - F&B Supervisor – Aman Venice ed ex allieva dell’Executive Programme in Food & Beverage ManagementMarco Del Carro - Regional Sales Manager – Swatch Group ed ex allievo dell’Executive Programme in Digital Marketing È possibile scegliere il programma di interesse per il quale si desidera ricevere informazioni direttamente dai nostri Alumni e partecipare nello slot orario dedicato. 18.00 – 19.00 – Executive Programme in Digital Marketing. Il programma part-time weekend con l’obiettivo di fornire le competenze per ideare campagne di digital marketing efficaci e approfondire gli aspetti strategici e metodologici utili nel mercato digitale. Prossima edizione in partenza a Milano il 26 novembre 2021. 19.00 – 20.00 – Executive Programme in Food & Beverage Management. Il programma per professionisti che desiderano approfondire le proprie conoscenze dell’industria agroalimentare e imparare a cogliere le sfide che derivano dalla rivoluzione digitale e richiedono figure con una nuova visione e solide competenze manageriali. Prossima edizione in partenza a Milano il 9 novembre 2021. Durante il Webinar, lo Staff Luiss Business School sarà presente per fornire ulteriori dettagli sui programmi, le modalità d’iscrizione, e tanto altro.  REGISTRATI 12/10/2021

09 Ottobre 2021

The transition of Italian companies to circular economy and the digital platform for their internationalization

Sullo sfondo del G20 Innovation League in diretta da Sorrento, la Luiss Business School propone una lettura delle competitività internazionale delle imprese del Paese, che coniuga economia circolare e innovazione digitale. Il webinar “The transition of Italian companies to circular economy and the digital platform for their internationalization” – che si terrà sabato 9 ottobre 2021 alle ore 17:00 – sarà l’occasione per presentare il progetto di una piattaforma digitale che favorirà lo sviluppo internazionale delle imprese impegnate nella transizione circolare, e la loro integrazione in reti di filiera. L’iniziativa, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con la collaborazione dell’Agenzia ICE, sarà coordinata dal prof. Matteo Caroli, Associate Dean for internazionalization Luiss Business School, e realizzata da un gruppo di esperti del Politecnico di Torino e quello di Bari, delle Università Cattolica di Milano e dell’Università Federico II di Napoli. L’incontro sarà anche l’occasione per presentare le prime evidenze sulle eccellenze italiane nelle filiere, aggregare tutti gli attori interessati nelle future fasi realizzative del progetto, e condividere possibili iniziative di divulgazione anche su scala internazionale dell’eccellenza italiana nell’economia circolare. Per partecipare al webinar è necessaria la registrazione.  AGENDA 5.00 pm     The strategic objectives of the platform for the internationalization of circular Italian companies and ICE’s commitmentCarlo Maria Ferro, President, ICE5.15 pm     First evidence and next activities for the digital platform to support the internationalization of Italian “circular companies”Matteo Caroli, Associate Dean for internationalization, Luiss Business School5.40 pm     Issues and opportunities for the internationalization of circular Italian companiesMauro Alfonso, CEO, SIMESTIvano Vacondio, President, FederalimentarePaola Marone, President, FedercostruzioniMario Bonaccorso, General Manager, SPRINGMarco Bellezza, CEO, InfratelLuca Meini, Head Circular Economy, EnelGiovanni Caprino, Presidente, BIG – Cluster Tecnologico Nazionale “Blue Italian Growth”Letizia Magaldi, Presidente AEMI – Associazione Economica del Messico in ItaliaGian Luca Gregori, Rettore Università Politecnica delle Marche6.50 pm      ConclusionsStefano Buffagni, member of Foreign Affairs Commission, Italian Parliament REGISTRATI 9/10/2021

08 Ottobre 2021

Leadership in Action - Masterclass

La Luiss Business School ti invita a partecipare alla Masterclass dedicata al tema Leadership in Action. QUANDO: 14 ottobre dalle 18.30 alle 20.00 DOVE: Milano Luiss Hub, Via Massimo D’Azeglio 3 Il tema della Masterclass La Masterclass permetterà ai partecipanti di migliorare le proprie capacità di leadership applicate al contesto in cui vivono e lavorano e alla propria sfera di responsabilità.  Durante la Masterclass, i partecipanti, attraverso una metodologia di apprendimento esperienziale, potranno allenare alcune dimensioni comportamentali, emotive e mentali della leadership. In una simulazione di volo, i partecipanti sperimenteranno concretamente una sfida di leadership di contesti organizzativi complessi, basata su: •    il modo per supportare e favorire l’evoluzione dei comportamenti propri e dei collaboratori attraverso processi di apprendimento; •    la leadership execution come sequenza di briefing-azione-debriefing condotta attraverso le conversazioni difficili; •    la capacità di creare e sostenere connessioni come fondamento per la leadership. Speaker Andrea Montefusco, Lecturer in HR, Organization & Leadership, Luiss Business School Al termine della Masterclass si terrà una sessione di Q&A con i coordinatori didattici dedicata all’approfondimento dei programmi MBA & Executive Education in partenza a Milano nell’Autunno 2021: Sviluppo Manageriale (5 novembre 2021)Part-time MBA Milan (12 novembre 2021)Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane (12 novembre 2021) REGISTRATI   Nel rispetto delle normative di sicurezza Covid per accedere all'evento è richiesta la certificazione Verde (green pass). La registrazione è necessaria. Nella tutela di tutti i partecipanti si ricorda che durante tutta la durata dell’evento resta fermo l’obbligo di indossare la mascherina. All’ingresso della sede, il personale provvederà alla misurazione della temperatura e saranno disponibili punti per l’igienizzazione delle mani. 8/10/2021

07 Ottobre 2021

ELIS Ceo meeting

Una Bussola per orientarsi nel Nuovo Mondo. Un Timone per non perdere la rotta Per orientarsi e navigare verso un Mondo Nuovo, la CEO Business Community di ELIS ha promosso una riflessione sui valori e i comportamenti che ciascuno si impegna ad agire a beneficio di tutti. Appuntamento al 13 ottobre 2021 ore 15.30. Per partecipare è necessaria la registrazione. REGISTRATI AGENDA 15:30   La terza missione dell’università Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School 15:40   Dal “Sistema Scuola Impresa” alla “Alleanza Scuola Impresa”: un Liceo a rete per ricucire il divario NORD-SUD. Presentazione del programma di Presidenza Snam  Apertura  La voce delle studentesse e degli studentiRiccarda Zezza, CEO, Lifeed e Responsabile dello Youth Advisory Board Mente, Cuore e Corpo insieme: la nuova sfida della ScuolaDaniela Lucangeli, Docente Università di Padova Imprese e Università al servizio della Trasformazione della ScuolaMarco Alverà, CEO Snam e Presidente, Comunità Consortile ELIS  Interventi dei CEO  Durante l’incontro interverrà Patrizio Bianchi, Ministro Pubblica Istruzione  17:00   Break  17:30   Saluto ai Pionieri delle Palestre Relazionali del programma di Presidenza di NTT Data “Smart Alliance”: sperimentare la terza via tra ufficio e lavoro da casa (in collegamento da Milano, Roma, Napoli, Catania, Trapani) Interviene: Walter Ruffinoni, Amministratore Delegato, NTT Data Italia e EMEA 17:45    Il valore sociale (social impact) creato dal programma di Presidenza di Generali Italia “Mindset Revolution”  Apertura L’impatto sociale di una comunità di imprese Leonardo Becchetti, Economista e Docente, Università Roma Torvergata Perché investire sulle persone genera valore per l’impresa e per tutto il sistemaMarco Sesana, Country Manager & CEO, Generali Italia and Global Business Lines Generali Italia Interventi dei CEO 19:30    Termine incontro 7/10/2021

01 Ottobre 2021

Baroni (McDonald’s): «Le nostre scelte green dalla filiera al packaging. E l’alleanza con il Made in Italy»

Entro il 2025 il 100% del packaging proverrà da fonti riciclate o certificate, spiega l'ad per l'Italia della più famosa catena di fast food a SustainEconomy.24 (Il Sole 24 Ore Radiocor) - La sostenibilità è uno dei driver della strategia di McDonald's dalla materia prima al packaging alla filiera. Dario Baroni, amministratore delegato di McDonald's Italia racconta in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School il percorso di abbandono della plastica monouso e l'importanza della sostenibilità dell'imballaggio, accelerata dalla pandemia. Entro il 2025 il 100% del packaging, non solo quello in carta, proverrà da fonti rinnovabili, riciclate o certificate. E dirà addio alla plastica anche nei famosi giochi per i bambini. Ma c'è anche il rapporto con l'Italia, dove la più famosa catena di ristorazione al mondo, serve 1 milione di clienti al giorno e occupa 25mila persone, e soprattutto quello con le eccellenze del Made in Italy, dalla carne al pollo, dalla frutta al latte al parmigiano. L'85% dei fornitori è rappresentato da aziende italiane. Dal packaging alla raccolta differenziata all'attenzione al prodotto. Continua a crescere l'impegno sostenibile di McDonald's. A che punto siamo? «Da diversi anni la sostenibilità è uno dei driver principali della nostra strategia. Prenderci cura dell'ambiente e del nostro pianeta è una sfida che interessa tutti noi come persone, cittadini e aziende, ma è anche un gesto di responsabilità. Per questo negli ultimi anni abbiamo dato il via a numerosi progetti in questo ambito: dalla certificazione della filiera della carne bovina, grazie al progetto "Allevamenti Sostenibili" ideato insieme a Coldiretti e all'Associazione Italiana Allevatori, alla logistica green; dai ristoranti a basso impatto, alle colonnine per la ricarica delle auto elettriche in collaborazione con Enel X; dal packaging sostenibile fino ad azioni per il miglioramento della raccolta differenziata e del riciclo nei nostri ristoranti. Non solo dobbiamo fare la nostra parte, ma sentiamo di dover anche contribuire a educare al cambiamento cercando di coinvolgere i consumatori. Per questo motivo abbiamo ideato campagne di sensibilizzazione per accompagnarli ad assumere comportamenti virtuosi sui temi della raccolta differenziata e del riciclo; o dato vita a iniziative come "Le giornate insieme a te per l'ambiente" per contrastare il fenomeno del littering». Soffermiamoci sul packaging. Quali sono i prossimi obiettivi e i target che vi siete dati? Sarà possibile arrivare a prodotti 100% green? «In materia di packaging, ci siamo da tempo impegnati nell'eliminazione della plastica monouso. Grazie all'accordo con Comieco e Seda International Packaging Group, il nostro fornitore, abbiamo scelto di convertire la quasi totalità del nostro packaging, incluso quello utilizzato per i canali delivery e take away. Ad oggi, circa il 90% del totale dei nostri imballaggi è in carta, un materiale rinnovabile, riciclabile e certificato Fsc. Una scelta importante che ha portato a un risparmio di 1.000 tonnellate di plastica all'anno. Inoltre, entro il 2025, il 100% del packaging, non solo quello in carta, proverrà da fonti rinnovabili, riciclate o certificate.Ma non c'è solo il packaging: il percorso di abbandono della plastica riguarda anche i giochi dell'Happy Meal. Abbiamo infatti appena annunciato il nostro impegno a livello globale a eliminare la plastica anche da loro entro la fine del 2025; in Italia, per ora, abbiamo iniziato dalle confezioni che sono state tutte trasformate in carta. Un cambiamento che, da solo, ha consentito di risparmiare un totale di 80 tonnellate di plastica all'anno, l'equivalente dei rifiuti prodotti da 160 italiani in un anno». La pandemia ha influito su questo percorso? «Di certo la pandemia e i nuovi modelli di consumo ad essa strettamente legati hanno acceso ulteriormente i riflettori sulle sfide ambientali più urgenti e messo in luce nuove esigenze e bisogni. Il 2020 ha cambiato le nostre abitudini – e le possibilità – di accesso alla ristorazione: take away e delivery sono diventate parole quotidiane, e con esse il packaging ha mostrato ancor di più la sua essenzialità. Ecco perché, anche nel caso della ristorazione informale, la qualità e la sostenibilità dell'imballaggio diventano quanto mai importanti. Parallelamente, la pandemia ha accelerato la richiesta di vicinanza che le comunità locali hanno fatto alle istituzioni e alle aziende; per rispondere a queste richieste nascono iniziative come 'Le giornate insieme a te per l'ambiente', attraverso cui i ristoranti McDonald's e i loro dipendenti sono coinvolti in prima persona e si fanno promotori di giornate di pulizia di parchi, strade, spiagge e piazze delle loro città. L'obiettivo era quello di toccare 100 comuni entro la fine di ottobre, coinvolgendo cittadini, istituzioni e associazioni locali: oggi, quando manca un mese, abbiamo già realizzato o pianificato più di 90 tappe». Qual è il rapporto con l'Italia? Con la filiera e i consumatori italiani? «Siamo in Italia da 35 anni e oggi nel Paese abbiamo 615 ristoranti che servono 1 milione di clienti ogni giorno e impiegano 25.000 persone. Oltre a questo, per dimostrare il nostro radicamento sul territorio possiamo ricordare che oggi l'85% dei nostri fornitori è rappresentato da aziende italiane, e che ogni anno investiamo nel comparto agroalimentare nazionale 200 milioni di euro per l'acquisto di 94mila tonnellate di materie prime alimentari. Potrei fare l'esempio della carne bovina, fornita da Inalca e proveniente da 15.000 allevamenti italiani, o del pollo, allevato in Italia e fornito da Amadori. Ma anche di tantissimi altri ingredienti, come il latte intero utilizzato per i gelati e fornito da Granarolo, la verdura e la frutta fresche, il pane, i salumi. A questo si aggiunge una lunga storia di collaborazione con i Consorzi di tutela, iniziata nel 2008 e consolidatasi negli anni, che ci ha permesso di entrare in contatto con 15 Consorzi e inserire oltre 3mila tonnellate di prodotti Dop e Igp nella nostra offerta. Una collaborazione con cui siamo riusciti a far conoscere al grande pubblico prodotti tradizionalmente considerati di nicchia, contribuendo ad educare i clienti alla qualità e alle eccellenze del Made in Italy. Un esempio su tutti è quello del Parmigiano Reggiano, che da poche settimane ha rafforzato la sua presenza nella nostra offerta continuativa e di cui stimiamo di acquistare, nel solo 2022, circa 450 tonnellate». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/2021

18 Ottobre 2021

Conoscenza e competenze, le chiavi per la ripresa

Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School, pubblicato su la Repubblica Affari & Finanza, 18 ottobre 2021 Stiamo vivendo un momento inedito per l’umanità. Gli ultimi anni passeranno alla storia per le rapide e sconvolgenti trasformazioni che li hanno caratterizzati, imputabili in primo luogo alla pandemia che ha scompaginato le pagine di un libro che credevamo di conoscere, anche nel finale, e ci ha costretto a ripensarci e a confrontarci con un mondo nuovo, non dopo poche esitazioni. Il virus ha causato uno shock economico tre volte peggiore rispetto alla crisi del 2008 in termini di calo del PIL su base annua. La stessa pandemia, però, rappresenta un grande acceleratore della tendenza globale verso la digitalizzazione e un catalizzatore nel promuovere l'adozione e la diffusione di tecnologie quali il 5G, l'Internet of Things, il cloud computing, l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale. Stiamo assistendo, oggi, a una crescita dirompente che ci aiuterà, senza dubbio, a superare il ritardo accumulato e a intraprendere la strada per la ripresa, anche grazie agli interventi del Next generation EU e del PNRR. Allo stesso tempo, il momento attuale vede in discussione la maggior parte delle nostre convinzioni su economia, globalizzazione, mercato del lavoro e, più in generale, sulla società che nascono da un contratto sociale ormai obsoleto in quanto basato su regole pensate per un mondo che ormai non esiste più. E di questo non possiamo non tenerne conto. Anche la Scuola e l’Università sono state e continuano a essere messe a dura prova dalle trasformazioni di scenari sinora sconosciuti e sono chiamate, a loro volta, a dare risposte nuove. Per sviluppare azioni che permettano di guardare con fiducia al futuro, però, dobbiamo partire da un dato: il nostro Paese nel 2020 è stato il fanalino di coda nello European Skill Index per capacità di formare competenze professionali. Da qui deve riprendere il nostro discorso, da dove ci siamo fermati. Come Business School siamo in prima linea nel preparare i leader del futuro per navigare le nuove sfide globali. Abbiamo il compito di dotarli degli strumenti più adeguati e innovativi per permetter loro di governare un contesto mutevole, in cui insistono variabili sempre nuove e molto spesso insidiose. È un compito che si concretizza nella mission del PNRR, che vede tra i suoi obiettivi quello di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, e che prevede un investimento di più di 30 miliardi in istruzione, formazione e ricerca. Il ruolo delle Business School nel mondo post pandemico Come faremo ad affrontare questa sfida, partendo da una situazione di profondo svantaggio? E come le Business School possono dare il loro contributo?  Sicuramente, nell’ottica di un intervento strutturale e non emergenziale, puntando sul loro ruolo di produttori di conoscenza quale sinonimo di creatori di competenze: una conoscenza che però deve essere aperta, flessibile, pronta ad adeguarsi alle trasformazioni e declinata sul parametro dell’innovazione continua. Dobbiamo quindi seguire due direttrici: agilità e collaborazione. Il che significa  continuare a investire sull’utilizzo della tecnologia per creare una infrastruttura ancora più forte e in grado di far venir meno le disuguaglianze che caratterizzano il nostro Paese; fare dell’innovazione continua il nostro mantra, proponendo nuove soluzioni e strumenti quali un modello ibrido di apprendimento che preveda la formazione a distanza accanto a quella in presenza; ma anche  favorire il networking e lo scambio di conoscenze con lo scopo di generare un impatto sulla società. Il tutto mettendo al centro la sostenibilità che, nel nostro mondo, è sinonimo di inclusione, attenzione al mercato del lavoro e ai suoi bisogni e capacità di adattamento. È fondamentale, poi, ragionare in un’ottica glocal. La pandemia ci ha chiarito quanto la prospettiva globale non possa prescindere da quella locale: soltanto ascoltando il territorio avremo la capacità di adattare l’offerta formativa ai bisogni di un mercato con peculiarità geografiche. Come ripartire dalla formazione per i lavori del futuro D’ora in poi, nulla sarà più come prima. Le stime del WEF parlano chiaro: entro il 2022, per oltre il 54% dei dipendenti sarà richiesto un significativo processo di re-skilling e up-skilling, e molti dei lavori che la nuova generazione svolgerà ancora non esistono. La stessa declinazione di quelle che saranno le skill del futuro – quali pensiero analitico e innovazione, uso delle tecnologie e resilienza – ci chiama direttamente in causa in quello che è il nostro obiettivo fondamentale, plasmare i leader del futuro, e ci invita a non essere miopi e a mettere in campo azioni al passo con i tempi. Quelli descritti sono obiettivi ambiziosi che non possono essere raggiunti se non con un’azione congiunta e sinergica: solo facendo leva sul dialogo tra istituzioni, società civile e partner del settore privato riusciremo davvero a garantire un accesso universale all’apprendimento, a pensare e implementare azioni coordinate, e a sfruttare le potenzialità della tecnologia, per favorire una rinascita del Paese che non può prescindere dall’istruzione e dalla formazione. 18/10/2021

15 Ottobre 2021

Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziari

Dopo il successo della prima edizione al via oggi l’Executive Programme in “Governance, vigilanza e strategia degli intermediari finanziari” con focus su trasformazione digitale e finanza sostenibile Parte oggi la seconda edizione dell’Executive Programme in “Governance, Vigilanza e strategia degli intermediari finanziari”, il programma di alta specializzazione di Luiss Business School in collaborazione con Intesa Sanpaolo, indirizzato ad amministratori ed executive manager chiamati ad affrontare le nuove sfide imposte da un contesto bancario in continua evoluzione. Il percorso, che mira a rafforzare le competenze specialistiche in ambiti quali finanza aziendale, risk management, compliance, economia degli intermediari finanziari, si arricchisce quest’anno di approfondimenti dedicati ai temi più attuali di trasformazione digitale e finanza sostenibile: il primo sulla “Digital open banking” include la trattazione di PSD2, il ruolo del Fintech, la consulenza finanziaria automatizzata, big data, monete virtuali, applicazioni di intelligenza artificiale al settore bancario nella prospettiva di un mercato unico digitale; alle nuove regole di informativa societaria, l’impatto sulla governance bancaria nell’ambito della finanza sostenibile, quindi Green, Social and Sustainability Bond, è invece dedicato l’approfondimento di “Sustainable finance” nel contesto scaturito dal Green Deal europeo e conseguente Sustainable Europe Investment Plan. “La pandemia ci ha messo di fronte a nuovi rischi ma, allo stesso tempo, ha creato nuove opportunità. Siamo dinanzi a un qualcosa di inedito che deve essere necessariamente compreso per essere governato. Individuare la giusta chiave di lettura delle trasformazioni che interessano il mondo finanziario è per questo una delle nostre priorità. È nostro compito offrire a chi fronteggia queste trasformazioni gli strumenti più innovativi per farlo”, ha commentato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Direttore di MBA & Executive Education, Luiss Business School. “Il percorso di formazione proposto dall’Executive Program è espressione dell’impegno profuso da Intesa Sanpaolo per la crescita della cultura economica del management italiano e sono convinto che possa divenire sempre più catalizzante rispetto ai soggetti privati attivi in questo ambito, rappresentando nel tempo, un benchmark di riferimento anche a livello europeo” ha dichiarato Marcello Mentini, Head Group Regulatory Agenda Department, Intesa Sanpaolo L’attenzione ai nuovi scenari della regolamentazione finanziaria e dei sistemi di vigilanza e controllo, nonché un punto di vista analitico sulle trasformazioni del mondo bancario, caratterizzano da sempre la partnership tra Intesa Sanpaolo e Luiss Business School. La governance dell’Executive Programme si avvale di due codirettori: prof. Mirella Pellegrini, Ordinario Luiss e dr. Marcello Mentini, Intesa Sanpaolo, e di un comitato scientifico composto dal dr. Paolo Boccardelli, dr. Stefano Lucchini, dr. Stefano Del Punta, prof. Enzo Peruffo, avv. Laura Lunghi e prof. Paola Lucantoni. RASSEGNA STAMPA Il Sole 24 Ore, Intesa Sanpaolo e Luiss insieme per l’alta formazione su governance dei rischi finanziariLa Repubblica, Intesa Sanpaolo con Luiss Business School per l'alta formazione su governance dei rischi finanziariAgenzia Nova, Finanza: Intesa Sanpaolo e Luiss Business School insieme per l'alta formazione su governance rischiItalia Oggi, Luiss e Intesa San Paolo, formazione per ManagerLibero, La scuola dei Manager punta su digitale e sostenibilitàIl Messaggero, Con la Luiss la formazione sui rischi delle finanziarie

12 Ottobre 2021

Gerardo Gagliardo: «Io, CFO a 30 anni grazie a Luiss Business School»

Dopo una vita passata a sognare di lavorare in Ferrari e aver raggiunto il risultato, Gagliardo ha scelto l'MBA Full Time per andare oltre le proprie stesse aspirazioni. L'occasione giusta è arrivata durante l’Exchange Programme a Shanghai «Think big to achieve big»: è questo il motto di Gerardo Gagliardo, oggi Chief Financial Officer di Exein SpA, cresciuto con il mito di Enzo Ferrari. Il suo obiettivo era lavorare a Maranello e, dopo averlo raggiunto, si è accorto che non bastava: aveva bisogno di andare ancora più in alto. Per farlo, ha scelto di continuare a formarsi. L'MBA Full-time targato Luiss Business School gli ha permesso di alzare l'asticella e di diventare il CFO di Exein, la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. La società ha appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori internazionali. Gerardo Gagliardo, cosa ti ha spinto verso il MBA Full Time di Luiss Business School? Mi sono laureato alla Luiss Guido Carli con una tesi su Ferrari: il mio sogno era arrivare a lavorare lì. Ho inviato il mio testo al CFO dell'azienda e qualche giorno dopo ho ricevuto una telefonata che mi invitava ad un colloquio a Maranello. Dopo una serie di colloqui molto approfonditi, il giorno dopo la mia laurea Il sogno era diventato realtà. Mi trovavo molto bene in Ferrari, ma superato il primo momento di entusiasmo ho percepito una certa irrequietezza, come se avessi bisogno di alzare l'asticella. Così ho lasciato Ferrari e ho scelto l'MBA Full Time di Luiss Business School. Avevo fatto il mio percorso di laurea a Villa Blanc: continuare lì mi sembrava naturale. Miravi a qualcosa in particolare? Sì, in quel periodo ero affascinato dal mondo delle startup e volevo avere gli strumenti giusti per avvicinarmi e giocare le mie carte. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? La principale differenza con Luiss Guido Carli è stata l'età delle persone che ho incontrato e il rapporto con i professori, più vicino, più confidenziale, grazie anche alle classi più piccole. Ho incontrato persone che hanno già avuto esperienze lavorative. Ho partecipato a delle conferenze per scambiare esperienze con i ragazzi più grandi dell'Executive, utilissimo anche per fare network. Qual è il corso che ha avuto un maggiore impatto sulla tua carriera? Sicuramente Corporate Finance con il professor Oriani: per me è stato un ripasso perché l'ho seguito anche alla specialistica, ma è stato incredibilmente utile. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Durante l'Adventure lab ho avuto la possibilità di familiarizzare con pitch e concetti legati al mondo startup, che poi mi hanno aiutato anche nel percorso in Exein. Anche il corso di people management mi ha aiutato a capire come creare un team e gestirlo nelle sue diverse sfaccettature. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? La competitività è una soft skill che avevo già visto nelle mie esperienze lavorative in Ferrari: lì l’ambiente era davvero competitivo. Nell'Mba ho creato tante amicizie, c'era un bel clima. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Dall'MBA mi porto dietro tante relazioni: il 50% delle persone che ho incontrato lì, me le sono portate dietro anche nella mia vita quotidiana. Il vero valore del network che sperimenti in Luiss Business School si misura con l'aiuto che puoi dare alle persone: mi sono ritrovato ad aiutare compagne di corso nella preparazione dell'esame di Corporate Finance. L'esperienza è stata molto dura, ma il network era una delle parti migliori, anche perché mi ha insegnato a lavorare in team, cosa che oggi vivo quotidianamente nel mio lavoro. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Sicuramente l'Exchange Programme a Shanghai, il Cass Symposium di Londra, che ha rappresentato una grande occasione di contaminazione internazionale, e la Bocconi Finance Competition, a cui ho partecipato rientrando tra i 5 studenti selezionati da Luiss Business School per l'occasione. Ora sei Chief Financial Officer di Exein SpA: in cosa consiste il tuo ruolo e come l'MBA LBS ti ha aiutato in questa fase professionale? Siamo la prima società in Italia e la terza in Europa che si occupa della progettazione per la cybersecurity dei firmware dei dispositivi IoT. Abbiamo appena concluso un round di finanziamento da 6 Milioni di euro con investitori totalmente internazionali ed utilizzeremo questi soldi per espanderci globalmente.Sono entrato in Exein mentre ero in Cina per l'Exchange Programme previsto dal percorso Luiss Business School. Dal Career Service giungevano diverse proposte, grazie all’ottimo lavoro svolto dal Carreer Servici per prepararci ad affrontare al meglio i colloqui, ma nessuna mi entusiasmava: lasciando Ferrari, mettevo sempre tutto il resto a confronto, per scegliere l'occasione che mi avrebbe permesso di fare di più. Finalmente è arrivato il contatto con Exein e mi sono ritrovato a diventarne il CFO a soli 30 anni. Ero inizialmente spaventato dalle difficoltà, ma il rischio fa parte della mia indole. Così ho accettato, lasciando il programma a due mesi dalla fine: cercavano qualcuno che avesse un'esperienza internazionale che io avevo maturato proprio grazie all'MBA in Cina. All'epoca era una società appena nata: oggi siamo in 15 e prevediamo di arrivare a 30 dipendenti in poco tempo. Pandemia, dalla protezione dei dati al modo di lavorare: hai notato dei cambiamenti nel team building e rispetto al prodotto? La pandemia ci ha portato molta più traction. Prima, stando in azienda, si aveva la sicurezza di lavorare in un ambiente protetto. Con lo smart working siamo diventati più vulnerabili agli attacchi, dato che i dispositivi domestici non sono pensati per proteggere questi dati. Come avete cambiato il modo di lavorare in Exein? Da maggio abbiamo adottato un modello ibrido, che pensiamo di mantenere. Il lunedì e il venerdì si resta a casa, gli altri tre giorni siamo in ufficio. Questo ha migliorato la qualità della produttività del lavoro. Il mio team si impegna e non devo stare lì a controllarli: ho deciso di dare una gestione del lavoro libera, orientata alle scadenze, che responsabilizza le persone. La leadership è stato un passaggio che ho mutuato da MBA Luiss Business School. Sono entrato come una persona brava nel finance e ne sono uscito come un CFO, capace di gestire persone, relazioni e conflitti, anche tra altri C-level. Non ne sarei capace senza l'acquisizione delle Negotiation skills, altro risultato raggiunto durante l'MBA. Ad oggi ti sei pentito di aver lasciato il tuo posto in Ferrari? Dopo due anni, posso dire di aver fatto una scelta vincente. I miei genitori mi dissero che ero pazzo a lasciare quella posizione e di dire addio al sogno che avevo sin da bambino. Ma in Silicon Valley si dice «Go big or go home»: io ho un po' riadattato questo motto alla mia carriera., trasformandolo in «Go big or go big» perché per me non c'è un'alternativa al pensare in grande se vuoi arrivare al successo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Continuo a formarmi costantemente. Credo fermamente nella conoscenza e nel sapere. Ho speso tanto tempo negli anni universitari. Ho un bagaglio di conoscenze che oggi non vedo nelle nuove generazioni. Quando valuto nuove persone, che possono vantare un cv valido, poi trovo a volte lacune incredibili. La verità è che non si studia più per sé stessi, ma solo per superare un esame. Invece bisogna impegnarsi per avere basi, competenze e conoscenze reali, che rimangono anche dopo il voto. Oltre alla formazione, pensi di navigare verso nuovi lidi? In futuro mi piacerebbe continuare in Exein Spa perché mi trovo bene. Ora puntiamo a un'exit attraverso una quotazione in borsa: per me sarebbe un bel traguardo. Poi mi piacerebbe dedicarmi ad altre attività, magari creando una nuova startup magari anche con risvolti sociali. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Prima di tutto studiare, ma con interesse per sete di conoscenza e di sapere, e non per superare un esame. Il secondo consiglio è quello di rischiare e ricordarsi sempre “Go Big or Go Big”. Il terzo è quello di curare anche i più minimi dettagli, vista la competizione, chi cura i dettagli è colui che poi fa la differenza. 12/10/2021

05 Ottobre 2021

Bruna Giordano: «Soft skill, il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School»

Un background sempre più trasversale per le nuove professioni legali: Bruna Giordano, dopo la laurea in Giurisprudenza, ha scelto il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School e oggi è Risk & Compliance Analyst in Accenture Durante l'apprendistato in uno studio legale si possono capire tante cose sulla professione di avvocato e anche su sé stessi. È quello che è successo a Bruna Giordano quando, durante i mesi in Bouché & Partners, ha capito che la professione tradizionale non era più in sintonia con la sua curiosità e con il nostro tempo. Così ha scelto di attualizzare il bagaglio di conoscenze con il corso di Alta Specializzazione in “Consulente Legale d’Impresa” della Luiss Business School. Qui, oltre a familiarizzare con materie economiche, più orientate alla business transition aziendale ormai imprescindibile, ha scoperto che le soft skill sono l'arma più importante per fronteggiare le sfide del futuro. Hai iniziato il tuo percorso in “Consulente Legale d’Impresa” Luiss Business School durante l'apprendistato presso Bouché & Partners: cosa ti ha spinto verso questa scelta? La mia scelta è stata innescata dalla consapevolezza di non riuscire a ritrovarmi nella professione che stavo intraprendendo. Avevo studiato Giurisprudenza, cercando di laurearmi il prima possibile. Ma quando dalla teoria sono passata alla pratica, mi sono resa conto che ciò che facevo non mi dava la soddisfazione che ricercavo. Quindi mi sono guardata intorno e la figura del Consulente Legale d'Impresa ha attirato la mia attenzione. Come mai? Si tratta di una figura più moderna, con skill giuridiche, ma anche economiche. Queste caratteristiche mi hanno spinta a iscrivermi al percorso in “Consulente Legale d’Impresa" di Luiss Business School. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? Un ambiente estremamente stimolante, soprattutto durante i primi mesi di induction, quando abbiamo potuto studiare materie economiche, quindi estranee al mio background. Corsi come Risorse Umane, Organizzazione Aziendale, Marketing mi hanno dato spunti interessanti. In più, ho trovato molto dinamismo anche nel confronto con persone provenienti da ambiti diversi dal mio. Ho sentito la mia mente aprirsi. Nel tuo curriculum citi molti corsi come pietre miliari del tuo percorso in Luiss Business School. Qual è quello che ha cambiato maggiormente il tuo modo di lavorare? Sicuramente il corso in Diritto Bancario: era una materia che non avevo mai affrontato durante gli studi universitari e che poi mi ha avviato alla mia attuale professione, quella di Risk & Compliance Analyst in Accenture. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il percorso? Le soft skill sono state il vero valore aggiunto della formazione Luiss Business School: sul lungo termine mi hanno aiutato moltissimo nella pratica lavorativa. Abbiamo lavorato sulla gestione del tempo, delle scadenze, sull'atteggiamento proattivo e propositivo del lavoro individuale. Ma, più importante, ho capito cosa significasse lavorare in team prima ancora di entrare fisicamente in una squadra. Competitività, altra parola chiave nel mondo Luiss Business School. Senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso? Assolutamente sì, ho allenato la competitività in modo sano. Ho imparato che è fondamentale comprendere il valore di tutti gli elementi che fanno parte di un team, sottolineando allo stesso tempo le proprie caratteristiche e i propri valori. Ricordo sempre una frase che il professor Francesco Di Ciommo ci disse uno dei primi giorni: «È bene essere bravi, ma è fondamentale essere più bravi degli altri». Cosa ha significato per te questa frase? Che bisogna sempre investire su sé stessi, perfezionarsi e studiare sempre, non solo all'università o durante un master, ma anche sul lavoro. Il cosiddetto longlife learning innesca una competitività sana, che significa non il voler emergere sugli altri, ma il voler dimostrare e affermare il proprio valore. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Tutte le persone e le personalità che ho conosciuto durante il programma ho continuato a sentirle anche dopo, anche solo per chieder loro un consiglio. Penso all'esperienza del progetto GROW, dove ho conosciuto Tiziana Mennuti, direttrice delle risorse umane e del legal in RDS, che tuttora sento e mi ha dato consigli preziosissimi. Quali sono stati momenti più significativi che hai vissuto nel percorso in Luiss Business School? Tra i momenti più importanti c'è sicuramente il Leader4Talent, incontri organizzati con cadenza regolare in cui potevamo incontrare personalità di spicco nel mondo accademico o nel panorama aziendale italiano. È stata un'occasione di crescita molto importante e preziosa. Nel 2019 sei entrata in Nike Consulting – Junior Analyst, poi in Accenture come Senior nella stessa posizione: come il corso di alta formazione ti ha aiutato in questo salto di carriera? Quando ho terminato il corco si alta formazione, tramite il Career Service ho ottenuto un colloquio in Nike Consulting, una società di consulenza che si occupava dell'analisi regolamentare normativa in ambito finanziario. Il settore mi interessava molto: così ho colto l'occasione al volo e ho iniziato questa esperienza che è durata un anno e mezzo. Poi cos'è successo? Nike Consulting è stata acquisita da Accenture, quindi ora facciamo parte di una multinazionale. La Luiss Business School mi ha permesso sia di avere il mio primo posto di lavoro, ma anche nel mio salto di carriera perché tutto quello che ho imparato durante il percorso l'ho messo in pratica sul lavoro. Cosa ti ha aiutato di più in questo passaggio? Lo spirito di sacrificio e l'umiltà all'inizio, che mi hanno permesso di confrontarmi con un'azienda più piccola, con un ambiente di lavoro più ristretto, cosa che a me ha fatto bene. Perché? In questo ambiente più ristretto ho potuto sviluppare e far emergere le mie potenzialità. Quando è stato il momento per la mia azienda di fare il salto, insieme a lei l'ho fatto anche io. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? È una cosa che non escludo. Il mondo del lavoro sta cambiando e le competenze vanno attualizzate soprattutto in ambito digital. Da due anni lavoro da casa e ho dovuto acquisire tante skill digitali: vorrei continuare a formarmi soprattutto da questo punto di vista, aumentando la rivendibilità futura della mia posizione professionale. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? Il mio primo consiglio è quello di fidarsi dei professori in aula e di tutto il team intorno al percorso. Poi bisogna sfruttare al massimo le possibilità di incontro e network, che sono il vero valore aggiunto di Luiss Business School. Si permette allo studente di confrontarsi con persone e personalità con quali in un altro ambiente si avrebbe più difficoltà a confrontarsi. In più, non ultimo e non meno importante, consiglio di essere molto ambiziosi, attitudine che ripaga sempre. ---- Lo Studio Legale Lener, Morrone & Partners mette a disposizione una borsa di studio per l'edizione 2021/2022 del programma, volta ad offrire un sostegno finanziario per favorire la partecipazione. Per maggiori informazioni è possibile scrivere a: masterluissbs@luiss.it o recruitmentluissbs@luiss.it SCARICA LA BROCHURE 5/10/2021

29 Settembre 2021

Ripensare lo store del futuro: la sfida di Prada al centro dell’MBA International Week

Come sarà lo store del futuro? I 40 studenti riuniti da Luiss Business School per l'edizione 2021 si sono sfidati per dare una risposta al colosso del mondo della moda In un mondo in cui possiamo comprare online in ogni momento, ovunque, qual sarà il ruolo del retail in futuro? È stata questa la domanda al centro dell’ultima edizione dell’MBA International Week 2021 organizzata da Luiss Business School. Ben 40 studenti provenienti dalle migliori business school del pianeta si sono sfidati per immaginare lo store del futuro di Prada Group. Ritorno in presenza L’MBA International Week, svolta interamente in presenza, ha offerto l’occasione agli studenti dell'edizione 2021 di partecipare a workshop tenuti dai manager Prada e dai docenti Luiss. “È stata una grande occasione per ripartire e ripartire alla grande facendo respirare un'aria internazionale al nostro campus”, ha spiegato Enzo Peruffo, Associate Dean for Education e Director of MBA & Executive Education Luiss Business School. Lo store del futuro: i progetti Come sarà lo store del futuro? Gli studenti coinvolti nella sfida proposta da Prada Group sono partiti da questa domanda per lavorare sul concetto di store store del futuro. L’esperienza maturata nelle rispettive business school li ha portati a prendere in considerazione un approccio omni-channel, proponendo l’interactive advertising, vetrine digitali, campagne pubblicitarie immersive e l’utilizzo di smart mirror technology da utilizzare in negozio ma anche a casa. Occhio anche al benessere del cliente, sempre più Generazione Z, che deve comunque trovare un luogo fisico in cui entrare in empatia con il brand in modo rilassato. L’imperativo è riassunto in una frase: “Il digitale non rimpiazzerà l’esperienza dei consumatori, senza tralasciare i vantaggi della tecnologia”. Per farlo, al centro dei vari progetti sono emersi tre pillar: design, tecnologia, fattore umano. Grande importanza anche alla sostenibilità, valore centrale per il cliente del presente e del futuro. Il punto focale della sfida lanciata da Prada Group è stato capire come innovare i propri spazi di vendita al dettaglio e consolidare le relazioni con i propri clienti. Ma l’MBA International Week è stata anche un’occasione per selezionare nuovi talenti. “Noi come azienda puntiamo ad investire ovviamente sulla competenza tecnica ma ancora di più pensiamo che trovare delle risorse che possano poi rappresentare il futuro del nostro brand – ha spiegato la direttrice HR di Prada Group Cinzia Labbrozzi – anzi dei brand del nostro Gruppo, sia necessario trovare chi ha passione per il proprio lavoro chi ha passione per la nostra azienda, il nostro prodotto, il contesto ma soprattutto serve curiosità, flessibilità e spirito di adattamento”. 28/9/2021

28 Settembre 2021

Domenico Crescenzo: «Io, servant leader grazie all'MBA Luiss Business School»

Un percorso poliedrico e la voglia di mettersi alla prova al di fuori del proprio settore di competenza, l'ingegneria, hanno spinto il giovane startupper verso l'alta formazione Luiss Business School. Il risultato? Una nuova avventura e tante nuove frecce al proprio arco Domenico Crescenzo non è il classico ingegnere, certo solo delle sue conoscenze. Ma per comprendere questa personalità che in molti definirebbero “multipotenziale”, bisogna raccontare la sua storia dall'inizio. Domenico è prima di tutto un leader naturale. Il primo ruolo arriva prestissimo, durante gli anni della scuola militare aeronautica Giulio Douhet di Firenze, frequentata dai 16 ai 19 anni. Qui è stato capo corso di 40 cadetti: insieme alla fatica degli studi liceali, aveva anche la responsabilità dei coetanei del suo corso. Poi è arrivato il percorso accademico in ingegneria energetica (percorso Aspri, Alta scuola politecnica ricerca e innovazione) presso il Politecnico di Milano. Terminati gli studi, è stato il momento di un'esperienza all'estero, per la precisione a Stoccolma presso il Royal Institute of Technology (KTH), dove ha seguito un percorso di ingegneria della progettazione, specializzandosi nella branca legata alla combustione e motori a combustione interna. L'approdo in Scania, azienda leader nella produzione di veicoli industriali, sembra quasi scontato. In questa esperienza Domenico porta a compimento anche un brevetto legato a un algoritmo capace di misurare l'efficienza di iniezione del combustibile. Ma qualcosa non funziona nell'equazione della sua vita lavorativa: Domenico sente che la sua vera realizzazione è nel mondo imprenditoriale. Lancia la sua prima startup, ma le cose non vanno come dovrebbero: lui, giovanissimo, entra in un team fatto da amici, che però non condividono la stessa visione. Così inizia a frequentare il mondo imprenditoriale italiano, prima di approdare a Janssen, la divisione farmaceutica di Johnson & Johnson. Questo è stato l'inizio di continui contatti con tante realtà innovative, tra cui Keethings, startup in cui ha esplorato tutti i ruoli che è possibile ricoprire in un'azienda di questo tipo. Questa esperienza lo ha portato a capire che consolidare le conoscenze manageriali e imprenditoriali non era più una scelta, ma un imperativo. Da lì, la decisione di iscriversi all'MBA di Luiss Business School. Grazie all'ambiente fertile e stimolante, Domenico si è rimesso in gioco e ha consolidato le sue conoscenze. Durante il percorso, in piena pandemia, ha anche fatto nascere la sua seconda startup, Screevo, l'espressione finora più compiuta della sua voglia di essere imprenditore. Domenico Crescenzo, cosa ti ha spinto a scegliere l'MBA Luiss Business School in formula part-time? Mi piaceva molto il mio lavoro in Keethings e non volevo lasciarlo. Qui stavo lavorando su settori che non avevo mai toccato prima. Sono sempre stato un ingegnere, un tecnico, ma con una forte spinta verso l'imprenditorialità. Volendo portare le due cose in parallelo: studiare e mettere in pratica, la formula part-time, benché impegnativa, era adatta alla missione. Perché la Luiss Business School? Perché è uno dei programmi, se non il programma più importante d'Italia. Essendo a Roma, mi permetteva di costruire e fortificare la rete che già avevo in quest'area geografica. Che ambiente hai trovato in Luiss Business School? L'aggettivo che meglio esprime la mia esperienza in Luiss Business School è “diverso”. Prima di tutto, la mia classe era costituita da tantissimi profili diversi, un vero e proprio valore aggiunto: dal profilo corporate all'imprenditore, c'erano diversi tipi di persone. L'ambiente è informale, molto interessante, cosa che mi ha permesso di avvicinarmi e parlare facilmente con chiunque volessi. Sei il Co-Founder e CEO della startup Screevo. Quali competenze – hard e soft – acquisite durante l'MBA ti hanno aiutato e ti aiutano a svolgere questo ruolo importante? Sicuramente quelle legate alla parte economico finanziaria, come il budgeting e la capacità di sedersi e cercare di pianificare tutte le attività nel breve, medio e lungo termine. Abbiamo seguito corsi di imprenditorialità in cui ci hanno spiegato come fare una presentazione per gli investitori, come capire e cogliere gli aspetti principali di un mercato, oltre ad alcuni corsi di marketing in cui ci hanno insegnato a notare alcune cose. Sono corsi e materie così ampie che ti spingono ad approfondire le cose che contano di più per ogni singola persona. Per quanto riguarda le competenze soft, penso che quando si entra in un MBA, dopo aver seguito le lezioni, non si esce come delle persone completamente diverse. Accade solo se ti metti davvero in gioco durante il percorso. La serie di corsi sulla leadership, ad esempio, affiancati al coaching, vanno poi applicati affinché avvenga una vera trasformazione. Io avevo in mente una sfida. Quale? Quando parti con una startup e sei poco più di un ragazzo, con poche risorse, e chiedi a persone più senior di lavorare gratis per te, per seguire un sogno, in tempo di pandemia, senza vedersi mai, richiede una leadership importante. Dipende da me, ma anche dalla visione e da ciò che comunico alle persone che stanno davanti a me. L'obiettivo che avevo in mente era far sì che anche gli altri riuscissero a vedere ciò che vedevo io. Quindi la mia bravura doveva stare nella capacità di comunicare quel sogno e sento che l'MBA mi ha aiutato ad affinare gli strumenti per farlo. Soft skill, come avete lavorato su questo ambito durante il master? Nel corso di leadership mi ha colpito molto una frase detta in classe: «It's not about you. It's about the others». La servant leadership, il mettersi a disposizione, l'essere il primo a prendersi gli schiaffi, creano quello spirito di trust che spinge tutto il team a mettersi in gioco. Davanti a grandi investitori ho preso molti schiaffi e il mio team mi ha ringraziato per questo! Sul coaching ho dovuto mettermi in gioco a 360 gradi: qui ho esplorato i miei limiti di persona e poi di professionista. In che senso? Nella mia esperienza, posso dire che i limiti del professionista sono strettamente legati a quelli della persona. Sono sempre stato un buon comunicatore, ma emotivamente piuttosto chiuso: in alcuni casi può diventare un problema anche sul lavoro. Quando non riesci a esprimere ciò che senti, in positivo e in negativo, possono nascere incomprensioni. Questo mio limite è stato un punto di attenzione, che mi ha costretto ad allenare questa caratteristica. L'MBA non è una serie di corsi, che puoi acquisire leggendo dei libri: richiede un rimettersi in discussione per ripartire da una base più solida. Nella tua posizione la leadership è una qualità fondamentale: cosa ci vuole per essere veri leader? Servire, ascoltare, affrontare. Per alcune persone affrontare discussioni difficili è molto complicato. Invece va fatto in modo repentino e chiaro. Bisogna essere trasparenti nei confronti di sé stessi e degli altri. Di conseguenza, bisogna affrontare ogni giorno questi temi per creare un clima di fiducia, che non va tradita. Un buon leader è una persona di cui i dipendenti e gli impiegati si fidano, per cui sono pronti a fare l'extra mile. Il tuo curriculum è molto ricco: in quale delle tue esperienze pensi che l'MBA Luiss Business School avrebbe potuto cambiare le tue performance? Credo che questo tipo di formazione avrebbe fatto la differenza in molti momenti. Nel mio percorso di ingegneria non sono mai stato esposto a questioni di business. Sono entrato all'università con l'idea di finire il prima possibile, ma al termine ho scoperto che ciò che avevo studiato non mi piaceva del tutto. Competitività: senti di aver allenato questa soft skill durante il tuo percorso in Luiss Business School? Sono estremamente competitivo per natura, ma non verso gli altri. Nell'MBA non c'è competitività interna, ma si avverte la volontà di andare avanti uniti come un blocco. Le varie sfaccettature di ognuno concorrono a creare un corpo unico. Si ha la possibilità di cogliere il meglio di ogni componente della classe. Molti alumni hanno sperimentato il valore del networking che si viene a creare in Luiss Business School. Qual è stata la tua esperienza? Sono ancora nel pieno del programma, mancano sei mesi alla fine. Ho avuto contatti con persone interessate alla mia startup Screevo. Ho lanciato un'iniziativa, Startup Group, in cui abbiamo organizzato una call: si sono presentati 60 ex alumni con idee innovative. Pandemia e corso: come hai vissuto la didattica a distanza? La didattica a distanza ha i suoi limiti. Ma è la prima volta per tutti. L'esperienza di networking ne ha risentito, ma sono sicuro che ci saranno occasioni per colmare questo gap. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi che tornerai a formarti? Il futuro sarà su Screevo. Poi non lo so: coltivo il sogno di alimentare la mia passione per la didattica. Raccontaci cos'è Screevo. Si tratta di un assistente vocale per l'industria 4.0. Il settore manifatturiero è stato travolto da un'onda di digitalizzazione. Operatori e tecnici, che sanno lavorare con le mani, spendevano più tempo davanti al computer per inserire dei dati che sul campo per risolvere i problemi. Infatti, dopo aver aggiustato una macchina, va compilato un report. L'idea è che le mani di operatori e tecnici debbano tornare a essere libere di generare valore. Per questo il nostro pay off è “Free From Typing”. Con Screevo si può parlare mentre si lavora: quello che si dice viene trascritto in maniera automatica nei campi software del cliente. Screevo rimappa quello che viene detto e inserisce ogni risposta nei campi specifici previsti dal software. Screevo può aiutarci anche a prenotare un viaggio sul sito di Trenitalia. Posso prenotare un treno sul sito di Trenitalia utilizzando Screevo: lui sa quali campi compilare con le risposte che gli diamo. La startup ha vinto la competizione Boost your ideas, lanciata da Regione Lazio e ci è valsa l'ammissione all'incubatore della Luiss. Verso la seconda settimana del Luiss & Labs siamo stati contattati da un programma di accelerazione in California e ora stiamo per aprire una seconda sede lì. Open innovation e Millennial: quale ricetta per creare engagement? È importante che le corporate responsabilizzino i giovani a loro rischio e pericolo. Dentro J&J sono stato responsabilizzato e, nonostante la paura, mi sono sentito coinvolto. Un ragazzo laureato, con le sue ambizioni, che pensa di spaccare il mondo, ed entra a fare lavoro d'ufficio, dove vede poco valore aggiunto, dove non sente la pressione della responsabilità, si disingaggia velocemente. Si scappa o dalla pressione o dalla noia. È lì che bisogna lavorare: comunicare la visione per farli sentire parte di qualcosa. Quali sono i tuoi suggerimenti per gli studenti futuri e in aula su come cogliere pienamente le opportunità del percorso in Luiss Business School? La chiave del successo – e parlo da chi sta affrontando questo percorso in prima persona – è il coraggio di prendersi dei rischi. E non è qualcosa che si fa solo da imprenditori. Si ha successo quando si spinge per cambiare, cosa che richiede coraggio, energie e rischio. Uno studente MBA che vuole cogliere le opportunità del percorso deve poter innovare perché è necessario per crescere, per cambiare il sistema, ma anche il Paese. Per innovare serve coraggio. Non lo si può fare solo seguendo le regole. A volte è necessario sapendosi muovere tra le regole, e questo comporta una parte di rischio. Il Messaggero, Screevo - Un fondo americato co-investe nella start-up di Luiss Enlabs, 17 settembre 2021 28/9/2021

23 Settembre 2021

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve la delegazione di “Global Family Business Management”

Oltre un quinto delle aziende familiari sta affrontando il passaggio generazionale. Per preparale alla transizione, Luiss Business School, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ha sviluppato il programma in “Global Family Business Management”, giunto alla quarta edizione Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto una delegazione di esponenti del progetto formativo "Global Family Business Management", un programma nato per rigenerare il tessuto imprenditoriale del Paese e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo. «Questo percorso mira a formare leader responsabili pronti a costruire una società più inclusiva – ha dichiarato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete – Sarà essenziale che le piccole e medie imprese sappiano rispondere alle sfide di un mondo globalizzato che ci chiede di diventare più grandi: strumenti e competenze saranno indispensabili per superare questo iato». Le aziende familiari rappresentano l’ossatura del sistema economico italiano: creano occupazione e partecipano attivamente al mercato azionario, di cui rappresentano oltre il 25% della capitalizzazione complessiva. La loro resilienza ha fatto sì che queste imprese resistessero alla pandemia, assicurando lavoro ed eccellenza imprenditoriale. In queste aziende il passaggio cruciale è sintetizzato da un dato: tra il 2013 e il 2023 oltre un quinto delle aziende familiari ha affrontato o affronterà il passaggio generazionale. Il processo può mettere a rischio il patrimonio di conoscenze acquisite in anni di esperienza e, per proteggerlo e trasmetterlo, Luiss Business School ha sviluppato – in collaborazione con Intesa Sanpaolo – il programma in “Global Family Business Management”. L'obiettivo è quello di dotare gli eredi delle dinastie degli strumenti conoscitivi idonei ad affrontare questa sfida in maniera consapevole, per garantire continuità alle imprese. Dopo il successo della prima edizione, lanciata nel 2017 con la partecipazione di 25 studentesse e studenti, figlie e figli di imprenditori di aziende familiari italiane, parte oggi la quarta edizione, che si avvale delle partnership con la IÉSEG School of Management di Parigi e la IE Business School di Madrid. Oggi la community degli alumni coinvolge 100 persone in tutto il mondo. «Il programma in “Global Family Business Management” è pensato per fornire ai partecipanti gli strumenti e le conoscenze che permetteranno alle aziende familiari di consolidarsi e crescere – ha spiegato Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Miriamo a formare una nuova generazione di imprenditori che sappia cogliere le opportunità della trasformazione digitale, per costruire un nuovo modo di essere industria italiana nel mondo, sinonimo di conoscenza, innovazione, eccellenza». Alla didattica si è affiancata nel tempo un’importante attività di ricerca accademica, volta a favorire ulteriormente lo sviluppo di innovazione e imprenditorialità. Se da una parte i contributi dei docenti hanno dato vita al volume “Il family business. Manuale di gestione delle imprese familiari”, dall’altro ha preso vita l’Osservatorio “Family Business Innovation”, che mira a rafforzare la competitività delle imprese familiari italiane. «Per le imprese, per i giovani, per il lavoro – ha spiegato Fabio Corsico, direttore scientifico del programma – è nostro compito dotare i talenti di strumenti concreti e innovativi, adeguati al momento storico che stiamo vivendo. Un programma che quindi vuole essere la chiave per rigenerare il tessuto imprenditoriale e contribuire a rafforzare il successo del modello italiano nel mondo». RASSEGNA STAMPA Quirinale.it, Il Presidente Mattarella ha ricevuto una delegazione della Luiss Business SchoolIlTempo.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAffariItaliani.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolAgenziaNova.com, Quirinale: Mattarella riceve presidente Luiss Business School, AbeteBorsaItaliana.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione progetto Luiss Business SchoolCorr.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlMessaggero.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss BusinessEcoSeven.net, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business School LaSicilia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolLiberoQuotidiano.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolOlbiaNotizie.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolSardiniaPost.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business schoolIlGiornaledItalia.it, Quirinale: Mattarella riceve Abete e delegazione Luiss Business school 23/9/2021

22 Settembre 2021

PNRR, Paolo Boccardelli: «Riforme necessarie per rendere strutturale la crescita del Paese»

Durante l'evento “Riforma Italia” il Direttore Luiss Business School ha messo in evidenza la strada da seguire per una ripresa reale, capace di rendere attrattiva l'Italia anche per gli investimenti stranieri. Secondo un'analisi realizzata da Luiss Business School e EY il 92% dei dirigenti vede il Recovery Plan come occasione unica per il rilancio dell'Italia. Tuttavia, secondo l'opinione pubblica non saranno usate neanche il 50% delle risorse. Le aspettative legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza devono anche fare i conti con problemi strutturali ed endemici, che il governo proverà a sanare attraverso le 42 riforme in cantiere. Durante l'evento “Riforma Italia”, organizzato da Ey in collaborazione con Luiss Business School, tenutosi a Villa Blanc, Roma, si è discusso di come le riforme del PNRR impatteranno sul sistema economico e sociale del nostro Paese. «In Italia esistono degli ostacoli esogeni al sistema impresa dovuti, soprattutto, a un quadro normativo instabile, una giustizia lenta, un sistema fiscale complesso, una burocrazia farraginosa – ha spiegato in apertura dell'evento Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School – Il progetto di ricerca, coordinato dal professor Enzo Peruffo in collaborazione con Ey e altri ricercatori, aveva come obiettivo identificare i temi di qualità, di policy, di indicazione, senza dare ricette. Il punto essenziale della ricerca è capire come rendere strutturale la capacità di crescita di questo Paese. È prioritaria l’attuazione di un piano di riforme che stimoli la produttività nel medio e lungo termine, aumenti la competitività del tessuto produttivo e agevoli gli investimenti, per consolidare la crescita e renderla strutturale. Non si tratta solo di spendere bene i soldi del PNRR, ma anche di cogliere le sfide del futuro. Tra tutte c'è quella del cambiamento climatico, che il premier Draghi ha definito un'emergenza attuale. Dunque il partner pubblico deve diventare efficiente e moderno». Stefania Radoccia, Managing Partner dell’area Tax&Law di EY in Italia, in apertura dell’incontro ha commentato: «In questo particolare momento storico il mondo intero guarda al nostro Paese con grande attenzione, consapevole dell’opportunità di accelerazione che il PNRR costituisce. Gli impatti derivanti dall’attuazione delle misure contenute nel Piano sono stati valutati in termini di PIL fino al +3,6% nel 2026, ma è necessario convogliare le migliori risorse per rendere il Paese più attrattivo e competitivo a livello internazionale, ricreando un clima generale di fiducia. La nostra indagine ci dice che il 68% dei manager ha fiducia in come il governo sarà in grado di gestire l'attuazione del Piano. L’attuazione del PNRR è infatti la miglior garanzia di investimenti esteri futuri. Tutto questo parte dalle riforme e dalla interoperabilità di tutte le misure previste, pertanto come EY abbiamo fatto e faremo la nostra parte: siamo partiti dall’ascolto dell’opinione pubblica, manager e imprenditori per formulare idee concrete e proposte per ciascuno dei pilastri di riforma del Paese: semplificazione, fisco, giustizia e lavoro». Rendere strutturale la crescita passa anche dalla consapevolezza dell'enorme meccanismo messo in movimento con il Pnrr. Marco Buti, Capo di gabinetto del Commissario europeo agli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni, nell'offrire la prospettiva sull'Italia da Bruxelles, si focalizza su tre numeri: 25, i miliardi di prefinanziamento del 13% del Pnrr già ricevuti dall'Italia in agosto; 21, i miliardi che ci si aspetta di ricevere dopo la prima tranche, nei prossimi sei mesi; 42, le riforme e i provvedimenti sugli investimenti da approvare di qui a fine anno. «All'interno di questo ultimo numero ci sono grandi riforme da attuare, ma metterei l'accento anche su ciò che sembra più facile: i cambiamenti procedurali necessari per passare dalla pianificazione alla realizzazione». Al contrario di molti altri programmi europei, per la prima volta non c'è un pagamento a piè di lista, ma tarato sugli obiettivi, fondamentale per la riforma della pubblica amministrazione e per la ricostruzione della credibilità del nostro Paese anche per gli investimenti esteri. «Il Pnrr – ha aggiunto Buti – trasforma la credibilità personale del primo ministro Draghi in credibilità istituzionale. Per trasformarla in credibilità sistemica c'è bisogno che tutto avvenga davvero, e che ci sia un senso di ownership, di appropriazione da parte del sistema Paese, e soprattutto da parte dei giovani. Del resto Next Generation Eu è pensato per loro». Rendere strutturale la crescita significa comprendere i vari passaggi necessari per attuare le riforme. Come ha spiegato Franco Bassanini, Presidente CdA, Open Fiber, «le riforme costano perché bisogna fare investimenti. La digitalizzazione ne è un esempio. Per questo occorrono risorse per mitigare l'impatto nel medio termine. Oggi l'Europa ci vincola sui risultati, ma ci sono anche le risorse necessarie. Questo anno e mezzo sarà cruciale e la regia delle riforme non può che essere coordinata dal Presidente del Consiglio». «Il tema che penalizza l'Italia è la velocità di risposta alle riforme – ha aggiunto Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild – è una guerra contro il temo. Ci vuole uno sforzo tra grandi imprese e governo, che offrano soluzioni nel presente». C'è la percezione di essere in un momento in cui si potrebbe fare la differenza nelle vicende italiane: la stagione è propizia, non abbiamo un problema di risorse ma, nonostante tutto, speriamo di farcela. «Questo è un momento in cui bisogna fare riforme innovative, facciamolo guardando al futuro – ha dichiarato Laura Castelli, Viceministro dell’economia e delle finanze – Sul fisco, sulla giustizia, su tutti i temi non si è agito, abbandonando i temi a delle ideologie politiche. Oggi dobbiamo provare a far tutto questo senza ideologie, pensando alla necessità di spingerci in avanti. Ci sono le risorse per farlo, ma solo se riusciremo a raggiungere degli obiettivi intermedi. La stabilità politica del governo sarà fondamentale in questo processo». I dati Nel corso dell’evento “Riforma Italia” di EY e Luiss Business School sono stati presentati i risultati delle indagini sulle riforme – semplificazione, fiscale, giustizia e lavoro – che hanno sondato il grado di fiducia nella loro riuscita e ricaduta positiva tra manager e opinione pubblica. In materia di semplificazione, sia tra i cittadini che tra i manager oltre il 75% degli intervistati si aspetta una velocizzazione dei permessi ed una riduzione dei costi a carico delle aziende che operano con la Pubblica Amministrazione. Per quanto riguarda la riforma fiscale, si registra un forte scontento per la situazione attuale: la popolazione e i manager si aspettano soprattutto la riduzione della tassazione sul lavoro (44% e 45%) e una generale semplificazione del sistema impositivo (36% e 41%). La riforma della giustizia registra tra gli intervistati un giudizio negativo della situazione attuale, che genera la richiesta (circa 60%) di concentrarsi maggiormente nel percorso di riforma sugli aspetti di efficientamento del sistema giudiziario. Per quanto riguarda la riforma del lavoro, oltre il 50% di entrambi i campioni concorda sugli obiettivi da perseguire: crescita dell’occupazione, in particolare di donne e giovani, e riduzione del cuneo fiscale. RASSEGNA STAMPA La Repubblica, Pnrr, per il 92% dei manager è un'occasione unica per l'Italia: dubbi sull'utilizzo di tutte le risorseAdnKronos, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Il Sole 24 Ore, Recovery, Castelli: «Servono riforme innovative»Il Messaggero, Ruffini, PNRR occasione per grande riforma fiscaleEconomyMagazine.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"IlTempo.it, Boccardelli (Luiss): "Attuare riforme per superare ostacoli e consolidare crescita"Businesspeople.it, Pnrr occasione di rilancio per l’Italia: d’accordo 9 manager su 10Corrierecomunicazioni.it, Banda ultralarga, Web tax e PA digitale: le priorità degli italiani per l’execution del PnrrAnsa.it, Pnrr: report Ey, occasione unica, ma rischio uso risorse 22/9/2021

17 Settembre 2021

Chi sono i leader del futuro: la lezione del Graduation Day in Luiss Business School

Nella cornice di Villa Blanc gli studenti dei master 2018/2019 hanno celebrato la fine del proprio percorso formativo. «Né un punto di arrivo, né di partenza, bensì la tappa di un lungo viaggio», ha spiegato il Presidente Luiss Business School Luigi Abete, dettando gli ingredienti necessari per essere leader del futuro «La formazione è qualcosa di più del semplice apprendimento: è crearsi un proprio modo di essere, di pensare, sia da un punto di vista progettuale sia critico, per arrivare ad agire come leader». Con queste parole Luigi Abete, Presidente Luiss Business School, ha aperto i Graduation Day dedicati agli studenti del master dell’edizione 2018/2019. Torna finalmente la cerimonia in presenza, che ospita inoltre gli speech degli studenti. I leader del futuro «Leadership significa avere un orizzonte più che una visione – ha spiegato Abete – Quest'ultima può essere anche un'utopia, mentre l'orizzonte è quel punto distante da noi, ma che riusciamo a vedere e a fotografare. È un punto che più gli camminiamo incontro, più si allontana, e che quindi non raggiungeremo mai. Ma è proprio questo il modo di essere leader: svolgere una professione, avendo progetti e programmi, sostenuti da quell'orizzonte, da tradurre in realtà». Nel salutare studenti e famiglie, ma anche coordinatori, professori e operatori, il presidente Luiss Business School ha sottolineato anche che «leader non significa avere il consenso di molti, ma avere idee e progetti da perseguire. Non ha paura del nuovo, del cambiamento, dell'andare in minoranza con le proprie idee perché sa che potranno realizzarsi portando cose positive per tutti. Il leader è un soggetto che ha la responsabilità – intesa come coscienza e conoscenza – come centro della propria modalità di agire». «I veri leader oggi non sono degli uomini solitari – ha concluso Abete – la leadership di un Paese moderno va costruita in modo collettivo. La storia è fatta da tante persone, in tempi moderni e meno moderni, in contesti talvolta difficili, ma la volontà degli uomini positivi, se riescono a fare un fronte comune, naturale, allora diventa leadership. La capacità di ciascuno di noi si vede nell'essere leader insieme agli altri». Essere testimoni attivi Terminato il proprio percorso di studio, gli studenti di Luiss Business School si trasformano in testimoni attivi che, attraverso la propria professionalità assicurano la prosecuzione della storia di formazione che ogni giorno si svolge a Villa Blanc, a Roma, e nelle altre sedi nazionali e internazionali della Scuola. Come ha spiegato Luca Pirolo, Direttore Area Master Luiss Business School, «se c'è una qualche battaglia che dovete combattere nel mondo del lavoro, dovete farlo essendo certi di avere tutti gli strumenti che avete acquisito durante questi mesi all'interno delle nostre aule. Ci piace pensare che quello che ogni studente attraversa nelle nostre aule non è un percorso di formazione, ma di trasformazione. Si cresce dal punto di vista personale, professionale e caratteriale perché il nostro percorso formativo si basa sullo sviluppo di hard e soft skill». A testimonianza di ciò l’Alumna, Francesca De Rosa, che ha frequentato il Major in Sustainability and Energy Industry del Master Master in International Management nell’hub di Milano alla sua prima edizione, ha raccontato la fatica, ma anche i traguardi raggiunti insieme al gruppo. «Quella valigia per Milano ci ha cambiato la vita – ha spiegato De Rosa – L'esserci spinti oltre la comfort zone e aver avuto il coraggio di raggiungere il risultato ci ha resi non solo più capaci e coesi tra noi, ma ha cambiato i nostri caratteri e le competenze di partenza, che si sono intrecciati in modo da poterli esprimere al meglio anche nell'aiuto ai propri compagni di avventure. Non ci serviva avere tutte le risposte all'inizio, ma l'importante era farsi le giuste domande nel percorso». «Se dovessi definire con una sola parola il percorso di formazione in Luiss Business School, quella parola sarebbe "unbelievable" – ha esordito Antonietta Costanzo, studentessa del master in Diritto Tributario. Ricordando le tappe e i successi del percorso ha raccontato i quattro ingredienti per una carriera di successo emersi durante l’incontro di Job Shadowing con Patrizia Rutigliano, Executive Vice President Institutional Affairs, ESG, Communication & Marketing di Snam, nell’ambito del progetto GROW-Generating Real Opportunities for Women: «Non precludersi mai un'occasione lavorativa, quella che a volte si considera la meno adatta si può rivelare la vostra migliore scelta; mettersi in gioco in primo piano, nessuno ti dà gratificazioni solo perché sei bravo; non crearsi mai problemi di mobilità; curare il network è bello, fare squadra». «Un’esperienza che non solo permette di acquisire gli strumenti necessari per trasformare un'idea in un progetto reale – ha precisato Carlotta De Simone, studentessa di Gestione della produzione cinematografica e televisiva – ma che ti forma come professionista, consentendo di acquisire consapevolezza dei tuoi punti di forza, e ti arricchisce grazie alla possibilità di confronto e dialogo, con colleghi ed esperti di settore». A questi, il presidente Abete ha aggiunto: «Ambizione e senso del limite sono due facce della stessa medaglia: l'ambizione è legittima se hai un progetto, mentre il senso del limite dà all'ambizione il senso della realtà». Nel concludere le cerimonie, il professor Pirolo ha augurato agli Alumni di non fermare mai la «sensazione di positività che state vivendo, continuate a guardare il futuro, abbiate fiducia in quello che avete appreso e andate avanti come persone e come lavoratori». 17/9/2021

08 Settembre 2021

Giornata Mondiale dell'Alfabetizzazione: l’impegno per la formazione digitale per costruire nuove opportunità di crescita

Le competenze digitali rappresentano un fattore discriminante per l’accesso a Internet. Il divario esistente tra persone che accedono alla rete e individui con competenze digitali carenti suggerisce la necessità di intervenire in modo mirato e specifico per favorire l’alfabetizzazione digitale Commento di Paolo Boccardelli, Direttore Luiss Business School L'8 settembre in tutto il pianeta si celebra la Giornata Mondiale dell'Alfabetizzazione, una ricorrenza istituita dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di assicurare i percorsi di apprendimento di bambini, giovani e adulti. Si stima che nel mondo ci siano 773 milioni di persone non alfabetizzate , fenomeno aggravato sia dalla pandemia Covid-19 sia dalle crisi migratorie. Tuttavia, anche in questo momento di difficoltà globale, numerose organizzazioni sono al lavoro per garantire l'accesso all'istruzione e la costruzione di nuove opportunità di crescita per ogni tipo di Paese. La crisi legata al Covid-19 è stata un banco di prova importantissimo per le competenze digitali: sono cresciute le applicazioni digitali legate alle prestazioni sanitarie; è aumentato l'impegno delle imprese chiamate a garantire la continuità dei propri servizi tra smart working e prestazioni da remoto; numerosi settori rimasti indietro sono stati costretti a digitalizzarsi in parallelo con l'emergenza, rincorrendo. Per far fronte a queste richieste pressanti del nostro tempo, abbiamo dovuto interrogare i nostri livelli di alfabetizzazione digitale, un fronte caldo su cui il mondo della formazione con Luiss Business School in testa, è fortemente impegnato. Alfabetizzazione in Italia e UE: lo scenario che emerge dall'indice DESI In generale, negli ultimi quattro anni il livello europeo di questo bagaglio di conoscenze ha continuato ad aumentare lentamente, raggiungendo circa il 60% delle persone con almeno competenze digitali di base, e oltre il 30% con competenze digitali di base superiori. Tuttavia, c'è ancora molto da fare. Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2020 l’Italia si colloca all'ultimo posto nell'UE per quanto riguarda la dimensione del capitale umano. Solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base. Le competenze digitali rappresentano un fattore discriminante per l’accesso a Internet, e il divario esistente tra persone che accedono alla rete e individui con competenze digitali carenti suggerisce la necessità di intervenire in modo mirato e specifico per favorire l’alfabetizzazione digitale. Secondo l’ISTAT, nel 2019 nella fascia d’età 16-74 anni, il 44,3% delle donne possiede competenze digitali complessive basse rispetto al 39% degli uomini. Viceversa, il 26% delle donne ha competenze digitali complessive elevate rispetto al 32,1% degli uomini. In Italia, tra i motivi per cui le famiglie non possiedono accesso a Internet, rientrano il fatto che nel 56,4% dei nuclei nessuno sa usare internet e che il 25,5% non lo considera utile oppure interessante.Sul versante aziendale, sempre il Digital Economy and Society Index segnala che il 35% delle imprese italiane scambia informazioni elettroniche, una percentuale in linea con il 34% delle compagnie europee. Il 22% delle stesse è impegnato sul fronte della gestione dei dati e comunicazione attraverso i social media, percentuale leggermente inferiore rispetto alla media europea, pari al 25%. Il 15% delle imprese investe in cloud (in Europa lo fa il 18%), ma solo il 7% investe in big data rispetto al 12% delle imprese europee. Questo gap tra la media nazionale e quella comunitaria suggerisce un'altra carenza, forse più cruciale: quella di tecnici alfabetizzati digitalmente, capaci di interpretare questi dati e trasformarli in occasione di business. Business Translator: chi sono e perché le nostre aziende ne hanno sempre più bisogno Non saper trasformare i dati in attività d'impresa può avere un'importante ricaduta anche sulla leadership. Infatti, in Italia ma anche all'estero, la data driven leadership è ancora un miraggio. C'è ancora molto lavoro da fare. L'intelligenza artificiale è una delle strade perseguibili, ma non senza trascurare il quadro giuridico in cui incorniciare il fenomeno. Un ruolo molto importante lo avranno anche le regolamentazioni, come il Nuovo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale su cui la Commissione Europea è al lavoro. Stando a ciò che è stato proposto sinora, questo quadro normativo non penalizza eccessivamente gli investimenti, ma in futuro sarà utile capire come si calerà nel tessuto delle imprese europee e italiane. Al momento l'intelligenza artificiale è già presente in molti settori della società: è nei device che usiamo come privati cittadini, ma ci sono anche tecnologie avanzate per l’analisi dei dati nell’industria 4.0, ovvero nei macchinari acquistati dalle imprese che hanno rinnovato il loro parco macchine. Ma la verità è che non basta la tecnologia per essere un membro che crea valore attraverso la rivoluzione digitale.Si stima che l'intelligenza artificiale potrebbe produrre benefici fino al 40% in termini di produttività nei Paesi sviluppati . Di conseguenza, la figura Business Translator diventa più rilevante, cioè persone che all’interno delle funzioni organizzative tradizionali sono in grado di comprendere le potenzialità di queste tecnologie dell’analisi dei dati e calarle sul business attraverso nuovo marketing, nuova finanza e nuova manutenzione. Queste funzioni richiedono un investimento sulla formazione di competenze nei professionisti che sono già nelle imprese o che arriveranno all’utilizzo saggio e intelligente, nonché di valore di tutta questa potenzialità. Enti come Luiss Business School sono chiamati a colmare il mismatch tra competenze richieste e talenti, oltre ad aiutare le aziende e rendere più fluidi i rapporti tra domanda e offerta del mondo del lavoro. In questo momento storico, è necessario guardare a ogni comparto della nostra economia anche con la lente dell'investimento, per assicurare la crescita e la sostenibilità dei diversi settori nel tempo. In questo contesto la formazione subisce un grande salto di specie. Le capacità di gestione tecnica non bastano più: in ogni ambito economico chi opera è chiamato a interfacciarsi con una necessaria e onnipresente trasformazione digitale. Il che significa non solo gestire delle infrastrutture, ma avere anche quelle competenze di innovazione e di servizio per stare accanto a imprese, istituzioni, piccoli operatori, professionisti individuali, con capacità legate ai dati, all'intelligenza artificiale, alla cybersecurity.Passare da una visione chiusa a una aperta di open innovation e di ecosistemi significa trasformare radicalmente le competenze. Nel farlo, il ruolo delle istituzioni di formazione diventa centrale: bisogna essere in grado di lavorare insieme non tanto sulle competenze hard, quanto sulla capacità di vedere le nuove tecnologie in funzione dentro le organizzazioni. Oggi una "famiglia" completa è costituita da un ingegnere dei dati, un analista dei dati e almeno cinque business translator. Tutto questo non può diventare realtà se non formando i talenti e formando i professionisti con un deciso intervento di upskilling e reskilling. La rivoluzione del lavoro richiede nuove competenze nella gestione dello stesso anche all'interno delle organizzazioni sindacali e del settore legato alla gestione delle risorse umane. Abbiamo bisogno di competenze nuove, che accademie come la nostra hanno il dovere di provare a costruire. 8/9/2021

04 Agosto 2021

Alla scoperta di Villa Blanc

Villa Blanc, la sede della Luiss Business School, è un gioiello dell’eclettismo, riportato in vita e rinnovato per diventare il cuore pulsante della formazione manageriale, una fucina di talento e innovazione che mette in connessione giovani, imprese e istituzioni, in una cornice unica al mondo. Villa Blanc nasce nel segno della trasformazione: nel 1893 il barone Alberto Blanc acquista il sito della vigna di proprietà della famiglia Lezzani, nel territorio circostante la Basilica di Sant’Agnese Fuori Le Mura. Il complesso è un possedimento rustico «fuori porta»: sarà il barone, nel suo ruolo di Ministro degli Affari Esteri del terzo Governo Crispi, a trasformarlo in una residenza adeguata al prestigioso incarico. L’opera di costruzione della Villa segue un progetto di tipo sperimentale, guidato dal progettista Francesco Mora e dall’archeologo Giacomo Boni, che combina operazioni di tipo archeologico, raffinate decorazioni e tecniche avanzate negli impianti e nell’architettura. Gli apparati decorativi della Villa si devono ad Alessandro Morani e Adolfo De Carolis e raggiungeranno livelli di eclettismo mai visti prima in Italia, in particolare, nelle opere in terracotta invetriata che ritroviamo all’esterno, nelle facciate che avvolgono il giardino d’inverno e nel fumoir. La Sala degli Specchi è l’ambiente più antico della Villa: qui il barone aveva raccolto ed esposto una preziosa collezione di arazzi fiamminghi del ‘700, oggi conservati ad Amsterdam. Nella Sala da Pranzo, al centro tra la Sala degli Specchi, il giardino d’inverno e il fumoir, spicca il camino monumentale quattrocentesco in marmo bianco. Tre archi incorniciano la prospettiva sul giardino di inverno, che insieme alla Sala da Ballo, è uno degli ambienti aggiunti da Giacomo Boni al corpo centrale. È considerato il giardino d’inverno più grande d’Europa: per il suo allestimento furono fatti giungere dalla città olandese di Haarlem 10.000 bulbi di tulipano, lillà, rose e azalee. Sotto la sala da pranzo si trova lo spazio ipogeo: si trattava, forse, di un luogo per riti e riunioni esoteriche. La Sala da Ballo, realizzata verso la fine del 1896 con un intervento di ampiamento della villa, raggiunge livelli di eclettismo altissimi, grazie alle strutture metalliche e il soffitto di ispirazione mediorientale: le pareti vetrate e la vista integrale sul parco rafforzano l’idea di massima integrazione tra la natura e l’opera dell’uomo, altamente ricercato da tutta la cultura dell’Ottocento. Anche il giardino si caratterizza per un analogo accostamento di stili, temi e suggestioni, in cui non mancano elementi antiquari e specie vegetali esotiche, come la collezione di palme. Alla morte del barone Blanc (avvenuta a Torino nel maggio 1904), la Villa passa alla moglie Natalia e, poi, ai tre figli. Il parco si arricchisce di altri 7 edifici minori. Dopo anni di abbandono, nel 1997, la Luiss Guido Carli acquista, tramite un’asta pubblica, il complesso e, dopo un lungo e accurato lavoro di ricerca, progettazione, restauro e valorizzazione, trasforma Villa Blanc nella sede della Luiss Business School. 4/8/2021

26 Luglio 2021

Francesca Mastrogiacomi: «Nell’era post-digitale abbiamo bisogno di facilitatori di cambiamento»

Al via il percorso di formazione Flex Digital Teaching for Learning targato Luiss Business School. Gli obiettivi sono tantissimi, ma quello più importante resta uno: formare professionisti capaci di ridisegnare le esperienze di apprendimento dentro e fuori le aziende  Francesca Mastrogiacomi si occupa di formazione da sempre. Con 12 anni di esperienza manageriale internazionale in ambienti di lavoro innovativo come Google, esperta in digital transformation, innovazione, gestione del cambiamento, strategia, sales e operations, ha focalizzato la sua attenzione su didattica, ricerca e learning design. Dalla sua visione è nato il nuovo Flex Digital Teaching for Learning di Luiss Business School, un programma di formazione e strategie di didattica a distanza pensato per chi già lavora in realtà legate alla formazione o opera in questo campo in ambito aziendale.   Francesca Mastrogiacomi, la pandemia ci ha catapultati in un mondo nuovo, dove ci siamo trovati a fronteggiare l'inaspettato, nel managing the unexpected: che ruolo ha la formazione in questo?   Milton H. Erickson diceva «È il cambiamento che porta a nuove prospettive molto più di quanto nuove prospettive portino al cambiamento». Nella parola “managing” c’è l’idea della “gestione”, di una sorta di controllo o contenimento. Con l’ignoto e il nuovo a volte funziona la capacità di lasciare andare vecchi schemi per accogliere l’inaspettato. Insegnare e imparare sono i lati della stessa medaglia: formatori e studenti condividono lo stesso laboratorio di co-creazione attiva di conoscenza. Il docente ci mette gli strumenti metodologici, critici e dei contenuti stimolo, strutturati sapientemente. Lo studente usa agevolmente nuovi strumenti e ambienti digitali, ci mette la curiosità e la capacità di risolvere nuovi problemi insieme ai suoi pari. Soprattutto con gli adulti è l’apprendimento esperienziale, se opportunamente sostenuto da dinamiche di facilitazione e di debrief, che ingenera apprendimento profondo e cambiamenti duraturi nella vita quotidiana.   Il Covid ha portato la digital transformation nel cuore delle aziende. Annullata la socialità, siamo stati costretti a cercarla e a ricrearla altrove, online. Non sempre le competenze si sono rivelate all’altezza. Perché? Come rimediare?   Si è reso necessario un cambio di paradigma per le organizzazioni pubbliche e private. In tempi pre-pandemici, la trasformazione digitale si è preoccupata troppo di piattaforme o tecnologie e troppo poco delle implicazioni per le persone. Ora, alcune delle sfide sono: rimettere il benessere delle persone al centro; intessere le reti delle piattaforme digitali con quelle di una ritrovata socialità; facilitare nuove modalità sostenibili e efficaci per il lavoro, lo studio, lo svago. Il nostro Paese è ai primi posti per il numero di cellulari pro-capite al mondo, eppure, in Italia il digital divide c’era prima del Covid e c’è ancora. È necessario un cambio di mindset nel modo di affrontare le situazioni di quotidiana emergenza. A volte abbiamo strumenti più che adeguati ma non sappiamo come usarli.   Il 36,7% dei docenti intervistati per un sondaggio condotto nell'ambito del progetto formativo Luiss Business School "Con la Scuola" ha confessato che la pandemia e la didattica a distanza hanno reso più difficile il coinvolgimento dei ragazzi. Cosa è successo?  Il feedback è un regalo prezioso, che va ascoltato e agito. Col corpo, con lo sguardo e le parole i partecipanti ci parlano di come sta andando. Se non sono coinvolti, c’è qualcosa che non va. Di sicuro, tre ore continuative di lezione frontale, senza lavori di gruppo e non guidati da un coinvolgente progetto di ricerca non funzionano. Ora i partecipanti possono spegnere le videocamere e rendere esplicito quello che prima era solo uno spegnimento del loro livello di attenzione. Il digitale esaspera e rende visibile ciò che non funziona e ciò che non funzionava.   Secondo il Rapporto Unicef The Future We Want, più di 6 studenti su 10 hanno dichiarato che la digitalizzazione ha creato stress nello studio. Progettare un modo più efficace di fare formazione attraverso il digitale può migliorare questa situazione?   Sì, penso che la questione sia insita nel sistema scolastico così come è strutturato in Italia. Lo stress era già alto anche nel rapporto OCSE del 2016, dove gli studenti italiani erano tra i più stressati e i meno performanti nelle classifiche mondiali. Semplicemente traslare il tema in ambienti digitali acuisce il problema, lo sposta e non lo risolve. Progettare un modo più efficace di fare formazione attraverso il digitale è una opportunità per rivedere il nostro approccio e migliorare questa situazione con un modello sostenibile e efficace per il nostro sistema scuola. Il digitale sfida la dimensione del “controllo” sulle dinamiche di classe tradizionale. Per questo nel nostro corso abbiamo inserito moduli dedicati all’allenamento di quelle soft skills necessarie per chi gestisce le aule reali e virtuali, per aiutare a gestire l’ambiguo, lo stress, allenare la resilienza e gestire inevitabili dinamiche conflittuali. Il digitale è una opportunità fantastica per liberarsi finalmente di tante cose che non andavano bene e recuperare quelle dimensioni che invece funzionavano e dar loro più spazio, accelerarle come solo il digitale sa fare, penso a: la socialità, l’interazione, la ricerca.   Quali soluzioni offre il Digital Teaching for Learning per riavvicinare apprendenti e formatori?   Nel nostro corso di Digital Teaching for Learning stimoliamo le buone pratiche di progettazione in contesti sincroni e asincroni attraverso la condivisione tra esperti guidata da “domande potenti”: Come uso il tempo? Come strutturo i contenuti per evitare il sovraccarico cognitivo? Come gestisco le pause e il ritmo? Come attivo i partecipanti sulla ricerca del materiale didattico? Come facilito gli apprendenti nei lavori di gruppo? Come li alleno a gestire la socialità per finalità educative? Come uso le piattaforme digitali a vantaggio del processo di insegnamento e apprendimento? Come valuto? Per rispondere insieme a queste domande abbiamo pensato di coinvolgere i partecipanti in qualità di esperti nella loro pratica professionale, invitandoli a condividere attivamente le loro esperienze. Vogliamo confrontarci su come applicare efficaci modelli pratico/teorici di integrazione didattica con le piattaforme ICT. Offriremo occasioni di sperimentazione con strumenti pratico/teorici di facilitazione di dinamiche di apprendimento autonomo e esperienziale, in presenza e a distanza. Applicheremo tecniche di debrief nella condivisione tra pari nei Teaching Lab. Ci confronteremo su tematiche e sfide di grande attualità̀ nei contesti organizzativi, legate all’evoluzione della tecnologia e alla trasformazione digitale. Svilupperemo un nuovo approccio alla progettazione didattica in contesti blended di insegnamento e apprendimento digitali, in presenza e a distanza, creando un network di professionisti nel mondo dell’innovazione nel campo della formazione.  Durante la pandemia i consumi di contenuti digitali sono aumentati. Secondo una ricerca targata McKinsey il 92% degli intervistati continuerà ad acquistare intrattenimento e altri contenuti online: quali opportunità per le aziende?   La pandemia ha esasperato questi trend nella fruizione, che possono avere delle implicazioni su alcuni modelli di business, nel mondo dell’education, ad esempio. Per questo le opportunità di business sono molteplici. In primo luogo, si potrebbe andare a definire la strategia dei contenuti proprietari e di terze parti su più piattaforme in modo sinergico, guardando sia ciò che viene pubblicato gratuitamente sulle piattaforme più usate sia creando partnership efficaci con chi crea contenuti per lavoro. Poi bisognerebbe annusare i nuovi trend come video, podcast e infografiche e chiedersi come pubblicare MOOC tenendo conto che l'utente è abituato alla qualità di piattaforme e di contenuti come Amazon e Netflix. Ma per non restare irretiti nei falsi miti dell’edutainment, la domanda guida dovrebbe essere «ma dove è il valore aggiunto per la formazione?».  Che risposta si è data?  Secondo me si dovrebbe guardare alla qualità dell’esperienza, della socialità che si costruisce attorno ai contenuti, al ruolo di supporto del formatore che diviene facilitatore di un percorso di apprendimento attraverso uno storytelling innovativo. Si dovrebbero avere in mente anche le piattaforme su cui si appoggeranno, contenuti e esperienze. Questi aspetti di facilitazione, design e innovazione sono i pilastri del programma Digital Teaching for Learning , corso di metodologia e-learning concepito anche per quelle figure in azienda che aiutano la formazione aziendale a traghettare verso nuove modalità e piattaforme digitali.   A quali figure aziendali si rivolge questo aspetto del Digital Teaching for Learning?  Abbiamo pensato a quei manager e professionisti che operano nell’ambito della formazione, progettazione, sviluppo di nuovi programmi e modalità di erogazione; manager e professionisti del settore risorse umane e HR, Learning Development, Learning Design, Corporate Academies. Soprattutto per loro abbiamo previsto momenti di confronto con esperti sui trend della formazione aziendale negli ultimi venti anni e con imprenditori innovativi su piattaforme social per la creazione di efficaci accademie digitali.   Chi è il Facilitatore di Cambiamento? Perché serve alle aziende oggi più che mai?   Nell’insegnamento di qualsiasi disciplina si è al servizio del processo di apprendimento e dello studente. La sfida è quella di diventare facilitatori. In contesti innovativi e trasformativi, saremo più spesso impegnati come facilitatori di cambiamento, piuttosto che come esperti di materia o fornitori di contenuti. Come dicono Marshall Goldsmith, Alan Mulally e Sam Shriver "In azienda, facilitare diviene un atto quotidiano di leadership". Per innovare, le aziende possono facilitare la creazione di ambienti di lavoro psicologicamente sicuri dove poter rischiare e fare in modo che le persone che identificano i problemi, si sentano libere di metterli sul tavolo in modo da poter poi trovare soluzioni. L’innovazione necessita di un leader che faciliti dinamiche collaborative in contesti psicologicamente sicuri, dove si impara dagli errori e si trovano soluzioni più velocemente con un approccio iterativo e creativo.   Investire in formazione significa pensare a sé stessi come a un asset: perché?   Soprattutto in momenti di crisi come questi la formazione si rivela una opportunità, figlia di un processo di valutazione delle risorse disponibili per risolvere nel migliore dei modi uno o più problemi. Allora, diventiamo noi stessi risorsa, bene prezioso, capitale umano, soggetto agente, patrimonio da investire in nuove attività e progetti.   Programmi vs Contenuti: come si rimette la conoscenza al centro del processo di apprendimento?   Il 16 novembre 2012 è stato pubblicato il decreto n. 254, “Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89”, firmato dal Ministro Francesco Profumo. Nel testo si abolisce la parola "programmi" e si legge: «il bisogno di conoscenze degli studenti non si soddisfa con il semplice accumulo di tante informazioni in vari campi, ma solo con il pieno dominio dei singoli ambiti disciplinari e, contemporaneamente, con l’elaborazione delle loro molteplici connessioni. È quindi decisiva una nuova alleanza fra scienza, storia, discipline umanistiche, arti e tecnologia, in grado di delineare la prospettiva di un nuovo umanesimo».  Come il digitale ha cambiato il mondo dell’insegnamento e dell’apprendimento?   Più che di digitale, io parlerei già di post-digitale. La nostra è un'epoca in cui il "digitale" è diventato un attributo privo di significato perché quasi tutti i media sono elettronici e si basano sull'elaborazione delle informazioni digitali. È solo una piattaforma che abilita, accelera, migliora, personalizza, socializza. Quello che le tecnologie possono fare per noi nell'istruzione è riportare lo studente al centro del "viaggio di apprendimento", rafforzando nel contempo la centralità dei nostri allievi nella progettazione dell'apprendimento e nella valutazione dei programmi.   Traiettorie evolutive della formazione: dove va la formazione?   Alcuni trend ce li portiamo dietro già dai tempi pre-pandemici: le pratiche Data-Driven, la personalizzazione dell'esperienza di apprendimento, il focus sulle soft skill, la digitalizzazione della didattica frontale, l'apprendimento attraverso piattaforme Social e Mobile, il Microlearning e il video. Il post pandemia ne ha confermati alcuni e fatti emergere altri, come il ribilanciamento dei modelli di apprendimento, l'umanizzazione dell'online learning, l'utilizzo delle tecnologie di AI e chatbot per seguire il discente, il tracciamento e l'analisi dei dati, i nuovi trend di contenuti immersivi, l'enfasi sulle materie STEM, l'approccio esperienziale. Inoltre, si impone una maggiore enfasi sui programmi Train-The-Trainer di formazione dei formatori, aiutandoli nella transizione a nuove modalità di design e erogazione. Ed è qui che Luiss Business School, con il Flex in Digital Teaching for Learning, può fare la differenza.   SCOPRI DIGITAL TEACHING FOR LEARNING 26/07/2021

20 Luglio 2021

Aziende come comunità: il futuro dello smart working

Formazione, leadership e senso per le persone: sono queste le nuove sfide per riconnettere le aziende ai propri dipendenti e creare un lavoro a distanza davvero intelligente, senza perdere il valore del ritrovarsi in presenza Lo smart working ha cambiato il modo di lavorare. Diventati più flessibili sul fronte spazio-temporale, i lavoratori sembrano non avere più motivi per ritornare in ufficio, sacrificando la socialità e la creatività collettiva che solo lo spazio condiviso può dare. Tre le direttrici su cui investire per riconnettere le aziende come vere e proprie comunità: formazione, leadership e senso per le persone. È quanto è emerso durante il webinar “Ri-connettersi: come riparte il lavoro smart dopo la pandemia. Persone, spazi, creatività” organizzato da Luiss Business School in collaborazione con Oracle – società leader nella tecnologia, che si è distinta anche recentemente per l’efficacia delle sue soluzioni cloud HCM (Human Capital Management) nella cura e gestione delle risorse umane, anche da remoto - e tenutosi il 15 luglio. Smart working: cosa è successo durante la pandemia Se in passato lo smart working era considerata una bizzarria da Silicon Valley, la pandemia ha messo faccia a faccia con tutti i suoi vantaggi e criticità. Superata la confusione tra remote working, home working e smart working, la popolazione ha sperimentato i lati positivi del lavoro da casa, dalla sostenibilità ambientale ai benefici in termini di work-life balance. Tra le insidie da superare c'è stato l'over working che alcune aziende hanno tenuto a bada con un'adeguata netiquette. A valle dei lunghi mesi in cui i processi organizzativi sono forzatamente cambiati per necessità, si è iniziato a parlare anche di working from anywhere, delle sue potenzialità e degli interventi a supporto per la sua realizzazione. «I lavoratori si sono scoperti molto produttivi, e spesso anche di più, anche fuori dagli uffici – ha spiegato Monica Parrella, Adjunct Professor Luiss Business School – Per questo i datori di lavoro hanno bisogno di far comprendere che esistono buone ragioni anche per tornare in parte a lavorare nelle ordinarie sedi di lavoro. Se è vero che il lavoro individuale si fa benissimo e forse meglio da casa, è soprattutto attraverso le interazioni  fisiche che si  innova,  si cresce, si impara gli uni dagli altri. Per questo vanno riprogettati gli uffici. Lo smart working è in transizione e non esiste una soluzione unica. La sfida è manageriale e di leadership». Pandemia, sanità e digitale: verso lo smart patient Un esempio delle grandi potenzialità legate allo smart working lo ha offerto il settore sanitario. Dall'inizio della pandemia sono state avviate visite d'emergenza su piattaforme online, lavori in team dislocati in più luoghi diversi e la stessa campagna vaccinale senza il digitale non avrebbe preso avvio facilmente. Abbiamo assistito anche alla nascita del problem networking, cioè la capacità di risolvere problemi in un network che non è più dentro l'organizzazione, ma fuori o anche a metà strada. Lo ha osservato Daniele Piacentini, Direttore Risorse Umane Policlinico Gemelli. «Per fare smart working ci sono quattro elementi essenziali: lo smart worker, ancora da costruire, lo smart office, gli smart leader, adattivi e inclusivi, ma soprattutto gli smart patient – ha sottolineato Piacentini, aggiungendo – Rendere emotivamente piacevole l’interazione digitale nella relazione con i pazienti sarà la prossima sfida della sanità». Leadership e formazione: strategie vincenti Ma la vera tecnologia restano le persone: cambiare mindset e attitudeè necassario per realizzare la digital transformation nell’organizzazione del lavoro. A dimostrare questa teoria durante la pandemia è stata la classe dirigente, soprattutto nei casi in cui dirigenti e i manager hanno esercitato prevalentemente la cultura del controllo e dell'over working per monitorare la produttività. In alcuni ambiti come la Pubblica Amministrazione, dove le carenze sulla digitalizzazione sono più ampie, c'è chi è stato lasciato indietro senza essere recuperato.  «Già prima della pandemia la Regione Lazio si è occupata di smart working, inquadrandolo nella trasformazione digitale, anche come organizzazione agile – ha spiegato Alessandro Bacci, Direttore Affari istituzionali, Personale e Sistemi Informativi della Regione Lazio – Ma durante la pandemia ci siamo trovati ad affrontare l'incapacità di alcuni nostri capi nel trattare i dipendenti a distanza. La formazione sarà indispensabile per realizzare il cambiamento che permetterà di superare la cultura dell’ufficio tradizionale e del modello comando-controllo». Condividere valori e obiettivi dell'azienda diventa cruciale per uno smart working efficace ed inclusivo. Ma non esiste smart working senza remote leadership. Nelle forme ibride di lavoro in presenza e da remoto saranno necessari capi team capaci di gestire persone in presenza e a distanza. «La leadership diffusa sarà fondamentale. Connettersi, ispirare e innovare sono i tre concetti chiave che guideranno il ritorno in ufficio. I leader dovranno essere dei community manager, animatori delle loro comunità. È in questo scenario che la formazione diventa indispensabile», ha sottolineato Rossella Gangi, Direttrice Risorse Umane WINDTRE. «In Terna abbiamo concepito un programma in sette cantieri per trasformare l'emergenza in cambiamento – ha sottolineato Emilia Rio, Direttore Risorse Umane e Organizzazione di Terna – nuova leadership, people care, metodo di ascolto, semplificazione, sostenibilità, digitalizzazione, riprogettazione degli spazi. Il digitale amplia i confini e può diventare disorientante: la nostra sfida è comprendere dov'è quel confine, cosa possiamo fare e permettere che le persone diventino consapevoli. In questo contesto abbiamo una grande opportunità di crescita responsabile delle nostre persone». Il futuro dello smart working La legislazione vigente sembra sufficientemente garantista sul fronte del diritto alla disconnessione e over working per gli impiegati. Le aziende si augurano che non ci siano interventi restrittivi per poter sfruttare appieno tutte le potenzialità dello smart working, impegnandosi a trasmettere una vision che faccia sentire tutelato il lavoratore dalle “invasioni” digitali nella sfera privata. «Le persone devono stare al centro – ha spiegato Andrea Langfelder, Human Capital Management Strategy Leader di Oracle Italia, che ha anche portato casi concreti di aziende che proprio grazie alle applicazioni Oracle Cloud hanno saputo rendere più semplice, piacevole e produttiva l’esperienza di lavoro delle proprie persone in questo periodo, come ad esempio illycaffè, Mondadori, Poste Italiane – Saranno sempre le persone a fare la differenza insieme alle capacità di leadership. La tecnologia è solo un facilitatore, che ci ha permesso di continuare a vivere e fare business, oltre a trovare un nuovo e migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata». RIVEDI IL WEBINAR 20/07/2020

20 Luglio 2021

La trasformazione digitale nelle organizzazioni pubbliche e private

In partenza il nuovo corso per la formazione dei Responsabili per la Transizione al Digitale Con il profilarsi del PNRR - Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nell’ambito del programma Next Generation EU - NGEU e dei fondi della programmazione 2021-2027 nel quadro del Decennio Digitale Europeo saranno disponibili nei prossimi mesi risorse per finanziare e accelerare la transizione digitale delle imprese e della pubblica amministrazione. È un periodo epocale per quanto riguarda le risorse per l’ammodernamento delle organizzazioni pubbliche e private e per l’attuazione dell’Agenda Digitale Europea con oltre 1.800 miliardi di euro a livello EU, configurandosi come il più ricco set di interventi mai finanziato dal bilancio dell’Unione Europea. Nello specifico grazie al PNRR saranno disponibili oltre 40 miliardi di euro per la transizione digitale, destinati prevalentemente a pianificare e realizzare progetti concreti per ammodernare la PA e le imprese, trasferire efficacemente ai vari livelli competenze manageriali e digitali, migliorare il sistema educativo, sviluppare un’efficace sanità digitale e supportare le realtà che investiranno nel digitale. Diventerà indispensabile poter mappare i fabbisogni, introdurre importanti innovazioni di processo nelle organizzazioni, identificare le più idonee dotazioni materiali e immateriali, garantire il necessario supporto specialistico all’attuazione concreta dei progetti, con attenzione particolare al tema della digitalizzazione e dell’innovazione dei processi lavorativi e operativi. Fondamentale quindi il ruolo del Responsabile per la Transizione al Digitale, nuova figura professionale che diventerà il “driver” per stimolare il cambiamento, avviare processi di trasformazione digitale e fungere da facilitatore con un ruolo trasversale tra le varie funzioni e dipartimenti coinvolti di un’organizzazione. Un’occasione da non perdere per vincere la sfida della modernizzazione delle realtà pubbliche e private e consegnare alle future generazioni un’Italia più inclusiva, efficiente, produttiva e coesa. Le organizzazioni “tradizionali” stanno affrontando o si accingono ad affrontare un percorso di trasformazione digitale, purtroppo spesso prive di tecnologie adeguate, di competenze specifiche in termini di innovazione di processo e figure professionali affidabili e competenti.  La nuova edizione dell’Executive Programme il Responsabile per la Transizione al Digitale e della Conservazione Documentale – RTD mira a fornire le necessarie competenze giuridiche, organizzative e tecnologiche in base alla normativa più recente nell’ambito dell’Ufficio per la Transizione al Digitale o del Sistema di Gestione e Conservazione Documentale. Tale corso è rivolto a responsabili di aziende e amministrazioni pubbliche, professionisti, dirigenti, quadri e funzionari che all’interno di una organizzazione partecipano al processo di trasformazione digitale o di gestione e dematerializzazione dei documenti sia attraverso attività sviluppate internamente che in outsourcing. Si formerà così una figura in grado di svolgere un ruolo aziendale particolarmente delicato: adeguare i modelli di business e trasferire le competenze necessarie per adottare nella propria organizzazione, efficaci sistemi di gestione documentale e rispettare anche le nuove disposizioni legislative. L’Executive Programme si sviluppa in 10 incontri e si svolge in modalità blended (on campus e online) per un totale di 36 ore complessive di formazione d’aula. Il corso diretto dal Prof. Nunzio Casalino sarà tenuto da docenti universitari, esperti pubblici e consulenti in materia di trasformazione digitale e nell’ambito dei settori dei processi di gestione documentale e dematerializzazione, della semplificazione amministrativa, della progettazione di servizi online, dell’organizzazione aziendale e della gestione innovativa delle risorse umane, della riorganizzazione degli archivi e conservazione, dei metodi e sistemi di classificazione dei documenti digitali. SCOPRI DI PIÙ 20/07/2021

15 Luglio 2021

Riccardo Angelini Rota: «Executive MBA, una boccata d'aria fresca che può cambiarti la vita»

Anima da nerd e curiosità da grande ricercatore: sono queste due soft skill che hanno permesso a Riccardo Angelini Rota, ex MIT di Boston, di cambiare pelle, svestire i panni dello studioso e indossare con grande soddisfazione quelli di responsabile della Struttura Sustainability Planning and Projects di Leonardo S.p.A. dopo  aver lavorato per un lungo periodo nella gestione del patrimonio immobiliare dell'azienda. Nel mezzo, la scelta di andare a più a fondo, come da sua abitudine, sulle competenze. Per farlo, ha scelto un Executive MBA di Luiss Business School. Riccardo Angelini Rota, perché hai scelto un master Executive MBA targato Luiss Business School? Avevo voglia di ampliare le conoscenze manageriali sempre più richieste nel mondo del lavoro. Sono un ingegnere, anche un po' nerd, ho fatto un dottorato sui temi della fluidodinamica e dei modelli di intelligenza artificiale. Ho trascorso quasi due anni all’MIT di Boston e ho lavorato in diverse università. La mia passione per la ricerca, unita alla conoscenza del mondo aziendale, mi ha aiutato a capire che a un certo punto della mia crescita professionale, con l'aumentare delle responsabilità e delle interazioni tra le funzioni aziendali, avere conoscenze trasversali può fare la differenza, lasciando l'ambito tecnologico verso quello manageriale. In che modo? L'interazione tra le business unit sostanziata dalle conoscenze che l'EMBA ti dà, ti fa sentire più strutturato, sicuro di te. Quindi a spingermi verso la scelta in Luiss Business School sono state l'eccessiva conoscenza tecnica e la voglia di avere una visione più eterogenea di come funziona un'azienda, affrontando temi che da ingegnere nerd non avevo mai studiato, come il marketing  e la parte di analisi economica finanziaria. L'EMBA mi ha permesso di colmare questi gap e di acquisire nuove fondamentali competenze.  Che ricordi hai del percorso in aula? Divertimento, affiatamento. Mi sono portato a casa tutti gli approfondimenti professionali che la condivisione con altri membri del gruppo hanno reso possibile nella preparazione degli esami. Durante l'EMBA si creano rapporti molto strutturati: ti appoggi e ti confronti con varie persone, alle loro competenze e ai loro percorsi di carriera con l’obiettivo di imparare e di crescere. Quello che si è creato è un legame forte, una seconda famiglia, perché il tempo che gli si dedica è molto, tra condivisione, esami e lavoro di gruppo.  Come avete lavorato sulle soft skill e come le hai applicate nel tuo campo? Riscrivendo il mio curriculum, ho notato che molte delle mie soft skill sono cresciute dopo l'EMBA: autonomia e leadership; curiosità, stimolata da tutto ciò che il percorso ti mette davanti; capacità relazionali, perché è una classe di 30, 40 persone, di esperienze e profili eterogenei, con cui ti trovi a confrontarti; problem solving, esercitato nelle decisioni prese per tutto ciò che riguarda il corso; capacità comunicativa, implementata in diversi contesti; team work, ne abbiamo fatto tantissimo; resistenza allo stress, perché fare gli esami mentre lavori non è facilissimo; la capacità di organizzare; la gestione delle informazioni e criticità; infine, il conseguire gli obiettivi. Questo è solo un elenco, ma ripercorrendo le singole voci, ho ricordato tutto ciò che avevamo fatto per ognuna di queste soft skill, facendo un'analisi - positiva - su quello che avevamo vissuto. Durante il master avete creato dei progetti: qual è il tuo ricordo di questa esperienza? Mi sono occupato di un progetto che non è stato confezionato negli ultimi mesi, ma che è nato poco dopo l’inizio della pandemia da Covid-19. Eravamo in lockdown da un mese: tutti stavamo vivendo questa nuova esperienza. Noi l'abbiamo vissuta in modo intenso, anche attraverso il percorso EMBA. Il legame forte che si era creato con le persone, con i luoghi, con le aule della bellissima Villa Blancè stato rallentato. Siccome la resilienza è una delle parole cardini dell'EMBA, abbiamo iniziato a pensare a uno strumento che possa garantire un'unione fisica e digitale, e che possa accelerare – per chi fa parte di questi percorsi – le possibilità di networking anche stando a casa. Così abbiamo creato un progetto che prenda i dati e le biografie delle persone appartenenti alla community della business school e riesca a fare un'analisi semantica dei testi estrapolando le particolarità e le peculiarità di queste persone, le loro professioni ma anche i loro hobby e far sì che la scintilla professionale scocchi grazie alla regia dell'intelligenza artificiale. Luiss Business School ha sostenuto il vostro progetto? Sì, la scuola ci ha creduto moltissimo, dato che ha dovuto affrontare questa nuova condizione alla quale la pandemia ci ha esposto. Ora stiamo andando nelle classi di tutti i percorsi MBA per raccontare questo progetto, alimentare la community e trasferire anche la nostra esperienza. Siamo in fase di raccolta dei dati: abbiamo diverse centinaia di biografie, stiamo avviando la parte di machine learning per poi tirar fuori una soluzione strutturata. Per noi l'interesse è poter garantire che il match, la conoscenza reciproca e le possibilità di interconnessione avvenga. L'idea è accelerare tutta la community Luiss Business School attraverso questo progetto. Luiss Business School mira a formare leader che abbiano un impatto nel mondo, non solo nel proprio percorso professionale, ma anche lasciando un'impronta nel mondo. Com'è stata trattata questa tematica durante il corso? Uno dei corsi dell'EMBA è stato di fondamentale importanza nel cambio di ruolo in azienda. Seguendo infatti il modulo di Corporate social responsability, a novembre, ho acquisito gli strumenti che, insieme al mio passato nella ricerca, hanno contribuito a far si che l’ex capo dell’Innovazione e della Sostenibilità di Leonardo, l'attuale ministro Cingolani, mi volesse nel suo team. Sicuramente una parte di questo successo è da attribuire alle conoscenze che il l’intero percorso EMBA mi ha fornito. In tutte le materie c'è una parte formale e una di rappresentanza manageriale e aziendale, incontri che ampliano il bagaglio di conoscenze e la tua visione sulla specifica materia in maniera estremamente utile. Il tuo consiglio a chi vuole intraprendere questo percorso. Bisogna affrontare questo percorso con passione, positività, voglia di cambiare: questo approccio ti fa vivere il percorso in maniera positiva. Si riceve un'apertura, una boccata d'aria fresca, che può cambiarti la vita. Incide in maniera positiva, ti dà tanto scambio con le persone e questo ti arricchisce in maniera irreversibile. Riccardo Angelini è stato inserito da Fortune Italia nella selezione dei 40 Manager under 40 per il 2021. 15/7/2021

07 Luglio 2021

Data Protection Officer, i rischi e le sfide a tre anni del GDPR

Quali sono le sfide che il Responsabile per la Protezione dei Dati si troverà ad affrontare? Come prepararsi a ricoprire questo ruolo? Un webinar e un Flex Executive Programme targato Luiss Business School cercano di tracciare la rotta Dati sanitari, blockchain, lotta ai cambiamenti climatici: sono queste alcune delle sfide che il Data Protection Officer si trova oggi ad affrontare. Ma il punto focale del suo percorso evolutivo sta in una parola: accountability, cioè la responsabilizzazione del titolare del trattamento dei dati personali da parte di aziende e pubblica amministrazione. In questi giorni il Garante della Privacy ha approvato e aggiornato nuove FAQ dedicate alla figura proprio per mettere al centro il necessario cambio di filosofia. Il Dpo è un controllore: l'occhio dell'Autority sui titolari del trattamento di dati personali. Chi è e cosa fa il Data Protection Officer Il Data Protection Officer (di seguito DPO) è una figura introdotta dal Regolamento generale sulla protezione dei dati 2016/679, noto anche come GDPR, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale europea L. 119 il 4 maggio 2016. Figura storicamente già presente in alcune legislazioni europee, è un professionista che deve avere un ruolo aziendale (sia esso soggetto interno o esterno) con competenze giuridiche, informatiche, di risk management e di analisi dei processi. La sua responsabilità principale è quella di osservare, valutare e organizzare la gestione del trattamento di dati personali (e dunque la loro protezione) all’interno di un’azienda (sia essa pubblica che privata), affinché questi siano trattati nel rispetto delle normative privacy europee e nazionali. Formazione, chiave dell'accountability Secondo un’analisi condotta da Agenda Digitale, dall'istituzione della figura del Data Protection Officer l'Italia non ha schierato persone preparate. La funzione è stata affidata a professionisti improvvisati, poco consci del ruolo importante che vanno a ricoprire. «Siamo in un periodo storico fortemente associato all'importanza dei dati, che riflette sugli spostamenti dei cittadini e su tutto l'ambito sanitario e personale legato al Covid. È un trend che sta prendendo piede con particolare focus sulle multinazionali: la privacy è sempre più importante – spiega Enzo Peruffo, Associate Dean for Education Luiss Business School – Il corso avanzato in “Gestione del Rischio Privacy: soluzioni tecniche ed operative di controllo e monitoraggio” del Flex Executive Programme in Governance della Privacy rappresenta la costante evoluzione della nostra offerta formativa». Il percorso formativo Luiss Business School è disegnato per favorire l’acquisizione di metodi e strumenti per operare con successo nella gestione del principio di accountability e del concetto di Privacy by design, attraverso la metodologia Flex che prevede il 90% delle lezioni in distance learning. Quanto conta l'indipendenza del Dpo «Il Gdpr è condensabile in una parola: accountability – sottolinea Ginevra Cerrina Feroni, Vice Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali. – Ma cosa significa nel concreto? Questa parola è un mastodontico cambio di filosofia perché la responsabilizzazione circa il trattamento dei dati si sposta sul titolare: il Dpo assiste chi assume le decisioni in tutte le fasi cruciali della progettazione e verifica gli eventuali rischi del trattamento, seguendo i principi del Gdpr». Vent'anni dopo la prima normativa sulla privacy, il legislatore europeo è tornato a trattare la materia dei dati personali in un contesto socio economico completamente diverso. Il digitale è esploso, il contesto socio-economico è cambiato. Oggi dietro qualunque operazione effettuata in rete c'è una rete complessa di trattamenti. Occorreva inquadrare il fenomeno da un punto di vista nuovo. Dato che è il titolare a scegliere le finalità del trattamento e le modalità del trattamento, è lui che deve valutare il rischio al quale il suo trattamento espone gli interessati, sin dalla progettazione by desing. Il titolare deve avere in mente sin da quando inizia a pensare di trattare i dati le misure da adottare in modo da dare attuazioni al Gdpr e non produrre pagine di giustificazioni ex post. Il Dpo deve verificare solo la correttezza dei metodi e delle operazioni. «I Dpo sono l'avamposto dell'autorità nel variegato tessuto economico e istituzionale del Paese. Dall'entrata in vigore del Gdpr, non può esistere un garante aggiornato e avveduto senza questa rete di Dpo che operano nella specificità dei diversi trattamenti. Noi, come Garante, vediamo con gli occhi dei Dpo». La formazione torna ad essere un argomento centrale perché, oltre a rivolgersi a professionisti competenti, «il Dpo deve formare il titolare perché sia accountable – spiega Francesco Giorgianni, Global Data Protection Officer, Enel Group – Il titolare fa business, persegue l’interesse aziendale, e il Dpo lo aiuta a far sì che il primo obiettivo coincida con il rispetto dei diritti delle persone di cui svolge il trattamento dei dati personali». 7/7/2021

06 Maggio 2020

Quale finanza senza etica? Il caso Diavoli

Con Guido Maria Brera, autore del best seller da cui è tratta la serie, Alessandro Borghi, protagonista, Luca Bernabei, amministratore delegato di Lux Vide, e Maximo Ibarra, CEO di Sky Italia, un dibattito per discutere i temi al centro della serie tv "Diavoli", prodotta da Sky e Lux Vide. RIVEDI IL WEBINAR Saranno i “Diavoli” della serie televisiva del momento, tratta dal best seller di Guido Maria Brera e prodotta da Sky e Lux Vide, i protagonisti del webinar organizzato dalla Luiss Business School venerdì prossimo 8 maggio alle 18:00. “Quale finanza senza etica? Il caso Diavoli” è infatti il titolo del dibattito online a cui parteciperanno lo stesso Brera, il protagonista Alessandro Borghi, Luca Bernabei, amministratore delegato di Lux Vide, e Maximo Ibarra, CEO di Sky Italia.  Durante l’incontro, accessibile dall’indirizzo luiss.business/diavoli  e introdotto dai saluti del Direttore Generale Luiss Giovanni Lo Storto, i protagonisti affronteranno quindi i temi al centro della serie e, in particolare, quanto la finanza sia diventata una parte importante della globalizzazione, e quali possano esserne i risvolti in assenza di una guida “etica”. Il webinar sarà moderato dal Direttore Luiss Business School Paolo Boccardelli. Continua quindi il ciclo Webinar Series targato Luiss Business School, una serie di incontri online volti ad approfondire le trasformazioni di economia, finanza e lavoro insieme ai protagonisti del mondo delle imprese e delle istituzioni. Un’iniziativa interamente digitale che nasce per favorire il confronto sulle nuove sfide e le competenze necessarie per ripensare i modelli di crescita e di sviluppo. RIVEDI IL WEBINAR 06/05/2020 

09 Aprile 2020

Luiss Business School Webinar Series con Marco Sesana, CEO Generali Italia

Un nuovo valore della relazione tra l’impresa e il proprio ecosistema: insieme a Marco Sesana, discuteremo come l’impresa oggi può guidare le trasformazioni riprogettando il suo agire insieme ai propri stakeholder – clienti, dipendenti, agenti, fornitori, istituzioni e comunità – valorizzando le reciproche competenze per soluzioni condivise concrete e immediate. RIVEDI IL WEBINAR   Il 16 aprile 2020 alle 18.30 si terrà un nuovo appuntamento della serie di webinar targata Luiss Business School con Marco Sesana, CEO di Generali Italia. Un momento di confronto virtuale in cui volgere lo sguardo al nuovo valore della relazione tra l’impresa e il proprio ecosistema. Insieme a Marco Sesana, discuteremo come l’impresa oggi può guidare le trasformazioni riprogettando il suo agire insieme ai propri stakeholder – clienti, dipendenti, agenti, fornitori, istituzioni e comunità – valorizzando le reciproche competenze per soluzioni condivise concrete e immediate. Durante il Q&A che seguirà il Virtual Panel, partecipanti e relatori potranno interagire attivamente sulle tematiche discusse e sulle possibilità di sviluppare competenze manageriali utili per gestire i momenti di trasformazione attraverso l’Executive Programme in Sviluppo Manageriale e Performance Management e Sistemi di Controllo, l’innovativo Flex Executive Programme, 90% in distance learning. Per partecipare al Webinar è necessaria la registrazione. REGISTRATI  RIVEDI IL WEBINAR

02 Aprile 2020

Luiss Business School Webinar Series con Maximo Ibarra, CEO Sky Italia

Come il digitale ha rivoluzionato le strategie di marketing e il rapporto con i clienti: abbracciare la logica digitale impone alle aziende di ripensare i propri processi e metodi di lavoro, in una prospettiva in cui il volano della trasformazione è rappresentato dall’evoluzione del rapporto con i propri clienti. Di quali strategie e strumenti dovranno dotarsi aziende e professionisti?  RIVEDI IL WEBINAR   L’8 aprile 2020 alle 18.30 con Maximo Ibarra, CEO Sky Italia, si terrà un nuovo appuntamento della serie di webinar targata Luiss Business School. Un momento di dibattito virtuale in cui poter approfondire la rivoluzione dei modelli di comunicazione determinata dalle nuove tecnologie. Insieme a Maximo Ibarra discuteremo di quali strategie e strumenti dovranno dotarsi aziende e professionisti per rispondere velocemente al cambiamento in atto. Abbracciare la logica digitale impone alle aziende di ripensare i propri processi e metodi di lavoro, in una prospettiva in cui il volano della trasformazione è rappresentato dall’evoluzione del rapporto con i propri clienti. Il Q&A che seguirà il Virtual Panel sarà anche l’occasione in cui partecipanti e relatori potranno interagire attivamente sulle tematiche discusse e sulle possibilità di sviluppare competenze attuali grazie agli Executive Programme in Marketing & Sales, anche nella loro innovativa formula Flex. Attraverso una modalità di erogazione digitale che prevede il 90% delle lezioni in distance learning e attività di networking in presenza, i Flex Executive Programme rappresentano un’opportunità formativa di eccellenza e allo stesso tempo flessibile e adattabile sia alle esigenze personali che agli impegni professionali. Per partecipare al Webinar è necessaria la registrazione. REGISTRATI 02/04/2020

05 Novembre 2021

Condivisione degli investimenti e formazione per cablare l'Italia entro il 2026

Esperti e manager dicono la loro sulla necessità di reperire oltre 10mila persone per realizzare le infrastrutture Davanti alla deadline ravvicinata del 2026, c'è la necessità di reperire le competenze necessarie per costruire le reti di tlc, pensando anche a come impiegarle, in maniera diversa, una volta cablata l'Italia. Esperti, manager e imprenditori condividono la necessità di dare una risposta di sistema al bisogno di reperire oltre 10mila figure specializzate per stendere la fibra e realizzare le reti 5G. «Una problematica – spiega Stefano da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la Competitività - è quella di trovare persone con le competenze adatte alle sfide che si stanno affrontando, un numero di figure tecniche che deve aumentare nel giro di pochissimo. Inoltre, bisogna prepararsi, una volta formate le persone e fatti gli investimenti, alla fase di rallentamento che tra qualche anno, post Pnrr, si prevede, cominciando sin da ora a immaginare come utilizzare le competenze che potrebbero tornare utili anche nella fase successiva». Da Empoli (I-Com): puntare sulla condivisione delle opere Per risolvere la prima questione, da Empoli suggerisce di puntare sugli accordi tra gli attori del sistema, sulla condivisione delle opere, in modo tale da ridurre la domanda di figure specializzate. Per il secondo tema propone di «incentivare i percorsi di reskilling e upskilling all'interno delle aziende» e immaginare un potenziale assorbimento di una parte delle competenze che risultasse in eccesso in settori affini come quello della transizione ecologica. «Le aziende, in ogni caso, vanno aiutate, perché viene loro richiesto uno sforzo ingente con deadline ravvicinata». Per Opilio (Fondo Cebf) occorre un modello simile a quello adottato per l'energia La soluzione secondo Roberto Opilio, ex capo della rete di Tim e oggi director Italia e Sud Europa del Fondo Cebf, passa anche dall'evitare «la duplicazione degli investimenti da parte di Tim e Open Fiber, ragionando quindi sui co-investimenti. Duplicare gli investimenti, infatti, penalizza il piano di capacità produttiva, e bisogna anche tener conto che Open Fiber sulle aree bianche è già in ritardo. Il Governo potrebbe dunque adoperarsi invitando i due maggiori competitor a scegliere un modello di suddivisione degli investimenti, come nel campo dell'energia. D'altronde alle aziende di rete non va bene un picco di investimenti che finisce nel 2026 perché temono di dover formare migliaia di persone che poi, a fine piano, si ritroveranno sul groppone». Caroppo (Solutions 30): «Basta alle gare al massimo ribasso» Solutions 30, una delle aziende di rete presente in Italia con circa 700 dipendenti, è pronta, qualora ci fossero le condizioni, a fare investimenti. Secondo Antonio Caroppo, una carriera in Sirti e in altre aziende del settore, oggi presidente di Solutions 30 Italia, per mantenere in piedi il comparto occorre innanzitutto dire «basta alle gare al massimo ribasso. Solutions 30 ha in programma di investire molto in Italia, ma ci devono essere le condizioni. Al momento abbiamo assunto 300 dipendenti in sette mesi, ne avevamo 400, e siamo arrivati dunque a 700 dipendenti. Solo relativamente al contratto da 200 milioni firmato con Telecom per cablare Piemonte e Valle d'Aosta in associazione con un gruppo spagnolo, abbiamo bisogno di 300 persone e non sappiamo dove trovarle». Un altro problema grosso è la difficoltà a reperire personale che dal Sud si trasferisca al Nord dove c'è il deficit più forte. «Si fa fatica – spiega il manager - per due ragioni: le attività sono partite in tutta Italia, anche in campo elettrico con società come Enel, Terna, e la gente, dunque, avendo il lavoro a casa non ha necessità di spostarsi. Un altro deterrente è il reddito di cittadinanza che, pure necessario, scoraggia le persone a trasferirsi». Se a tutto ciò si aggiunge la difficoltà di trovare giovani italiani da impiegare nella costruzione delle reti, per Caroppo «va valutata l'ipotesi di ricorrere ai migranti e di lavorare in stretta connessione con università e istituti tecnici per formare i giovani». In conclusione, considerata la difficoltà a reperire i materiali sempre più costosi a causa dell'aumento del costo delle materie prime, «occorre aprire un tavolo con i ministeri coinvolti e gli esperti delle aziende di rete al fine di trovare una soluzione complessiva. Se non si fa tutto questo, non si riuscirà a centrare l'obiettivo del 2026 fissato da Colao per la realizzazione dell'infrastrutturazione in fibra». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 5/11/2021

22 Ottobre 2021

Asstel: per rilanciare le telco «puntare su servizi digitali e nuovi mercati»

L'intervista al presidente dell'associazione, Massimo Sarmi Puntare su nuova progettualità e produzione di servizi digitali per rilanciare la crescita del settore telco; più semplificazione, in vista dei nuovi bandi, per velocizzare la costruzione delle reti ad alta capacità; e l'auspicio di un aiuto esterno, pubblico, per il fondo bilaterale del settore finalizzato a formazione e riqualificazione. Sono i messaggi chiave dell'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) di Massimo Sarmi, presidente di Asstel, associazione della filiera delle telco, al fine di realizzare il cambio di passo di un comparto che dà lavoro a circa 130mila dipendenti, ma che sta soffrendo il calo dei ricavi. Secondo gli ultimi dati del rapporto Mediobanca, nei primi sei mesi del 2021, il fatturato dei gruppi italiani di tlc è sceso di 320 milioni rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In vista del Forum nazionale delle telecomunicazioni organizzato per il 28 ottobre, Sarmi rimarca inoltre che, di fronte alla necessità di nuove competenze e investimenti «è necessario pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore». Il settore delle tlc sta affrontando una serie di investimenti legati alla digitalizzazione, tra ricavi in sofferenza e competizione crescente. Come rilanciare la crescita? Che ruolo può giocare il Pnrr? La pandemia ha rafforzato il bisogno di connettività, quale fattore essenziale e strategico per il Paese. Un uso maggiore della rete non ha però coinciso nel 2020 con un aumento di ricavi per l'industria delle telecomunicazioni, che risentendo degli effetti connessi a una forte competitività tra i numerosi attori coinvolti, ha registrato, nel tempo, una progressiva flessione dei ricavi. Nonostante ciò, gli investimenti infrastrutturali realizzati dalla filiera, restano significativi. Un impegno in linea con la sfida che il nostro Paese ha accolto con il Pnrr e che passa dalla realizzazione di infrastrutture, dagli investimenti a sostegno dell'innovazione e da un rapido sviluppo di nuove generazioni di servizi concreti a supporto di imprese e cittadini. Per far sì che il processo di digitalizzazione rappresenti un'occasione di crescita per un'Italia che vuole tornare a essere leader in Europa e nel mondo, bisogna intervenire su fattori prioritari, capaci di far evolvere l'intera struttura sociale del presente e, soprattutto, del futuro. E in questa direzione è necessario riattivare il circuito virtuoso tra competenze, innovazione, investimenti, servizi, generazione e ridistribuzione della ricchezza. L'obiettivo è di puntare su una progettualità nuova e sulla produzione di servizi digitali per rendere più efficaci ed efficienti i processi interni, ma anche aprire a nuovi business e a nuovi mercati. La formazione delle persone al digitale è uno degli elementi più importanti per stare al passo con le richieste del mercato. A che punto è il lavoro delle aziende? Nel 2020 la filiera delle telco ha coinvolto in attività formative il 100% delle dei suoi lavoratori, per una media di 5-6 giornate che nel 2021 sono salite a circa 9, puntando a un aumento progressivo anche nei prossimi 4-5 anni. Si tratta di interventi formativi a beneficio di oltre 100.000 dipendenti con una spesa di circa 100 milioni di euro fino al 2025, per un investimento complessivo legato al ricambio generazionale e per le attività di formazione superiore a un miliardo di euro. È necessario, quindi, pensare alla formazione, continua e certificata, come un diritto-dovere per i lavoratori nell'ottica di favorire una ancora più spiccata capacità di innovazione e la creazione di valore. La scuola e l'istruzione universitaria sono indiscusse protagoniste, ma il futuro richiede un processo di aggiornamento dei modelli educativi - con particolare attenzione agli istituti tecnici ed agli istituti tecnici superiori, nonché ai corsi di laurea universitari, triennali e magistrali, delle facoltà scientifiche (Stem) e dei politecnici - che rispondano velocemente ai mutamenti, determinati dalla trasformazione digitale, del contesto economico e sociale del Paese. Per questo sarebbe importante sviluppare e impartire programmi didattici su vasta scala di "Innovazione Digitale" sin dalla scuola primaria per avere cittadini pienamente e consapevolmente digitali. Il settore è in evoluzione e così le professionalità richieste; servono dipendenti specializzati, come i giuntisti, per la stesura delle reti. Come risolvere questa situazione? Bisogna sostenere l'innesto di giovani all'interno delle nostre imprese, sia laureati in ambito Stem, sia di periti e figure tecniche come appunto i giuntisti. In Italia il numero di laureati rimane tra i più bassi in Europa, con un evidente mismatch tra domanda e offerta. Molto importanti, dunque, gli investimenti previsti dal Pnrr volti a rafforzare l'istruzione professionale. Una risposta concreta è fornita da Asstel insieme con le organizzazioni sindacali, nell'accordo di rinnovo del contratto collettivo nazionale delle Tlc, con la previsione del fondo di Solidarietà bilaterale per la filiera delle telecomunicazioni che, nell'ambito di uno schema di co-finanziamento imprese-lavoratori, potrà contribuire al riequilibrio della filiera offrendo anche agli interventi contingenti una prospettiva non più emergenziale, ma di risoluzione strutturale dei processi di trasformazione e transizione verso lo sviluppo tecnologico a beneficio di imprese e lavoratori. Il nostro auspicio è di un supporto economico esterno, aggiuntivo al finanziamento da parte di imprese e lavoratori, che ne acceleri, soprattutto in fase di avvio, la piena operatività. A breve si entrerà nel vivo delle gare per la realizzazione della banda ultra-larga nelle aree grigie e per il 5G. Quali suggerimenti può dare Asstel al Governo per quanto riguarda la preparazione dei bandi, visti i ritardi nell'infrastrutturazione soprattutto nelle aree bianche? Per rispondere alla sfida dell'innovazione è necessario assicurare la disponibilità di reti Vhcn (very high capacity network, ovvero ad alta capacità, ndr), come Ftth, Fwa e 5G nei tempi previsti per la realizzazione dei progetti di trasformazione digitale contemplati dal Pnrr stesso. Il nostro suggerimento alle istituzioni è di proseguire nel dialogo intrapreso per portare a compimento la missione di digitalizzare il Paese attraverso, in particolare, lo sviluppo di un'infrastruttura ultrabroadband ad altissima velocità fissa e mobile nel minor tempo possibile e di favorire il processo di semplificazione del sistema di norme che regola il settore, in passato abbiamo assistito a interventi di semplificazione normativa rimasti disattesi. È importante che le ultime norme di semplificazione vengano recepite concretamente sul territorio, per velocizzare l'apertura dei cantieri e consentire una realizzazione rapida delle infrastrutture SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

Consorzio Italia Cloud: «Interessati alla Nuvola di Stato, con noi anche Insiel»

L'intervista a Marco Bruni, ad di Sourcesense e amministratore di Consorzio Italia Cloud Il Consorzio Italia Cloud è ancora nella partita della Nuvola di Stato. E, nonostante non abbia presentato la proposta entro la scadenza del 30 settembre, ha continuato e continuerà a dialogare con il ministero dell'Innovazione guidato da Vittorio Colao nell'ottica di presentare una proposta. Inoltre, come racconta Marco Bruni, presidente e amministratore delegato di Sourcesense, nonché consigliere di amministrazione del consorzio, a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), nella compagine è appena entrata la prima società in-house, Insiel, che progetta, realizza e gestisce servizi informatici per conto della Regione Friuli-Venezia-Giulia in collaborazione e sinergia con il territorio. Altri ingressi sono previsti nella compagine di cui fanno già parte oltre a Sourcesense, Seeweb, Infordata, Babylon Cloud, Eht e NetaliaIl.  «Giochi ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione» Dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla procedura che sarà seguita e sulla possibilità di partecipare ancora, il consorzio, che non aveva presentato una proposta entro la scadenza poiché non aveva ancora chiare le caratteristiche della gara, ha deciso di andare avanti. Entro il 30 settembre sono state, ivnece, presentate due proposte, quella di Almaviva- Aruba e quella di Tim, Sogei, Leonardo e Cdp. «In realtà – spiega Bruni – i giochi sono ancora aperti, daremo il nostro contributo alla discussione in corso sul modello da adottare. E riteniamo molto importante l'adesione al consorzio della società in house, così come le adesioni che auspichiamo seguiranno nell'ottica di una proposta alternativa e praticabile». D'altronde, prosegue Bruni, «è emerso uno scenario più aperto di quanto apparisse inizialmente quando sembrava si sarebbe scelta una proposta e il proponente si sarebbe trovato in pole position. In realtà non è così». «Occorre prendere in considerazione le infrastrutture già esistenti» Secondo il consorzio, il modello da utilizzare non dovrebbe basarsi sulla creazione di un'infrastruttura ex novo, ma sulla federazione delle infrastrutture e dei servizi già esistenti. «Non bisogna considerare l'opportunità della gara come la realizzazione soltanto di una nuova infrastruttura con certe caratteristiche, ma bisogna prendere in considerazione le infrastrutture certificate che ci sono già. Secondo noi, cioè, dovrebbe essere posto l'accento sulla federazione di servizi già esistenti, facendo molta attenzione al valore effettivo dei dati che il cloud andrà a gestire. Si tratta, infatti, dei nostri dati, dati importanti che hanno anche un valore economico rilevante e dobbiamo proteggerli, evitando di farli andare in mano agli hyperscaler americani che hanno già tanti nostri dati, e che acquisterebbero così anche quelli sensibili». Da una parte, dunque, bisogna prestare molta attenzione «alla fase di categorizzazione dei dati», dall'altra occorre «considerare che ci sono già tante, forse troppe, infrastrutture cloud; bisogna, invece, sfruttare bene quello che c'è e ha già i giusti livelli di sicurezza». «Importante che la giurisdizione dei gestori del cloud sia quella italiana» L'interrogativo, infine, riguarda il fatto se «valga la pena di mettersi nella condizione di affidare i nostri dati a soggetti che giuridicamente non rispondono al nostro Stato; è importante, cioè, che la giurisdizione a cui sono sottoposti i gestori del cloud sia quella italiana, non estera. Oggi ci sono già leggi estere che consentono di acquisire i dati, come il Cloud Act americano, e ce ne potrebbero essere altre. Inoltre, quando parliamo di hyperscaler pensiamo ai big americani, ma sono da considerare anche i cinesi. In conclusione, qualunque Stato sovrano può cambiare le proprie leggi e imporre ai soggetti che sono nelle loro legislazioni di adempiere a certe richieste: è il rischio più grande, da evitare, che si corre con il cloud». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

«La regolazione può favorire gli investimenti delle tlc, per Ott servono nuove norme»

A fare il punto è Elisa Giomi, commissaria Agcom. Intanto la prima grande mappatura dell'ecosistema digitale slitta al 2022 Per il settore delle telco, i cui ricavi sono in calo, la regolazione può «porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber». E mentre la conclusione della prima indagine per mappare l’intero ecosistema digitale è slittata al 2022, nei confronti degli Over the top «l’adozione di nuove norme ci dovrebbe consentire di intervenire» in situazioni che «per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi». A fare il punto su alcuni dei grandi temi trattati oggi dall’Agcom, è la commissaria Elisa Giomi, nei mesi scorsi, tra l’altro, nominata rappresentante del ‘Chapter’ italianio dell’Iic, associazione internazionale che riunisce regolatori, istituzioni e operatori. Da questo punto di osservazione la commissaria vede «grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online», come spiega nell’intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School). Commissaria Giomi, come sta cambiando l’uso della comunicazione a livello italiano ed europeo? Quanto ha inciso e sta incidendo la pandemia e quali i rischi maggiori? Mi sembrano molto interessanti i dati presentati questa settimana dal Censis nel rapporto “La digital life degli italiani”, che raccontano di un Paese in cui il 71,7% degli utenti svolge ovunque le proprie attività digitali, arrivando al 93% quando parliamo di giovani. A livello mondiale, l’Italia risulta al 10° posto per digital divide e al 5° posto in Europa (fonte: The Inclusive Internet Index). Per le reti o nell’uso della comunicazione non vedo rischi significativi causati dalla pandemia. Piuttosto vedo grandi opportunità derivanti dallo sfruttamento di esternalità positive, che potrebbero originarsi dalla capacità delle reti di nuova generazione di dare ai cittadini, ai lavoratori e agli utenti finali nuovi e migliori servizi online. A inizio anno l’Autorità ha avviato una ricognizione sistematica delle criticità che emergono dall’evoluzione continua dei servizi erogati dalle piattaforme online, indagine di cui lei è relatrice. A che punto siamo? La disciplina che applichiamo oggi ha come presupposto una direttiva del 2000, decisamente datata, e ci sono state solo delle misure episodiche. Dunque, abbiamo avviato un’indagine conoscitiva con una formula innovativa che mapperà l’ecosistema digitale in tutte le sue componenti. La sfida è di individuare tutte -le principali problematiche e benefici che le piattaforme possono generare alla collettività per fornire un quadro utile all’adozione di eventuali correttivi normativi mirati e proporzionati. Abbiamo concluso la fase di individuazione dei servizi infrastrutturali e stiamo per concludere quella di individuazione delle misure legislative vigenti. La conclusione dell’indagine inizialmente prevista per la fine del 2021 subirà uno slittamento al 2022. L’Autorità ha gli strumenti necessari per gestire le sfide regolatorie alla luce del nuovo assetto dell’ecosistema digitale che si sta delineando e del sempre più importante ruolo degli Over The Top come Google, Facebook o Amazon? Disponiamo di una pluralità di competenze difficilmente replicabili, ma il punto è piuttosto garantire che queste competenze siano aggiornate. Non si può negare che se le norme non sono adeguate, una risposta incisiva è difficile da mettere in campo. Dunque, se per alcuni aspetti mi sento di dire che siamo già pronti, per altri ritengo necessario attendere innanzitutto il recepimento delle direttive europee in discussione in Parlamento. L’adozione di nuove norme ci dovrebbe poi consentire di intervenire nei confronti dei soggetti Over The Top che per definizione sfuggono ai classici paradigmi normativi, anche in termini di competenza territoriale delle autorità nazionali. Il settore delle telco mostra ricavi complessivi ancora in calo, come mostra l’ultima indagine di Mediobanca e, al contempo, le società sono chiamate a ingenti investimenti per l’infrastrutturazione. Di fronte a questa situazione che ruolo può giocare la regolazione? Non sono convinta che una riduzione dei ricavi sia necessariamente un segno di sofferenza del settore e neanche che la concorrenza sui prezzi tra imprese possa avere effetti così negativi come paventato. In questo senso, i fattori che concorrono a determinare la riduzione dei ricavi possono essere positivi. Si pensi alla riduzione dei ricavi che segue a una diminuzione regolata dei costi degli input di produzione, oppure alla riduzione dei prezzi per effetto delle dinamiche concorrenziali, con evidenti benefici per i consumatori. Osservo comunque, a dimostrazione dell’alto livello di concorrenza presente nel nostro Paese e dei suoi effetti sul mercato, che da una lettura attenta dei dati, la riduzione dei ricavi non ha riguardato i nuovi operatori entranti e neanche quelli che più hanno investito. La regolazione non può e non deve certo avere un ruolo di riequilibrio dei ricavi degli operatori ma può invece porre condizioni pro-competitive per favorire gli investimenti di tutti come, per esempio, nel caso dell’intervento dell’Autorità per lo sviluppo delle reti ad altissima capacità in fibra ottica di Tim e Open Fiber. Durante la pandemia l’Agcom ha monitorato la tenuta delle reti di telecomunicazioni con l’obiettivo di assicurare la massima copertura possibile nel Paese. Il digital divide non è però ancora stato eliminato, che cosa può fare ora l'Autorità? È chiaro che quando si affrontano cambi tecnologici così radicali, come il passaggio dalle reti in rame alle reti in fibra ottica e dalle varie tecnologie di rete mobile alla rete 5G, si possono creare nuove forme di digital divide, ma dato lo scenario attuale e quello prospettico, si può ragionevolmente ipotizzare che le future generazioni, rispetto a quelle passate, soffriranno meno le problematiche legate all’esclusione sociale derivanti dalla carenza di connettività. Come società credo che non siamo riusciti a interiorizzare i nuovi modelli di vita e di lavoro che abbiamo dovuto faticosamente improvvisare con il lockdown. Lo smart working, ad esempio, si è rivelato misura funzionale alle esigenze delle imprese e confido che sarebbe capace, opportunamente regolato, di migliorare la vita individuale e collettiva, facilitando il work-life balance, contribuendo a riequilibrare le disuguaglianze di genere nella divisione del lavoro domestico e di cura, riducendo il traffico e quindi l’inquinamento. Altrettanto vale per la didattica a distanza, che dopo l’investimento economico di famiglie e scuole nella dotazione tecnologica e dopo l’impegno di docenti, studenti e genitori nell’apprenderne il funzionamento, adesso dovrebbe essere misura attivabile all’occorrenza per aiutare chi per varie ragioni, si trovi impossibilitato ad andare a scuola, in università o a fare lezione. Certo, queste sono scelte politiche che trascendono Agcom ma che ci vedrebbero pronti a dare il nostro contributo, e che già ci trovano impegnati in prima linea attraverso i Co.re.com., nostre emanazioni territoriali attivissime nella alfabetizzazione mediale e nella sensibilizzazione di scuole e famiglie.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

22 Ottobre 2021

Reevo punta su gare cloud, a fianco di Almaviva e Tim per bando Consip da 585milioni

L'azienda, quotata all'Aim, interessata anche ad affiancare le aziende che si aggiudicheranno il progetto di Polo strategico nazionale Non c’è solo il polo nazionale strategico nella partita italiana del Cloud a cui sono interessate tutte le aziende del comparto. Reevo, provider quotato al circuito Aim di Borsa Italiana, punta, più che sulla costruzione delle infrastrutture e dei data center, sulle gare per i servizi cloud e cybersecurity e partecipa, secondo quanto risulta a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School), in cordata con Almaviva, Tim, Kpmg e Net Group alla gara Consip da 585milioni per i servizi di sicurezza da remoto, di compliance e controllo per le pubbliche amministrazioni. Una gara divisa in due lotti, da 468 e 117 milioni. Interessati al progetto di polo strategico e a essere a fianco delle aziende aggiudicatarie «Reevo – spiegano Antonio e Salvatore Giannetto, rispettivamente amministratore delegato e presidente della società – ha intenzione di posizionarsi come cloud e cybersecurity provider per la protezione dei dati delle aziende italiane e delle pubbliche amministrazioni. Offriamo sia sistemi cloud sia servizi di cybersecurity messi a disposizioni delle infrastrutture della Pa che non sono in grado di proteggerle». Ciò non toglie che Reevo è, seppur indirettamente, interessata al progetto di polo strategico nazionale per il quale, peraltro, partecipano in due cordate diverse sia Tim sia Almaviva, entrambe aziende con le quali si è presentata per la gara della Consip. «Il nostro primo obiettivo è partecipare attivamente al polo strategico nazionale, tramite l’erogazione di servizi cloud e cybersecurity, al fianco delle aziende che si aggiudicheranno la gara per portare loro valore per la costruzione delle infrastrutture e dei data center nazionali». Estrema attenzione a cybersecurity, c'è molto da fare per proteggere dati della PA  Tornando alle gare, spiegano Antonio e Salvatore Giannetto, quella Consip «è la più grossa a cui stiamo partecipando, pensiamo che la strategia nazionale sia quella di creare accordi quadro, ci aspettiamo sempre meno gare piccole, e sempre grandi più accordi quadro gestiti dalla Consip». La gara da 585 milioni, peraltro, ha rilevanza poiché negli ultimi mesi, anche alla luce dei numerosi attacchi hacker registrati dalla pa, «c’è estrema attenzione sulla cybersecurity, e dal punto di vista tecnologico c’è molto da fare – concludono - per proteggere i dati della pubblica amministrazione».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 22/10/2021

08 Ottobre 2021

Per l'86% degli enti il Pnrr è opportunità, ma per il 41% uffici non pronti

I risultati dell'indagine svolta da The Innovation Group e Gruppo Maggioli su 224 tra comuni, regioni, province, scuole Il Pnrr è un'occasione per riformare la Pa, ma   servono interventi ad hoc, visto che la pubblica amministrazione, per quasi la metà degli enti pubblici, è poco o per niente pronta a recepire le novità. Le opportunità e le criticità del Piano nazionale di ripresa e resilienza, visto con gli occhi degli enti pubblici emergono, dall'indagine curata da The Innovation Group e Gruppo Maggioli sul "Pnrr e l'innovazione digitale nella Pa" che sarà pubblicata il 18 ottobre in occasione del prossimo evento "Digital Italy Summit 2021" e che DigitEconomy. 24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) può anticipare. In particolare l'86% degli enti pubblici (comuni, province, regioni e scuole) promuove il piano nazionale di ripresa e resilienza e lo giudica un'occasione importante per promuovere nella Pa le riforme strutturali da tempo auspicate. Tuttavia, serviranno degli interventi specifici per favorire l'adozione del piano, visto che per il 41% degli intervistati la Pa è "poco/per niente" pronta a recepire il Pnrr. All'indagine hanno partecipato 224 enti, tra comuni, province, regioni e scuole, di tutte le dimensioni. Tra i benefici del Pnrr la semplificazione dei processi Tra i benefici delle misure del Pnrr percepiti nel settore pubblico, gli intervistati individuano la possibilità di semplificare e sburocratizzare i processi (50% delle risposte); maggiori fondi a disposizione per l'innovazione digitale (45%) e promozione del ricambio generazionale (40%). Parlando di trasformazione digitale, lo stato dell'arte dell'agenda digitale, ossia dell'attuazione di obiettivi pregressi di digitalizzazione, è considerato sufficiente dagli enti intervistati. Il 44% dei partecipanti al sondaggio è "abbastanza" soddisfatto del progresso tecnologico raggiunto dalla propria organizzazione nell'ultimo anno, contro il 23% che è "molto/moltissimo" soddisfatto e il 32% "poco/per niente". Per il 51% le misure del Pnrr accelereranno "abbastanza" la trasformazione digitale della Pa, mentre per il 31% il cambiamento sarà più intenso. Per superare le criticità per il 53% degli intervistati serve una Pa digitalmente preparata Ma che cosa servirà per garantire una corretta attuazione del Pnrr e superare le criticità? Secondo il 53% dei rispondenti, sarà importante avere una Pa digitalmente preparata a programmare e a gestire progetti. Segue, come aspetto abilitante, il tema di un modello di governance che attribuisca precise responsabilità politiche e amministrative (51%) e la possibilità di dotarsi di una gestione integrata dei progetti e di un chiaro monitoraggio sull'andamento della spesa (entrambi aspetti indicati dal 47% del campione).Il piano dovrebbe inoltre essere migliorato, da più punti di vista, per portare risultati concreti e per evitare gli "errori del passato". I punti critici individuati nell'attuale approccio del Pnrr sono: governance, competenze e selezione del personale, resistenza al cambiamento, procurement, scarso sostegno alle logiche di partenariato pubblico-privato, mancanza di una più ampia riforma istituzionale e organizzativa, possibilità di incorrere in una dispersione di iniziative. Solo per il 19% degli enti la digitalizzazione raggiunta è sufficiente per recepire il Pnrr Anche per quanto riguarda il livello di digitalizzazione raggiunto, solo un 19% degli enti intervistati afferma che, allo stato attuale, è sufficiente per recepire bene i progetti previsti dal Pnrr: per il 49% l'adozione sarà rallentata da ostacoli che ancora permangono.«Un aspetto centrale del piano sarà il miglioramento del rapporto con i cittadini – ha dichiarato Roberto Masiero, presidente di The Innovation Group - soprattutto sul fronte della semplificazione dell'accesso ai servizi pubblici e di un migliore citizen journey. Alla trasformazione digitale, favorita fortemente dal piano, è oggi riconosciuto un ruolo centrale per ottenere benefici come l'ampliamento dei servizi digitali erogati; il lancio di servizi di cittadinanza digitale (app Io, pagoPa, Cie, Spid, la condivisione di informazioni tra Pa). Il problema sarà come adeguarsi alla nuova rapidità di attuazione delle misure imposta dal piano. Un ente su due afferma infatti di essere pronto ad accogliere i cambiamenti previsti sul fronte della trasformazione digitale, ma dichiara che si tratterà di un percorso di adozione lento». L'indagine svolta in collaborazione con The Innovation Group, «rappresenta una conferma rispetto alle necessità di riforma della Pa, percepita anche dagli enti. Sappiamo - afferma Paolo Maggioli, amministratore delegato del Gruppo Maggioli - che le perplessità e le difficoltà organizzative del settore pubblico possono rallentare un processo già avviato, ma integrando competenze pubblico-private, sia in termini operativi che consulenziali, si può davvero cogliere le opportunità che il Piano ci presenta, accelerando e concretizzando l'evoluzione. La trasformazione digitale è inevitabile, non dobbiamo temerla ma guidarla e favorirla grazie allo slancio che il Pnrr può apportare».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

08 Ottobre 2021

Amazon: «Aiuteremo le Pmi italiane a digitalizzarsi per competere nel mondo»

L'intervista alla Country Manager per l'Italia e la Spagna, Mariangela Marseglia. Con le autorità, dice, massima collaborazione sulle indagini aperte  Sei miliardi spesi dal 2020 in Italia, 12.500 posti di lavoro e 50 siti sparsi sulla penisola: ora Amazon continuerà a investire nell'occupazione ed è alla ricerca di 500 nuovi dipendenti entro l'anno, 50 in ambito tecnologico. Ingegneri, informatici, sviluppatori di software, sales e marketing account tra i profili richiesti. «Abbiamo – afferma la country manager per l'Italia e la Spagna di Amazon, Mariangela Marseglia, in un'intervista a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore-Radiocor e della Luiss Business School) diverse posizioni aperte in tutta Italia, dai ruoli entry level nella nostra rete logistica agli esperti di machine learning che rendono Alexa ogni giorno più intelligente». Amazon si definisce «un alleato» per l'esercito delle 18mila piccole e medie imprese italiane che vendono sul sito del gigante di commercio elettronico e preannuncia che il sostegno alle Pmi sarà centrale anche in futuro e in relazione al Pnrr italiano, con l'obiettivo di aiutare le imprese a digitalizzarsi e a competere con i cugini europei e mondiali. Riguardo alle indagini Antitrust in corso, Marseglia dichiara che il gruppo ha sempre offerto, e continuerà a farlo, «la massima collaborazione alle autorità italiane e internazionali». Dopo il recente accordo con i sindacati il colosso dell'e-commerce ritiene, infine, che «le relazioni improntate su queste basi possano favorire le strategie di investimento nel Paese». L'anno scorso avete lanciato il programma ‘Accelera con Amazon' per incrementare l'e-commerce delle Pmi. A che punto è, dal vostro punto di vista e dopo l'impatto della pandemia, la digitalizzazione delle imprese in Italia? Amazon svolge un importante ruolo a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano: siamo infatti un alleato per le oltre 18.000 piccole e medie imprese italiane che vendono sul nostro sito online. Specialmente negli ultimi due anni abbiamo visto come le Pmi abbiano aumentato la consapevolezza che l'omnicanalità e la tecnologia possano essere strumenti efficaci che consentono di raggiungere più clienti. E i risultati sono molto positivi: nel 2020, infatti, oltre 200 realtà Pmi italiane presenti sul nostro negozio online hanno superato 1 milione di euro di vendite su Amazon per la prima volta e i partner di vendita italiani hanno superato in totale 600 milioni di euro di fatturato all'estero.Tutto questo è stato possibile laddove le aziende hanno potuto giovare di una formazione adeguata e di servizi e strumenti accessibili ed efficaci. Per rafforzare il nostro supporto, lo scorso novembre abbiamo lanciato "Accelera con Amazon", il programma di formazione gratuito per accelerare la crescita e la digitalizzazione di oltre 10.000 piccole e medie imprese italiane. Le testimonianze positive delle aziende che hanno deciso di aderire a questo programma di formazione ci dimostrano che stiamo andando nella direzione giusta ed è per noi uno stimolo continuo a fare sempre di più. Colgo l'occasione per raccontarvi di alcune realtà che hanno preso parte ad Accelera con Amazon: Claudio Bettini Design è un partner di vendita della provincia di Bologna che si occupa di design del prodotto e comunicazione visiva da più di 25 anni; da due anni ha iniziato a vendere oggetti di design su Amazon per raggiungere un pubblico più ampio e, grazie ad Accelera con Amazon, ha potuto arricchire le sue competenze e conoscere tutte le potenzialità per lo sviluppo del suo business attraverso i canali di vendita digitali, con l'obiettivo di raggiungere anche i mercati internazionali. Cito, inoltre, il caso di una giovane coppia della Sardegna che ha deciso di lanciare la sua prima linea di prodotti cosmetici su Amazon: Papavero Biocosmesi. La loro esperienza con Accelera con Amazon è stata molto positiva e, attraverso i moduli formativi sul marketing digitale e l'omnicanalità, hanno potuto migliorare la propria offerta, grazie anche a un utilizzo sempre più efficace della Seo. Ad oggi la loro esperienza sul digitale è focalizzata sul territorio nazionale, con l'obiettivo entro la fine dell'anno di raggiungere anche i mercati internazionali. Di recente avete annunciato altre 500 assunzioni entro l'anno in Italia, quante di queste saranno in ambito tecnologico e quali sono le professionalità più richieste? Prevedete di proseguire col trend di assunzioni nel 2022? Oggi Amazon in Italia conta 12.500 dipendenti a tempo indeterminato, di cui 3.000 assunti solo nel 2021. In occasione della prima edizione italiana del Career Day, uno dei più grandi eventi online di recruiting a livello europeo che si è tenuto nel mese di settembre, abbiamo annunciato l'apertura di 500 nuove posizioni a tempo indeterminato, di cui più di 50 in ambito tecnologico, in tutta Italia. Queste nuove posizioni si rivolgono a persone di ogni livello di esperienza, istruzione, background e professionalità, siano essi profili principianti o più esperti. Le assunzioni sono aperte in tutta Italia e coinvolgono differenti aree dell'azienda, dagli uffici corporate di Milano, ai centri di sviluppo tecnologico, ai data center, fino al settore della logistica. In questo momento, Amazon è alla ricerca di differenti profili, tra questi ingegneri, informatici, sviluppatori di software, sales e marketing account. Abbiamo diverse posizioni aperte in tutta Italia, dai ruoli entry level nella nostra rete logistica agli esperti di machine learning che rendono Alexa ogni giorno più intelligente. Questi dati confermano che Amazon è tra i più importanti creatori di posti di lavoro in Italia e posso assicurare che il nostro impegno continuerà anche nei mesi a venire. Un impegno che si estende anche alla qualità del lavoro che offriamo, perché puntiamo ad essere il miglior datore di lavoro del mondo. State investendo in poli logistici in Italia, come quello dell'Abruzzo o della Basilicata. Prevedete anche l'apertura di negozi fisici in Italia? Dall'arrivo in Italia nel 2010, Amazon ha investito oltre 6 miliardi di euro creando più di 12.500 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, in oltre 50 siti sparsi in tutto il Paese. Solo nel 2020, l'azienda ha inaugurato due nuovi centri di distribuzione in provincia di Rovigo e a Colleferro. Inoltre, sono stati recentemente aperti i centri di distribuzione di Novara e Cividate al Piano, mentre nelle prossime settimane entrerà in attività il centro di smistamento di Spilamberto. L'azienda ha inoltre da poco annunciato un nuovo centro di distribuzione a San Salvo, in provincia di Chieti, che creerà 1000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato entro i primi tre anni. Negli ultimi anni, Amazon ha inoltre aperto vari centri e depositi in tutta la Penisola per le consegne di ultimo miglio. Per servire i clienti Amazon Fresh, l'azienda dispone di tre centri di distribuzione urbani a Milano, Torino e Roma. Non commentiamo sui piani futuri ma posso dire che continueremo ad impegnarci per offrire ai nostri clienti la migliore esperienza di acquisto possibile sul nostro negozio online, offrendo loro una selezione di prodotti sempre più ampia, consegne più veloci e prezzi vantaggiosi. Il Pnrr italiano punta molto sul piano di digitalizzazione, in che modo Amazon potrebbe dare il suo apporto? L'impulso alla trasformazione digitale delle imprese, in linea con il Pnrr italiano, è anche per noi una priorità. Da parte nostra, il 2020 ha visto crescere i nostri investimenti per supportare le 18.000 piccole e medie imprese italiane che si affidano ad Amazon. Abbiamo investito più di 16 miliardi per aiutarle a incrementare le loro vendite su Amazon. Non solo, nel 2020 abbiamo investito circa 2,8 miliardi di euro in Europa in logistica, strumenti, servizi, formazione e programmi per aiutarle ad avere successo. Continueremo a innovare e offrire nuovi strumenti e programmi per supportare la formazione e la crescita delle Pmi italiane, accompagnandole nel loro percorso di digitalizzazione affinchè possano competere ad armi pari con i cugini europei e mondiali. Amazon negli ultimi anni è stata al centro delle accuse dei sindacati e nel mirino delle Autorità come, solo per fare un esempio, nel caso dell'indagine Antitrust sull'ipotesi di intesa restrittiva della concorrenza con Apple. Che cosa vi aspettate dopo la prima intesa con i sindacati di settembre scorso e come va il dialogo con le Autorità italiane? Non commentiamo sulle indagini in corso, abbiamo sempre offerto, e continueremo a farlo, la massima collaborazione alle autorità italiane e internazionali. Ci preme sottolineare che il supporto alle Pmi è al centro del modello di business di Amazon: oltre la metà del totale delle vendite annuali su Amazon supporta il business di venditori terzi. In merito all'aspetto sindacale, negli ultimi mesi abbiamo lavorato al fine di stabilire un dialogo positivo con le organizzazioni sindacali in linea con quanto suggerito dal ministro del Lavoro. I protocolli siglati a metà settembre rappresentano un'ulteriore prova del nostro impegno nell'instaurare un dialogo costruttivo e responsabile con i rappresentanti dei lavoratori sia a livello nazionale sia di sito. Riteniamo che le relazioni improntate su queste basi possano favorire le nostre strategie di investimento nel Paese. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

08 Ottobre 2021

Equinix: «Il progetto sul cloud non può restare legato solo ai confini nazionali»

Il punto con il Managing Director per l'Italia del gruppo USA, Emmanuel Becker   Equinix guarda con interesse al progetto di cloud di Stato presentato dal ministro dell'Innovazione, Vittorio Colao, a inizio settembre. Un piano per cui il gruppo USA dei data center può fornire supporto alle aziende che hanno già avanzato le loro offerte, e nell'interazione tra le Pa. Tuttavia, avverte Emmanuel Becker, Managing Director per l'Italia, occorre garantire anche lo scambio di dati con l'estero, pena la riuscita del piano.  «Facciamo già parte indirettamente del progetto nazionale» «Siamo - dice Becker - molto interessati al progetto, anche se in realtà vi facciamo parte già indirettamente. Ci sono infatti diverse cordate che si sono proposte, all'interno delle quali si notano grandi attori nazionali o internazionali. Attori che sono anche nostri partner, clienti, società con cui già lavoriamo. La piattaforma di Equinix dà, infatti, accesso al mondo dei service provider e, qualunque sia il service provider, qualunque sia il cliente, coloro che vi interagiscono possono darsi accesso l'uno l'altro. Indirettamente, dunque, Equinix fa parte di questi progetti. Ci dovranno essere, infatti, dei meccanismi che garantiscono questi scambi, nel perimetro del cloud nazionale». Hanno annunciato di aver presentato la loro proposta al ministero dell'Innovazione le cordate Tim-Cdp -Sogei-Leonardo e Almaviva-Aruba. «Occorre garantire l'interconnessione tra le Pa» Ma c'è di più. Equinix si candida a un ruolo attivo nel progetto di cloud nazionale non solo dal lato della necessità della piattaforma, ma anche sul versante dell'uso di questi dati. «Le Pa, infatti, avranno la possibilità di interagire e di avere del computing legato al cloud nazionale. Significa garantire l'interconnessione, in un contesto di pubbliche amministrazioni che dialogano tra di loro al fine di fluidificare i processi, attualmente un po' lenti. Ed Equinix è un attore molto importante nelle interconnessioni in Italia, permette a molti attori locali di scambiarsi più velocemente flussi di dati». «Il collegamento dei dati sia anche a livello internazionale» In terzo luogo, avverte Becker, «il cloud nazionale non può restare legato solo ai confini dello Stato. L' Italia, infatti, è un Paese molto importante nel mondo, ha ad esempio ambasciate che sono all'estero, oppure aziende statali o parastatali che hanno sistemi globali, rapporti con la Commissione europea. Occorre, dunque, avere un collegamento dei dati anche a livello internazionale. Se infatti il cloud nazionale non consentirà questa prerogativa, il progetto non avrà successo e non permetterà alle aziende, alle ambasciate, o altri enti di lavorare bene a livello globale. Attori come Equinix possono consentire tutto ciò, dando garanzia sui flussi di dati». Questo tipo di lavoro è già svolto dalla società con clienti presenti in Italia, Cina, Giappone che hanno bisogno di avere i propri dati collegati tra loro. Becker avverte, infine, sui rischi di un cloud che non preveda anche uno scambio internazionale. «Il cloud nazionale dovrà dare aperture prima poi al resto del mondo. Un progetto solo a livello locale avrà i suoi limiti, e molto rapidamente gli utenti trovano una maniera di andare oltre. Meglio, dunque, prevedere questa apertura già nel disegno originario del progetto, piuttosto che rendersi conto – conclude il manager - solo successivamente di questo bisogno». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021

08 Ottobre 2021

Retelit pronta a contribuire al cloud di Stato una volta svelate le regole

L'intervista all'Amministratore Delegato della società di tlc, Federico Protto Anche Retelit, gruppo di tlc e Ict che possiede una rete in fibra e svariati data center, vuole entrare nella partita del cloud nazionale, la "nuvola di Stato" in cui saranno trasferiti i dati della Pa. La società è pronta a collaborare quando saranno chiare, spiega Federico Protto a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) le regole del gioco. Quanto alle modalità per configurare il polo nazionale di Stato, il manager suggerisce di non utilizzare il modello di gara tradizionale, ma fare in modo di usare tutte le eccellenze in campo. A tenere poi le fila rispetto ai vari aspetti del cloud, da quello tecnologico all'interoperabilità dei dati tra le varie Pa, servirebbe un ente, magari interno del ministero dell'Innovazione, che supervisioni. «Una volta che saranno svelate le regole – chiosa Protto – vogliamo dare il nostro contributo alla configurazione del nuovo polo». Di recente cordate come Almaviva-Aruba e Tim-Sogei-Cdp-Leonardo si sono fatte avanti per il cosiddetto ‘cloud' di Stato, qual è la vostra posizione? La nostra posizione si basa su quanto finora ha dichiarato il ministro dell'Innovazione e della trasformazione digitale, Vittorio Colao, e si baserà sulle regole per la partecipazione che a oggi non sono state del tutto svelate. Questi sono i due punti di partenza fondamentali. In questo momento stiamo osservando. Ma essendo soggetti rilevanti nel settore del cloud, abbiamo comunque delle idee, delle proposte. Quale ruolo può giocare Retelit? Innanzitutto, bisogna chiarire che il tema del polo strategico nazionale si può declinare lungo tre dimensioni. La prima è quella tecnologica, ovvero quale tecnologia scegliere, ad esempio tra quelle di Google, Microsoft o altre in campo. Noi, dal canto nostro, abbiamo i nostri data center, le nostre tecnologie, molto distribuite sul territorio. Poi c'è la questione dei dati, la quale a sua volta può essere divisa in due aree: la sicurezza e il trattamento del dato. Anche su questo fronte abbiamo le competenze per poter contribuire al progetto nazionale. C'è, a questo proposito, un aspetto, a cavallo tra la tecnologia e la politica, che è quello della condivisione dei dati tra le pubbliche amministrazioni. È un tema molto importante. Innanzitutto, infatti, occorrono regole per implementare il polo strategico nazionale, ma anche regole per un accordo tra le pa, in modo tale che, ad esempio, quando presentiamo una pratica, non si debba rimettere tutti i dati ogni volta che si dialoga con un'amministrazione diversa. Il terzo tema, ma non in ordine di importanza, è quello delle applicazioni. Retelit lavora con un migliaio di enti, soprattutto della pa locale, ai quali sta offrendo servizi utili e importanti per la trasformazione digitale. In conclusione, il processo per la realizzazione del cloud nazionale è molto più ampio rispetto agli slogan circolati. Che cosa proponete allora per una migliore gestione dei vari ambiti? Riteniamo che per queste aree e sotto-aree ci debbano essere regole di partecipazione e ci debba essere un ente che vigili sull'applicazione delle dette regole; l'orchestratore della trasformazione, cioè, non potrà che essere un ente, deputato dalla Pa, alla cura dei singoli aspetti. L'obiettivo è fare in modo che il polo strategico nazionale sia lo strumento per mettere assieme, nell'ambito Ict, le eccellenze italiane nelle varie aree. E mi riferisco ai temi delle applicazioni, dell'interoperabilità, della condivisione dei dati tra le pa. Che tipo di ente potrebbe prevedersi? Un ente, magari in seno al ministero dell'Innovazione, che permetta di coordinare e mettere a valore tutte le nostre eccellenze, avendo, e lo dico da tecnologo, chiaro il mandato non tanto di carattere tecnologico ma politico. Bisognerebbe pensare anche a curare lo scambio dei dati con l'estero, come ad esempio con la Ue? A nostro parere la creazione di standard europei dovrà essere la base per il cloud sovranazionale all'interno dell'Unione. Noi, come Retelit, abbiamo dimostrato nei fatti che crediamo in questo approccio, visto che abbiamo aderito a due progetti comunitari, di carattere profondamente diverso, Gaia X e la Cloud Alliance voluta dal commissario europeo per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. La prima è di carattere privatistico; potrebbe lavorare, e sta lavorando, su standard di interoperabilità tra tutti gli attori che agiscono in Europa. La seconda rappresenta un coordinamento degli investimenti tra tutti i Paesi comunitari. Fanno parte di questo progetto 27 aziende, compresa Retelit, con l'obiettivo di organizzare iniziative volte a favorire l'infrastrutturazione soprattutto a livello europeo. In conclusione, come suggerisce di procedere per la creazione del polo strategico nazionale? Riteniamo che l'approccio debba essere un po' diverso rispetto a quello tradizionale che prevede vari soggetti che partecipano e uno che vince. Noi auspichiamo che ci sia la possibilità in determinati ambiti di utilizzare tutte le eccellenze. E, una volta che saranno svelate le regole, vogliamo dare il nostro contributo sulla configurazione del nuovo polo. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 8/10/2021 

24 Settembre 2021

Copasir: «Su dati e rete a banda larga va definita la strategia nazionale»

Parla il presidente Adolfo Urso a DigitEconomy.24 di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore. «Nelle prossime settimane audiremo Baldoni, il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza» Sulla cybersicurezza, uno dei grandi problemi che si porranno a livello globale, «dobbiamo fare in fretta e fare bene». È la posizione di Adolfo Urso, presidente del Copasir, alla luce dell'evoluzione delle tecnologie e dell'esigenza di tutela dei dati dagli attacchi informatici. Proprio nel campo dei dati, «si ridisegneranno gli assetti globali». Il cloud nazionale, la strategia sulla rete a banda larga, «che va definita», le interconnessioni attraverso i cavi marittimi nel Mediterraneo, lo sviluppo tecnologico e produttivo sui chip e sui semiconduttori, le batterie elettriche e ovviamente sulla intelligenza artificiale «sono – sottolinea Urso con DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School - elementi importanti di quella che deve essere una chiara e definita strategia nazionale, condivisa con i nostri partner europei e atlantici». E proprio sul progetto di cloud nazionale e sui problemi di sicurezza che si profilano, il Copasir, annuncia il presidente, audirà il neodirettore dell'Agenzia per la Cybersicurezza, Roberto Baldoni. Intanto, in occasione dell'assemblea di Confindustria, lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha ribadito la strategicità del progetto nazioanle per il cloud, affermando che si aspettano le offerte (la scadenza attesa è entro fine mese, ndr) e il contributo dei privati sarà importante.  Ad agosto è stata approvata la legge sulla cybersicurezza che prevede anche la nascita dell'Agenzia ad hoc. Si può dire che l'Italia ha oggi uno scudo sufficiente per proteggersi dagli attacchi? L' agenzia sta muovendo i primi passi e mi auguro che possa presto essere in piena attività. La sua realizzazione giunge con qualche anno di ritardo rispetto ad altri Paesi europei, anche se nel frattempo, grazie proprio alla attività, che potremmo definire di supplenza, della intelligence e all'impulso del Copasir sono stati realizzati altri tasselli importanti, per esempio il perimetro di sicurezza nazionale. Il ministro dell'Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, qualche settimana fa evidenziava come il 95% della Pa non fosse ancora in condizione di proteggere i propri dati, come è emerso in modo eclatante nel caso dell'hackeraggio che ha colpito la Regione Lazio, così come ospedali e aziende strategiche. E i dati sull'aumento esponenziale dei crimini informatici purtroppo lo dimostrano. Dobbiamo fare in fretta e fare bene, consapevoli dei rischi e delle potenzialità. Questo è il campo in cui si ridisegnano i nuovi assetti globali, la competitività dell'intero sistema Paese, non solo la protezione dei nostri dati che ne è il presupposto. Il cloud nazionale, la rete a banda larga e le interconnessioni attraverso i cavi marittimi nel Mediterraneo, ma anche lo sviluppo tecnologico e produttivo sui chip e sui semiconduttori, sulle batterie elettriche e ovviamente sulla intelligenza artificiale sono elementi importanti di quella che deve essere una chiara e definita strategia nazionale, condivisa con i nostri partner europei e atlantici. Nei piani del Governo c'è il lancio del cloud nazionale della Pa che conterrà anche vari dati sensibili. Sono previsti sistemi di crittografia che dovrebbero proteggere i dati, a seconda anche della loro tipologia. È un sistema sicuro? Avete in programma altre audizioni su questi temi? Nelle prossime settimane audiremo il direttore della nuova agenzia per valutarne lo stato di attuazione. Intanto auguro buon lavoro al professor Roberto Baldoni e alla sua vice Nunzia Ciardi, eccellenti professionalità. Sono importanti anche le modalità e la tempistica con cui verrà realizzato il Cloud nazionale, per avere assoluta garanzia sulla protezione dei nostri dati. Così come va definita la strategia sulla rete a banda larga. Nella partita del cloud entreranno probabilmente anche le big tech   in partnership con grandi gruppi nazionali che sono in procinto di fare offerte per il cloud nazionale. Qualcuno paventa però l'applicazione del Cloud Act che consente ai giudici Usa, in determinate situazioni, di richiedere dati anche se conservati in server fuori dagli States. È un pericolo per la sovranità italiana? Come si può risolvere? È l’argomento che anche il Copasir ha posto all'attenzione del Governo e credo sia ben presente in chi sta operando per la definizione degli attori e delle regole cui dovranno attenersi, anche in merito alla proprietà della tecnologia e dei dati. Sarebbe opportuno arrivare a un protocollo comune in Europa per tutelare la sovranità digitale europea? Non è solo una questione di regole ma anche, soprattutto in questo campo, di tecnologia e quindi di sistemi produttivi. Abbiano molto da fare insieme e certamente il Pnrr può aiutarci a sviluppare meglio le potenzialità europee per garantire una più efficace autonomia e quindi sovranità. Oggi dipendiamo da altri. Il suo predecessore, Raffaele Volpi, lamentava un'applicazione blanda del golden power, a tutela degli asset strategici. È un problema persistente? Occorrerebbe un maggiore tutela per asset come le reti di telecomunicazioni? La recente relazione al Parlamento sull'applicazione della golden power nel 2020 fornisce dati inequivocabili: il Governo ha esercitato i poteri di veto solo in 2 casi su 342 notifiche; in altri 42 ha posto condizioni di cui 24 hanno riguardato operazioni societarie e18 i contesti di fornitura relativi alla tecnologia 5G. Noto però un cambio di passo nel corso di quest'anno, mi sembra che ci sia più consapevolezza nella tutela degli asset strategici, non solo nel campo delle telecomunicazioni, in più contesti la possibilità di esercitare la golden power è stata evocata per scongiurare operazioni ostili con una efficace opera di preventiva moral suasion. Seguiamo con attenzione come nostro dovere. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2021

24 Settembre 2021

«Per la sicurezza della 'Nuvola di Stato' bastano tutele e garanzie nei contratti»

La posizione di Massimiliano Masnada, partner di Hogan Lovells, che assiste importanti cloud computing provider americani e internazionali L'applicazione o meno del Cloud Act americano alle aziende che si occuperanno della cosiddetta "Nuvola di Stato" è uno dei nodi da risolvere in vista dell'avvio della strategia nazionale sul cloud.  L'obiettivo è impedire cioè che giganti come Google o Microsoft siano costretti dalla legge americana del 2018 ad alzare il velo, in alcuni casi eccezionali, sui dati conservati nei propri server. Contrariamente a chi ritiene che sia fondamentale un accordo diplomatico tra Italia e Usa (vedi il giurista Innocenzo Genna su DigitEconomy del 9 settembre), Massimiliano Masnada, partner responsabile del team di Privacy e Cybersecurity di Hogan Lovells in Italia, che assiste importanti cloud computing provider americani e internazionali, spiega che bastano tutele tecniche e garanzie nei contratti. «Ci sono innanzitutto - spiega Masnada a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School - due ordini di problemi principali: bisogna garantire la sicurezza del cloud italiano e c'è l'esigenza di mettere al riparo i dati dei cittadini rispetto a una possibile ulteriore attività di trasmissione non autorizzata a soggetti terzi. Bisogna a questo punto chiedersi: è in grado il cloud italiano di garantire gli stessi elevati standard di sicurezza dei grandi provider internazionali?» Nel 2020 il costo degli attacchi è salito del 10% in Italia a 3 milioni di euro I dati sugli attacchi informatici, prosegue il legale, sono su questo fronte emblematici e mostrano l'importanza di difendere la sicurezza degli italiani. «Nel 2020, a livello mondiale, secondo Clusit, (l'associazione italiana per la sicurezza informatica) il costo degli attacchi è stato di 3mila miliardi di euro, il 12% in più rispetto all'anno precedente, con 160 attacchi al mese. In Italia il costo è stato di 3 milioni di euro, con un incremento del 10 per cento. Di recente c'è poi stato il caso emblematico della Regione Lazio dove, per aver lasciato un programma aperto, sono stati rubati i dati dei cittadini». Dal punto di vista della sicurezza, insomma, «chi garantisce maggiormente la tutela sono coloro che hanno acquisito un'enorme esperienza in questa attività. In pratica, non si può cercare l'eccellenza nel solo ambito territoriale italiano se questa eccellenza non è facilmente rintracciabile». Dare l'intera gestione del cloud a una multinazionale Usa può creare problemi La soluzione? «Dare l'intera gestione del cloud a una multinazionale americana può creare problemi sia giuridici sia politici. In tal senso l'intervento del ministro Colao al meeting di Cernobbio è stato chiarissimo. Occorre, invece, riservare la gestione a un grande soggetto nazionale, accompagnandola però con accordi di fornitura o di partnership con i grandi provider che possano mettere a disposizione del provider italiano la loro grande esperienza e capacità. Per evitare la scalabilità a livello internazionale dei dati italiani possono essere predisposte tutele adeguate sia dal punto di vista tecnico, come le chiavi crittografiche, sia dal punto di vista contrattuale, ottenendo cioè la garanzia che i dati non vengano ulteriormente ceduti». Le leggi esistenti sono sufficienti In sostanza le leggi che ci sono, come ad esempio, «le previsioni del regolamento Ue 679 del 2016 in tema di trasferimento di dati extra-Ue e di per sé sufficienti, ma a livello regolamentare si possono creare ulteriori framework che impediscano l'accessibilità da parte di terzi». Il Cloud Act, chiarisce il legale, «si applica ai provider americani e, in generale, ad operatori sottoposti alla giurisdizione degli Stati Uniti che conservano all'interno del cloud di loro proprietà i dati da chiunque essi provengano. Nel momento in cui si creano cloud e warehouse data che fuoriescono dalla giurisdizione degli Usa si è già tutelati dall'applicazione del Cloud Act. Facciamo un esempio: se io compro una macchina italiana che ha componenti forniti da un gruppo straniero, la gestione dei componenti che fanno parte della macchina e dei dati è, in generale appannaggio solo del produttore e non anche del fornitore. La gestione del cloud nel suo complesso nonché delle chiavi crittografiche possono, cioè, essere gestite dall'Italia anche se fornite da un provider straniero. Ciò non significa che il provider abbia libero accesso ai dati». No a preclusioni all'uso di applicativi solo perché forniti da un gruppo Usa Tirando le somme, «da un punto di vista logico, e nell'interesse dei cittadini italiani, credo non si possano avere preclusioni all'uso di applicativi forniti da un terzo solo perché è americano. Quello che interessa di più ai cittadini è garantire che il cloud sia sicuro, in grado di mettere la Pa nelle condizioni di fornire in tempi rapidi i propri servizi. La materia è in divenire, ma interessa tutti, visto che il Pnrr prevede circa 900 milioni di euro per il cloud nazionale». In questo panorama, il Garante della privacy «sarà sicuramente – conclude Masnada -un interlocutore necessario e auspico che vi sia un atteggiamento non ideologico ma concreto, sulla base di quanto finora fatto rispetto alla gestione dei dati». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2021

24 Settembre 2021

Oracle Italia: «Ben posizionati per far parte del progetto di cloud nazionale»

La posizione del country manager Alessandro Ippolito. «Entro l'anno l'apertura della nuova cloud region a Milano» «Siamo ben posizionati a tutti i livelli e con tutte le aziende per far parte del progetto di cloud nazionale». Oracle Italia, società che è nel nostro Paese da 40 anni e conta 1.100 dipendenti, si candida a far la sua parte per il progetto annunciato dal ministro dell'Innovazione tecnologia e la trasformazione digitale Vittorio Colao, nell'ambito della strategia nazionale. A livello di sicurezza, per i dati più sensibili, la soluzione può essere, dichiara a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School) l'amministratore delegato Alessandro Ippolito «il cloud pubblico gestito da Oracle a casa del cliente, è il modo migliore per essere compliant, conformi, con tutte le istanze in gioco ed essere ancora più aderenti alle richieste della strategia nazionale. È, cioè, il punto di partenza per risolvere il problema del Cloud Act», la legge americana che consente agli Usa di richiedere, in alcuni casi eccezionali, i dati conservati nei server dei provider statunitensi anche fuori dal territorio americano. Intanto Oracle in Italia continua a investire sul cloud e si appresta ad aprire «entro fine anno» la nuova "cloud region" a Milano. Il business del cloud diventa sempre più importante, anche in vista dei piani del Pnrr. Che parte del vostro fatturato rappresenta il cloud in Italia e quali sono i vostri piani? Siamo di fronte a un processo di forte adozione del cloud sia da parte delle imprese sia da parte della Pa. Ora, con il Pnrr, c'è un impulso forte, impresso dal Governo, sui processi di digitalizzazione. Per noi, al momento, il cloud rappresenta circa il 25-30% dei nostri ricavi a livello globale, con punte più alte in alcuni Paesi a seconda dei trimestri, ma in Italia prevediamo una crescita. In più, a breve, è nei nostri progetti l'apertura della nuova "cloud region" italiana, a Milano. In generale, dal punto di vista dei conti, il business italiano va molto bene, da molti trimestri, e su molte direttrici, non solo quella del cloud. Quando è previsto il taglio del nastro per il data center di Milano? Contiamo di aprire entro la fine dell'anno. Come potete contribuire al progetto di cloud nazionale? Le direzioni chiare del Pnrr, della strategia di cloud nazionale e di quella dei dati messe in campo dal Governo ci stanno coinvolgendo molto. In particolare, io sono un sostenitore del progetto di cloud nazionale. Oracle, dal canto suo, può offrire la maturità dei suoi servizi cloud, la capacità d'innovazione e investimento e lo sviluppo della tecnologia su cui è da sempre un'esperta, il data management. Inoltre, noi possiamo offrire una soluzione unica, che già vendiamo, e cioè il "cloud pubblico portato a casa del cliente" ("cloud at customer"), che garantisce la sicurezza e la gestione del dato nel data center del cliente, quindi in settori regolamentati dove è richiesta la residenza o sovranità dei dati entro i propri confini, tipicamente nella Pa e nel settore bancario e finanziario. Puntiamo inoltre a raggiungere l'obiettivo di mettere a fattor comune i dati tra le Pubbliche amministrazioni e tra le Pubbliche amministrazioni e i cittadini. Poi speriamo di dare il nostro contributo anche con il nostro cloud data center che sarà aperto a Milano. Sempre nel capoluogo lombardo stiamo inoltre per aprire la nostra nuova sede, in zona più centrale, che dovrebbe essere operativa nei primi mesi del 2022. Siamo presenti anche a Roma, con una sede estremamente importante vista la centralità che per noi, storicamente, rappresenta il mercato della Pa. Parteciperete alla selezione in corso per il cloud nazionale? Siamo ben posizionati a tutti i livelli e con tutte le aziende per essere parte di questo progetto. Come ovviare ai problemi del Cloud Act, la legge che consente ai giudici Usa di richiedere in determinate circostanze i dati conservati dalle multinazionali statunitensi anche fuori dal territorio americano? Quello del Cloud Act è un tema importante. Secondo noi la soluzione del "cloud at customer" cioè il cloud pubblico gestito da Oracle a casa del cliente, è il modo migliore per essere compliant, conformi, con tutte le istanze in gioco ed essere ancora più aderenti alle richieste della strategia nazionale. È, cioè, il punto di partenza per risolvere il problema del Cloud Act. Per quanto riguarda soprattutto i dati critici, sensibili, stiamo già fornendo la nostra tecnologia in maniera trasparente a vari clienti. Tra quanti si avvalgono delle nostre soluzioni applicative in cloud (SaaS), ci sono: Poste Italiane, Mondadori. Tra i clienti che si avvalgono della nostra soluzione "cloud at customer" si contano Inail, Deutsche Bank, Credit Agricole e altre realtà della Pa e del mondo bancario. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2021

24 Settembre 2021

Dalla guida autonoma ai device sui nervi: arrivano i primi progetti di RobotIT

Lo raccontano i fondatori di Pariter, holding che affianca Cdp Venture Capital nell'iniziativa. Sono 15 i progetti selezionati, ne saranno scelti 8 Dalla riabilitazione alla chirurgia robotica. Dalla guida autonoma ai device sui nervi per far muovere gli arti delle persone che non possono deambulare. È l'orizzonte dei progetti di RobotIT, il primo polo nazionale per il Trasferimento tecnologico dedicato alla robotica finanziato da Cdp Venture Capital, affiancata dalla holding Pariter (che di volta in volta potrà anche fare da co-investitore nei progetti). L'obiettivo è sostenere la nascita di nuove start up ideate all'interno delle Università e nei centri di ricerca. Al momento, secondo quanto riferito a DigitEconomy.it (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) dai fondatori di Pariter, Matteo Elli e Jari Ognibene, sono stati visionati 80 progetti, con 15 in rampa di lancio per poi arrivare a selezionarne otto l'anno, e un impatto di investimento fino a due milioni di euro. Nuove realtà, inoltre, si affacceranno a breve, raccontano Elli e Ognibene: «saranno partner per la gestione della proprietà intellettuale, del supporto per le tematiche di elettroniche. Stiamo creando un ecosistema completo per mettere basi solide». Pariter è nata nel 2017 con l'obiettivo di creare un'entità di investimento in società deep tech basate in Italia, che sviluppano cioè tecnologie abilitatrici di innovazione spinta. Nel corso degli anni Pariter, che oggi raccoglie oltre 200 investitori, «si è evoluta ed è diventata – raccontano i fondatori – il principale network di investimento dedicato al deep tech. Investiamo sia sul fronte di iniziative pre-company, diventando in pratica il primo investitore, sia nella fase tradizionale di start up». Ora, con RobotIT che conta tra i primi partner Leonardo, si apre un nuovo orizzonte. «Si tratta – spiega Elli – di un veicolo di investimento, un polo, un ecosistema che mette assieme le quattro componenti principali: capitale, istituzione, corporate e ricerca». Pariter, dal canto suo, «gestirà le iniziative in termini di scouting, identificazione dei team, validazione della tecnologia, selezione delle opportunità di investimento. Abbiamo la possibilità di entrare nei centri di ricerca, valutare la tecnologia. A oggi abbiamo avuto modo di visionare più di 80 progetti, abbiamo selezionato 15 progetti, per poi arrivare a otto entro fine ottobre. Ogni anno verranno identificati tra 8 e 10 team, con circa due milioni di euro l'anno che finanzieranno questo tipo di iniziative». A qualche mese dall'inizio dell'attività di RobotIT, ora c'è un panorama più preciso sui progetti che saranno privilegiati: «si tratta di tematiche molto interessanti, legate al mondo della riabilitazione robotica, della chirurgia robotica, ai servizi legati al mondo di ristorazione, alla riabilitazione degli arti inferiori, sistemi per automazione e abilitazione di tutto il mondo dell'auto autonoma, dei veicoli a guida autonoma. C'è un team, ad esempio, che ha sperimentato con buoni risultati l'inserimento di alcuni device sui nervi; abilitando il controllo dell'esterno riesce, cioè, ad azionare il movimento del corpo in soggetti che non possono farlo in autonomia. Sono più avanti i temi della abilitazione robotica sugli arti o anche l'applicazione della robotica in ambito automotive e ferroviario per la guida autonoma. Un po' più indietro, ad esempio, è il tema della chirurgia robotica». Per vedere queste applicazioni sul mercato ci vorrà comunque molto tempo, considerando la fase della certificazione, dell'approvazione, dell'affinamento della tecnologia per un ciclo di vita completo che dura dai due ai quattro anni. Tuttavia, spiegano Elli e Ognibene, «può succedere che dopo poco una società sia interessata, anche se non è certificata e non è ancora pronta. In questo caso i tempi si accorciano». RobotIT è il primo progetto che apre una serie di investimenti del genere. Cdp Venture Capital, infatti, attraverso il fondo di technology transfer, con una dotazione di 275 milioni di euro, investirà in tutta la filiera del trasferimento tecnologico attraverso la creazione di poli nazionali distribuiti sul territorio. RoboIT è il primo. L'investimento iniziale, già stanziato da parte di Cdp Venture Capital e dagli altri fondi specializzati, è di 40 milioni, con un effetto leva stimato complessivo di oltre 100 milioni di euro in 4 anni per la creazione e lo sviluppo di più di 50 nuove aziende.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 24/9/2021

10 Settembre 2021

«Preoccupati per uso tecnologie Usa nel Polo del cloud, garantire la sovranità»

Parla Francesco Bonfiglio, amministratore delegato dell'associazione Gaia-X, a DigitEconomy.24, report Il Sole 24 Ore e Luiss Business School, dopo la presentazione della strategia nazionale per il cloud Gaia-X, associazione per il cloud europeo a cui l'Italia partecipa, esprime preoccupazioni per l'apertura potenziale, nel progetto di Polo strategico nazionale, alle tecnologie degli hyperscaler americani come Google, Microsoft, Amazon. Tecnologie, spiega l'amministratore delegato Francesco Bonfiglio a DigitEconomy.24 (report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School) che «sono intrinsecamente impossibilitate a garantire l'immunità da giurisdizioni non sovrane, in particolare dall'applicazione del Cloud Act», normativa che consente ai tribunali Usa di richiedere in alcuni casi i dati gestiti dai provider americani anche in altri Paesi. Per tutelare la sicurezza dei dati, Bonfiglio chiede, quindi, che nei requisiti del partenariato per la realizzazione del polo siano specificati trasparenza, sovranità e l'interoperabilità dei dati. Gaia-X, a cui al momento partecipano 53 aziende italiane, in questo contesto può essere lo standard di riferimento condiviso.  Come giudica il consorzio Gaia-X l'impianto della strategia di governo italiano sul cloud nazionale? Da quello che ho letto e sentito finora credo che l'aspetto positivo sia la volontà del Governo di creare un'infrastruttura sicura, strutturata per livelli, in funzione della criticità del dato. È un progetto che ha senso. Inoltre ho letto che deve essere basato sulle tecnologie migliori esistenti sul mercato. I punti di partenza sono dunque correttissimi. Mi convince meno l'apertura potenziale a tecnologie che sono intrinsecamente impossibilitate a garantire l'immunità da giurisdizioni non sovrane, in particolare dall'applicazione del Cloud Act americano. Inoltre tali tecnologie proprietarie non danno, soprattutto nel contesto specifico che sostanzialmente è un re-platforming (cioè uno spostamento di applicazioni da una piattaforma a un'altra), un valore aggiunto maggiore rispetto a quelle aperte, commerciali o open source. Il ministro Colao ha parlato di sistemi di sicurezza diversi a seconda della sensibilità del dato. Nonostante ciò, si corrono ancora rischi? È necessario comprendere meglio i meccanismi di sicurezza da attuare. In teoria l'obiettivo è avere dati sicuri, gestiti a seconda del livello di sensibilità, in pratica tuttavia non si comprende appieno come l'agenzia per la Cybersicurezza realizzerà questi principi. Il progetto Gaia-X ha un fine preciso che è quello di realizzare infrastrutture dati trasparenti e sovrane, ovvero offrendo la completa visibilità delle caratteristiche dei servizi offerti e il loro controllo. Non vedo come qualunque cloud nazionale, ovvero che gestisce i nostri dati più preziosi, possa prescindere da offrire tali garanzie, ma per il momento non ho riscontro della loro esistenza nella scelta impostata dal Governo. Nei requisiti della gara o del partenariato secondo me bisognerebbe dunque porre l'accento sul rispetto di tre parole chiave: trasparenza, sovranità e interoperabilità dei dati. Come potrebbe contribuire Gaia-X? Gaia-X ha un obiettivo dichiarato di abilitare la creazione di data-space (spazi dove si possono condividere in modo sicuro dati di diversi attori, privati o pubblici, per creare servizi basati sui dati) attraverso la creazione di una infrastruttura cloud europea sicura, trasparente, interoperabile e sovrana che risponde a regole comuni in tutta Europa. Il layer infrastrutturale di Gaia-X è dunque il progetto più importante, non solo in Europa, per definire concretamente come raggiungere questi elementi di garanzia e dovrebbe essere preso a riferimento. Se il polo strategico nazionale è deputato a raccogliere i dati più importanti del Paese, deve quindi rispondere ai requisiti di trasparenza e sovranità attraverso un modello definito e condiviso da tutti gli attori che lo realizzeranno. Se non quello di Gaia-X, qual è il modello attraverso il quale ottenere queste garanzie? Certamente ne serve uno di riferimento e altrettanto certamente non potrà essere quello di uno specifico fornitore. Sono certo, dunque, che Gaia-X possa essere un elemento costituente della soluzione. Questo vuol dire che al polo strategico non potrebbero contribuire gli hyperscaler americani? Assolutamente no, Gaia-X sta creando un layer che permette di controllare tutti i servizi che vengono offerti allo stesso modo. È una questione di equità e, di nuovo, di trasparenza. Un fornitore cloud italiano, così come uno americano, possono teoricamente offrire i servizi in chiave Gaia-X se decidono di esporli attraverso un formato di descrizione comune. Il secondo elemento necessario è l'apertura alla ispezionabilità delle caratteristiche dichiarate in questo descrittore. I componenti che Gaia-X sta sviluppando permetteranno di leggere le caratteristiche del servizio, verificarne la veridicità e tenerne traccia in un registro immutabile e incorruttibile. Le caratteristiche potranno poi essere riscontrate attraverso delle etichette che dimostrano il livello di conformità senza doversi fidare di dichiarazioni scritte e senza dover ispezionare la tecnologia dall'interno. Ma, anche al di là del progetto Gaia-X, ribadisco che è fondamentale fare riferimento a servizi ispezionabili, verificabili secondo un descrittore comune, garantendo l'interoperabilità per qualunque cloud che si possa definire ‘sovrano'. Le tecnologie utilizzabili a quel punto sono tutte senza esclusioni. Tuttavia, al momento, nessuna delle tecnologie Hyperscaler, basate su architetture chiuse e proprietarie, può offrire questo tipo di trasparenza e controllabilità. In conclusione, il polo strategico nazionale si basa fondamentalmente, in questa prima fase che durerà ben cinque anni, sulla scelta di un nuovo layer infrastrutturale, va dunque trovato uno standard, che sia quello di Gaia-X o altri che però al momento però non esistono. Il modello scelto dalla Francia dà sufficienti garanzie di sicurezza? È un modello che si basa su doppia chiave crittografica, è come se si consentisse di usare casa propria, consegnando le chiavi, ma tenendone una copia. Per un hyperscaler, le cui architetture sono state pensate per essere chiuse, fortemente uniformate e interconesse tra di loro per poter ottimizzare i servizi a valore aggiunto (monitoraggio, sicurezza, provisioning, etc.) proporre un modello disconnesso e sganciato dal cloud centrale è un ossimoro o una chimera. A livello tecnologico si potrebbero verificare due scenari. Nel primo caso si potrebbe creare una copia locale, ma questa non funzionerà come quella della casa madre perché non agganciata ai servizi centrali, non aggiornata, non monitorata e messa in sicurezza dai controlli centralizzati. Insomma, una architettura destinata all'obsolescenza. Nel secondo caso – che è peggiore – si creerebbe una realtà apparentemente a controllo pubblico locale, ma di fatto agganciata a quella centrale per beneficiare di tutte le caratteristiche di quest'ultima. Il titolare dunque risulterebbe una sorta di prestanome: si è trovato un escamotage al Cloud Act? No, perché di fatto il vero proprietario rimane l'hyperscaler americano. Si è risolta la questione dal punto di vista giuridico, forse, ma non da quello tecnologico. Anche per queste ragioni i player del consorzio Gaia-X sono preoccupati, e proporranno l'uso di Gaia-X. Non ho dubbi che il Governo accetterà questo tipo di consiglio. Come risolvere, infine, l'eventualità della partecipazione degli hyperscaler alla luce del Cloud Act americano? Ci aspettiamo che tutti gli operatori di mercato, compresi gli americani, si adatteranno alle esigenze che la comunità europea sta esprimendo attraverso un progetto come Gaia-X, ma più in generale dalla diffusa domanda di trusted platforms. Peraltro, Google, come Microsoft e Amazon, sono tra i partecipanti al nostro progetto. È necessario, come suddetto, focalizzarsi non sulla tecnologia ma sull'apertura, trasparenza e ispezionabilità dei servizi offerti. A livello pratico poi, l'unica soluzione per essere totalmente immuni dal Cloud Act oggi, è avere una soluzione totalmente basata su tecnologie aperte, non proprietarie, localizzata in siti e governata da operatori che rispondano alle giurisdizioni italiana ed europea. Da sempre le infrastrutture dati più sicure al mondo, dalla difesa allo spazio, alla ricerca, risiedono su infrastrutture totalmente proprietarie e cloud completamente aperti e basati su standard di sicurezza e trasparenza elevati. Il Cloud Act verrà risolto, spero, e dunque potremo muovere i nostri dati più liberamente, ma è importante partire col piede giusto e dunque assicurarci il completo controllo dei servizi che saranno alla base del Psn e dunque dei nostri dati più sensibili. SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/9/2021

10 Settembre 2021

Almaviva:«Proposta sul cloud entro le prossime settimane, aperti a collaborare»

Parla il presidente Alberto Tripi, a Digiteconomy.24, report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School. Intanto il gruppo, che ha manifestato interesse per il polo nazionale con Aruba, lancia Almaviva Cloud Factory La società dell'innovazione digitale Almaviva, in partnership col provider italiano Aruba, «è pronta a fare la sua parte» nella partita del cloud nazionale e «lavora alla proposta da presentare al Ministero nelle prossime settimane». A contempo, spiega Alberto Tripi in un'intervista a Digiteconomy.24 (report del Sole 24 Ore Radiocor e della Luiss Business School) il gruppo, che ha già lanciato la Almaviva Cloud Factory, una sorta di fabbrica cloud, è «aperto a collaborare» con le altre aziende in campo. Il momento, chiosa Tripi, «è magico» e non si può perdere questa occasione visto che c'è «finalmente una proposta per realizzare quello che da anni stiamo chiedendo». Il Governo ha di recente presentato la sua strategia per il progetto di cloud nazionale che prevede la creazione di un polo strategico nazionale: entro il 2025 il 75% dei dati della Pa dovrebbe migrare nella "nuvola". Almaviva, al momento, gestisce oltre 3.000 sistemi cloud e assicura che il partner Aruba «ha potenza sufficiente per gestire almeno le applicazioni dei soggetti fragili». Presidente Tripi, in cordata con Aruba avete presentato una manifestazione di interesse per il cloud nazionale, andrete avanti con un'offerta nei prossimi giorni come richiesto da Colao? Innanzitutto è da dire che la nostra manifestazione di interesse è totalmente italiana, non ci sono soggetti esteri nell'azionariato delle nostre società. In Italia, tra l'altro, si ritiene di non essere in grado di raggiungere traguardi tecnologici ambiziosi. Noi, che collaboriamo anche con gruppi americani come Amazon e Microsoft, affermiamo, invece, che la potenza di Aruba è sufficiente per gestire almeno le applicazioni dei soggetti fragili. In generale, il progetto di cloud nazionale rappresenta un grande snodo per lo sviluppo del nostro Paese, finalmente c'è una proposta che può realizzare quello che da anni stiamo chiedendo. Noi, peraltro, siamo già sulla buona strada con la recente creazione con Aruba della nostra Almaviva Cloud Factory, una sorta di fabbrica cloud. Come nei processi manifatturieri, si prende cioè la materia prima, in questo caso i dati grezzi o semilavorati dei nostri clienti che, attraverso processi informatici vengono trasformati in cloud, facendoli diventare pronti a essere interrogati e a entrare in contatto tra loro. È il nuovo modo di fare fabbrica. Vogliamo così essere ancora più vicini ai nostri clienti cloud, tra i quali si contano già Ferrovie dello Stato, Miur, Ministero della Giustizia, Aifa, AgID, Anas, Ubs, Rai, Deutsche Bank. Ora stiamo lavorando alla presentazione di una proposta entro le prossime settimane, secondo le indicazioni del Ministro. Una proposta capace di mettere le nostre migliori competenze in ambito Cloud al servizio della modernizzazione del Paese perché, come ha sottolineato lo stesso ministro Colao, è sulla valutazione delle competenze che si misurerà la competizione ed il successo del progetto. Siete aperti a collaborazioni con gli altri gruppi che hanno presentato le manifestazioni di interesse? Noi siamo pronti a giocare il nostro ruolo e siamo in grado di mettere a disposizione la nostra esperienza. Ma nessuno pensa di essere il deus ex machina e poter fare tutto da solo, quindi - e su questo punto posso parlare anche a nome di Aruba - siamo pronti a collaborare. La congiuntura è favorevolissima, il ministro dell'Innovazione e della transizione digitale, Vittorio Colao, non è solo bravo, ma può anche disporre di un portafoglio per poter competere. Inoltre, a guida del ministero della Pa c'è il ministro Renato Brunetta, anche lui molto favorevole alla digitalizzazione. È un momento magico, non possiamo farcelo scappare. Si è parlato del coinvolgimento di grandi gruppi americani, come Google e Microsoft, nella realizzazione del cloud italiano. Come proteggere i dati sensibili anche alla luce di leggi come il Cloud Act americano che danno poteri ai giudici statunitensi anche sui dati conservati all'estero dai provider Usa? Varie aziende hanno presentato una proposta al Ministero, alcune delle quali in collaborazione con dei player americani, si tratta di una scelta fatta a monte. In questo caso ci sono norme che possono mettere in dubbio la capacità di proteggere i dati sensibili. Nel sistema francese, ad esempio (simile a quello presentato di recente da Colao, ndr), si usa un sistema di crittografia, d'accordo con gli operatori stranieri. Noi, dal canto nostro, siamo in grado con la nostra potenza elaborativa in Italia di gestire in sicurezza almeno tutti i sistemi definiti fragili. Sistemi che, peraltro, stiamo già per larga parte gestendo. Chi garantirà la sicurezza dei dati degli italiani? I sistemi in cloud non possono essere interrogati da chiunque, ma devono passare da un imbuto di collegamento, dove ci sono le capacità di cybersecurity. Visto che si tratta di un progetto di partenariato pubblico e privato, si prevede che il privato proponga una realizzazione e che lo Stato, qualora la giudichi favorevolmente, la faccia sua. Una volta compiuta la scelta, lo Stato diventa il custode del progetto. Se, da un lato, il privato lo realizza, dall'altro il pubblico sarà, dunque, garante della sicurezza. Colao ha dato una tempistica per il cloud nazionale e la migrazione dei dati della Pa. Quali sono le principali difficoltà? C'è una mole di lavoro da svolgere davvero grande, perché bisogna trasferire sul cloud i sistemi informativi di grandi complessi italiani come Inps e Inail, che già peraltro gestiamo. Bisogna passare da sistemi no cloud a sistemi in cloud. Il ministro Brunetta dice che vanno rivisti in maniera generale i processi dell'amministrazione. C'è, dunque, spazio e lavoro anche per le piccole imprese che sono molto vicino alla periferia del nostro Paese. D'altro canto, una volta realizzata la trasformazione, la Pa potrà svolgere molte più attività e stare più vicina ai cittadini. Nel campo del turismo manca una piattaforma italiana: questa potrebbe essere un'attività, solo per fare un esempio, da portare avanti.  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/9/2021

10 Settembre 2021

«Serve un accordo diplomatico con gli Usa per tutelare i dati europei»

Parla il giurista Innocenzo Genna, specializzato nella normativa europea del digitale, a DigitEconomy.24, report Sole 24 Ore e Luiss Business School Sicurezza dei dati e difesa della sovranità italiana ed europea: sono tra i problemi che si porranno nella discussione per la creazione di un polo strategico nazionale per il cloud. «Ci sono svariate esigenze che vanno studiate assieme, e serve, quindi, una mediazione. Da un lato – spiega a DigitEconomy.24, report del Sole 24 Ore e della Luiss Business School, Innocenzo Genna, giurista specializzato nella normativa europea del digitale – c'è l'esigenza della sicurezza, cioè di trovare provider che consentano ai dati strategici della pubblica amministrazione di essere sicuri da attacchi informatici o spionaggio». Dall'altro, serve «sicurezza non solo in termini di cybersecurity ma anche in termini giuridici». Occorre fare i conti con la normativa Usa del Cloud Act e il Fisa 702 In particolare, bisogna fare i conti con il Cloud Act, una legge americana che consente ai tribunali statunitensi di avere accesso ai dati custoditi dai provider Usa anche fuori dal loro Paese, persino in server europei. C'è inoltre il Fisa 702, la normativa dell'intelligence americana che consente ai servizi di sicurezza Usa di accedere a dati stranieri senza nemmeno passare da un giudice. «È evidente – aggiunge Genna – che il Governo italiano dovrebbe selezionare solo cloud provider chiaramente esenti da questi pericoli. La strategia cloud Italia, appena annunciata, menziona tutte queste criticità, ma non spiega ancora come risolverle. Si tratta di dettagli, ma sono importanti. Il Governo pone una forte enfasi sullo strumento della cifratura dei dati che, però, è pienamente efficace solo per le fasi di deposito, ma non di elaborazione che normalmente avviene in chiaro. È probabile che si sia ancora alla ricerca di una soluzione definitiva». La Francia consente l'uso delle tecnologie Usa a patto che non si inneschi il Cloud Act Il tema è rilevante, tanto che i francesi lo hanno già affrontato. Oltralpe, spiega Genna, non hanno «completamente escluso l'utilizzo di tecnologie straniere, ma sostengono che il cloud provider debba avere una casa madre europea, con server situati in Europa. Poste queste garanzie, non è escluso l'utilizzo delle tecnologie americane nella misura in cui non si inneschi il Cloud Act americano, mentre ancora non si capisce come i francesi pensino di contrastare il Fisa 702». Il modello francese, «che sembra buono dal punto di vista teorico e come punto di partenza, dovrà però essere testato in pratica. Italia e Francia si parleranno sicuramente perché i rispettivi modelli appaiono simili». Tutto ruota attorno al rischio di interferenze Usa, ma non bisogna dimenticare che «la normativa americana è soggetta a una procedura simile alla nostra, i giudici americani sono indipendenti, hanno un sistema giudiziario separato dagli altri poteri, sono soggetti a norme di legge che conosciamo; è quindi un sistema, differente da altri come quello cinese, con cui possiamo dialogare ma del quale ancora non ci possiamo fidare. «Sarebbe opportuno che l'Europa si muovesse in maniera uniforme» Con gli Usa ci vorrà, dunque, un accordo diplomatico per regolamentare l'interferenza di giudici ed Autorità sui dati europei. Si tratta, d'altronde, di una questione anche nell'interesse degli stessi americani: se non si trova una soluzione credibile, i provider Usa perderanno l'accesso al mercato europeo». In questo scenario sarebbe opportuno che «l'Europa si muovesse in maniera uniforme». Il tema della sicurezza dei dati, peraltro, è già in cima all'agenda europea. «Con le sentenze Schrems, la Corte di giustizia europea - ricorda Genna - ha ad esempio annullato gli accordi che consentivano di trasferire i dati personali europei in America». Nel caso del cloud «c'è un problema analogo, ma più ampio, perché riguarda anche i dati non personali che però possono essere ugualmente strategici (come i dati della Pa). La Ue dovrà negoziare tutto questo, ma mentre nel caso Schrems lo sta già facendo, con il cloud siamo in ritardo, si va avanti con iniziative nazionali. Non credo - aggiunge il giurista - si possa avere un accordo quadro europeo in tempi molto brevi. In assenza di tale accordo, gli Stati europei si parleranno tra di loro, si consulteranno con Bruxelles, cercheranno di andare avanti con principi già testati da altre cancellerie. Ogni situazione è diversa. In Francia e Germania, grazie alla presenza di consolidati cloud provider nazionali (Atos, Ovh e Deutsche Telekom) in grado di ridurre il contributo extraeuropeo, i Governi si sentono fiduciosi di poter andare più veloci. In Italia la situazione appare diversa e un po' più complicata poiché alcune grandi aziende nazionali (Tim, Leonardo) hanno fatto o annunciato accordi con operatori americani, i quali però tenderebbero a mantenere la leadership tecnologica rispetto al partner locale. Tutto questo pone un problema di sicurezza nazionale». «Il Governo giochi un ruolo di politica industriale» Di fronte a queste problematiche, infine, «il Governo dovrebbe giocare un ruolo di politica industriale e usare le gare per il cloud della Pa come leva per spingere l'industria italiana a essere più autonoma tecnologicamente, creando le premesse per la crescita dei cloud provider nazionali». D' altra parte, le esigenze della Pa sono più semplici del mercato privato, quindi non vi è necessariamente bisogno degli hyperscaler americani. Difatti, francesi e tedeschi stanno usando il pubblico proprio per far crescere l'industria nazionale». In conclusione, per il polo nazionale, si potrebbero «far crescere le aziende italiane ed europee che garantirebbero al 100% la sicurezza dei dati e la tecnologia che serve». Per quanto riguarda, invece, il cloud del mercato privato «non si può impedire agli Usa di fornire servizi in Europa, ma bisognerebbe porsi il problema dello strapotere degli Usa (e dei cinesi). Occorre, quindi, anche per risolvere questo problema, far crescere l'industria nazionale ed europea attraverso a leva della spesa pubblica. Ciò vale in particolare per i fondi del Pnrr: è inconcepibile che tali fondi europei possano essere utilizzati per incrementare il divario tra la tecnologia straniera e quella europea/ nazionale». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 10/9/2021

12 Novembre 2021

Pompei (Deloitte): «Sulla finanza sostenibile sfida epocale. Il valore delle imprese può crescere»

Necessario tenere in considerazione l'impatto del climate change sul business, spiega il ceo di Deloitte Italia che racconta l'impegno della prima azienda al mondo di servizi di consulenza e revisione che punta a zero emissioni nette al 2030 Siamo di fronte a una sfida epocale destinata a caratterizzare i prossimi anni. Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor Plus e Luiss Business School, parla della necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica ma di misurare anche i criteri Esg e di tenere in considerazione l'impatto dei cambiamenti climatici sul business. E anche per i prodotti e gli strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire. Quanto a Deloitte, spiega, «vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030». Quanto peso ha la sostenibilità nel mondo della finanza e delle imprese? E le decisioni aziendali sui temi Esg si conciliano con i risultati? «Negli ultimi mesi si è delineato uno scenario integrato delle diverse possibilità di sviluppo, che passano dalla necessità di superare valutazioni basate sulla sola crescita economica e che mettono sul medesimo piano tematiche di sostenibilità e responsabilità d'impresa. Oltre all'impatto che le singole aziende generano sull'ambiente, è diventato sempre più chiaro che per le stesse aziende i rischi legati al cambiamento climatico sono ingenti. Come emerso dal nostro report "Italy's Turning Point- Accelerating New Growth On The Path To Net Zero", nei prossimi 50 anni il mancato contrasto ai cambiamenti climatici potrebbe causare all'Italia fino a 1,2 trilioni di euro di danni economici, oltre che 21 milioni di posti di lavoro in meno. Sempre più sollecitate dal mercato e dalle nuove normative, le imprese stanno prendendo coscienza dell'impatto del cambiamento climatico sul proprio business e si stanno allineando alle linee guida europee. Sempre più realtà imprenditoriali stanno facendo propri i valori della transazione ecologica, sia in termini di maggiore efficienza energetica, de-carbonizzazione e utilizzo di risorse alternative, sia di sviluppo di modelli di economia circolare. Una sfida epocale, destinata a segnare i prossimi anni».L'attenzione sulla responsabilità ambientale e sociale nei processi di investimento e nei modelli operativi incide sulla valutazione degli investimenti. Qual è la vostra visione e che tipo di risposta vedete? «Con il documento presentato da Deloitte e Impact Management Project al World Economic Forum all'inizio del 2021 abbiamo accelerato la creazione di uno strumento universale per misurare gli impatti dei criteri di sostenibilità Esg sul valore economico delle aziende. Un'integrazione sempre più stretta di informativa finanziaria e non finanziaria, con un'attenzione specifica ai rischi e alle opportunità legate alla sostenibilità e, in particolare, al cambiamento climatico. L'obiettivo è riuscire a quantificare e comunicare gli effetti di questi fenomeni sulla generazione o sull'erosione di valore per le imprese. Inoltre, nell'ambito del B20 assieme a Confindustria, abbiamo presentato ‘The Goal 13 Impact Platform', una piattaforma realizzata per valorizzare le best practice ambientali e renderle note al mondo imprenditoriale e favorire così processi sempre più virtuosi, sia per quanto riguarda la riduzione delle emissioni sia per quanto riguarda le strategie di adattamento al cambiamento climatico. Si tratta di uno strumento ideato per accelerare il processo di transizione ecologica delle imprese, facilitando la collaborazione tra le aziende». Si assiste a una crescita sempre più significativa di prodotti e strumenti finanziari sostenibili. È una moda o un cambiamento strutturale? «Stiamo parlando di una crescita e nei prossimi mesi ci aspettiamo importanti cambiamenti e impatti significativi. Per esempio, il cambiamento climatico è entrato a tutti gli effetti nei bilanci delle società quotate: in un nostro studio abbiamo analizzato i bilanci di 226 società quotate in Borsa Italiana e il 42% delle relazioni finanziarie analizzate includeva un'informativa climate, seppur con livelli di dettaglio molto diversificati tra loro. Dallo studio condotto traspare un buon grado di consapevolezza, soprattutto per le società appartenenti a settori caratterizzati da fattori di rischio più rilevanti, rispetto al fatto che il climate change costituisca un elemento rilevante nel contesto dei rischi aziendali e in quanto tale necessiti di essere incorporato nella strategia di gestione dei rischi e quindi nella relativa informativa di bilancio Su questo fronte il sistema finanziario può fornire un contributo rilevante attraverso settori strategici e strumenti adeguati, per creare valore non soltanto nell'ottica degli azionisti, ma anche per un benessere sociale più esteso, per contrastare l'impatto dei cambiamenti climatici e i relativi rischi per il settore finanziario. Nello specifico la finanza può favorire traiettorie di sviluppo sostenibile in tutto il pianeta e promuovere impatti positivi significativi a livello globale, come per i finanziamenti verso le attività di conservazione e gli incentivi alle pratiche virtuose, ripensando le logiche di allocazione e la strutturazione dei portafogli. Anche per prodotti e strumenti finanziari green, gli obiettivi generati da un nuovo approccio sostenibile rappresentano la strada da seguire durante la lunga ripresa che ci attende». Parlando di Deloitte, quali sono i target e le strategie di business in tema di sostenibilità? «Il nostro network sta accelerando per aggiornare le policy che ci consentiranno di diminuire l'impatto ambientale, nell'ambito della più ampia strategia World Climate con cui vogliamo raggiungere l'obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2030. Oltre a questo, a inizio agosto abbiamo lanciato il nuovo programma di ‘learning' sul clima indirizzato a tutti i nostri 330 mila professionisti, progettato per rendere consapevoli e ispirare ad agire le nostre persone - e di conseguenza i nostri stakeholder e clienti - sull'impatto del climate change. In più Deloitte Legal ha lanciato il Manifesto dello Studio Legale Sostenibile per il mondo delle professioni legali perché la sostenibilità va declinata non solo in chiave ambientale, ma anche etica e sociale. Speriamo questi siano solo i primi esempi di un trend diffuso all'interno di aziende e istituzioni. Come sempre, cultura e conoscenza sono indispensabili per acquisire consapevolezza e solo con l'impegno di tutti potremo essere all'altezza della sfida ambientale che abbiamo davanti».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Ubs: «Gli investitori italiani sempre più attratti da portafogli sostenibili. Capitali verso i più virtuosi»

Paolo Federici, Market Head di Ubs Gwm in Italia  parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020 La sostenibilità non è solo una moda o un trend passeggero ma una priorità per il settore finanziario. Ne sono consapevoli gli investitori italiani che sempre più scelgono di inserire nel proprio portafoglio investimenti sostenibili. Paolo Federici, Market Head di Ubs Global Wealth Management in Italia racconta a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, come gli investitori italiani sono attratti da portafogli green: secondo l'ultimo Investor Sentiment Survey l'85% considera gli investimenti sostenibili una componente rilevante da inserire nel proprio portafoglio. Federici parla anche dell'impegno del gruppo Ubs su standard di finanziamento sempre più rigorosi con l'esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio a meno del 2% a fine 2020. Cosa significa essere sostenibili nel mondo della finanza e quali sono i vantaggi? «Oggi più che mai la sostenibilità rappresenta un elemento guida nelle nostre scelte di vita quotidiana ed è chiara la rilevanza che ha assunto anche nel mondo della finanza, in particolare nel campo degli investimenti. Sempre più imprenditori e investitori privati stanno infatti orientando le scelte di allocazione dei portafogli verso la sostenibilità, con sempre maggiore attenzione verso scelte che coniughino la ricerca di rendimento con un impatto positivo per il pianeta. Le scelte che ne derivano vanno così ad accelerare l'afflusso di capitali verso le società più virtuose in termini di impatto ambientale e di soluzioni sostenibili. Un meccanismo in grado di influenzare anche l'economia reale, facilitando l'accesso al mercato dei capitali e le capacità delle aziende più virtuose di finanziarsi a tassi più vantaggiosi fino ad interessare la valutazione stessa di tali aziende E' evidente dunque come la sostenibilità non possa più essere considerata semplicemente una moda o un trend passeggero ma, piuttosto, una priorità per l'intero settore finanziario, tema su cui il nostro gruppo è attivo da tempo e a livello globale». A questo proposito ci parla dell'esperienza di Ubs? A che punto siete in termini di portafogli e investimenti sostenibili? «Gli investitori italiani dimostrano di comprendere l'importanza di inserire nel proprio portafoglio sempre più investimenti sostenibili, rafforzandoci nella nostra convinzione al riguardo. Ubs è stata, infatti, una delle prime banche globali a realizzare l'importanza degli investimenti sostenibili, intercettando la rivoluzione di pensiero che si prospettava fino a renderli la proposta di riferimento per coloro che desiderano costruire portafogli a prova di futuro. Siamo e vogliamo essere partner credibili per i nostri clienti con i quali lavoriamo continuamente accrescendo la loro sensibilità sui temi green. Come lo facciamo? Fornendo sempre maggiori informazioni e analisi sugli investimenti sostenibili, su rischi e opportunità connesse al clima, nonché assistendoli nella transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, che consentirà una sempre maggiore efficacia nell'accesso al mercato dei capitali. Infine, a livello di Gruppo abbiamo fissato standard di finanziamento sempre più rigorosi: la nostra esposizione alle attività ad alta intensità di carbonio è già estremamente bassa, meno del 2% a fine 2020. Stabiliremo obiettivi di ulteriore allineamento del nostro portafoglio di finanziamenti sulla base dei parametri dell'accordo di Parigi e stiamo apportando infine modifiche al nostro modello ESR per ridurre ulteriormente la propensione al rischio per gli asset legati al carbonio». Avete di recente pubblicato la nuova edizione dell'Investor Sentiment di Ubs. Che quadro emerge? Ce ne parla? «L'ultima edizione dell'Investor Sentiment Survey, la ricerca che analizza la fiducia degli investitori facoltosi in tutto il mondo, evidenzia il ruolo chiave degli investimenti sostenibili nelle scelte degli investitori. Dalla ricerca emerge infatti che gli investitori globali continuano a vedere sempre più vantaggi dall'inserimento degli investimenti sostenibili nei loro portafogli e, nello specifico, l'85% degli investitori italiani li ritiene già una parte fondamentale della strategia di portafoglio orientata da valori e rendimenti. In aggiunta, il 59% si aspetta che i rendimenti generati dagli investimenti sostenibili arrivino a superare quelli generati dagli investimenti tradizionali, il che ne aumenta ulteriormente l'attrattività». Quindi che tipo di risposta state riscontrando negli investitori italiani? «Negli ultimi 3 mesi la predisposizione da parte degli investitori italiani verso gli investimenti sostenibili ha registrato un balzo in avanti, come evidenziato dalla nostra ricerca. E' contestualmente aumentata anche la necessità di consulenza da parte dei nostri clienti per rivedere l'allocazione del proprio portafoglio a favore di temi ‘green': ben il 74% degli investitori italiani è interessato a ricevere una consulenza dedicata e su misura. Questa tendenza conferma ancora una volta che la direzione intrapresa da Ubs Global Wealth Management negli ultimi anni è quella vincente. Sostenibilità e consulenza davvero su misura sono i nostri tratti distintivi ormai da tempo, uniti a solidità ed esperienza uniche sul mercato».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

Algebris: «Il trend del mercato è verso l'Esg. Lavoriamo a portafogli a emissioni zero»

L'etichetta green è ormai un must, spiegano Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund Sia a livello italiano che internazionale, il mercato si muove attivamente in direzione di una finanza sempre più green perché l'etichetta Esg più che un plus sta diventando un must e dall'equity sta coinvolgendo tutti gli strumenti e gli attori del mercato. È la visione di Algebris, una delle principali società di gestione del risparmio. In un'intervista a due, Silvia Merler, Head of Esg and Policy Research e Gabriele Foà, co-Portfolio manager Algebris Global Credit Opportunities Fund, parlano anche del percorso che ha portato alla linea di business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale e dell'impegno per raggiungere le zero emissioni nette per le attività in gestione entro il 2050. Si parla sempre più di finanza green e l'offerta cresce giorno per giorno. Che tipo di risposta riscontrate? Con un focus in particolare sul mercato italiano «Ovviamente il tema della finanza green è molto sentito. Il mercato nell'ultimo anno, sia a livello italiano che a livello internazionale - risponde Gabriele Foà - si è mosso decisamente in questa direzione e il trend è chiaro, sia sul fronte dell'offerta che della domanda. Mentre prima avere il label Esg o label 'green' era un plus di molti fondi, adesso è diventato un must perché l'attenzione del mercato è molto più ampia e, coinvolge tutti gli attori, a monte e a valle della catena produttiva. Tra l'altro, negli ultimi 6-9 mesi il mercato ha visto la nascita più frequente di fondi "article 9", ovvero che hanno come obiettivo l'investimento sostenibile. Questi fondi fanno dell'aspetto "green" non solo un vincolo, ma un vero e proprio obiettivo di investimento e devono essere per mandato attenti a promuovere tematiche sociali e ambientali. Inoltre, questo trend, partito su delle asset class specifiche - ovviamente l'equity - si sta espandendo decisamente sia verso i bond, sia verso asset meno liquidi, come il private equity. E non è un caso, anche, che gli emittenti si siano adeguati. Guardando, per esempio, al mercato dei bond, vediamo un'attenzione sempre più alta a emettere bond 'green', e un premio importante sul mercato associato a questi ultimi. Questo fattore è molto importante perché crea un incentivo per gli emittenti attivi in settori non propriamente Esg a esplorare progetti sostenibili». Parlando di Algebris, è stata creata la linea di Business dedicata proprio agli obiettivi di transizione energetica e ambientale. Come influisce questo percorso nelle vostre scelte di investimento? «È lo sbocco di un processo più lungo, che abbiamo iniziato già da tempo, di una strategia dedicata specificamente alla transizione energetica. Da circa due anni – spiega Silvia Merler - stiamo lavorando, con grande impegno, proprio sui nostri portafogli finanziari per una stima delle emissioni finanziate dalle banche che abbiamo in portafoglio. Dal momento che non c'è ancora un obbligo regolamentare per i soggetti bancari di fare informative, è tutto un lavoro di stima basato su dati parziali e su nostre analisi dei bilanci. Adesso si sta concretizzando in una serie di disclosure di metriche non finanziarie e carbon footprint di emissioni finanziate, che ci ha, naturalmente, portato a integrare sempre di più i criteri di sostenibilità ambientale all'interno di tutti i vari portafogli ed è, poi, sfociato in questa nuova strategia. Poi, chiaramente, avere, adesso, anche un team con competenza industriale ci dà un vantaggio dal punto di vista delle competenze». Parlando, quindi, di costruzione del portafoglio fondi quali saranno i prossimi passi? «Per ora l'obiettivo – prosegue Silvia Merler - è integrare i fattori di sostenibilità in tutte le strategie, in maniera organica, all'interno del processo di investimento e, poi, avere anche un reporting, sia per gli investitori che pubblico, su metriche non finanziarie. Abbiamo iniziato con i fondi finanziari perché lì si concentra il grosso delle masse gestite, ma ci espanderemo anche agli altri fondi; ovviamente è un'integrazione che procede in modo diverso, in base alle diverse strategie e agli strumenti. Ad esempio, abbiamo la nostra strategia di equity italiana che è principalmente focalizzata su piccole medie imprese e fare questo lavoro è molto più difficile. Da gestore – aggiunge Gabriele Foà – posso dire che, da un lato, sulle strategie esistenti abbiamo messo dei paletti ulteriori e, dall'altro, c'è un'attenzione più alta alle caratteristiche dell'emittente; un'attenzione che ovviamente è sempre verso il rendimento e il ritorno ma guarda anche ad altre caratteristiche. Per quanto riguarda le nuove idee ovviamente c'è un cantiere aperto sulle strategie green sia sui prodotti esistenti che su prodotti nuovi». Algebris è firmataria dei Principi per l'Investimento Responsabile delle Nazioni Unite ed avete aderito all'iniziativa 'Net Zero Asset Managers', il progetto che vuole promuovere investimenti responsabili per raggiungere le zero emissioni nette per tutte le attività in gestione entro il 2050. A che punto siete? «Siamo entrati nell'iniziativa quest'anno, a marzo – spiega Silvia Merler - e abbiamo un anno per fare valutazioni internamente e poi pubblicare un target di masse che ci impegniamo a gestire in allineamento con il target ‘zero by 2050' e target intermedio al 2030. Il lavoro, in realtà, è già molto avanzato e, quindi, contiamo di completarlo prima di quella che sarebbe la deadline, appunto, di marzo 2022. In questi mesi, partendo dai portafogli finanziari, abbiamo stimato anche la temperatura implicita del portafoglio per capire se effettivamente, a breve, medio e lungo periodo sia compatibile con un percorso che tenga l'aumento della temperatura sotto 1,5-2 gradi. Dal nostro impegno per emissioni zero viene anche la volontà di avere una politica di tutti i combustibili fossili, non solo del carbone, che sia in linea con gli obiettivi dell'iniziativa».  SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

12 Novembre 2021

«Italia al top per finanza sostenibile. Ora accompagnare la ripresa e la giusta transizione»

ll Forum per la Finanza sostenibile celebra 20 anni e apre il consueto appuntamento con la Settimana Sri. Il segretario generale, Francesco Bicciato parla delle prossime a SustainEconomy.24 L'Italia è uno dei Paesi con la tradizione più consolidata nella finanza sostenibile che è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Il Forum per la finanza sostenibile celebra i suoi primi 20 anni e in occasione, della consueta Settimana Sri, il segretario generale Francesco Bicciato traccia un bilancio e parla delle sfide future in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Cita i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, che mostrano come nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Ma, afferma, ora le sfide da affrontare riguardano il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione. Finanza sostenibile. Se ne parla tanto ma a che punto siamo in Italia? Come procede l'integrazione dei criteri Esg nei prodotti e nei processi finanziari? «L'Italia è uno dei Paesi con una tradizione più lunga e consolidata nella finanza sostenibile. Quest'anno il Forum celebra i suoi 20 anni di attività: in questi due decenni, la finanza sostenibile è passata da fenomeno di nicchia a mainstream. Negli ultimi anni la crescita è stata significativa, sia relativamente agli investitori istituzionali, sia anche nel mercato retail. Lo dimostrano anche i risultati della ricerca sugli orientamenti dei risparmiatori che presentiamo in apertura della Settimana SRI, quest'anno dall'11 al 25 novembre. Questa evoluzione si riflette anche nella crescita del Forum, che negli ultimi anni è passato da alcune decine di soci agli attuali 130 associati». A livello di normativa c'è ancora molto da fare. O le recenti direttive rappresentano un passo avanti? «Senza dubbio i provvedimenti normativi europei degli ultimi anni rappresentano significativi passi in avanti. Con il Piano d'azione sulla finanza sostenibile del 2018, la Commissione Europea ha fissato una serie di priorità determinanti per l'evoluzione del mercato degli investimenti responsabili. Uno dei punti fondamentali su cui si sta intervenendo è la trasparenza: attraverso la Sustainable Finance Disclosure Regulation, si chiede agli operatori e ai consulenti finanziari di comunicare come tengono in considerazione rischi e impatti ambientali, sociali e di governance. Inoltre, l'Unione Europea sta costruendo un sistema di classificazione delle attività sostenibili, la "tassonomia", utile per guidare gli investitori nelle loro decisioni. Si sta anche lavorando sul versante della trasparenza delle imprese investite: la nuova Corporate Sustainability Reporting Directive dovrebbe portare a un allargamento della platea delle società che devono presentare una rendicontazione non finanziaria». Si apre la decima edizione della Settimana dell'Investimento Sostenibile e Responsabile. Quali sono le novità di quest'anno e cosa vi aspettate? «Le novità sono molte. La prima, a cui teniamo particolarmente, è che la Settimana SRI, pur senza abbandonare l'online, torna in presenza. Dopo l'edizione 2020 svoltasi solo in forma digitale, pur dando la possibilità della diretta streaming per tutti gli eventi, abbiamo voluto tornare a incontrarci. Quest'anno saranno presentate cinque ricerche. Una fa il punto sul mercato SRI in Italia, aggregando dati già pubblicati di diverse fonti autorevoli. Le altre approfondiscono gli orientamenti di risparmiatori, Pmi, investitori istituzionali come piani pensionistici e Fondazioni di origine bancaria. Questi attori, con le loro scelte finanziarie, possono dare un contributo significativo a un processo di ripresa e transizione verso un'economia a zero emissioni nette, che salvaguardi la giustizia sociale ed eviti il sorgere di nuove disuguaglianze. Uno degli eventi a cui teniamo molto è quello di chiusura della Settimana SRI, che si svolgerà il 25 novembre a Milano: sarà l'occasione per celebrare i 20 anni di attività del Forum, fare il punto sulla strada percorsa finora e sulle sfide da affrontare, con l'ambizione di anticipare sempre le evoluzioni di un settore molto dinamico». Guardando proprio al ventesimo anniversario di attività del Forum, ci traccia un bilancio dell'evoluzione degli investimenti sostenibili in Italia? E quali sono le sfide future? «Nel primo studio sul mercato SRI in Europa realizzato nel 2003 l'Italia rappresentava lo 0,1% del mercato europeo con 240 milioni di euro di masse, riferite ai soli investitori istituzionali. La situazione oggi è molto diversa. A livello europeo, secondo le rilevazioni di Morningstar, si è passati da meno di 400 miliardi di asset gestiti nel 2017 agli oltre 1.100 miliardi del 2020. Il nostro Paese rappresenta una quota significativa: i dati di Assogestioni, relativi ai fondi aperti, mostrano che nel 2020 in Italia si sono superati gli 80 miliardi di euro di masse gestite, contro i circa 8 miliardi di asset del 2017. Le sfide da affrontare sono diverse e riguardano, da un lato, il ruolo della finanza sostenibile per la ripresa post pandemia e una giusta transizione: da sole le risorse pubbliche non sono sufficienti, gli investimenti privati saranno fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici e ridurre di pari passo emissioni e disuguaglianze. In questo ambito, opportunità interessanti potranno arrivare dalle partnership pubblico-privato. Un'altra sfida riguarda la trasparenza e la sensibilizzazione dei risparmiatori verso l'importanza di fare scelte di investimento sostenibili». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 12/11/2021

29 Ottobre 2021

Realacci (Symbola): «Dalla sfida climatica un'economia più forte. L'Ue pensi a dazi»

Di fronte alla sfida climatica basta slogan e dilettanti. In Italia imprese e società sono più avanti della politica A pochi giorni dall'aperura di Cop26 le sfide sono tante ma la situazione è migliore rispetto a qualche anno fa, complici la svolta green dell'Ue e il cambio di amministrazione negli Usa. Ne è convinto Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola e presidente onorario di Legambiente che, in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, esorta a cogliere la sfida perché fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione di costruire un'economia più forte. A partire da dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. E di fronte alla tempesta che abbiamo davanti, basta dilettanti e slogan. Quanto all'Italia, sui temi ambientali, dice, le imprese e la società sono più avanti della politica e possiamo essere protagonisti della sfida. Tra pochi giorni si apre la Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Cosa si aspetta e quali dovrebbero essere le tematiche da portare avanti? «I temi sono tanti ma si parte da una situazione migliore rispetto a quello che si poteva pensare solo qualche anno fa. Migliore per due motivi. Da un lato, c'è l'Europa che ha scelto con nettezza la sua strada. Dall'insediamento della presidente Ursula Von der Leyen si disse subito che il tema del Green new deal era la chiave per il futuro dell'Europa e qualcuno ha pensato – e forse anche sperato – che la crisi prodotta della pandemia potesse rallentare questo percorso. Al contrario l'Europa ha scelto con grande forza di indirizzare il grosso delle sue risorse, intelligenze ed energie creative proprio su questo tema, assieme alla coesione e al digitale. Quindi è un'idea di Europa che non è legata solo a fronteggiare pericoli legati alla crisi climatica o a dare risposte alla generazione Greta, ma l'idea di un'Europa che cerca un suo posto nel mondo, una sua missione e vuole un'economia forte ma più a dimensione umana. Dall'altro, poi, c'è stato anche il cambio di amministrazione negli Usa, con l'amministrazione Biden, e questo è un altro punto che può giocare un ruolo positivo. Poi i problemi sono tantissimi. Credo che un terreno importante in futuro sarà quello, che la stessa Europa pone, di prevedere dei dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. L'Europa è il più grande mercato del mondo e se si mette in movimento e fa questa operazione, non solo difende la propria economia, ma spinge gli altri a fare passi avanti. È chiaro che non c'è una soluzione definitiva al problema ma fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione per costruire un'economia più forte». Sono molteplici gli allarmi su un mancato rispetto dei target dell'accordo di Parigi. Ci si può arrivare o la strada è difficilissima? «La strada non sarà sicuramente facile ma al tempo stesso, in molti campi, si vede che chi si incammina su questa strada ha dei vantaggi economici; insomma è vero che il problema c'è e affrontarlo sarebbe oneroso, ma, in realtà, non affrontarlo sarebbe ancora più oneroso, perché come dimostrano tantissimi settori produttivi, chi non va su quella strada perde. È una strada che può rafforzare sia i grandi che i piccoli. Del resto, quel terzo di imprese, oltre 400 mila, come dice il Rapporto Greenitaly presentato qualche giorno fa da Fondazione Symbola e Unioncamere, che hanno investito negli ultimi 5 anni in campo ambientale, performano meglio perché rinnovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. Le difficoltà ci saranno ma si possono affrontare. A me piace molto la frase del regista Frank Capra, ‘i dilettanti giocano per piacere quando fa bel tempo, i professionisti giocano per vincere mentre infuria la tempesta'; ecco, rispetto alla tempesta che abbiamo davanti non è tempo per dilettanti, basta propaganda, basta parole vuote, è il momento della concretezza e della visione». Anche alla luce del rapporto che avete presentato, nel nostro Paese vede una buona risposta sia a livello di imprese che a livello di cittadini?  «Io penso che in Italia una parte delle imprese e una parte della società siano più avanti della politica. Perché la politica, che poi è orientata fortunatamente dalle scelte che ha fatto l'Europa, a volte sembra discutere di altro, non capisce che proprio quei tre assi che l'Europa ci indica – coesione, transizione verde e digitale - sono anche quelli che consentono di affrontare tanti nostri problemi. Nel mondo dell'economia tanti si sono messi in moto e l'incrocio di questi fattori fa la forza del Paese; penso al legno-arredo, alla meccatronica all'agricoltura. Allora il problema è aiutare chi si è incamminato e anche superare un senso di minorità degli italiani che pensano di essere dei Calimeri. Noi abbiamo enormi problemi e spesso non siamo in grado di affrontarli, ma abbiamo anche dei grandi punti di forza, basti pensare all'economia circolare e altri in cui siamo all'avanguardia, e possiamo essere protagonisti di questa sfida». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Fridays For Future: «Serve una giustizia climatica. Le persone vogliono il cambiamento»

Una delle portavoci del movimento dei giovani per il clima parla delle priorità in vista della Cop26 e spiega la mobilitazione di piazza perché serve consapevolezza, mentre dalle conferenze non arrivano le risposte A pochi giorni dall'avvio della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop26, i giovani di Fridays For Future rimarcano le loro priorità: trattare la crisi climatica come un'emergenza, sbloccare il fondo da 100 miliardi annui per i Paesi in via di sviluppo e abbandonare immediatamente i carburanti fossili. Laura Vallaro, una dei portavoce di Fridays For Future Italia parla in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School delle richieste di cambiamento per una giustizia climatica e più equità. In occasione del G20 il movimento sarà ancora in piazza perché c'è un aumento della consapevolezza tra i cittadini. E perché le risposte, dice, non arriveranno dai parlamenti e dalle conferenze.  Mancano pochi giorni all'inizio di Cop26, per voi quali sono le priorità? «Prima di tutto serve che la crisi climatica venga trattata realmente come una crisi e questo, come ci ha mostrato anche la pandemia, continua a non accadere perché viene trattata come un problema ma non come l'emergenza che minaccia le nostre vite. Dovrebbe essere il primo passo per poter reagire nel modo giusto. In vista di Cop26 si parla tanto di dare ai Paesi in via di sviluppo il fondo dei 100 miliardi annui, ma, anche in questo caso, una recente analisi ha dimostrato come, ancora quest'anno, probabilmente non si riuscirà a rispettare questo impegno e, se continuiamo così, lo rispetteremo soltanto nel 2023. Si ignorano le responsabilità che i Paesi occidentali hanno e dovrebbe essere il minimo indispensabile. L'altro obiettivo davvero importante è quello di uscire dal carbone immediatamente ma anche da tutti i combustibili fossili, il petrolio e il gas. Il recente rapporto dell'Unep dice proprio che la produzione pianificata di combustibili fossili dai Paesi del mondo per il 2030 è ancora più del doppio di quello che sarebbe compatibile con un percorso per mantenere il riscaldamento nei limiti stabiliti dall'Accordo di Parigi. Poi i temi sono molteplici ma soprattutto serve focalizzarsi sul principio di giustizia climatica ed equità». Sarete di nuovo in piazza in occasione del G20, perché non vedete fatti concreti. State valutando anche altre forme di mobilitazione o comunque di sensibilizzazione? «Questo fine settimana ci sono delle mobilitazioni in occasione del G20 perché, tra l'altro, i Paesi del G20 sono responsabili per l'80% delle emissioni globali e la cosa positiva di queste mobilitazioni è che raccolgono e uniscono gran parte della società, non soltanto i giovani che scendono in piazza per il clima. Credo che in questo momento sia importante proprio questa mobilitazione delle persone». Riscontrate una risposta maggiore dai cittadini? «Non è ancora quello che sarebbe necessario, ma c'è un aumento nella consapevolezza e, soprattutto, le persone continuano a chiedere il cambiamento. Questo è positivo perché, sicuramente, dai parlamenti e dalle conferenze non arriveranno le azioni necessarie nel tempo che abbiamo. Serve realmente che le persone prendano posizione facciano un passo avanti, scendano in piazza e chiedano ai politici di agire e questo sta accadendo». Non vi aspettate, quindi, grandi risultati da queste riunioni? «No, sicuramente è un momento in cui serve farci sentire come popolazione, mettere pressione e far vedere che stiamo osservando le scelte che vengono fatte e che nei nostri confronti hanno delle responsabilità che finora stanno ignorando. E' importante scendere in piazza perché, nonostante non ci saranno le risposte necessarie da queste sedi, la pressione che facciamo serve a cambiare la percezione pubblica di questa crisi e a far vedere che le persone vogliono il cambiamento». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Dialuce: «Enea gioca un ruolo di primo piano per cambiare il paradigma culturale. L'impegno per l'idrogeno»

Il presidente di ENEA parla a SustainEconomy.24 anche di Pnrr e degli investimenti per la ricerca Gli impegni dei Paesi per contenere le emissioni non sembrano ancora compatibili con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. A pochi giorni dall'avvio di Cop26, il presidente di Enea, Gilberto Dialuce, a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, auspica il rafforzamento della collaborazione internazionale ed impegni economici concreti. Enea sta portando avanti il suo impegno e gioca un ruolo di primo piano "per cambiare il paradigma culturale". E guarda alle risorse e agli obiettivi del Pnrr e agli investimenti in ricerca che vedono l'Italia ancora distante dagli altri Paesi. E racconta l'impegno sulla filiera dell'idrogeno a partire dalla Hydrogen Valley. Si sta per aprire la Cop26. Da più parti arrivano allarmi sulla difficoltà di rispettare gli accordi di Parigi. Cosa si aspetta? E quali direzioni andrebbero privilegiate dal suo punto di vista? «Obiettivo degli Accordi di Parigi era limitare l'aumento della temperatura media del pianeta entro i 2°C, perseguendo ogni sforzo per contenere tale crescita entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. L'ultimo report Ipcc ha, però, rilevato che la temperatura media della Terra è già aumentata di 1,1°C, quindi contenere questo incremento entro 1,5°C diventa arduo senza un dimezzamento delle emissioni mondiali di gas a effetto serra entro il 2030 e il raggiungimento della cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050. Purtroppo, però, ad oggi gli impegni dichiarati dai singoli Paesi per contenere le emissioni, proteggere i territori e mettere a disposizione finanziamenti congrui non sembrano ancora compatibili con tale obiettivo. A Glasgow ci si aspetta che Paesi industrializzati e grandi emettitori di gas serra implementino i loro percorsi di decarbonizzazione mobilitando, come previsto, i 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2025 per rispondere ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo, e che vi sia un chiaro impegno per la cessazione dell'uso del carbone nella generazione elettrica. In Enea siamo fortemente impegnati nello sviluppo e nel trasferimento delle tecnologie di mitigazione e adattamento, sia nel nostro territorio che nei Pvs e seguiamo con particolare attenzione i lavori del Meccanismo Tecnologico istituito dalla Convenzione sul Clima. Le direzioni privilegiate da intraprendere a Glasgow sono legate al rafforzamento della collaborazione internazionale e agli impegni economici concreti per rendere operativo l'Accordo di Parigi e conciliare gli obiettivi di decarbonizzazione e resilienza seguendo principi quali il 'building back better' e 'non lasciare nessuno indietro'». Si parla tanto di clima, ambiente e sostenibilità. Arriverà una spinta dai fondi del Pnrr? Anche per la ricerca? «Il Pnrr mostra una straordinaria sensibilità verso questi temi. È un'occasione unica per il nostro Paese, così vulnerabile e così esposto ai rischi climatici sia per le caratteristiche del suo territorio sia a causa degli abusi commessi nel tempo. Il Piano mette a disposizione ingenti risorse economiche per intraprendere la strada della transizione ecologica. La Missione 2 "Rivoluzione Verde e Transizione ecologica" prevede uno stanziamento di 59,47 miliardi di euro: 5,27 miliardi per economia circolare e agricoltura sostenibile, 23,78 miliardi per energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, 15,36 miliardi per efficienza energetica e riqualificazione degli edifici e, infine, 15,06 miliardi per tutela del territorio e della risorsa idrica. Con gli investimenti su idrogeno e batterie avanzate, il Pnrr guarda anche agli obiettivi di neutralità climatica al 2050 oltre che a quelli al 2030. Sul fronte delle rinnovabili, il Piano prevede risorse per incentivare circa 4,2 GW di potenza elettrica, che dovranno contribuire al raggiungimento del target italiano previsto in circa 70 GW e per il quale si dovrà intervenire sulle barriere burocratiche e i complessi processi autorizzativi. Le riforme previste potranno anche dare un importante contributo in tal senso. Sugli investimenti in ricerca, l'Italia rimane ancora distante dagli altri Paesi (1,4% del Pil nel 2018, rispetto alla media Ocse del 2,4%). Fortunatamente questo gap sembra destinato a ridursi grazie anche alle risorse del Pnrr che, con la Missione 2 stanzia importanti risorse per la ricerca applicata e la sperimentazione sull'idrogeno e con la Missione 4 "Dalla Ricerca all'impresa", che stanzia 11,44 miliardi di euro per rafforzare la ricerca di base e applicata in sinergia tra università e imprese». Lei ha assunto la guida di Enea da qualche mese. Quale sarà il ruolo di Enea nella transizione energetica ed ecologica? «In fatto di transizione energetica, lotta al cambiamento climatico e riduzione di emissioni di CO2, il Paese ha di fronte obiettivi estremamente complessi da raggiungere in meno di dieci anni e per i quali, come Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, siamo chiamati a giocare un ruolo di primo piano, anche per favorire un cambio di paradigma culturale. Questo a partire dal contributo che possiamo fornire alle attività comprese nel Pnrr e in forza del nostro posizionamento su temi inerenti sostenibilità, energia, ricerca e trasferimento di competenze a Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini. Penso al settore dell'efficienza energetica e all'importanza che ricopre proprio in questo periodo segnato da un aumento rilevante dei prezzi dell'energia. Enea sarà protagonista dei programmi volti a riqualificare e a migliorare la sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato e si troverà in prima linea anche nella comunicazione dell'importanza dell'efficienza energetica, con un programma di formazione e informazione per contribuire ad accrescere gli investimenti nel settore civile. Saremo impegnati anche nell'applicazione e la dimostrazione di tecnologie energetiche innovative, così come nella promozione delle smart communities, una sorta di nuova frontiera per cercare di portare l'energia più vicina ai cittadini. Continueremo inoltre a dare vita a strumenti in grado di favorire la promozione delle politiche in chiave sostenibile, supportare modelli circolari di produzione, l'eco-innovazione nei cicli di vita e lo sviluppo di tecnologie, metodologie e strumenti che favoriscano l'integrazione di competenze diverse e il cambiamento degli stili di vita che dovranno necessariamente essere rivisti in chiave più sostenibile». Una delle principali sfide future, in campo energetico, sarà rappresentato dall'idrogeno. Ci parla della strategia di Enea? «Nel nostro Centro Ricerche Casaccia stiamo lavorando alla realizzazione dell'Hydrogen Demo Valley, un incubatore tecnologico nazionale finanziato dal Ministero della Transizione Ecologica nell'ambito dell'iniziativa Mission Innovation, che riguarderà l'intera filiera dell'idrogeno, dalla produzione con fonti rinnovabili alla distribuzione, dall'accumulo agli usi finali, in collaborazione con aziende, associazioni di categoria, enti di ricerca e università. Questa piattaforma di ricerca consentirà anche la sperimentazione di nuove tecnologie legate, ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti, al recupero di sottoprodotti industriali e al calore rinnovabile ad alta temperatura ottenuto in impianti solari a concentrazione. Ma questo è solo un piccolo spaccato di ciò che faremo all'interno dell'incubatore Enea. E tutto ciò sarà favorito dal Pnrr che ha stanziato per l'idrogeno 3,7 miliardi di euro, di cui 2 per decarbonizzare i settori "hard to abate", con iniziative volte a sperimentare nelle imprese che utilizzano gas per uso termico (quindi non elettrificabili) un utilizzo fino al 90% di idrogeno in miscelazione col metano, e all'uso in prospettiva dell'idrogeno anche in altri settori, come quello siderurgico. Ma il suo raggio d'azione riguarderà anche la mobilità (pesante su gomma e tratte ferroviarie non elettrificabili), la creazione di Hydrogen Valley in alcune Regioni e la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie che garantiscano sicurezza e sostenibilità economica e ambientale di tutta la filiera dell'idrogeno, incluso il trasporto e lo stoccaggio». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

29 Ottobre 2021

Carrozza (Cnr): «Serve un piano strategico per la ricerca. La transizione va accompagnata»

La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche nell'intervista a SustainEconomy.24, parla anche di Cop26 e del Pnrr Siamo tutti chiamati ad una vera e propria rivoluzione culturale per affrontare le grandi sfide di questo momento storico. E per i ricercatori questo comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Ma per avere chance di successo la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali. La presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Maria Chiara Carrozza, in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School chiede un piano strategico per la ricerca. Perché la transizione e il cambiamento vanno accompagnati. E perché la ricerca, come quella del Cnr, può rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano. Con risorse, ma anche con un cambiamento di sistema. E in vista di Cop26, la presidente Carrozza si aspetta «decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti" perché «non c'è scelta». Il Pnrr, aggiunge, è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese. Le principali sfide per un futuro sostenibile sono i cambiamenti climatici, l'ambiente e il post-pandemia. Presidente, quale percorso va tracciato? «Cambiamenti climatici, transizione digitale, salute, formazione sono le grandi sfide di questo momento storico e per affrontarle siamo chiamati a compiere una vera e propria rivoluzione culturale. Se non interveniamo immediatamente e decisamente, come comunità scientifica, come cittadini e come istituzioni, ci troveremo sempre più spesso in situazioni in cui dovremo affrontare le emergenze sanitarie, ambientali e socio-economiche in tempo reale, con tutte le difficoltà che abbiamo sperimentato in questi ultimi anni. Per i ricercatori questa sfida progettuale comporta l'assunzione di una grande responsabilità. Il percorso della scienza è infatti quello di un impegno costante e progressivo nella conoscenza che però ha tempi non sempre ponderabili e margini di incertezza forti, pertanto è difficile e non scontato raggiungere nuovi avanzamenti concreti, quelli che si traducono nel benessere materiale, pratico degli individui e della collettività. Per stringere i tempi e aumentare le chance di successo, la ricerca ha bisogno di grandi investimenti strutturali che sostengano il lavoro quotidiano. Faccio un esempio: oggi quasi tutti capiscono l'importanza dei vaccini e apprezzano che quello per il Covid-19 sia stato sviluppato così rapidamente, ma se abbiamo ottenuto questo successo è perché prima c'è stata una ricerca di base importante in biologia molecolare, in immunologia, in virologia. Senza questa ricerca fondamentale non sarebbe stato possibile affrontare la pandemia, con questi fondamentali presidi, in meno di un anno». Si sta per aprire la Cop 26. Sostenibilità, energia, inquinamento e clima. Cosa si aspetta? E quali decisioni andrebbero prese?  «La sostenibilità è una parola chiave del prossimo futuro. Dalle istituzioni competenti, dagli organismi decisionali mi aspetto decisioni radicali e coraggiose, univoche e seguite da comportamenti coerenti. Altrimenti non saremo in grado di imprimere quel cambiamento di cui il pianeta ha bisogno per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. In senso più ampio, siamo davanti a una svolta che riguarda il futuro delle nuove generazioni nel senso dell'equità, tra aree del pianeta, fasce sociali e generazioni più e meno fortunate. Davanti a noi abbiamo quest'opzione, oppure quella dell'aumento dei divari socio-economici e degli impatti climatico-ambientali. In realtà non c'è scelta, lo capiamo bene». Quali sono gli impegni del Cnr in tema di ricerca per l'ambiente e il clima?  «Serve un piano strategico per la ricerca in cui la sostenibilità sarà un pilastro fondamentale e in questo ambito le risorse multidisciplinari e territoriali del Cnr sono fondamentali. Ricordo intanto che nel primo working group del VI Rapporto Ipcc figurano tre nostri ricercatori, ma in generale la sostenibilità si fonda su competenze e conoscenze scientifiche precise quanto complesse. Il cambiamento e la transizione sono processi da seguire, accompagnare, prevedere, che rappresentano anche opportunità e prospettive di grande trasformazione industriale, economica, culturale. Al Cnr studiamo dalle scienze polari al rischio idrogeologico, dal monitoraggio del suolo alla biologia marina, dal monitoraggio dei dati alla modellistica previsionale, dalla chimica verde ai beni culturali. Per questo riteniamo di poter rispondere alle esigenze di conoscenza ma anche a quelle del mondo produttivo italiano». Si parla tanto delle risorse del Pnrr. Quanto è importante investire in ricerca?  «Il Pnrr è un'occasione unica per rilanciare il nostro Paese, non abbiamo precedenti di un finanziamento del genere per la ricerca in Italia. Ma investire in conoscenza è cruciale per il progresso di qualunque sistema Paese, in qualunque fase storica. La scienza deve mettersi sempre di più al servizio della società ed essere messa in condizioni di servirla, mirando a raggiungere gli obiettivi da cui dipende il miglioramento della vita delle persone. Si deve fare molto sul reclutamento, sulle progressioni di carriera, sui livelli retributivi, bisogna facilitare i brevetti, sostenere le certificazioni, i trial sperimentali, fornire assicurazioni, strumenti legali, agevolare il passaggio dalla scienza di base all'applicazione tecnologica. Le risorse finanziarie sono importanti ma serve un nuovo modello, un cambiamento di sistema». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 29/10/2021

15 Ottobre 2021

Cipolletta (Febaf): «La finanza è motore della transizione, al lavoro con le imprese»

Il presidente della federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly’, il progetto lanciato con Borsa Italia e Forum per lo Sviluppo sostenibile Tutto il mondo della finanza è presente in prima linea per promuovere lo sviluppo sostenibile consapevole dell'importanza, anche competitiva di configurarsi come motore di questa transizione. Innocenzo Cipolletta, presidente di Febaf, la federazione che riunisce banche, assicurazioni e finanza, parla a SustainEconomy.24, report di Luiss Business School e Il Sole 24 Ore Radiocor, della necessità di una regolamentazione omogenea e racconta ‘ESGenerationItaly', il progetto lanciato con Borsa Italiana e Forum per lo Sviluppo sostenibile. Ma anche del ruolo cruciale della finanza per promuovere una ripartenza solida e duratura. Parliamo di attenzione ai temi ambientali e della sostenibilità. A che punto sono le banche, le assicurazioni e le istituzioni finanziarie italiane? «L'attenzione non è nuova. Ci avviciniamo ormai ai 10 anni della 'Carta dell'Investimento Sostenibile e Responsabile della finanza italiana' promossa, sin dalla sua costituzione, da Febaf, in cui si indicavano i principi comuni: valorizzazione dei criteri Esg, trasparenza e ottica di medio-lungo periodo. Le imprese della finanza, da tempo, mettono in atto pratiche rispettose del trinomio Esg, aderendo volontariamente a codici e principi di responsabilità sovranazionali (come i principi delle Nazioni Unite), applicando linee guida relative ai prodotti come obbligazioni green, social e sostenibili, promuovendo la formazione delle proprie reti e la conoscenza da parte della propria clientela. Anche le realtà che si sono affacciate al tema della sostenibilità più di recente hanno già raggiunto una piena consapevolezza dell'importanza strategica di governare la transizione in atto e di configurarsi quale motore di sviluppo sostenibile, anche come fattore competitivo. Tutto il mondo della finanza italiana è presente in prima linea, ed ai tavoli di discussione, per promuovere uno sviluppo sostenibile». Servono dei cambiamenti, anche a livello normativo, per facilitare questo percorso verso una finanza sempre più sostenibile? «Quello che è maturato negli ultimi anni rispetto alla sostenibilità è da un lato l'attenzione mediatica – per effetto positivo dei movimenti di opinione ma anche purtroppo come riflesso dell'aumento di frequenza e intensità dei disastri naturali generati dal cambiamento climatico – e dall'altro proprio l'attenzione dei legislatori e regolatori che negli ultimi anni, in particolare a partire dall'Action plan della commissione europea del 2018, hanno creato un vero e proprio corpus normativo. Riteniamo sia di fondamentale importanza che venga garantita la piena coerenza tra tutte le discipline, in particolare tra la Taxonomy Regulation, la Corporate Sustainability Reporting Directive, la Sustainable Finance Disclosure Regulation, i lavori sugli standard di sostenibilità e le iniziative in materia di Corporate Governance Sostenibile. Ciò al fine di evitare potenziali sovrapposizioni nei requisiti normativi/di reportistica nonché disallineamenti temporali, che avrebbero l'effetto di moltiplicare gli oneri e la complessità a carico degli operatori finanziari. Sono inoltre cruciali: la disponibilità e accessibilità di dati chiari e comparabili delle aziende, l'introduzione di alcuni incentivi per l'adozione degli standard europei sui green bond, l'opportunità di valorizzare una finanza di transizione (transitional bonds e transitional loans), il principio di proporzionalità del quadro normativo, la necessaria partnership tra pubblico e privato. Da ultimo, è bene ribadire che sugli operatori finanziari non possono ricadere oneri e responsabilità che vanno oltre il proprio ruolo, imponendo obblighi e controllando abusi. Piuttosto crediamo nella necessità di lavorare con le imprese, e come Febaf ne siamo forti sostenitori e continuiamo a farlo». Per consolidare il ruolo attivo dell'Italia nella finanza sostenibile a livello globale, avete lanciato ESGeneration Italy, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile. Ce ne parla? «Uno degli aspetti che più possono contribuire allo sviluppo della finanza sostenibile riguarda la condivisione di analisi e di buone pratiche. Aderire a reti globali in questo senso è essenziale. ESGeneration Italy, presentato lo scorso primo ottobre, nasce anche per questo. Intendiamo essere presenti – come finanza sostenibile italiana - nei consessi globali come l'International Network of Financial Centres for Sustainability a cui abbiamo aderito. Il nostro impegno, insieme a Borsa Italiana e Forum per la Finanza Sostenibile, farà leva sulle esperienze specifiche di ciascuna organizzazione, non andando a sostituirsi a quanto singolarmente continueremo a fare, ma volendo piuttosto creare un moltiplicatore di energie e un punto di riferimento unico per i nostri partner globali. Il nostro gruppo promotore ha inteso dare l'avvio ad un ‘National Network for Global Sustainable Finance', rimanendo aperto alla collaborazione con altri soggetti in futuro». Una delle parole più usate in questa fase è ‘ripartenza' e i prossimi anni saranno decisivi per il Paese. Quale sarà il ruolo delle vostre associate? «In una parola? Sostenerla. Noi riteniamo che la finanza abbia un ruolo cruciale per promuovere una economia solida e una crescita del tessuto produttivo duratura. Lavoriamo – in tutte le sedi opportune, come il B20 a guida italiana appena concluso - per valorizzare e rafforzare il binomio finanza e imprese, certi che un adeguato accesso ai canali di finanziamento sia un fattore abilitante. Parlo di sostegno alla capitalizzazione delle imprese, di rafforzamento dei sistemi di garanzia per l'accesso al credito bancario, di miglioramento della partnership pubblico-privata, di potenziamento dei Pir ordinari e alternativi, di valorizzazione del risparmio previdenziale anche di matrice assicurativa, di supporto agli investimenti sostenibili e a quelli in infrastrutture. In questa fase di ripresa, dopo la crisi pandemica e grazie anche alle ingenti risorse dispiegate con il Pnrr, è ancora più pressante l'esigenza di lavorare su questi fronti assieme alle istituzioni che potrebbero predisporre adeguati incentivi, anche sul piano fiscale, per favorire questi processi. Il tutto, nel contesto europeo della capital markets union e della transizione digitale e sostenibile». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Abi: «Le banche sono in prima linea per la sostenibilità ma la responsabilità sia condivisa»

Il direttore generale, Giovanni Sabatini, parla del ruolo centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità ma chiede di non scaricare sulle banche un onere eccessivo (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Le banche sono in prima linea per la sostenibilità e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione anche attraverso l'evoluzione dell'offerta degli strumenti finanziari. Ma occorre che la responsabilità sia condivisa perché non può essere scaricato sulle banche un onere eccessivo e sproporzionato. Lo indica il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. L'associazione che riunisce le banche italiane vede un ruolo sempre più centrale del settore finanziario nell'ambito della sostenibilità e assieme alla Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui requisiti minimi patrimoniali, un meccanismo che, a fronte di condizioni virtuose, consenta di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti. Da più parti c'è il richiamo a impegnarsi tutti verso un'economia più sostenibile. Qual è e quale può essere il contributo delle banche? «Le banche in Italia sostengono l'impegno delle istituzioni europee per lo sviluppo della Finanza Sostenibile. Sono chiamate a svolgere un importante ruolo di facilitatore verso una economia sostenibile sotto i profili ambientali, sociali e dei modelli di governance e sono pronte a fare la propria parte in questa transizione, anche attraverso l'evoluzione dell'offerta di strumenti finanziari. Sul settore non può però ricadere un onere eccessivo e sproporzionato, non può essere scaricato sulle banche un impegno che deve essere di tutti. La mitigazione del cambiamento climatico, insieme alla spinta per uno sviluppo sempre più sostenibile, richiede infatti importanti politiche pubbliche anche per garantire una transizione equa e che non penalizzi e non lasci indietro nessuno. Il contesto in cui ci troviamo è tale da richiedere un forte coordinamento da parte delle istituzioni pubbliche non soltanto a livello nazionale, perché è dall'impulso delle politiche economiche e industriali che sarà impresso alla transizione che dipenderà la velocità di realizzazione e gli effetti che determinerà. L'Abi, direttamente e attraverso le posizioni della Federazione Bancaria Europea (EBF), ha rappresentato alle istituzioni nazionali ed europee il proprio supporto verso un modello economico sempre più sostenibile fornendo il suo contributo di riflessioni e proposte». Servono anche normative in grado di promuovere i percorsi virtuosi di transizione. L'Abi ha indicato che occorre rivedere i requisiti prudenziali di capitale incorporando anche gli obiettivi di sostenibilità. Cosa chiedete? «La trasformazione verso una economia più sostenibile deve essere supportata da una visione globale, che valorizzi la cooperazione tra settore pubblico e privato, e da normative in grado di promuovere e facilitare i percorsi virtuosi di transizione intrapresi da banche e imprese. Sulla tutela dell'ambiente e sul cambiamento climatico, come settore bancario, ci aspettiamo un quadro equilibrato, ambizioso e robusto, sotto il profilo legislativo e regolamentare, che definisca chiaramente ciò che possa essere considerato socialmente sostenibile nel fare impresa. Gli incentivi alla transizione verso nuovi modelli di business più sostenibili possono essere di varia natura, quali ad esempi quelli fiscali. In aggiunta, l'Abi con la Federazione Bancaria Europea propone di introdurre nella Regolamentazione bancaria sui Requisiti minimi patrimoniali - il Sustainable Finance Supporting Factor - un meccanismo che, al ricorrere di determinate condizioni virtuose, consente di ridurre le ponderazioni per il rischio che le banche sono chiamate a calcolare sui propri crediti». Le banche italiane si dichiarano molto attente ai temi della sostenibilità. Che tipo di risposta riscontrate nelle vostre associate? «Dall'ultima rilevazione BusinEsSG, realizzata sulle Dichiarazioni non finanziarie pubblicate dalle banche nel 2020 rispetto alle attività svolte nel 2019, emerge quanto prontamente e proattivamente le banche stiano incorporando nei loro piani strategici le richieste di cambiamento verso un'economia sostenibile. Il quadro delle risposte è particolarmente rappresentativo, pari al 94% del totale attivo del settore. In particolare, secondo l'indagine, la formalizzazione di orientamenti strategici che includono i fattori ambientali, sociali e di gestione d'impresa nel piano industriale o con specifici piani di sostenibilità riguarda banche rappresentanti quasi il 66% del totale attivo del settore. Inoltre, banche pari a circa l'82% in termini di totale attivo di settore rendicontano iniziative coerenti con il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità dell'Agenda 2030 promossa dall'Onu. Le banche rappresentative del 76% circa del totale attivo del settore già rendicontano iniziative per promuovere la migliore gestione dei rischi delle imprese clienti correlati al cambiamento climatico». Come vede il futuro della finanza sostenibile nel nostro Paese? «Il settore finanziario sarà chiamato a svolgere un ruolo sempre più centrale nell'ambito della sostenibilità, questo in relazione sia agli obiettivi del Piano di ripresa economica dopo la pandemia da Covid che pone al centro ambiente e clima, sia nel finanziamento alle piccole e medie imprese che investiranno per migliorare le proprie performance in termini di sostenibilità. Rispetto al Pnrr, le grandi e medie opere meritevoli dal punto di vista ambientale e climatico dovranno essere individuate ex ante dalle Pubbliche Amministrazioni,in coerenza anche con la Tassonomia definita a livello europeo ed è necessario un quadro giuridico certo che elimini i cosiddetti rischi amministrativi. Sul versante delle pmi il ruolo delle Associazioni di categoria delle imprese non finanziarie è fondamentale per supportare la diffusione della consapevolezza e stimolare rendicontazioni strutturate e coerenti con gli standard». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Sella: «Banche abilitatori di sostenibilità, noi raggiunto il target di impatto zero»

Il ceo del gruppo, Pietro Sella parla del traguardo, annunciato oggi, della 'carbon neutrality' e del ruolo primario in un percorso sostenibile La sostenibilità per un'impresa è una condizione necessaria e i risultati economici non possono essere disgiunti dall'impatto positivo su comunità e ambiente. Per Pietro Sella, ceo del Gruppo Sella, le banche e la finanza hanno un ruolo primario, di ‘abilitatori della sostenibilità'. Un ruolo condiviso dal gruppo, tra i primi del settore bancario italiano ad aver raggiunto, come appena annunciato, la cosiddetta ‘carbon neutrality', in anticipo sui target, e con un impegno che continua con l'adesione al progetto "Impatto Zero" di LifeGate. Un percorso, aggiunge Sella in un'intervista a SustainEconomy.24, report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, che non può prescindere dall'innovazione. Un connubio, quello tra sostenibilità e innovazione imprescindibile e che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Qual è il ruolo che le banche e la finanza possono avere per la sostenibilità? «La sostenibilità, specie quella ambientale, è una priorità per tutti, senza la quale non c'è futuro. Per un'impresa si tratta di una condizione necessaria, poiché senza sostenibilità non vi sarà alcun business in futuro. I risultati economici, quindi, non possono essere disgiunti dall'impatto positivo sulla comunità e sull'ambiente e dobbiamo fare in modo che lo sviluppo dell'economia – che in questo periodo sta vivendo una buona ripresa – sia duraturo, equo, inclusivo e appunto sostenibile. Oggi finalmente c'è consapevolezza di questa priorità, grazie a dati e fatti che dimostrano in modo inequivocabile che senza una decisa inversione di rotta, fattori critici come il depauperamento delle risorse del pianeta e il riscaldamento globale ci porteranno al disastro. In questo quadro, le banche e la finanza hanno un ruolo importante, come 'abilitatori di sostenibilità'. Esse possono supportare e favorire investimenti e progetti, propri e dei propri clienti, che creano valore per l'intera società e promuovono la transizione verso attività economiche e comportamenti a impatto Esg positivo. Farlo è un dovere, ma anche una opportunità da cogliere a vantaggio di tutti». Cosa significa essere sostenibili per il gruppo Sella e cosa state facendo concretamente? «Abbiamo avviato un "progetto sostenibilità" con l'obiettivo di migliorare costantemente le nostre performance sociali e ambientali e promuovere un'economia sostenibile. Ovviamente si tratta di un processo in divenire, perché perseguire la sostenibilità vuol dire anche ricercare, apprendere, implementare e migliorare continuamente. Il primo passo, per una questione di coerenza, è stato agire su noi stessi, sui nostri comportamenti e sul nostro footprint. Abbiamo per prima cosa messo in cantiere e raggiunto un obiettivo importante, azzerando l'impatto delle nostre emissioni di CO2 in anticipo rispetto al piano fissato per il 2024. Grazie a questa iniziativa siamo tra i primi gruppi del settore bancario italiano a raggiungere la cosiddetta "carbon neutrality". Per farlo siamo partiti dal calcolo e dall'analisi delle nostre emissioni di CO2 prodotte nel 2019, prima della pandemia, e abbiamo avviato da un lato un percorso triennale di riduzione del nostro impatto ambientale e dall'altro l'immediata compensazione delle emissioni esistenti. Tale compensazione è stata ottenuta finanziando progetti internazionali di assorbimento di CO2, di tutela ambientale, di economia circolare e di supporto alle comunità locali. In collaborazione con il progetto "Impatto Zero" di LifeGate, abbiamo individuato tre iniziative in Europa, Africa e America centrale, certificate da enti internazionali. Ovviamente questo offsetting non sarà un motivo per non continuare e ridurre alla fonte la nostra impronta. Inoltre, una volta agito su noi stessi, il nostro obiettivo è di supportare i nostri clienti, sia per i loro investimenti, sia nel finanziare i loro progetti, nel percorrere lo stesso cammino». E quali sono le iniziative di mitigazione che avete realizzato? «Da diversi anni abbiamo intrapreso molte iniziative. Tra le più significative c'è il fatto che la totalità dell'energia elettrica utilizzata dal nostro gruppo in Italia deriva da fonti rinnovabili certificate e contribuiamo al nostro fabbisogno energetico con 17 impianti fotovoltaici installati in sedi e succursali. Puntiamo poi sulla formazione delle persone, per contribuire a promuovere idee e comportamenti virtuosi. Abbiamo in programma di proseguire questo percorso anche attraverso altre iniziative, per integrare sempre di più la sostenibilità nella cultura aziendale e nel nostro operato. Per stimolare comportamenti migliori, inoltre, stiamo integrando gli indicatori di business con parametri in grado di dare informazioni sull'effettivo contributo alla sostenibilità delle iniziative intraprese». Si parla tanto del binomio tra sostenibilità e innovazione: che ruolo può giocare quest'ultima, di cui Sella è da sempre uno dei promotori? «È un connubio imprescindibile, perché si tratta di due grandi trasformazioni e transizioni, che la pandemia ha ulteriormente accelerato, che convergono su un obiettivo comune: contribuire alla realizzazione di un ecosistema finanziario aperto e innovativo che rappresenta una spinta per lo sviluppo sostenibile e inclusivo dell'economia e della società. Crediamo che l'innovazione, se gestita correttamente e consapevolmente, possa aiutare molto la sostenibilità sotto tutti i suoi profili, dall'ambiente all'inclusione. Stiamo vivendo un momento di grandi trasformazioni, di discontinuità, che offre anche grandi opportunità. Studi recenti dimostrano che il digitale può abbattere di diversi punti le emissioni di CO2, che le aziende digitalizzate sono più produttive di quelle che ancora non hanno attuato questa trasformazione e che le nuove soluzioni sono un volano di inclusività e pari opportunità». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

15 Ottobre 2021

Castagna (Banco Bpm): «Gli Esg per la nostra comunità, i clienti, e il territorio. La sostenibilità è il futuro»

L'ad Giuseppe Castagna traccia il percorso che sta portando avanti il terzo gruppo bancario del Paese Un impegno per la sostenibilità che si traduce in prodotti e servizi improntati ai criteri Esg ma anche in azioni di carattere sociale legate alle esigenze dei territori. E' il percorso che sta portando avanti Banco Bpm, come racconta l'amministratore delegato, Giuseppe Castagna a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School. Anche perché l'attenzione alla sostenibilità ambientale, economica e sociale non solo si concilia con il profitto e il successo economico di una banca, ma, in una prospettiva di medio-lungo periodo, risulta anche conveniente. E traccia un bilancio positivo del modello omnicanale del terzo gruppo bancario del Paese. Per una banca come la vostra che ha il dna di banca del territorio, quanto conta un percorso di sostenibilità e come si traduce questo impegno? «Nel loro insieme, le istanze legate alla sostenibilità hanno un impatto molto concreto sul contesto socioeconomico: sui territori, sulle imprese, sulle comunità e sulle persone. In quest'ottica, penso che una banca commerciale come Banco Bpm, le cui performance economico-finanziarie sono correlate al benessere dei territori in cui opera, sia in grado di tradurre concretamente e proficuamente il proprio impegno verso la sostenibilità innanzitutto attraverso il credito, i prodotti e i servizi che tengono conto di criteri Esg, ma anche attraverso azioni di carattere sociale legate alle esigenze dei diversi territori, come quelle realizzate durante la pandemia dal Gruppo Banco Bpm e dalle sue Fondazioni che comprendevano iniziative a supporto di ospedali, strutture sanitarie, onlus e scuole (oltre 400 istituti) per un ammontare complessivo che supera i 6 milioni di euro. Questo senza contare ciò che abbiamo avviato, a partire dal 2020, specificamente sulle tematiche Esg». Quest'anno avete avviato sette cantieri di attività proprio allo scopo di sviluppare l'integrazione dei temi Esg nel business. Ce ne parla? «In realtà, si tratta di una strategia avviata lo scorso anno, grazie all'azione del Comitato manageriale Environmental Social and Governance che ricade sotto la mia diretta responsabilità e di cui fanno parte le principali figure apicali della banca. È proprio su iniziativa del Comitato Esg, alla luce delle richieste dei Regolatori, delle aspettative dei mercati finanziari e delle best practices dei competitor nazionali e internazionali, che abbiamo avviato - tra le altre iniziative - 7 cantieri di attività con l'obiettivo di rafforzare e concretizzare l'integrazione delle tematiche Esg all'interno delle attività aziendali e nel business. I cantieri coprono integralmente l'orizzonte Esg e si suddividono in queste aree: Governance, People, Risk & Credits, Customers-Business, Customers-Wealth Management, Stakeholder engagement & Measurement, Environment. Al loro interno sono stati definiti 32 progetti da realizzare con il coinvolgimento di 15 diverse strutture della banca e oltre 50 tra colleghe e colleghi coinvolti». Si concilia l'attenzione alla sostenibilità ambientale, economica e sociale con il profitto e il successo economico di una banca? «Non solo si concilia, ma in una prospettiva di medio-lungo periodo risulta anche conveniente. La questione ambientale è sicuramente prioritaria e Banco Bpm già da tempo si impegna per ridurre il proprio impatto ambientale diretto utilizzando il 100% di energia elettrica da fonti rinnovabili certificate ed evitando l'immissione di oltre 33.000 tonnellate di CO2 equivalenti in atmosfera. Relativamente agli impatti indiretti, l'adozione di politiche ambientali che guidino la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio porterà benefici in termini di investimenti e implementazione di tecnologie più efficienti da una parte e minori rischi ambientali per la banca dall'altra. Come tutti i grandi cambiamenti, occorre applicarli con gradualità ma senza indugio, avendo chiaro il piano d'azione e i tempi previsti per realizzarlo. Banco Bpm è fortemente focalizzato su questi obiettivi: vogliamo dare il nostro contributo al miglioramento della situazione ambientale e, insieme, lavoriamo per il successo economico della banca stessa e di tutti i nostri stakeholder». A livello di prodotti avete integrato i fattori Esg nei mutui e annunciato dei Fondi. Ci sono altre novità? «Il lancio dei Mutui Green e la distribuzione dei fondi Anima che tengono conto di criteri Esg come il Fondo Investimento Gender Equality 2026 finalizzato a sostenere società che valorizzino la parità di genere, non sono state le prime iniziative in questo ambito. Già dallo scorso anno siamo entrati nel mercato dell'efficientamento energetico con i prodotti legati al Super-Eco bonus e abbiamo stanziato, a partire dal dicembre scorso, un Plafond Investimenti Sostenibili 2020-23 pari a 5 miliardi di euro a disposizione delle aziende che investono in sostenibilità e green transition. Inoltre, a luglio abbiamo emesso il nostro primo Social Bond da 500 mln di euro per finanziare le Pmi colpite dall'emergenza pandemica. Abbiamo anche dato vita, insieme a Vera Financial, all'iniziativa "Una polizza, un albero", così che ad ogni polizza acquistata corrisponda una donazione per supportare il rimboschimento delle aree alpine colpite dalla tempesta Vaia nell'ottobre di 4 anni fa. Stiamo lavorando per ampliare ulteriormente l'offerta commerciale Esg e siamo convinti che questo filone continuerà ad arricchirsi, anche nell'immediato, per esempio grazie a iniziative collegate all'utilizzo delle risorse rivenienti dal Pnrr». Dopo l'esperienza difficile della pandemia, tracciate un bilancio positivo del vostro modello di business? E cosa vedete nel futuro? «Banco Bpm, in linea con le banche italiane, ha dimostrato una grande flessibilità organizzativa e operativa. Siamo riusciti a rafforzare in una logica sempre più digitale l'offerta dei servizi ai clienti, garantendo allo stesso tempo la sicurezza per tutti, clienti e colleghi. Abbiamo assicurato il trasferimento all'economia reale delle risorse messe a disposizione dal Governo e siamo stati vicini a imprese e famiglie in un momento difficile anche dal punto di vista economico. Questo è stato possibile perché eravamo preparati. Non ci aspettavamo certo un contesto pandemico, ma gli investimenti nel digitale effettuati a suo tempo e le innovazioni organizzative introdotte nei processi e nelle reti, territoriali e virtuali, ci hanno permesso di agire con la necessaria prontezza. Questo dimostra che c'è spazio per un modello di business come quello espresso da Banco Bpm: un modello omnicanale, in cui l'offerta di prodotti e servizi da remoto si integra con una rete di filiali in cui colleghe e colleghi esperti assistono la clientela con un modello di consulenza evoluta». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 15/10/2021

01 Ottobre 2021

Baroni (McDonald’s): «Le nostre scelte green dalla filiera al packaging. E l’alleanza con il Made in Italy»

Entro il 2025 il 100% del packaging proverrà da fonti riciclate o certificate, spiega l'ad per l'Italia della più famosa catena di fast food a SustainEconomy.24 (Il Sole 24 Ore Radiocor) - La sostenibilità è uno dei driver della strategia di McDonald's dalla materia prima al packaging alla filiera. Dario Baroni, amministratore delegato di McDonald's Italia racconta in un'intervista a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School il percorso di abbandono della plastica monouso e l'importanza della sostenibilità dell'imballaggio, accelerata dalla pandemia. Entro il 2025 il 100% del packaging, non solo quello in carta, proverrà da fonti rinnovabili, riciclate o certificate. E dirà addio alla plastica anche nei famosi giochi per i bambini. Ma c'è anche il rapporto con l'Italia, dove la più famosa catena di ristorazione al mondo, serve 1 milione di clienti al giorno e occupa 25mila persone, e soprattutto quello con le eccellenze del Made in Italy, dalla carne al pollo, dalla frutta al latte al parmigiano. L'85% dei fornitori è rappresentato da aziende italiane. Dal packaging alla raccolta differenziata all'attenzione al prodotto. Continua a crescere l'impegno sostenibile di McDonald's. A che punto siamo? «Da diversi anni la sostenibilità è uno dei driver principali della nostra strategia. Prenderci cura dell'ambiente e del nostro pianeta è una sfida che interessa tutti noi come persone, cittadini e aziende, ma è anche un gesto di responsabilità. Per questo negli ultimi anni abbiamo dato il via a numerosi progetti in questo ambito: dalla certificazione della filiera della carne bovina, grazie al progetto "Allevamenti Sostenibili" ideato insieme a Coldiretti e all'Associazione Italiana Allevatori, alla logistica green; dai ristoranti a basso impatto, alle colonnine per la ricarica delle auto elettriche in collaborazione con Enel X; dal packaging sostenibile fino ad azioni per il miglioramento della raccolta differenziata e del riciclo nei nostri ristoranti. Non solo dobbiamo fare la nostra parte, ma sentiamo di dover anche contribuire a educare al cambiamento cercando di coinvolgere i consumatori. Per questo motivo abbiamo ideato campagne di sensibilizzazione per accompagnarli ad assumere comportamenti virtuosi sui temi della raccolta differenziata e del riciclo; o dato vita a iniziative come "Le giornate insieme a te per l'ambiente" per contrastare il fenomeno del littering». Soffermiamoci sul packaging. Quali sono i prossimi obiettivi e i target che vi siete dati? Sarà possibile arrivare a prodotti 100% green? «In materia di packaging, ci siamo da tempo impegnati nell'eliminazione della plastica monouso. Grazie all'accordo con Comieco e Seda International Packaging Group, il nostro fornitore, abbiamo scelto di convertire la quasi totalità del nostro packaging, incluso quello utilizzato per i canali delivery e take away. Ad oggi, circa il 90% del totale dei nostri imballaggi è in carta, un materiale rinnovabile, riciclabile e certificato Fsc. Una scelta importante che ha portato a un risparmio di 1.000 tonnellate di plastica all'anno. Inoltre, entro il 2025, il 100% del packaging, non solo quello in carta, proverrà da fonti rinnovabili, riciclate o certificate.Ma non c'è solo il packaging: il percorso di abbandono della plastica riguarda anche i giochi dell'Happy Meal. Abbiamo infatti appena annunciato il nostro impegno a livello globale a eliminare la plastica anche da loro entro la fine del 2025; in Italia, per ora, abbiamo iniziato dalle confezioni che sono state tutte trasformate in carta. Un cambiamento che, da solo, ha consentito di risparmiare un totale di 80 tonnellate di plastica all'anno, l'equivalente dei rifiuti prodotti da 160 italiani in un anno». La pandemia ha influito su questo percorso? «Di certo la pandemia e i nuovi modelli di consumo ad essa strettamente legati hanno acceso ulteriormente i riflettori sulle sfide ambientali più urgenti e messo in luce nuove esigenze e bisogni. Il 2020 ha cambiato le nostre abitudini – e le possibilità – di accesso alla ristorazione: take away e delivery sono diventate parole quotidiane, e con esse il packaging ha mostrato ancor di più la sua essenzialità. Ecco perché, anche nel caso della ristorazione informale, la qualità e la sostenibilità dell'imballaggio diventano quanto mai importanti. Parallelamente, la pandemia ha accelerato la richiesta di vicinanza che le comunità locali hanno fatto alle istituzioni e alle aziende; per rispondere a queste richieste nascono iniziative come 'Le giornate insieme a te per l'ambiente', attraverso cui i ristoranti McDonald's e i loro dipendenti sono coinvolti in prima persona e si fanno promotori di giornate di pulizia di parchi, strade, spiagge e piazze delle loro città. L'obiettivo era quello di toccare 100 comuni entro la fine di ottobre, coinvolgendo cittadini, istituzioni e associazioni locali: oggi, quando manca un mese, abbiamo già realizzato o pianificato più di 90 tappe». Qual è il rapporto con l'Italia? Con la filiera e i consumatori italiani? «Siamo in Italia da 35 anni e oggi nel Paese abbiamo 615 ristoranti che servono 1 milione di clienti ogni giorno e impiegano 25.000 persone. Oltre a questo, per dimostrare il nostro radicamento sul territorio possiamo ricordare che oggi l'85% dei nostri fornitori è rappresentato da aziende italiane, e che ogni anno investiamo nel comparto agroalimentare nazionale 200 milioni di euro per l'acquisto di 94mila tonnellate di materie prime alimentari. Potrei fare l'esempio della carne bovina, fornita da Inalca e proveniente da 15.000 allevamenti italiani, o del pollo, allevato in Italia e fornito da Amadori. Ma anche di tantissimi altri ingredienti, come il latte intero utilizzato per i gelati e fornito da Granarolo, la verdura e la frutta fresche, il pane, i salumi. A questo si aggiunge una lunga storia di collaborazione con i Consorzi di tutela, iniziata nel 2008 e consolidatasi negli anni, che ci ha permesso di entrare in contatto con 15 Consorzi e inserire oltre 3mila tonnellate di prodotti Dop e Igp nella nostra offerta. Una collaborazione con cui siamo riusciti a far conoscere al grande pubblico prodotti tradizionalmente considerati di nicchia, contribuendo ad educare i clienti alla qualità e alle eccellenze del Made in Italy. Un esempio su tutti è quello del Parmigiano Reggiano, che da poche settimane ha rafforzato la sua presenza nella nostra offerta continuativa e di cui stimiamo di acquistare, nel solo 2022, circa 450 tonnellate». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/2021

01 Ottobre 2021

Ferrarelle: «Un dovere essere green. Promuoviamo un mondo a Impatto -1 e plastica 100% riciclata»

Il vicepresidente Michele Pontecorvo parla dello stabilimento destinato alla produzione di Pet riciclato e della scelta di divenire società Benefit (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Per Ferrarelle la sostenibilità più che una strategia è «un valore» e «un dovere». Per questo la società ha scelto di portare avanti un modello a 'impatto -1'. Michele Pontecorvo, vicepresidente di Ferrarelle SpA, racconta a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore e Luiss Business School, la filosofia del gruppo di acque minerali che si è tradotta nella creazione dello stabilimento destinato al riciclo e alla produzione di Pet riciclato e della prima gamma completa di acque interamente realizzata utilizzando al 100% R-Pet. Ma anche la scelta di diventare società benefit e promuovere il modo di fare impresa orgogliosamente italiano. Siete tra le aziende più premiate dai consumatori per la sostenibilità. E avete annunciato un impegno ambizioso per un mondo a impatto -1. Ci racconta la vostra filosofia? «Per Ferrarelle la sostenibilità è un valore, molto più che una strategia, per questo da sempre basiamo il nostro modello di business intrecciando le strategie commerciali e di marketing alle tematiche di sostenibilità e responsabilità sociale. In questa direzione, Ferrarelle ha scelto di farsi promotrice di una nuova visione: quella di un mondo a ‘impatto – 1', dove imprese e consumatori finali sono chiamati ad una collaborazione sinergica. Un invito a riciclare correttamente la plastica e una riflessione attiva sulla consapevolezza dei nostri consumi alimentari. Da questa filosofia nasce, nel 2018, lo stabilimento di Presenzano, in provincia di Caserta. Qui Ferrarelle – prima e unica realtà del settore del Food & Beverage in Italia ad essersi dotata di un impianto destinato al riciclo e alla produzione di Pet riciclato - ogni anno toglie dall'ambiente oltre 20.000 tonnellate di bottiglie provenienti dalla raccolta differenziata, trasformate in R-Pet pronto ad una nuova vita». Quindi l'obiettivo è produrre bottiglie in Pet riciclato e coinvolgere le persone a riciclare correttamente la plastica. A che punto siamo? «Sicuramente, molto è già stato fatto ma riteniamo che si possa fare ancora di più. In quanto gestori di una risorsa preziosa come l'acqua, la sostenibilità è per noi un dovere, oltre che una missione. In questa direzione, abbiamo lanciato sul mercato ‘Infinita': un ulteriore traguardo nel percorso di sostenibilità di Ferrarelle Spa. Si tratta, infatti, della prima gamma completa di acque minerali interamente realizzata utilizzando al 100% R-Pet, con plastica riciclata direttamente dall'azienda nel suo stabilimento di Presenzano. La linea si affianca agli altri formati destinati al canale retail (1,5L e 0,5L), già realizzati con almeno il 50% di Pet riciclato sempre direttamente dall'azienda. Ma non solo, come Ferrarelle siamo impegnati attivamente in campagne di sensibilizzazione e progetti educational rivolti ai più piccoli, (non ultimo a 'A Scuola di Riciclo') poiché crediamo fortemente nel potenziale delle nuove generazioni, sempre più consapevoli e attente all'ambiente». Dall'inizio di quest'anno Ferrarelle è anche diventata società Benefit, perché e quali sono i vantaggi? «Nel 2021 Ferrarelle ha scelto di diventare società Benefit, la forma giuridica d'impresa che consente ad una azienda for profit di contribuire ad un miglioramento della collettività con obiettivi che riguardano aspetti economici, sociali ed ambientali, misurabili e rendicontati in maniera trasparente. La strategia che accompagna Ferrarelle in questo percorso si declina in tre aree strategiche: Environment - territorio e ambiente, con l'obiettivo di promuovere i principi e i valori della sostenibilità, oltre ai vantaggi legati all'utilizzo di materiali riciclabili e rinnovabili e tecniche e tecnologie innovative. People - persone, clienti, fornitori e lavoratori, perseguendo una comunicazione corretta e focalizzata sulla sostenibilità dei consumi alimentari e dei propri prodotti. Social & Cultural – Cultura e società, attraverso la promozione delle eccellenze della cultura, della ricerca scientifica e della responsabilità sociale italiane, anche attraverso iniziative, progetti a carattere sociale e culturale che coinvolgano i propri clienti, i propri lavoratori ed i propri fornitori». Una storia 100% italiana. E i programmi futuri? «Siamo una realtà orgogliosamente italiana, che ha fatto della sostenibilità - ambientale, sociale ed economica - una vera e propria scelta strategica. Un modo di fare impresa che desideriamo promuovere a livello nazionale ed internazionale: per questo abbiamo scelto di portare la nostra visione ad Expo Dubai 2020, in qualità di Sustainability Partner e Platinum Sponsor del Padiglione Italia. Oltre ad essere presenti con i marchi Ferrarelle e Amedei, arricchiremo il programma dell'Esposizione Universale con le nostre pratiche di business sostenibile, dalla gestione virtuosa della risorsa idrica al riciclo della plastica. Non a caso, proprio il Pet riciclato nello stabilimento di Presenzano è stato tra i materiali utilizzati per la realizzazione dell'iconica riproduzione del David di Michelangelo presente nel Padiglione, a celebrare la bellezza dei valori di innovazione e sostenibilità, da sempre cari a Ferrarelle». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/2021

01 Ottobre 2021

Ferro (La Molisana): «Pasta 100% italiana e pack a impatto zero. Ora il bilancio di sostenibilità»

Il direttore operativo e socio parla dei due passaggi chiave: la conversione al grano 100% italiano e il packaging in carta (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Coniugare la vocazione di eccellenza italiana con un approccio sostenibile che culmina, quest'anno, con il primo bilancio di sostenibilità. E' il percorso tracciato dalla famiglia Ferro dall'acquisto, 10 anni fa, del pastificio La Molisana, un marchio centenario. Un percorso, spiega a SustainEconomy.24, report de Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, il socio e direttore operativo Flavio Ferro, caratterizzato da due passaggi fondamentali: la conversione al 100% di grano italiano, nel 2018, e la scelta di un packaging in carta per arrivare al marchio ad impatto zero, quest'anno. Con un alto impegno altissimo in termini di investimento: 75 milioni dal 2011 ad oggi e nell'ultimo biennio 25 milioni di euro solo per il reparto confezionamento. L'impegno sostenibile e green per un'azienda alimentare come la vostra parte dalla scelta delle materie prime fino al prodotto finito. Qual è il percorso di La Molisana? «Dal 2011, data di acquisizione de La Molisana, sono state numerose le iniziative per cercare di garantire il mantenimento di quella vocazione di eccellenza qualitativa che abbiamo sempre avuto con il consolidamento di un approccio sostenibile. E dopo 10 anni, oggi, nel 2021, vedremo nascere finalmente il primo bilancio di sostenibilità. Il primo vero passaggio nella direzione della sostenibilità lo abbiamo avuto nel 2018 quando abbiamo deciso di convertire la produzione: da pasta realizzata con grani internazionali a pasta realizzata con solo grano italiano. Un passaggio fondamentale che ci ha portato ad una sostenibilità a 360 gradi sia ambientale che alimentare e sociale». Soffermiamoci sul packaging perché avete annunciato un cambio di abito per essere ancora più green. Una scelta importante? «E' una scelta importantissima perché dà seguito ad un percorso aziendale di sostenibilità totale. Questo passaggio alla carta rappresenta una delle pietre miliari dopo il passaggio al grano italiano nel 2018. Abbiamo raggiunto il grade di emissioni zero: abbiamo sostituito il nostro packaging in film plastico con uno in base carta riciclabile in classe C e questo ci ha dato la possibilità, oltre ad un abbattimento immediato pari a circa 3 mila quintali di plastica in meno ogni anno, di ridurre le emissioni di CO2. Partecipiamo, infatti, ad un programma di compensazioni di CO2 con ripiantumazione nel nostro Paese, in Amazzonia e nel Madagascar di un numero proporzionale di piante pari a quelle che vengono utilizzate per la produzione di carta e questo ci consente di avere il marchio a impatto zero. Si tratta comunque di un percorso che è stato particolarmente articolato perché convertire uno stabilimento che lavora attraverso un supporto di plastica significa rivoluzionare dalla base tutto il packaging». Quindi un impegno consistente anche in termini di investimenti? «Assolutamente, un investimento altissimo che dal 2011 ad oggi ci ha portato a spendere qualcosa come 75 milioni di euro e nell'ultimo biennio 25 milioni di euro soltanto per il reparto confezionamento. Lo stesso utilizzo della carta genera di fatto una diminuzione del 15-20% di battute per minuto di ogni macchina di confezionamento e questo non si compensa in altro modo se non acquistando delle macchine più performanti. Il passaggio alla carta è partito a marzo 2021, siamo completamente in carta sulla linea Italia 500 grammi e contiamo nel tempo di migliorare con l'utilizzo sempre minore di plastica - ancora oggi presente come barriera all'interno della confezione – e l'utilizzo di prodotti compostabili compatibili con i prodotti alimentari». Anche la sensibilità del cliente è cresciuta, riscontrate una risposta positiva? «Nell'ultimo decennio abbiamo compreso quanto sensibile sia l'attenzione dei consumatori ai temi della sostenibilità e dell'ambiente. Il consumatore è attento e giudica e non è soltanto un giudice di tendenza ma di sostanza. Quindi lavorare un prodotto che dia respiro all'ambiente, al territorio e all'italianità è molto importante. Il prodotto viene sempre più gradito e notiamo un ritorno in termini di fidelizzazione anche proprio grazie al discorso della sostenibilità». Guardiamo al futuro partendo dai vostri risultati, anche sull'export, e dai prezzi delle materie prime. Cosa vi aspettate per La Molisana e quali sono i progetti? «Per noi l'export rappresenta un importante driver di sviluppo: ad oggi siamo circa al 50% del nostro spedito e non termina un anno solare senza essere entrati in una nuova nazione. Il momento che stiamo vivendo è particolarmente delicato e fluttuante legato ad una impennata delle materie prime. Il grano, come le altre, sta risentendo di un importante nervosismo con i prezzi che sono più che duplicati da circa due mesi. La nostra realtà guarda con molta attenzione a questo momento delicato, forse dovuto anche al rimbalzo della situazione pandemica, ma posso affermare con certezza che l'unica garanzia per il consumatore, di fronte a questa fluttuazione delle materie prime, è avere di fronte una realtà integrata alimentare che può contenere i costi e garantire gli stessi livelli qualitativi. In merito ai progetti futuri intendiamo implementare tutto ciò che ha impatto sostenibile, continuiamo ad auto-produrre energia, e stiamo per inaugurare un nuovo smart building, che sostituirà un edificio degli anni '70, che ospiterà gli uffici e una nuova ala di produzione con una nuova linea di pasta lunga». SFOGLIA IL REPORT COMPLETO 1/10/2021